domenica 21 ottobre 2012

La «dura scuola dell’era glaciale»: Sigmund Freud e la preistoria

 Iscrizione commemorativa e profilo di Sigmund Freud a Pribor (Příbor, Repubblica Ceca), suo luogo di nascita. Immagine: autore Michal Maňas, fonte Wikipedia.
ResearchBlogging.org
Continua la storia di alcuni concetti chiave della ricerca naturalistica e interdisciplinare del primo Novecento. Dopo aver trattato i fossili viventi di Emil Racoviţă, questa volta ci occupiamo della relazione tra ontogenesi e filogenesi nella psicoanalisi di Sigmund Freud e Sándor Ferenczi.
Questo contributo rappresenta la seconda anticipazione (riveduta, semplificata e adattata) dal mio libro imminente, prossimo venturo, attualmente in fase di adattamento alle norme editoriali della casa editrice.


La «legge biogenetica fondamentale»

Ernst Haeckel (1834-1919), zoologo tedesco, laureato in Medicina e artista, fu un alacre sostenitore dell’idea della selezione naturale darwiniana, alla quale ridusse sostanzialmente il complesso pensiero del naturalista inglese. Elaborò un’opera tanto «determinante per l’impostazione dei nuovi programmi di ricerca» quanto assolutamente «controversa» [1] per le contaminazioni con le idee sociali e mediche talvolta estremiste da lui professate [2]. Scrisse la Generelle Morphologie der Organismen, nella quale venne sintetizzata la «legge biogenetica fondamentale» (Biogenetisches Grundgesetz) [3], ispirata e vagheggiata in ambito mitteleuropeo da altri naturalisti e pensatori quali il filosofo Arthur Schopenauer [4]. Questa “legge biogenetica”, che ebbe molto successo, dichiara: «[…] nel corso del suo rapido sviluppo [embrionale] un individuo ripete i più importanti cambiamenti nella forma evolutisi a partire dai suoi antenati durante il loro lungo e lento sviluppo paleontologico» [5]. Tale idea venne confutata e abbandonata in questa sua forma nei primi anni del ’900 [6] ed è oggi sostituita dalla biologia evolutiva dello sviluppo (in inglese Evolutionary Developmental Biology, o Evo-Devo), che ha allargato il complesso quadro del rapporto tra storia naturale e costruzione degli organismi viventi allo studio del controllo strutturale e delle modifiche funzionali nel genoma, senza tralasciare le ricadute di questi processi sulla morfologia degli individui e sulla speciazione [7].
La formula haeckeliana secondo la quale l’ontogenesi (ossia, lo sviluppo dell’individuo) venne concepita tout court come ricapitolazione della filogenesi (ossia, la storia evolutiva) si diffuse rapidamente in vasti e disomogenei ambiti della ricerca. Non passò molto tempo prima che venisse notata la possibilità di collegare la profondità temporale filogenetica con la profondità della psiche e del suo sviluppo ontogenetico. Quest'idea compare e si afferma nei testi degli psicoanalisti Sigmund Freud (1856-1939) e Sándor Ferenczi (1873-1933). Freud non era estraneo ad argomenti provenienti dal campo naturalistico; iniziò la sua carriera come biologo [8] in un periodo profondamente influenzato dalle idee haeckeliane.
Nel campo di studio psicologico la ricapitolazione ontogenetica, variamente combinata con un neolamarckismo atto a giustificare la codificazione psichica e la trasmissione intraspecifica di avvenimenti inscritti nelle esistenze individuali, si prestava a molteplici interventi in vista di una unificazione tra biologia e psicoanalisi, e continuò ad essere utilizzata lungo l’intero corso del ’900. Ad esempio, Ferenczi nel suo Thalassa. Saggio sulla teoria della genitalità [9], sviluppava alcune idee, già elaborate in precedenza, riguardanti la possibilità di collegare le fasi filogenetiche dell’evoluzione dei vertebrati all’ontogenesi umana. L’equazione era svolta sulla base fallace di una corrispondenza lamarckiana tra tre elementi: mutamenti indotti dall’abitudine o dall’ambiente, trasmissione genetica ereditaria e codificazione psichica degli stessi [10].

Freud biologo: ontogenesi psichica e filogenesi evolutiva

Il rapporto tra ontogenesi psichica e filogenesi evolutiva, anzi, l’interdipendenza stessa delle due idee, appare come una costante fondamentale della psicoanalisi freudiana [11]. Due classici esempi possono bastare ad illustrare la presenza di quest'idea. Nel 1914 Freud scrive che «l’ontogenesi può essere considerata come una ripetizione della filogenesi, nella misura in cui quest’ultima non è mutata da un’esperienza vissuta più recente. La disposizione filogenetica si rende osservabile dietro l’evento ontogenetico» [12]. Tre anni più tardi, ritorna sull’argomento specificando il ruolo della sequenza ontogenetica nello sviluppo psichico infantile: «la preistoria cui il lavoro onirico ci riconduce è di due specie: in primo luogo la preistoria dell’individuo, l’infanzia; in secondo luogo, in quanto ciascun individuo nella sua infanzia ripete in certo qual modo in forma abbreviata l’intero sviluppo della specie umana, anche quest’altra preistoria, quella filogenetica» [13].
Tuttavia, la formulazione forse più completa della ricapitolazione filogenetica degli stadi psichici si trova in un testo di Freud risalente al 1915, ma pubblicato postumo [14]. In questo articolo, rimasto inedito fino alla metà degli anni ’80 del secolo passato, Freud porta a compimento, in stretto dialogo con Ferenczi, la correlazione tra avvenimenti preistorico-evolutivi e lo sviluppo delle nevrosi che si manifestano durante la crescita dell’individuo. Freud stabilisce una sequenza di stadi successivi, che si compone di «isteria d’angoscia – isteria di conversione – nevrosi ossessiva – dementia praecox – malinconia-mania» [15], nella quale «l’evoluzione della libido ripete forse le condizioni dei vertebrati, mentre l’evoluzione dell’Io [dipende] dalla storia della specie umana» [16]. È lo stesso psicoanalista a riassumere il contenuto del suo articolo in una lettera indirizzata a Ferenczi datata 12 luglio 1915: «[…] questa successione sembra riproporre dal punto di vista filogenetico un processo storico. Quelle che adesso sono nevrosi erano stadi della condizione umana. Con l’inizio delle privazioni dell’era glaciale gli uomini divennero paurosi», e perciò «trasformarono» la libido in angoscia [17]. Una volta compreso che a causa delle difficoltà di quel periodo la riproduzione andava per forza «contenuta», gli uomini che componevano quell’umanità primordiale divennero isterici. Le sequenze diacroniche descritte da Freud si svolgono come in un film muto poiché, secondo Freud, in quell’epoca primordiale l’uomo non possedeva ancora alcun tipo di linguaggio. Dopo essersi formati alla «dura scuola dell’era glaciale» [18], gli uomini poterono finalmente sviluppare linguaggio ed intelligenza, al ché seguirono i periodi dell’orda primordiale e dei divieti imposti dalla figura del padre, che causarono ulteriori nevrosi esclusivamente nei figli maschi. La preistoria ipotetica dell’umanità viene qui intesa da Freud secondo il modello presentato in Totem e tabù [19].
Le teorie di Freud sono figlie del loro tempo e non desta stupore il fatto che le speculazioni intellettuali, per quanto comprensibili nel loro contesto storico-scientifico, siano sostanzialmente prive di fondamento. Al di là dell’errore costituito dal considerare l’era glaciale europea pleistocenica come origine o tappa fondamentale dell’umanità intera (il taxon Homo sapiens è emerso dall’Africa circa 200.000 anni fa), segnaliamo in particolare tre ostacoli invalicabili: il picco massimo dell’ultima era glaciale è troppo recente per sostenere la tesi freudiana (risale difatti a 18.000 anni fa circa), oltre ad essere geograficamente limitato; non c’erano privazioni alimentari di sorta nell’Europa pleistocenica (come testimoniato dalla ricca megafauna fossile locale); infine l’acquisizione del linguaggio è ritenuta essere persino anteriore all’uscita del genere Homo dall’Africa, e quindi molto più antica di quanto ipotizzò Freud: «la data in cui si manifestarono capacità di linguaggio più articolate è ancora incerta, ma deve essere decisamente anteriore alla migrazione fuori dall’Africa di 60.000 anni fa» [20]. Il lamarckismo che agisce in questa ipotesi codificava il cambiamento delle specie come risultato, «durante la vita di ciascun individuo, [dei] comportamenti nuovi [che] avrebbero provocato cambiamenti nella sua struttura»; inoltre «tali cambiamenti sarebbero stati trasmessi dai genitori alla prole» [21]: una tesi che precede gli anni dell'affermazione della genetica post-mendeliana e che, come la ricapitolazione ontogenetica, si è rivelata falsa.

La cornice tardo-ottocentesca: tra scala naturæ e memoria ancestrale

L’ereditarietà dei caratteri acquisiti in Freud trova il suo campo di applicazione nella memoria ancestrale del genere umano. In questo senso, il tentativo freudiano rientra sì nella proposta psicologico-evoluzionistica dell'epoca, ma nell’accezione progressionista dell’evoluzionismo sociale di stampo spenceriano. Secondo questo progetto, seguendo la stessa identica ed erronea modalità di trasmissione dell’ereditarietà dei caratteri acquisiti nel corso della vita individuale, «le associazioni mentali ripetute perché utili potevano consolidarsi a tal punto di diventare abitudini automatiche ed ereditarie; con il passare delle generazioni, [sarebbero diventate] così stabili da non distinguersi più dagli istinti propriamente detti. In altri termini, complessi mentali e addirittura credenze e ragionamenti si fissavano nel patrimonio mentale comune a interi gruppi, se non a tutta la specie umana» [22]. A ciò si aggiungeva l’eredità positivistico-tyloriana, sempre più sbilanciata sul versante sociale che su quello propriamente darwiniano-biologico, per cui «il sogno, il comportamento istintivo, la sfera delle passioni e naturalmente il delirio e la follia» [23] erano configurate come proprietà intrinseche ed espressioni, per quanto modificate, del passato animale o preistorico.
Insomma, le idee espresse in questo caso da Freud non sono bizzarre o singolari rivendicazioni di un’osmosi intellettuale e interdisciplinare tra ipotesi appartenenti alla scienza biologica e alla storia culturale, ma si situano perfettamente all’interno di una cornice tipicamente ottocentesca che «deve molto meno al darwinismo che all’archeologia preistorica, alla linguistica storica, agli studi sulla storia del diritto […], sulla mitologia e sulle culture classiche» [24]. Le radici sono però ancora più risalenti. La stessa ideologia del «metodo comparativo», come lo battezzò John Lubbock (lo studioso che coniò nel 1865 i termini «Paleolitico» e «Neolitico»), e che doveva consistere nella ricostruzione del passato occidentale-europeo tramite «l’osservazione delle attuali popolazioni primitive, considerate come “fossili viventi”», era di origine illuministica, così come l’idea di uno sviluppo linearmente uniforme della civiltà (sempre ponendo al vertice idealizzato la realtà europea dell’epoca) a partire da un’indistinta barbarie primordiale, testimoniata - secondo questa ingannevole prospettiva -  da società primitive attuali, rimaste “bloccate” in un periodo occidentalmente superato da tempo [25].

[1] G. Barsanti, Una lunga pazienza cieca. Storia dell’evoluzionismo, Einaudi, Torino 2005, p. 319. Su alcune controversie dell’opera hackeliana cfr. S.J. Gould, Abscheulich! (Infame), in id., I Have Landed. Le storie, la storia, a cura di T. Pievani, Codice edizioni, Torino 2009, pp. 329-347 (ed. or. I Have Landed: The End of a Beginning in Natural History, Harmony Books-A Division of Random House, New York 2002; art. pubbl. or. come Abscheulich! Atrocious, in «Natural History», 109, 2, March 2000, pp. 42-49). 
[2] Cfr. S.J. Gould, Ontogeny and Phylogeny, The Belknap Press of Harvard University Press, Cambridge-London 2003, pp. 77-78 (ed. or. 1977). 
[3] Per una discussione esemplare del sistema di Haeckel si rimanda al testo di S.J. Gould intitolato Ontogeny and Phylogeny, cit., in part. il cap. Ernst Haeckel: Phylogeny as the Mechanical Cause of Ontogeny, pp. 76-85. Una buona sintesi della sua opera, nel contesto storico, è reperibile nel capitolo Selezionismi di G. Barsanti, Una lunga pazienza cieca, cit., pp. 318-326.
[4] Cfr. G. Barsanti, Una lunga pazienza cieca, cit., p. 319. 
[5] La cit. proveniente da Generelle Morphologie der Organismen: Allgemeine Grundzüge der organischen Formen-Wissenschaft, mechanisch begründet durch die von Charles Darwin reformirte Descendenz-Theorie, Georg Reimer, Berlin 1866, vol. II, p. 300, è tratta dal volume di S.J. Gould, Ontogeny and Phylogeny, cit., pp. 76-77. 
[6] Cfr. S.J. Gould, Abscheulich! (Infame), cit., p. 342. 
[7] Cfr. Sean B. Carroll, Infinite forme bellissime. La nuova scienza dell’Evo-Devo, Codice edizioni, Torino 2006 (ed. or. Endless Forms Most Beautiful: The New Science of Evo Devo and the Making of the Animal Kingdom, W.W. Norton & Co., New York 2005) e Alessandro Minelli, Forme del divenire. Evo-devo: la biologia evoluzionistica dello sviluppo, Einaudi, Torino 2006. 
[8] Cfr. Frank J. Sulloway, Freud and Biology: The Hidden Legacy, in William Woodward e Mitchell G. Ash (eds.), The Problematic Science: Psychology in Nineteenth-Century Thought, Praeger, New York 1982, pp. 198-227. Cfr. ivi, p. 198 e nota n.1, p. 221: Freud inaugura la sua carriera accademica con uno studio dedicato alla neuroanatomia della lampreda Petromyzon [Lampetra] planeri (Über Spinalganglien und Rückenmark des Petromyzon, in «Sitzungsberichte der kaiserlichen Akademie der Wissenschaften», Mathematisch-Naturwissenschaftliche Classe 78, III, Abtheilung, Wien 1878, pp. 81-167). 
[9] S. Ferenczi, Thalassa. Saggio sulla teoria della genitalità, Raffaello Cortina Editore, Milano 1993 (ed. or. Thalassa. Versuch einer Genitaltheorie, Internationaler Psychoanalyticher Verlag, Wien 1924). 
[10] Per approfondimenti cfr. Thierry Bokanowski, Sándor Ferenczi, Armando Editore, Roma 2000, pp. 43-48 (ed. or. Sándor Ferenczi, Presses Universitaires de France, Paris 1997). 
[11] Per il tema si rimanda ai seguenti testi: il fondamentale volume di S.J. Gould, Ontogeny and Phylogeny, cit., par. Freudian Psychoanalysis, pp. 155-164 e il contributo, altrettanto importante, di F.J. Sulloway, Freud biologo della psiche. Al di là della leggenda psicoanalitica, Milano, Feltrinelli 1982 (ed. or. Freud, Biologist of the Mind: Beyond the Psychoanalytic Legend, Basic Books, New York 1979; paperback reprint edition, with a new Preface, Harvard University Press, Cambridge-London 1992). Una critica alle interpretazioni di Sulloway, che coglie solo in parte i riferimenti alla biologia del XIX secolo, è reperibile in Paul Robinson, Freud and His Critics, University of California Press, Berkeley-Los Angeles-Oxford 1993, cap. 1, Frank Sulloway: Freud as a Closet Sociobiologist, pp. 81-100. 
[12] Sigmund Freud, Prefazione alla terza edizione (1914) di Tre saggi sulla teoria sessuale, in id., Opere. 4. Tre saggi sulla teoria sessuale e altri scritti 1900-1905, a cura di Cesare Luigi Musatti, Bollati Boringhieri, Torino 1970, pp. 441-546; p. 448 (ed. or. 1905; 1914). 
[13] Id., Tratti arcaici e infantilismo del sogno, in id. Introduzione alla psicoanalisi. Prima e seconda serie di lezioni, Bollati Boringhieri, Torino 2010, pp. 186-198; p. 186 (1a ed. it. 1969; ed. or. 1932)
[14] Id., Sintesi delle nevrosi di transfert, in id., Scritti di metapsicologia (1915-1917), a cura di Michele Ranchetti, Bollati Boringhieri, Torino 2005, pp. 95-112 (1a ed. it. 1986; ed. or. 1985). 
[16] Ivi, pp. 102-103. 
[17] Ivi, p. 269. 
[18] Ivi. 
[19] S. Freud, Totem e tabù. Alcune concordanze nella vita psichica dei selvaggi e dei nevrotici, in id., Opere 7. Totem e tabù e altri scritti 1912-1914, a cura di Cesare Luigi Musatti, Bollati Boringhieri, Torino 2005, pp. 1-164 (1a pubbl. dell’ed. cit. 1975; ed. or. 1913). 
[20] Cit. da Colin Renfrew, Preistoria. L’alba della mente umana, Einaudi, Torino 2011, p. 122; cfr. inoltre p. 100 (ed. or. Prehistory: The Making of the Human Mind, Weidenfeld & Nicholson, London 2007). Per precisazioni rimandiamo al testo di S.J. Gould, Abscheulich! (Infame), cit. Per approfondimenti sull’era glaciale pleistocenica si rimanda al recente volume di Raffaele Sardella, L’era glaciale, il Mulino, Bologna 2011.
[21] Da un’efficace sintesi di I. Tattersall, Il mondo prima della storia. Dagli inizi al 4000 a.C., edizione italiana a cura di T. Pievani, Raffaello Cortina Editore, Milano 2009, p. 3 (ed. or. The World from Beginnings to 4000 BCE, Oxford University Press, Oxford 2008). Approfondimenti in G. Barsanti, Una lunga pazienza cieca, cit., in part. pp. 142-161. Per una contestualizzazione critica delle idee di Freud in merito si rimanda a S.J. Gould, La fantasia evoluzionista di Freud, in id., I Have Landed, cit., pp. 141-155 (art. pubbl. or. come Freud’s Phylogenetic Fantasy: Only Great Thinkers Are Allowed to Fail Greatly, in «Natural History», 96, 12, December 1987, pp. 10, 14, 16, 18, 19).
[22] Antonello La Vergata, I dibattiti tra Ottocento e Novecento sull’evoluzione dell’uomo, in Giacomo Giacobini (a cura di), Darwin e l’evoluzione dell’uomo, Bollati Boringhieri, Torino 2010, pp. 28-53; p. 39.
[23] Ivi, p. 42. 
[24] Ivi, p. 36. 
[25] Ivi, p. 37. 

Indicizzato in Research Blogging tramite: Sulloway FJ (1986). Freud and biology: the hidden legacy. Acta psychiatrica Belgica, 86, 760-88 PMID: 3551504

venerdì 5 ottobre 2012

Amarcord, o su come rimanere fedeli alla propria vocazione

Una panoramica su ciò che è sopravvissuto del mio portfolio paleontologico risalente alla seconda metà degli anni '90. Modelli: vari, credo soprattutto The Dinosauria, 1a ed. [licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Italia (CC BY-NC-ND 3.0)]
Istantanea #1. È un pomeriggio di dicembre del 1993. Attendo in un negozio che mio padre sbrighi le sue faccende. L'occhio affaticato dall'attesa cade su un paio di rotocalchi a larga diffusione da poche lire, poggiati con noncuranza sul bancone. Una copertina, coperta a metà, attira la mia attenzione: se non ricordo male presentava il nome "Ciro" e qualche indicazione riguardante il "primo dinosauro italiano". Provo un formicolio indescrivibile, una gioia inaspettata: può mai essere vero?
Sapevo dalle mie letture divulgative che gli strati geologici risalenti al Mesozoico non erano stati generosi con la penisola italica e conoscevo abbastanza bene (per un ragazzino di nove anni) i dinosauri da dubitare di quell'affermazione fantasmagorica. Ed è quella strana sensazione di felicità irrefrenabile e di trepidante attesa di una conferma che potesse scacciare il tarlo del dubbio, che mi  ha riempito gli occhi e la mente per giorni.

Istantanea #2. Metà degli anni '90 circa. Su Internet esiste un sito chiamato Dinosauria.com di Jeff Poling, uno dei prototipi storici dei siti divulgativi di oggi con la partecipazione diretta degli studiosi (vi prese parte ad esempio Thomas Holtz Jr.). Mio padre, al lavoro, stampa da quel sito le pagine da me segnalate il giorno precedente: un commento su Rahonavis, disquisizioni velleitarie di nomina nuda con G. Olshevsky, i taxa che compongono la fauna di Hell Creek ma, soprattutto, i primi diagrammi cladistici complessi che io abbia mai visto (privi però di matrice, cosa che mi lasciò perplesso per mesi; quando capii che dovevano essere in altre pagine alle quali non potevo risalire, a causa dell'assenza di una connessione casalinga, era troppo tardi: mio padre era via per lavoro). E la pagina di J. Tucciarone, con tutte quelle illustrazioni preistoriche.
Confesso però che, rispetto ai miei modelli assoluti di paleoarte di allora, ovvero una triade ideale composta da Zdenek Burian (mia sorella possedeva un volume intitolato Quando l'uomo non c'era, che nei tardi anni '80 avevo deciso di fare mio aggiungendo file di scaglie appuntite a penna sul dorso di un Cryptoclidus), James Robins e John Sibbick, la galleria di Tucciarone ospitata su Dinosauria.com mi lasciava perplesso. De gustibus.

Intermezzo informatico. La mia passione per i dinosauri era nota negli ambienti parafamiliari da anni. Nei primissimi anni '90 un collega portoghese di mio padre mi passò un set di floppy disk contenente un programma sui dinosauri. Feci così la conoscenza con i video laggatissimi di modelli animatronic di dinosauri, che giravano alla meno peggio sul pc 286 di casa. Grazie a quel programma ho conosciuto le splendide illustrazioni di Brian Franczak, un paleoillustratore il cui lavoro oggi è un po' caduto nel dimeticatoio.

Necks for sex o neck for food? Ovvero, i colli dei sauropodi sono una risposta alla selezione sessuale? Qui due maschi di ?Sauropoda indet. lottano fieri della loro bidimensionalità durante la stagione degli amori. Anno: 1997-'98 ca [elaborazione grafica del mio disegno: Andrea Pirondini. Tutti i diritti riservati].
Istantanea #4. Siamo tra 1993 e 1994. Nel ricordo è il periodo indefinito durante il quale l'inverno si attarda per rallentare una primavera incipiente o la primavera inganna il tempo giocando d'anticipo e rompendo la continuità dei mesi invernali. Sono in una libreria vicino alla casa dove abito con la mia famiglia e vi trovo i numeri (o vari esemplari di un numero?) di una rivista ora scomparsa, Paleocronache. In uno di essi è stampato il primo articolo dedicato a quel fossile di dinosauro italiano, "Ciro", e la conferma praticamente definitiva del fatto che si trattasse di un dinosauro. Ecco immortalato nei ricordi un indescrivibile momento di emozione proto-adolescenziale.

Istantanea #5. 1993. Un'amica di mia sorella torna da una vacanza estiva negli Stati Uniti e, conoscendo la mia passione per la paleontologia, mi regala una maglietta del merchandising tratto dal lungometraggio Jurassic Park, con un evocativo disegno di Crash McCreery che fotografa la scena della fuga del tirannosauro dal suo recinto. Il film in Italia non è ancora uscito.
Non ero però impreparato: quella stessa estate avevo già letto il romanzo di Michael Crichton, pubblicato in Italia da Rizzoli. Come tenere lontano un bambino appassionato da una copertina con uno scheletro stilizzato di tirannosauride e il titolo "Jurassic Park"?! Più tardi, al cinema, rapito dalla retorica spielbergiana del rapporto tra natura e uomo e commosso da tanta opulenza di celluloide, in un folle momento di lucidità ricordo di aver avuto il coraggio di dare voce ad una critica petulante e fuori luogo chiedendomi (a mente): ma perché quei dromeosauri non sono piumati?!?

Hypsilophodon (in alto) e Muttaburrasaurus (in basso). Anno 1997-'98 ca.? Modelli probabilmente da D. Lambert, Il libro completo dei dinosauri, pubblicato da DeAgostini nel 1994 [elaborazione grafica del mio disegno: Andrea Pirondini. Tutti i diritti riservati].
Intermezzo bibliofilo. Si tratta di anni interamente dedicati alla paleontologia divulgativa, con una tappa memorabile al Museo di Storia Naturale di Milano dove  accedo con mia madre alla biblioteca per leggere commosso la copia di Predatory Dinosaurs of the World di G.S. Paul, conosciuto tempo addietro grazie alla bibliografia contenuta in un bel testo divulgativo di David Lambert e del Diagram Group (Dinosauri dalla A alla Z, da non confondere con il manuale dal target forse più infantile di Michael Benton, intitolato Tutti i dinosauri dalla A alla Z). Il salto successivo fu la lettura in inglese di The Dinosaur Heresies e di The Dinosauria, a cui seguirà, a distanza di qualche anno, The Complete Dinosaur.

Istantanea (bibliofila) #6. Il 1996 è un anno incandescente. Inizio con le migliori intenzioni un libro sulla paleontologia dei dinosauri... in realtà due o tre quaderni A4 incollati con il nastro adesivo e alcuni strategici punti di pinzatrice. Prima di accantonare il progetto riesco addirittura a dar vita a due spin off autonomi: un libro a schede stile "dalla A alla Z", intitolato Dinosauri: enigmi irrisolti e misteri svelati (con un titolo palesemente copiato e ricalcato su uno degli ultimi bei volumi di divulgazione vecchio stile prodotti per il mercato editoriale italiano, quello firmato da Bozzi, Bruno e Maugeri) e uno incentrato sulla storiografia (avevo letto il libro storiografico di Colbert pubblicato da Einaudi intitolato Cacciatori di dinosauri e il mai troppo lodato L'enigma dei dinosauri di J. Noble Wilford, dal taglio giornalistico). La mia passione per la storiografia della scienza ha radici profonde.

Libro #1. La primissima scheda del progettato volumetto "dalla A alla Z" che ho redatto nel 1996, densa di genuine ed emozionanti ingenuità: inizia con Spinosaurus Baryonyx [licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Italia (CC BY-NC-ND 3.0)].
Libro #2. Il sommario del lunghissimo progetto dedicato al volume storiografico (portato avanti per due anni scolastici, 1996/'97 e 1998/'99, ma abbandonato già nel 1998) [licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Italia (CC BY-NC-ND 3.0)].

Libro #2. Uno schema sull'evoluzione dei dinosauri, con tanto di tecodonti. Illustrazione proveniente dalla pagina 157 del manoscritto [licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Italia (CC BY-NC-ND 3.0)].
Istantanea #7. Nel 1998 scrivo una lettera cartacea al Museo di Storia Naturale di Milano e il curatore Giorgio Teruzzi (fondatore della già citata rivista Paleocronache) mi risponde e mi promette l'invio di una copia dell'articolo pubblicato su Nature e dedicato alla descrizione scientifica di "Ciro" (ora fregiato del più elegante titolo di Scipionyx samniticus). L'articolo arriva e da allora non ho più smesso di dare un'occhiata al sommario di Nature (e Science) nelle librerie del centro prima e su Internet poi.
Nello stesso periodo scrivo all'Academie de France allegando la richiesta di una lista di articoli scientifici presenti nei Comptes rendus de l'Académie des sciences. Avevo steso la lista leggendo la bibliografia dell'edizione del 1992 di The Dinosauria (le bibliografie sono un tesoro da scoprire). Non pago, redigo una comunicazione da inviare a Thomas Holtz Jr. (via mail, tramite il recapito presente sul sito di Jeff Poling, Dinosauria.com), nella quale chiedevo lumi su un "unnamed troodontid from China (early Cretaceous)" con tanto di riferimento ad un articolo di Barsbold pubblicato su Acta Paleontologica Polonica (33, 1987): si trattava di Sinornithoides o era un altro taxon? Purtroppo non ho mai avuto il coraggio di inviare la mail a Holtz (anche perché avrei dovuto chiedere a mio padre di fare da intermediario tramite la sua connessione al lavoro).
E ho fatto male, perché non solo dal CNRS francese mi rispondono cortesemente per via cartacea (attenzione, si era agli sgoccioli dell'epoca pre-Internet), ma mi inviano tutti gli articoli richiesti più la lista delle pubblicazioni successive dedicate alla paleontologia dei vertebrati. Era come invitare un bambino a giocare liberamente in un negozio di giocattoli. Alla mia lettera ne segue un'altra e dal CNRS, prontamente e con rinnovata cortesia, mi inoltrano gli altri testi richiesti. Ah, l'impagabile sapore della scoperta dell'esistenza di Euronychodon e delle discussioni accademiche su Mononykus!
Ascoltavo gli album dei Beatles su musicassetta, con delle cuffiette di plastica logore, insieme alle raccolte casalinghe possedute da mia sorella con le incisioni di Beach Boys, Pink Floyd, Bryan Adams, De Gregori e Vecchioni, e decifravo le trascrizioni di sedimenti e morfologie con la passione forsennata e l'entusiasmo che solo un ragazzino può avere. Un entusiasmo alimentato dal fatto che la paleontologia è una branca della ricerca scientifica che non smette di stupire per l'attenzione rivolta nei confronti degli interessati e per la gioiosa condivisione del materiale scientifico.

Collage di lettere ricevute nell'estate del 1998: dall'alto la seconda risposta dal CNRS francese, firmata Dr. H. Paquet (che ringrazio ancora per la sua estrema cortesia e solerzia), risalente al 18 luglio '98, e la risposta di Giorgio Teruzzi, conservatore di paleontologia presso il Museo di Storia Naturale di Milano, datata 20 luglio 1998. Sono state le due lettere più importanti della prima parte della mia vita. Queste missive mi hanno dimostrato all'epoca che esisteva un mondo cordiale là fuori, oltre alla famiglia e alla scuola, nel quale le mie passioni non erano considerate bizzarre né giudicate infantili
[licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Italia (CC BY-NC-ND 3.0)].
Istantanee #8. Tanti ricordi, troppo affollati e troppo densi di emozioni.
Come inserire in questa serie disarticolata di pensieri il ricordo esaltante dello scheletro di Hypsilophodon ospitato in Piazza Sabotino in un freddo pomeriggio invernale? Come tralasciare la mostra Mamenchi & Tsintao del 1992, un'esposizione semplicemente colossale dedicata ai dinosauri cinesi, alloggiata temporaneamente nel Museo Regionale di Storia Naturale? Si può forse omettere la ricerca snervante (e ripagata con una felicità indicibile) della copia cartacea del Quaderno de Le Scienze dedicato ai dinosauri e curato da G. Ligabue, con un folgorante e iconoclasta articolo di R.T. Bakker dei primi anni '70, e le informazioni sui resti mesozoici istriani  di Fabio Marco Dalla Vecchia? Posso passare sotto silenzio la lettura praticamente a memoria dell'immancabile Grande libro della preistoria di G. Panini (una copia che dopo l'ultimo trasloco non riesco più a trovare)? E I fossili e la storia della vita di G.G. Simpson, letto  un po' alla volta nei fine settimana passati nella biblioteca accanto alla mia scuola? E ancora il bel libriccino di Eric Buffetaut pubblicato in edizione tascabile ("mille lire" stampato in copertina!) nel 1992? Come non ricordare la soleggiata estate del 1997 passata cercando fossili diagnostici su dirupi scoscesi (con scarsissima fortuna ma tanta felicità) nelle formazioni vicino a casa in Liguria? Come scordare la frustrazione dovuta alla promessa fatta da mio padre, e purtroppo disattesa, riguardo ad una futura visita presso il sito icnologico dei Lavini di Marco (Trento)? La richiesta fu ispirata dalla lettura del libro di Martin Lockley la cui traduzione italiana risaliva al 1994 e si intitolava Sulle tracce dei dinosauri, interamente dedicato alla paleoicnologia, con addendum di Giuseppe Leonardi. Solo grazie ad un recente soggiorno di lavoro (una ricerca d'archivio che è poi confluita nel mio volume in preparazione) ho potuto felicemente visitarli, quasi diciott'anni più tardi.
Tempi eroici come solo possono esserlo quelli della tarda infanzia e della prima adolescenza, tempi fatti di letture faticose ma dense e significative, con impegno e calma e con il dizionario italiano inglese/inglese-italiano a portata di mano.

Istantanee #9. ... dopodiché la passione passa in secondo piano per motivi legati a contingenze familiari e scolastiche e a scelte avventate, senza però spegnersi, pronta a riemergere per una pubblicazione su Nature, a riaccendersi per un libro originale, per un articolo divulgativo interessante.
Questo fino al 2007/2008, quando comincio a seguire on line lo sfavillante e poliedrico Tetrapod Zoology di Darren Naish (ospitato ora sulla piattaforma di Scientific American) e, soprattutto, l'anno successivo Theropoda di Andrea Cau. Mai letture estemporanee sulla rete si sono dimostrate così fertili e produttive sotto qualunque punto di vista (devo dire che nel mio percorso personale a questi blog scientifici se ne sono poi aggiunti tanti altri, validi e scritti con competenza da esperti del settore... ma la lista sarebbe davvero troppo lunga. Un panorama non esaustivo lo si può avere dando un'occhiata al blogroll della sidebar a destra).
Il resto è storia recente: con Geomythologica prima e Historia Religionum poi riparte a pieno regime la mia passione paleontologica e, forse più importante, l'inizio di qualcosa che sentivo ancora lontano e che ha trovato concreta espressione solo in un secondo momento con questo blog. Un ruolo importante lo ha sicuramente avuto l'incipiente impegno nella ricerca accademica e il recupero di molta conoscenza sepolta, due eventi che hanno provveduto a colmare le immancabili lacune (ed evitando perciò l'errore commesso dalla fretta di "essere on line" presente nei contenuti, spesso di qualità non eccelsa, presentati nei due suddetti blog).

Due segnosauri insettivori alla ricerca di cibo, in una waste land rocciosa e sterile. Ispirato dal romanzo Raptor Red di R.T. Bakker e dalle scarne illustrazioni in esso contenute Anno: 1998 [elaborazione grafica del mio disegno: Andrea Pirondini. Tutti i diritti riservati].
Conclusione (provvisoria). I tempi sono cambiati e posso oggi dire che, nonostante i corsi e i ricorsi della vita, gli impegni, le scelte sofferte che sono state fatte e gli errori del cursus studiorum commessi a causa di consigli inadeguati, la passione di quel ragazzino che ero non è stata tradita. Così, dopo anni di studio dedicato alla storia e alla storiografia (altra passione), il mio primo libro di ricerca accademica (approdato all'ultima fase di revisione) rappresenta l'esito di tutte le conoscenze accumulate nel corso degli anni, che mi hanno permesso di associare lo scibile paleontologico e storiografico a vari altri campi della conoscenza scientifica e umanistica. Un'anticipazione del libro è stata presentata nel post intitolato Dinosauri e tuatara. I fossili viventi nella biospeleologia di Emil Racoviţă; alcuni brevi estratti seguiranno.
Il pegno è pagato, l'equilibrio ristabilito, gli errori risanati.
Da qui non si può fare altro che ripartire.

NOTA: Ringrazio l'Associazione Paleontologica Parmense Italiana e Andrea Pirondini per l'eccellente lavoro e per il tempo dedicato alla realizzazione delle magnifiche cornici di alcuni miei scarabocchi adolescenziali, riesumati per l'evento Dinosauri in carne e ossa Junior, e traslati poi su questa pagina.

NOTA2 (e un'apologia mnemonica semiseria): eventuali errori nel computo degli anni e nella riorganizzazione di una scansione cronologica personale e coerente (laddove, nonostante il recupero dei dati, la mancanza di documentazione sia predominante) sono dovuti al processo mnemonico. Per quanto «immagazzinare o conservare l’informazione in maniera fedele» sia un passaggio fondante del processo di memorizzazione, la memoria non agisce come una registrazione audio-video ma ricostruisce nel presente il ricordo di un evento passato [cit. da Jonathan K. Foster, Memoria, Codice edizioni, Torino 2012, p. 30 (ed. or. Memory: A Very Short Introduction, Oxford University Press, Oxford-New York 2009)]. Considerando che si tratta di ricordi adolescenziali, se mancano i dati necessari provenienti dall'esternalizzazione mnemonica (e consegnati alla scrittura), i margini di errore, per quanto minimi, non si possono completamente evitare.

lunedì 10 settembre 2012

Dinosauri e tuatara. I fossili viventi nella biospeleologia di Emil Racoviţă

Henry, il tuatara in cattività più vecchio al mondo, ad Invercargill, Nuova Zelanda. Età dichiarata: 111 anni al 2009. Immagine: autore KeresH, fonte Wikipedia.
ResearchBlogging.org Biospeleologia e ortogenesi

Brian Switek, giornalista scientifico e blogger extraordinaire, ha recentemente offerto una sua vivace riflessione in occasione della pubblicazione di un articolo di Carlo Meloro e Marc Jones, nel quale viene smontato (nel caso non fosse ancora chiaro) l'argomento sempreverde dei tuatara come fossili viventi [1]. Dato che nell'articolo dei due autori citati la storiografia del caso in oggetto non trova molto spazio (e considerando che che le fonti storiografiche più risalenti citate da Meloro e Jones  risalgono solo agli anni '50 del Novecento), con questo contributo (che rappresenta anche un'anticipazione, opportunamente modificata e semplificata, di un mio libro all'ultima fase di preparazione revisione ricerca di contatti editoriali stasi editoriale ?!)*, cerco di scavare più a fondo nelle pieghe della storia per cercare le radici novecentesche della controversa definizione di «fossile vivente». Un’indagine che mi ha portato a concentrarmi su un nome in particolare, lo studioso di origine romena Emil Racoviţă (1868-1947) [2].
Promotore della biospeleologia (scienza che si occupa dello studio degli organismi che trascorrono la loro esistenza nelle caverne e nelle cavità ipogee, da lui battezzata biospeologia), Racoviţă si distingueva per un sistema eclettico all’interno del quale trovavano spazio una concezione neolamarckiana (comprendente l’ereditarietà dei caratteri acquisiti), un ridimensionamento della selezione naturale nel processo evolutivo e una visione ortogenetica [3]. Racoviţă non fu solamente uno studioso da poltrona: partecipò al viaggio di esplorazione antartica a bordo della nave Belgica (1897-1899), al quale prese parte tra gli altri il celebre esploratore norvegese Roald Amundsen (1872-1928). A partire dal 1920, Racoviţă fu a capo del primo istituto di biospeleologia al mondo, a Cluj in Romania.

*: Per la revisione della presente sezione del capitolo dal quale è tratto il seguente estratto devo ringraziare in particolare Simone Maganuco e Stefania Nosotti, entrambi afferenti al Museo di Storia Naturale di Milano.

Un modello di storia naturale

Per quanto riguarda le concezioni naturalistiche dello studioso romeno si rileva innanzitutto l’accettazione delle idee del naturalista tedesco Moritz Wagner (1813-1887) [4]. In «un’accanita discussione» con Darwin, Wagner sostenne (cito da Ernst Mayr) «che l’isolamento geografico era assolutamente indispensabile per la speciazione. Sfortunatamente Wagner rese confusi i termini della discussione affermando anche che la selezione naturale era inoperante se la popolazione non era isolata» [5]. Oggi l’idea della speciazione allopatrica, riveduta e corretta dai tempi di Wagner, è diventata parte integrante dell’evoluzionismo grazie anche alla conoscenza dei meccanismi genetici coinvolti in questo processo [6]. All’epoca però, Racoviţă, poneva in secondo piano l’importanza della selezione naturale e, sulla scorta della ricezione del lavoro di Wagner, attribuiva il processo della speciazione tout court all’isolamento: «Se l’isolamento venisse a mancare, i mutanti si abbandonerebbero a degli incroci tra di loro e il risultato sarebbe un ritorno al tipo primitivo» [7].
In secondo luogo, nell’opera di Racoviţă fu determinante l’influenza dell’ortogenesi formulata da un altro naturalista tedesco, Theodor Eimer (1843-1898), secondo la quale il principio di perfezione immanente nell’evoluzione traccerebbe un percorso obbligato in una direzione più o meno rettilinea [8]. Eimer, in particolare, pose l’attenzione sul fatto che le serie rettilinee della filogenesi si potevano tracciare anche per caratteri non utili o persino dannosi [9]. Infine, dato che in questo tipo di pensiero si riteneva che la storia evolutiva fosse guidata da leggi finalistiche che determinano lo sviluppo degli organismi, secondo Racoviţă – e altri studiosi dell’epoca – sarebbe stato inoltre possibile prevedere le direzioni evolutive del futuro, ossia «spiegare la vita di oggi tramite la trasformazione di quella di ieri, e […] dedurre ciò che sarà domani della direzione evolutiva della storia dei fenomeni attuali» [10].

Tuatara, caverne e dinosauri

Era opinione di Racoviţă che «[…] la correzione delle nostre idee sui relitti [ossia, i “fossili viventi”. NdA] [fosse] dovuta in gran parte alle ricerche speleologiche, e il ruolo di questa disciplina […] si annuncia della più grande rilevanza. Solo nelle caverne, negli anfratti, nei pozzi, nei dirupi […], esplorate dai collaboratori […] e da me, è stato scoperto un numero considerevole di relitti terziari e persino mesozoici. Le creature portate alla luce, studiate con spirito “storico” […], si sono dimostrate molto spesso “straniere” in mezzo ai loro contemporanei che vivono in superficie, benché alcune siano imparentate con specie che abitano ora in lontanissime zone biogegrafiche, contraddistinte da climi diversi, mentre altre con stirpi estinte da tempo più o meno lontano» [11].
Oggetto degli studi di Racoviţă erano difatti i troglobi, termine con il quale si definiscono tutti gli animali (crostacei, artropodi, pesci, anfibi urodeli, etc.) che trascorrono l’intera esistenza nelle caverne, in genere contraddistinti da scarsa pigmentazione cutanea e da vista ridotta o assente [12]. Racoviţă si era convinto che questi animali, in una forma (quasi) perennemente identica, risalissero sic et simpliciter al Mesozoico. La speleologia sarebbe quindi diventata «lo strumento per eccellenza che, tramite le “vestigia sotterranee”, testimoni di uno sviluppo che si estende per milioni di anni, [avrebbe permesso] di rintracciare il cammino e l’incontestabile evoluzione degli esseri viventi sulla Terra» [13].
Secondo la Weltanschauung evoluzionistica racoviţiana, dunque, alcuni organismi-relitti, che sono riusciti fino ad oggi ad attraversare il tempo profondo senza cambiamenti, sarebbero «testimoni per così dire oculari» dei diversi periodi che si sono succeduti nel corso della storia del pianeta. «Questi “relitti” sono, dal punto di vista cronologico e filogenetico, dei veri fossili a confronto dei loro attuali compagni di vita, ma “fossili vivi” […]» [14]. Nel passaggio riportato, tra gli esempi che l’autore elenca per dimostrare l’esistenza di «fossili viventi», viene citato il caso del tuatara neozelandese, che non appartiene al gruppo racoviţiano dei troglobi (Sphenodon punctatus, erroneamente ricordato come «specie australiana»). Secondo il biospeleologo, il tuatara sarebbe il testimone vivente e «non modificato di quei tempi fiabeschi» in cui dominavano i dinosauri: quasi invidiando il piccolo animaletto immobilizzato nel tempo, Racoviţă ritiene sia stato uno spettacolo tremendo per il piccolo tuatara assistere alla «lotta tra bestie come il Tirannosauro, con fauci giganti armate con centinaia di coltelli appuntiti, ed erbivori sgraziati come il Brachiosauro che superavano i 30 metri di lunghezza» [15].

Un modello sbagliato

Come già era noto all’epoca, i due generi di dinosauro appena citati non hanno convissuto e sono separati da almeno una settantina di milioni di anni circa [16], ma forse lo speleologo li volle appaiare per sortire un grandioso effetto scenografico. La visione biologica che regge il pensiero dello speleologo romeno è certamente di origine romantica, e sottende alcuni pregiudizi iconografici allora tipici e in seguito abbandonati. In un’epoca nella quale gli studiosi post-vittoriani consideravano i dinosauri come “rettili terribili” (fedelmente all’etimologia del neologismo coniato da Richard Owen nel 1842), animali grassi, enormi e impacciati, questi esseri erano invariabilmente immobilizzati in una visione dicotomica per cui, nella parole di Robert T. Bakker, o erano «mostri relegati nelle paludi, indolenti, arrancanti nel fradicio terreno dell’era Mesozoica con andature sonnolente» [17] oppure non facevano altro che divorarsi a vicenda, secondo lo stilema convenzionale sintetizzato da Stephen J. Gould, i cui canoni comprendevano un'«innaturale e affollata predazione per cui ogni creatura raffigurata rappresenta il partecipante al banchetto o il pasto stesso» [18]. In quell’ottica, se i dinosauri rappresentavano un esperimento fallito della storia della vita sul pianeta, estinti senza lasciare discendenti perché «sgraziati», ossia inadatti alla vita (sappiamo invece oggi che gli uccelli, una delle classi di vertebrati più diffuse al mondo, sono dinosauri), i mammiferi e in particolare l’uomo risultavano essere i “conquistatori” vincenti della storia: la medesima impostazione gloriosa e teleologica destinata a dominare all’epoca, mutatis mutandis, nella storia delle culture e delle religioni [19].
Per comprendere appieno il pensiero di Racoviţă, e chiarire la contestualizzazione storica dei punti attualmente non più sostenibili, non basta affermare che i troglobi sono in genere animali provenienti dalla superficie e adattatisi secondariamente all’ambiente (non sarebbero quindi né relitti né «fossili viventi»), né che esiste una complessa differenza a seconda del grado di frequentazione e di adattamento di questi organismi all’habitat ipogeo. Andrebbe invece sottolineato come il concetto di «fossile vivente», al pari del forse più celebre “anello mancante” o “di congiunzione”, fosse solitamente tradotto, e lo è ancora soprattutto nel mondo della comunicazione mediatica di massa, in un’iconografia convenzionale che stabilisce rapporti lineari tra gruppi tassonomici discreti (un insieme è discreto se ogni suo punto è “separato”, e perciò “isolabile”, dagli altri). Da questi deriva, in ultima istanza, la constatazione che «la posizione nel tempo si combina con un giudizio di valore» [20]. Detto altrimenti, «l’equazione secondo cui più antico equivarrebbe a meno complesso e meno diversificato è piena di eccezioni, proprio perché i fattori evolutivi influenti hanno agito in modo da produrre organismi complessi in tempi precoci, o viceversa hanno conservato per centinaia di milioni di anni soluzioni di sopravvivenza semplici e robuste» [21]. In estrema sintesi, gli schemi dell’evoluzione (ricavabili solo a posteriori dall'indagine umana) sono ramificati a cespuglio, non orientati (teleologicamente) verso l’alto come un tronco d’albero sviluppantesi in ramoscelli finali.
Inoltre i “fossili viventi”, e gli “anelli di congiunzione”, non esistono in quanto tali – anche i troglobi sono il frutto di un’evoluzione [22]. Essendo la variabilità individuale la base sulla quale si innesta il motore dell’evoluzione, qualunque organismo potrebbe benissimo essere un “anello di congiunzione” tra qualcosa di precedente e qualcosa di successivo: la concezione dell’anello mancante, frutto di un vetusto costrutto intellettuale, ha esaurito la sua funzione euristica ed è stata sostituita (per così dire) dalla ricerca paleontologica e genetica dell’ultimo antenato comune, un territorio esplorato dalla sistematica filogenetica [23]. Altra cosa, e ben diversa, sono le forme transizionali allo stato fossile tra due taxa viventi [24]. Considerare il tuatara come un “fossile vivente” (per quanto, come altri gruppi animali tra cui limuli, storioni, dipnoi, etc., manifesti una certa stabilità generale e apparente di Bauplan, dovuta ad un «tasso di speciazione così basso che ben poco materiale grezzo per tendenze di clade è stato generato nel tempo» [25]) è un luogo comune che minimizza i cambiamenti morfologici interni al suo gruppo di appartenenza (Sphenodontia) [26].
Infine, non c’è sempre equivalenza diretta tra le variazioni del genotipo (ovvero, relative all’insieme di geni che compongono il codice genetico) e del fenotipo (ossia l’espressione di un genotipo: «tutte le proprietà osservabili, strutturali o funzionali, di un organismo») [27], perché solamente meno del cinque per cento circa del genoma controlla la morfologia dei vertebrati: ad una più o meno grande stabilità fenotipica nel tempo profondo si può quindi associare una certa divergenza genotipica (difficilmente riscontrabile ad occhio nudo) [28].

[1] Brian Switek, Unless They’re Zombies, Fossils Don’t Live, su Wired.com, 22 agosto 2012, http://www.wired.com/wiredscience/2012/08/a-rant-about-living-fossils/;  commento su Carlo Meloro e M.E. Jones, Tooth and cranial disparity in the fossil relatives of Sphenodon (Rhynchocephalia) dispute the persistent 'living fossil' label, in «Journal of Evolutionary Biology», Article first published online: 20 Aug. 2012, doi: 10.1111/j.1420-9101.2012.02595.x.
[2] Un quadro del suo pensiero è reperibile in Victoria Tatole, Notes on the Reception of Darwin’s Theory in Romania, in Eve-Marie Engels e Thomas F. Glick (eds.), The Reception of Charles Darwin in Europe, Continuum, London-New York 2008, vol. II, pp. 463-479; in part. pp. 477 e sgg. Il testo non è però esente da lacune storiografiche. Per un profilo biobibliografico restano fondamentali Constantin Motaş e Constantin A. Ghica, Emil Racoviţă: 1868-1947, Meridiane, Bucureşti 1968 e iid., Emil Racoviţă. Fondatorul biospeologiei, Editura Ştiinţifică, Bucureşti 1969, mentre per una sintesi della cultura antidarwiniana della zona all'epoca, influenzata dall'ortogenesi tedesca e dal neolamarckismo di area francese, si rimanda a T. Pievani, Introduzione a Darwin, Laterza, Roma-Bari 2012, pp. 149-150.
[3] C. Motaş e C.A. Ghica, Emil Racoviţă: 1868-1947, cit., pp. 37-38. L’ortogenesi implicava «soluzioni lamarckiane fin dal suo esordio» e si sarebbe rivelata priva di fondamento alla luce degli sviluppi in campo genetico ed evoluzionistico; cit. da Giulio Barsanti, Una lunga pazienza cieca. Storia dell’evoluzionismo, Einaudi, Torino 2005, p. 336.
[4] C. Motaş e C.A. Ghica, Emil Racoviţă: 1868-1947, cit., pp. 35-36. Su Wagner cfr. Richard Milner, Wagner, Moritz (1813-1887), in id., Darwin’s Universe: Evolution from A to Z, University of California Press, Berkeley-Los Angeles-London 2009, p. 433.
[5] Ernst Mayr, Un lungo ragionamento. Genesi e sviluppo del pensiero darwiniano, Bollati Boringhieri, Torino 1994, p. 46 (ed. or. One Long Argument: Charles Darwin and the Genesis of Modern Evolutionary Thought, Harvard University Press, Cambridge 1991).
[6] R. Milner, Wagner, Moritz (1813-1887), cit.
[7] Cit. di Racoviţă proveniente da C. Motaş e C.A. Ghica, Emil Racoviţă: 1868-1947, cit., p. 36.
[8] Ivi, p. 38.
[9] Cfr. E. Mayr, Un lungo ragionamento, cit., p. 74; id., Storia del pensiero biologico. Diversità, evoluzione, eredità, Bollati Boringhieri, Torino 2011, vol. I,  p. 476 (19901; ed. or. The Growth of Biological Thought. Diversity, Evolution, and Inheritance, The Belknap Press of Harvard University Press, Cambridge-London 1982).
[10] C. Motaş e C.A. Ghica, Emil Racoviţă: 1868-1947, cit., p. 40. La citazione proviene da un discorso tenuto da Racoviţă nel 1928.
[11] Cit. da  C. Motaş e C.A. Ghica, Emil Racoviţă. Fondatorul biospeologiei, cit., p. 164.
[12] Per una disamina più precisa del concetto si può vedere Thomas C. Barr, Jr. e John R. Holsinger, Speciation in Cave Faunas, in «Annual Review of Ecology and Systematics», 16, 1985, pp. 313-337; in part. pp. 314 e 316. Per approfondire si rimanda a David C. Culver e Tanja Pipan, The Biology of Caves and Other Subterranean Habitats, Oxford University Press, Oxford-New York 2009, e Aldemaro Romero, Cave Biology: Life in Darkness, Cambridge University Press, Cambridge-New York 2009 (in part. la prima parte storiografica, A Brief History of Cave Biology, pp. 1-61).
[13] C. Motaş e C.A. Ghica, Emil Racoviţă. Fondatorul biospeologiei, cit., p. 164.
[14] Ivi, pp. 161-162.
[15] Ivi, p. 163.
[16] David B. Weishampel, Peter Dodson e Halska Osmólska (eds.), The Dinosauria. Second Edition, The University of California Press, Berkeley-Los Angeles-London 2007, pp. 113 e 267 (2004; la prima ed. risale al 1990)].
[17] Robert T. Bakker, The Dinosaur Heresies, Penguin Books, London-New York 1988, p. 15 (ed. or. William Morrow & Co., New York 1986).
[18] S.J. Gould, Reconstructing (and Deconstructing) the Past, in id (ed.), The Book of Life: An Illustrated History of the Evolution of Life on Earth, W.W. Norton & Co., New York 20012, pp. 6-21; p. 9 (19931).
[19] Paul Semonin, Empire and Extinction: The Dinosaur as a Metaphor for Dominance in Prehistoric Nature, in «Leonardo», 30, 3, 1997, pp. 171-182.
[20] S.J. Gould, La vita meravigliosa. I fossili di Burgess e la natura della storia, Feltrinelli, Milano 2007, p. 39, nota n. 6 (19901; ed. or. Wonderful Life: The Burgess Shale and the Nature of History, W.W. Norton & Co., New-York-London 1989).
[21] Telmo Pievani, La vita inaspettata. Il fascino di un’evoluzione che non ci aveva previsto, Raffaello Cortina Editore, Milano 2011, p. 23. Una sintesi sul concetto di storia nell’evoluzione è in ivi, pp. 93-96 e passim.
[22] Cfr. T.C. Barr, Jr. e J.R. Holsinger, Speciation in Cave Faunas, cit.
[23] Cfr. Pascal Picq, Lucy et l’obscurantisme, Odile Jacob, Paris 2008, p. 201 (2007).
[24] Cfr. Jerry A . Coyne, Perché l’evoluzione è vera, Codice edizioni, Torino 2010, pp. 40-42 (ed. or. Why Evolution Is True, Viking Penguin, New York 2009) e il par. L’ossessione dell’anello mancante in T. Pievani, La vita inaspettata, cit., pp. 22-23.
[25] S.J. Gould, La struttura della teoria dell’evoluzione, edizione italiana a cura di T. Pievani, Codice edizioni, Torino 2003, p. 1171 (ed. or. The Structure of Evolutionary Theory, The Belknap Press of Harvard University Press, Cambridge-London 2002).
[26] Cfr.  Xiao-Chun Wu, Late Triassic-Early Jurassic Sphenodontians from China and the Phylogeny of Sphenodontia, in Nicholas C. Fraser e Hans-Dieter Sues (eds.), In the Shadow of the Dinosaurs: Early Mesozoic Tetrapods, Cambridge University Press, Cambrige 1994, pp. 38-69.[27] Cfr. Gabriella Sella, Genotipo e fenotipo, in Aldo Fasolo (a cura di), Dizionario di biologia, UTET, Torino 2004, pp. 476-479; p. 476.
[28] Guillaume Lecointre e Hervé Guyader, Classification phylogénétique du vivant, Belin, Paris 20013, p. 44.

Indicizzazione su Research Blogging tramite:Meloro C, & Jones ME (2012). Tooth and cranial disparity in the fossil relatives of Sphenodon (Rhynchocephalia) dispute the persistent 'living fossil' label. Journal of evolutionary biology PMID: 22905810

venerdì 20 luglio 2012

Il naturalista e lo scrittore: Darwin secondo McEwan

Charles R. Darwin, presso il Natural History Museum di Londra. Fotografia dell'autore, estate 2012 [licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Italia (CC BY-NC-ND 3.0)]
ResearchBlogging.org Il parere dello scrittore

Lo scrittore britannico Ian McEwan, già apprezzato autori di romanzi (pubblicati in Italia da Einaudi e, ahimè, a me ignoti) nonché membro di Edge, scrive sul numero di luglio de Le Scienze [1]:
«Il pensiero scientifico del XIX secolo aveva indugiato per decenni al margine di idee evoluzionistiche, e se Darwin - o Wallace - non avesse espresso compiutamente l'idea dell'evoluzione per selezione naturale, altri lo avrebbero fatto. Le stesse realtà biologiche erano sotto gli occhi di tutti, e la tassonomia era in uno stadio avanzato» (ibid., p. 45)
Più avanti annuncia quanto segue: 
«Una teoria secondo cui tutte le specie sono imparentate, compresi gli esseri umani, era una sfida alla dignità, e all'inizio la chiesa trovò molto difficile accettare l'idea che le specie non fossero fisse, immutabili, create da Dio non molto tempo fa» (ibid., p. 46).
Ciò nonostante, secondo McEwan,
«la cosa più interessante sulla pubblicazione di L'Origine delle specie è la rapidità con cui venne accettata» (ibid.) [NOTA: come emerso durante una conversazione informatica con Andrea Cau, qui "accettazione" si riferisce all'approvazione del manoscritto da parte dell'editore o alla diffusione della teoria colà espressa? In entrambi i casi la frase è contenutisticamente e sintatticamente ambigua]
e poco oltre, associando la teoria della relatività a quella elaborata da Darwin, scrive che «l'accettazione accelerata dei lavori di Darwin e Einstein nel 1858 e nel 1915 non si può spiegare del tutto con la loro efficacia, o verità», quanto piuttosto - rifacendosi ad una definizione di E.O. Wilson - «con l'eleganza [...] [o] bellezza di una specifica generalizzazione scientifica» (ibid.).

I punti principali e i nodi del contendere

Sono affermazioni che disorientano per la loro leggerezza, e per il fatto di essere state ospitate sull'edizione nazionale di una delle più note e diffuse riviste internazionali di divulgazione scientifica, nonché uno dei periodici ad ampia tiratura più antichi e rispettabili degli Stati Uniti (Scientific American festeggerà il 26 agosto di quest'anno il 167° anniversario dalla fondazione). Anticipo immediatamente che non è mio interesse giudicare l'opera letteraria di McEwan, che non conosco.  Sottolineo inoltre che non rientra nelle finalità di questo post esprimere un giudizio sulla qualità letteraria dell'articolo da lui firmato. La sola preoccupazione del presente contributo è di fornire alcuni strumenti di base per contestualizzare e correggere alcune affermazioni di McEwan su Darwin e sulla storiografia dell'evoluzionismo biologico.
Dunque, i principali punti di nostro interesse contenuti nel saggio di McEwan  sono riassumibili come segue:
  1. la teoria di Darwin è implicitamente rappresentata come un insieme compatto e un modello monolitico piuttosto semplice; 
  2. per lo scrittore britannico, la teoria dell'evoluzione per selezione naturale di Darwin sarebbe stata accettata in toto quasi immediatamente dopo la comunicazione congiunta delle relazioni di Wallace e Darwin presso la Linnean Society nel 1858. Darwin, che stava lavorando privatamente al suo progetto da una ventina d'anni, «arriv[ò] prim[o]» e fu «travolt[o] dalla celebrità e da profondo rispetto», mentre «Wallace fin[ì] per languire in una relativa oscurità» (ibid., p. 45). Eccettuando una certa originalità di Darwin (non specificata), nessuna differenza viene delineata tra le proposte dei due studiosi;
  3. McEwan interpreta il processo che soggiace alla storia delle idee come unilineare, teleologico e quasi prestabilito: possiede una sola direzione (paradossalmente stabilita a posteriori) - ciò che è accaduto doveva accadere per forza, qualcuno avrebbe compiuto prima o poi quella particolare azione in quel particolare momento storico;
  4. secondo McEwan, «arrivare primi, essere originali, è di grande importanza nella scienza» come nell'arte (ibid., p. 45). Ciò nonostante, eccettuando il merito dell'originalità artistica anche nella scienza, «non dovrebbe [...] essere tanto importante, in termini di pura razionalità e di progresso scientifico, chi [...] arrivò per primo» alla formulazione di una teoria convalidata dai dati o da una particolare scoperta; detto altrimenti, «in termini del bene comune, potrà mai essere importante se sia stato Joseph Priestley o Antoine Lavoisier a scoprire l'ossigeno, se sia stato Isaac Newton o Gottfried Leibniz a inventare l'analisi matematica?» (ibid., p. 44).
Di seguito, quindi, trovano spazio le precisazioni storiografiche in merito alle opinioni espresse da McEwan.

Organizzazione del modello teorico darwiniano

Per quanto sia sostanzialmente vero che l'idea dell’evoluzione all'epoca non fosse né nuova né particolarmente innovativa di per sé (per quanto formulata sovente in chiave teologica), ciò che si rivelò essere determinante per la proposta darwiniana fu la sua configurazione particolare, che rappresentò effettivamente uno spartiacque storico. Lungi dal rappresentare una teoria monolitica, come McEwan sembra prospettare, il pensiero di Darwin si compone dall'articolazione di cinque tesi autonome, così sintetizzate dal biologo evoluzionista Ernst Mayr (1904-2005): 
  1. l'evoluzione in quanto tale, ossia la modificazione delle specie nel corso del tempo, 
  2. la discendenza a partire da una antenato comune, 
  3. la speciazione popolazionale, ossia la discendenza delle specie da specie preesistenti, 
  4. la gradualità dell'evoluzione e, infine, 
  5. la selezione naturale.
Questi cinque punti, combinati con il rifiuto dell'idea di progresso assoluto e con l'affermazione del ruolo dei processi stocastici (ossia casuali), rappresentarono una sfida nei confronti di un canone grosso modo omogeneo di filosofie teologiche e secolari che si rafforzavano a vicenda e che in alcuni casi erano antiche di almeno duemila anni. Tra le prime, le principali stabilivano l'esistenza di un mondo immodificabile, l'esistenza di una creazione (o di più creazioni indipendenti che facevano seguito a catastrofi naturali, a seconda delle interpretazioni geologiche), la fede in un creatore saggio e benevolo e l'antropocentrismo, secondo il quale il mondo intero sarebbe stato creato per l'uomo. 
Le ideologie secolari allora in voga, ed esplicitamente contrarie all'evoluzione darwiniana, erano invece l'essenzialismo (ossia l'esistenza di insiemi ideali e discreti che corrispondevano sic et simpliciter alle cose del mondo fisico), il fisicalismo e il determinismo tipico delle scienze fisico-matematiche, che si esprimevano per leggi immodificabili (perlopiù reinterpretate in un'ottica teologica), e la teleologia nelle sue varie formulazioni (in una chiave spesso teologica). Solo Darwin, e Wallace in maniera indipendente (e con alcuni distinguo teorici), erano arrivati a formulare quel campione di ipotesi che, a partire dalla constatazione dell'azione del tempo profondo in ambito biologico, avrebbe posto le basi per la futura indagine biologico-evoluzionistica e genetica, e solo nella formulazione darwiniana il tempo profondo della storia della vita sulla Terra scalzava definitivamente le antiche credenze sulla biologia dallo schema dell'immutabilità religiosamente stabilita [2].

«Più fischi che applausi»: un confronto con le idee di Wallace, l'indifferenza iniziale e i fraintendimenti ottocenteschi

Non è comunque corretto subordinare il pensiero di Darwin e quello di Wallace allo stendardo di un ipotetico "spirito del tempo dell'idea evoluzionistica", insieme a chissà quanti altri pensatori. Kevin Padian ha giustamente sottolineato come «l'idea che la teoria dell'evoluzione fosse "nell'aria", e che se Darwin non l'avesse pensata quando lo fece, qualcun'altro lo avrebbe fatto», non sia altro che uno dei molti miti presenti nella letteratura su Darwin [3]. Nonostante l'dea della trasmutazione delle specie avesse avuto sostenitori eccellenti tra i quali Buffon, Lamarck, Erasmus Darwin e Robert Chambers, «nessuno aveva proposto un meccanismo plausibile per spiegare come questa potesse aver luogo» [4].
Inoltre il pensiero evoluzionistico di Wallace possedeva peculiarità che lo distanziavano da quello di Darwin. Benché anche Wallace si fosse ispirato a Malthus e fosse giunto alla concezione della divergenza delle specie attraverso l'associazione della variazione alla selezione e alla lotta per l'esistenza, come ha sintetizzato recentemente Telmo Pievani, esistono comunque differenze significative già nel manoscritto presentato con l'abbozzo darwiniano  nel 1858: «[...] l'approccio è più funzionalista, gli inadatti sono eliminati direttamente dall'ambiente e meno dalla competizione con altri individui, l'evoluzione sembra avere una chiara direzione di progresso e di equilibrio, non vi è traccia del meccanismo di selezione sessuale e l'analogia con la selezione artificiale verrà dopo [...]» [5]. Non è nemmeno del tutto vero che Wallace «languì in una relativa oscurità» come ha scritto McEwan, ma in questo caso l'intreccio di contesto e storiografia ci porterebbe troppo lontano.
In secondo luogo, la teoria di Darwin non fu "accettata" dall'establishment accademico nel biennio 1858-'59: venne accolta con indifferenza prima e con «più fischi che applausi» poi, per citare il titolo di un capitolo della biografia di Desmond e Moore dedicata a Darwin [6]. Nel maggio del 1859 il presidente della Linnean Society poté affermare che l'anno era trascorso senza esser riuscito ad annoverare alcuna particolare scoperta rivoluzionaria [7]. Nei decenni che seguirono la pubblicazione dell’opera di Darwin, inoltre, furono rari i casi di adozione integrale del modello di ricerca stabilito da Darwin, e di gran lunga superiori in numero gli adattamenti, o i fraintendimenti, indirizzati verso filosofie ortogenetiche o finalistiche [8].
McEwan, isolando Darwin dal contesto scientifico dell'epoca e adottando un'anacronistica ottica contemporanea imperniata sul mondo dei media e dello star system, cade nella rettifica a posteriori quando scrive che all'epoca Darwin fu travolto da «celebrità e profondo rispetto». Nemmeno una parola per gli insulti, la violenza delle caricature e del giudizio morale che la cultura mainstream della seconda metà dell'Ottocento gli rivolse (e in particolare il nascente panorama dei quotidiani nazionali)? No. Eppure ancora oggi (r)esiste purtroppo un problema di ordine concettuale che riguarda l’uso e il giudizio di valore implicito nella desueta definizione di evoluzione in quanto “progresso” indefinito o te(le)ologicamente orientato.
Infine, l'affermazione astratta di McEwan secondo la quale la tassonomia fosse all'epoca ad «uno stadio avanzato» non significa nulla neppure nell'ottica della sua filosofia della storia: organizzare secondo principi discreti il regno del vivente (fino a tempi recenti secondo il discernimento del naturalista), non equivale a comprendere la storia e i legami evoluzionistici intrinseci. Detto in altri termini: se una data cultura possiede regole di classificazione biologica (quale non le ha?), ciò non significa che quella cultura abbia elaborato un concetto di filogenesi o che possieda una conoscenza sufficiente della documentazione paleontologica.

La storia delle idee nel mondo di Pangloss

Darwin ha alle spalle generazioni di osservatori, scrittori, interpreti (religiosi e non) del mondo naturale, che arrivano fino alle primissime manifestazioni della volontà di spiegare i fenomeni naturali inscritte nelle mitologie del mondo. Ma ciò non equivale a dire che qualcuno al tempo di Darwin sarebbe arrivato a formulare una teoria equivalente per filo e per segno alla sua. Il naturalista inglese avrebbe potuto benissimo non pubblicare mai il suo testo fondamentale, e l'evoluzionismo moderno avrebbe potuto avere origine da una cornice storico-culturale completamente diversa, oppure restare ancorato ad una concezione teleologica del vivente, tanto in voga negli ambienti della teologia naturale.
Per una catena di (tragiche) contingenze storiche, così come non abbiamo, per esempio, uno stato mesoamericano nativo autonomo, erede diretto delle entità statuali precolombiane (il quale avrebbe potuto rappresentare oggi un esempio di statualità del Nuovo Mondo non colonizzata dagli europei), non abbiamo una completa teoria dell'evoluzione non darwiniana e non occidentale (anche se nel corso del tempo alcuni modelli geomitologici si sono avvicinati ad un concetto, per certi versi, evolutivo). Il merito di Darwin, catalizzatore di tutta una risalente tradizione europea, è stato quello di introdurre definitivamente il concetto di “storia” come concatenazione inscindibile di eventi contingenti, che si sviluppa sulla scala temporale del tempo profondo (un concetto mutuato dalla geologia, esteso oggi alla cosmologia e alla storia dell'universo), in un ambito in precedenza visto soprattutto come fissista e teologico, scardinandolo dai vincoli dogmatici.
La concezione della storia delle idee di McEwan, invece, risente di un soggiacente indirizzo teleologico della storia tout court. Nella sua ottica lo sviluppo delle conoscenze scientifiche è orientato dallo spirito del tempo che sembra essere sempre favorevole ad un progresso indefinito: i nomi di chi ha fatto ricerca in un dato periodo, per lo scrittore britannico, non hanno valore di per sé, perché comunque le scoperte sarebbero state effettuate in quel medesimo periodo, da altre persone. La svalutazione della casualità, delle storie individuali degli studiosi, dei loro percorsi scientifici che dettano le inclinazioni nella ricerca, il non riconoscere la contingenza degli sviluppi della storia delle idee (e nelle discipline storiche in generale), le intricate concatenazioni di spunti, vincoli, frequentazioni, vissuto e quant'altro dimostrano invece una scarsa attenzione al contesto della storiografia (e dell'evoluzione stessa) [9], e sembrano quasi suggerire un'apologia del plagio scientifico o artistico.
In fin dei conti, a posteriori è facile per tutti trovare i motivi (quali che siano, spesso errati) che hanno reso quella scoperta particolare, quell'evento sportivo, quell'elezione politica, quel disastro ambientale o addirittura la stessa evoluzione del vivente o dell'uomo, inevitabile e prevedibile, quasi orientata. Si tratta di una predisposizione cognitiva che Michael Shermer definisce come «hindsight bias», ossia «la tendenza a ricostruire il passato per farlo combaciare con le conoscenze presenti» [10].

Tra arte e scienza: originalità dell'autore come vezzo e massimo comune divisore?

A differenza di quanto affermato da McEwan, i nomi degli scienziati e degli studiosi non vengono ricordati per un mero vezzo in comune con l'arte,  per il lezioso riconoscimento della primogenitura e dell'originalità di una teoria (che comunque può avere il suo peso), ma perché quella particolare scoperta o idea o teoria avrebbe potuto non vedere mai la luce. Avrebbe potuto essere declinata in modo completamente differente, modificando quindi tutta la storia successiva, con ricadute a cascata sull'intera storia delle idee. Avrebbe potuto trovare espressione precoce o tardiva rispetto al contesto storico (è successo), o trovare espressione in riviste o circoli poco frequentati dal mainstream scientifico (è successo anche questo), mancando o ritardando in entrambi i casi l'incontro con la notorietà e la diffusione nell'ambito della ricerca (ammessa la sua validità). D'altra parte, lo stesso può dirsi per l'arte.
In ultima istanza, nonostante l'insistenza di McEwan sul parallelo tra arte e scienza basato sull'originalità, quest'ultima da sola non garantisce mai l'aderenza alle evidenze; è una delle basilari differenze tra pensiero deduttivo e induttivo (anche se i confini non sono mai così netti). Come scrisse nel 1918 l'astronomo britannico A.C. Crommelin in merito alla teoria degli universi-isola (in seguito convalidata): «[...] le nostre conclusioni nella scienza devono essere basate sulle evidenze, e non sul sentimento. Ma possiamo esprimere la speranza che tale sublime concezione riesca a passare le prove costituite da ulteriori esami» [11]. Sono questi «ulteriori esami» che vagliano il sapere e costruiscono il patrimonio scientifico. Grazie a questa incessante catena di controlli lo schema darwiniano, cambiato e migliorato nel corso del tempo, è ancora integro, sostenuto da sempre più ampie prove genetiche (a partire dagli studi coevi di Mendel, che Darwin non conosceva), paleontologiche e biologiche, a conferma della validità delle originarie supposizioni di Darwin.

«Il più grande storico che sia mai vissuto»

Il merito di Darwin va ben al di là del primato di una certa eleganza di scrittura, di un'abilità artistico-letteraria di esposizione o di una paternità teorico-scientifica. Frank J. Sulloway ha persino proposto di considerare Darwin come «il più grande storico che sia mai vissuto» [12]. Perché? Ci limitiamo in questa sede ad elencare due risposte. 
Innanzitutto perché, tra le altre cose, il naturalista di Shrewsbury (la sua città natale) era consapevole del processo cognitivo per cui tendiamo a minimizzare le prove e le evidenze che emergono come incongruità rispetto alle nostre aspettative, al pattern dominante, o anche alla visione del mondo condivisa e accettata (magari supinamente), tanto da annotare nella sua Autobiografia l'abitudine di segnare tutti i casi e gli elementi che sembravano contraddire le sue idee. Per questo motivo Darwin ha atteso due decenni raccogliendo materiale scientifico: per testare, verificare, costruire e sostanziare la sua idea.
In secondo luogo con Darwin, alla fine dell'epoca delle esplorazioni geografiche, le colonne d'Ercole della conoscenza venivano spostate più lontano di quanto si potesse mai immaginare: la storia dell'uomo, del pianeta e, più tardi, quella del cosmo si spalancavano così di fronte alla ricerca come nuove terre incognitae da esplorare, ma infinitamente più vaste di quanto il pensiero storico precedente abbia mai potuto immaginare. Le centinaia di milioni di anni della geologia (una misura presto corretta in miliardi) e gli anni luce del lookback time (ossia la distanza tra un punto di osservazione della volta celeste sulla Terra e il tempo che i fotoni emessi da una fonte luminosa nello spazio hanno impiegato a giungere alla nostra retina) si apprestavano a diventare la nuova frontiera del tempo profondo [13].
In tale modo, la storia naturale è uscita definitivamente dalle speculazioni naturalistiche tipiche dell'atteggiamento hobbistico e amatoriale tanto diffuso fino ad allora e dall'aderenza all'auctoritas dei testi antichi, sfociando in un rinnovato modo di procedere e in una nuova e straordinaria avventura scientifica.

[1] Ian McEwan, L'originalità della specie, in «Le Scienze. Edizione italiana di Scientific American», 527, luglio 2012, pp. 40-46 (art. pubbl. orig. come The Originality of the Species, presente on line sul sito del quotidiano The Guardian, 23 marzo 2012).
[2] Ernst Mayr, Un lungo ragionamento. Genesi e sviluppo del pensiero darwiniano, Bollati Boringhieri, Torino 1994, pp. 48-60 (ed. or. One Long Argument: Charles Darwin and the Genesis of Modern Evolutionary Thought, Harvard University Press, Cambridge 1991).
[3Kevin Padian, Ten Myths about Charles Darwin, in «BioScience», 59, 9, 2009, pp. 800-804; p. 803.
[4] Ibid.
[5] Telmo Pievani, Introduzione a Darwin, Roma-Bari, Laterza 2012, p. 68.
[6] E. Mayr, Un lungo ragionamento, cit., passim. Cfr. K. Padian, Ten Myths..., cit., p. 803: a differenza della discendenza comune (comunque declinata in modo diverso a seconda dei punti di vista), all'inizio il meccanismo della selezione naturale fu spesso osteggiato.
[7] Niles Eldredge, Darwin. Alla scoperta dell'albero della vita, Codice edizioni, Torino 2006, p. 59 (ed. or. Darwin: Discovering the Tree of Life, W.W.  Norton & Co., New York 2005); I. Bernard Cohen, Revolution in Science, The Belknap Press of Harvard University Press, Cambridge-London 2001, pp. 286-287 (prima ed. 1985).
[8] Adrian Desmond e James Moore, Vita di Charles Darwin, Bollati Boringhieri, Torino 2009, cap. 33, pp. 557-571 (ed. or. Darwin, Michael Joseph, London 1991; Penguin Books, London 2009). Su Wallace cfr. ibid., in part. pp. 539-540.
[9] Cfr. su questo tema Susan Oyama, Il cordato accidentale: la contingenza nei sistemi di sviluppo, in ead., L'occhio dell'evoluzione. Una visione sistematica della divisione fra biologia e cultura, ed. it. a cura di T. Pievani, Fioriti, Roma 2004, pp. 116-128 [ed. or. Evolution's Eye: A Systems View of the Biology-Culture Divide, Duke University Press, Durham 2000; art. pubbl. or. come The Accidental Chordate: Contingency in Developmental Systems, in «South Atlantic Quarterly», 94, 2, 1995, pp. 509-526; ripubbl. in Barbara Herrnstein Smith e Arkady Plotnitsky (eds.), Mathematics, Science, and Postclassical Theory, Duke University Press, Durham 1997, pp. 118-133].
[10Michael Shermer, The Believing Brain: From Spiritual Faiths to Political Convinctions. How We Construct Beliefs and Reinforce Them as Truths, Robinson, London 2012, pp. 307-308 (ed. or. The Believing Brain: From Ghosts and Gods to Politics and Conspiracies. How We Construct Beliefs and Reinforce Them as Truths, Times Books-Henry Holt, New York 2011).
[11A.C.D. Crommelin, Are the Spiral Nebulae External Galaxies?, in «Journal of the Royal Astronomical Society of Canada», 12, 1918, p. 46; cit. da M. Shermer, The Believing Brain, cit., p. 371.
[12] Ibid., p. 400. La cit. di Sulloway proviene da F.J. Sulloway, Born to Rebel: Birth Order, Family Dynamics, and Creative Lives, Pantheon Books, New York 1996, p. 336 (ed. it. Ribelli nati. Ordine di nascita, dinamiche di famiglia e vite creative, Fratelli maggiori, fratelli minori. Come la competizione tra fratelli determina la personalità, Mondadori, Milano 1998).
[13] Cfr. M. Shermer, The Believing Brain, cit., pp. 359-360 e, in generale, i capp. 13 e 14.

Articolo indicizzato su Research Blogging tramite: Kevin Padian (2009). Ten Myths about Charles Darwin. BioScience, 59 (9), 800-804 DOI: 10.1525/bio.2009.59.9.10