venerdì 4 gennaio 2013

Vademecum cognitivo I. Perché la gente crede ciò in cui crede?

Le Penseur, Auguste Rodin 1902 (Musée Rodin, Paris. Fonte: Wikipedia, autore: Daniel Stockman).
Ultimo giro di boa prima della pubblicazione del mio volume, e ultime anticipazioni. A grande richiesta ho deciso di proporre un conciso vademecum su scienze cognitive e dintorni, rimodellando e semplificando alcuni estratti dal testo in modo tale da poter proporre un discorso generale sulla cognizione e i suoi rapporti con l'evoluzione. Il prossimo post (l'ultimo della serie di anticipazioni) sarà invece incentrato su alcuni aspetti salienti della psicologia evoluzionistica e dell'etologia cognitiva.
«Come è possibile che esista il cervello, un organo strutturato in modo da risolvere il problema di come sia possibile che esista un organo strutturato in modo da risolvere problemi? […] il problema deve essere qui, sulla Terra, e la soluzione al problema del problema deve essere anche lei qui, sulla Terra».
Michele Luzzatto, Preghiera darwinana [1]
ResearchBlogging.org
Nell'ambito della cognizione umana una delle domande più interessanti dalle quali partire è "come e perché la gente possa credere in ciò in cui crede". Le prime risposte dotate di validità scientifica (così come della possibilità di ripetibilità sperimentale dei risultati), e che non fossero mere speculazioni filosofiche, sono giunte dalle scienze cognitive e dalla psicologia evoluzionistica.
In questi due ambiti disciplinari l'analisi delle credenze, di tipo religioso e non, si è sovente distinta come un campo privilegiato per studiare o spiegare determinati meccanismi soggiacenti alla cognizione umana.

Un primo confronto tra scienze cognitive e psicologia evoluzionistica

Le scienze cognitive vengono normalmente divise tra classiche o computazionali, con l’accento posto sul funzionamento della mente in quanto sistema di elaborazione di dati, e post-classiche, ossia maggiormente incentrate sul rapporto tra corpo e ambiente e sull’interazione delle reti neurali [2]. Abbiamo fatto riferimento all'esistenza della psicologia evoluzionistica. Rimarchiamo subito una differenza essenziale tra l’approccio cognitivista e quello psicologico-evoluzionista: semplificando, le scienze cognitive tendono a considerare la religione come un effetto secondario (by-product) delle naturali capacità cognitive, mentre la psicologia evoluzionistica la ritiene un adattamento funzionale sottoposto e modellato dalla selezione naturale a favore degli ipotetici benefici a livello di cooperazione sociale. In realtà la questione è molto più complessa; le posizioni degli studiosi di entrambe le discipline possono talvolta convergere oppure allontanarsi a seconda dei casi specifici [3]. Ad ogni modo, nella storia recente delle due discipline la psicologia evoluzionistica si è distinta per un approccio talvolta avvertito come troppo deterministico e difficilmente verificabile [4], mentre le scienze cognitive hanno tentato di offrire una spiegazione della religione come effetto secondario che si è prestato ad una modellizzazione maggiormente euristica [5].
Gli ostacoli principali che venivano rimproverati al programma della psicologia evoluzionistica corrente erano due: la difficoltà di rendere conto di caratteristiche non adattative (o malamente adattative) e il riferimento costante ad una preistoria durante la quale tutti i comportamenti umani oggi noti erano (positivamente) adattativi (qui sorge un problema tautologico: in che modo provare che qualcosa in merito al comportamento non ha mai avuto una funzione specifica e/o specificamente selezionata?).

Patternicity, Agenticity e credenze

Limitiamoci per il momento al contesto cognitivo. In questo ambito,
«le credenze religiose si innescano su alcune esperienze che, nella vita quotidiana, tutti possono aver provato, fedeli e infedeli. Meccanismi cognitivi ed emotivi condivisi generano quelle [possono essere chiamate] “esperienze prereligiose”. Si tratta di tutte quelle esperienze in cui noi ci domandiamo se l’uomo possa avere un destino trascendente» [6].
La concezione di un «destino trascendente» (ovvero, la continuità della mente e della personalità in assenza del corpo) si basa in primo luogo sull’assunzione naturale (ma fallace) del dualismo corpo/mente (anima) [7], derivata da esperienze quotidiane come i sogni o determinate istanze neurofisiologiche. Se si vuole andare in profondità il primo nodo da sciogliere è invece la definizione stessa del “credere” (ad esempio nel caso citato, basare una serie di convincimenti sulla credenza nel dualismo tra mente/anima e corpo), ossia il fare affidamento su (e seguire incondizionatamente) fatti o convinzioni, senza pretendere necessariamente una verifica sulla quale poter basare la fiducia concessa, sospendendo il giudizio sull’attendibilità dell’eventuale convinzione o delle testimonianze in merito, oppure scartando le prove discordanti [8]. Quella che segue è la definizione di credenza proposta da Justin L. Barrett e da Jonathan A. Lanman: la credenza è
«lo stato di un sistema cognitivo che considera vera un’informazione (non necessariamente in forma proposizionale o esplicita) per la generazione di ulteriori pensiero e comportamento» [9].
La credenza così definita può essere classificata in due tipologie: riflessiva e intuitiva. La prima è il frutto della riflessione su certi fatti o argomenti, o dell’accettazione dell’autorità di qualcuno (non ha importanza ora la verifica fattuale o scientifica di tali credenze). La seconda «giung[e] automaticamente, non richied[e] un’attenta ponderazione e sembr[a] sorgere istantaneamente» [10]. Un processo che si compone dunque di un’azione inconscia (o automatica) che ha alle spalle la medesima evoluzione biologica e che, semplificando al limite consentito, si spiegherebbe con il reperire schemi soggiacenti e carichi di significato attraverso l’associazione di più elementi (quale che sia il significato, o la veridicità, risultante dall’unione di questi elementi: dal rilevare la presenza di un predatore nascosto nella foresta al credere all’esistenza degli alieni) e l’attribuzione di intenzionalità ad agenti esterni e naturali (o sovrannaturali).
Queste peculiarità cognitive sono state sinteticamente etichettate da Michael Shermer come patternicity, ossia la «tendenza a trovare schemi (patterns) carichi di significato in un contesto di disturbo significativo o insensato» [11], una propensione cognitiva non limitata agli esseri umani [12], e agenticity, ossia la «tendenza ad infondere i pattern con significato, intenzione e agency (o agentività)» [13]. Si tratta di impostazioni naturali dei meccanismi cognitivi, già presenti fin dall’infanzia [14]. Curiosamente, il processo cognitivo di riconoscimento di agenti si attiva anche in assenza di entità reali: come ha sintetizzato in modo efficace l’antropologo Pascal Boyer facendo riferimento ad uno studio di J.L. Barrett [15],
«in una specie che si è evoluta avendo a che fare simultaneamente con prede e predatori, il costo di falsi positivi (vedere agenti quando non ci sono) è minimo, se siamo in grado di abbandonare rapidamente queste maldestre intuizioni. Al contrario, il costo relativo alla mancata rilevazione di agenti quando sono realmente presenti (siano essi predatori o prede) può essere molto alto. In questo senso, i nostri sistemi cognitivi funzionano sul principio “meglio salvi che dispiaciuti” che conduce all’ipersensibilità del meccanismo di rilevamento dell’azione di un agente [Hyperactive Agency Detection Device, o HADD]» [16].
Data la propensione a creare falsi positivi riguardo all’attribuzione dell’intenzionalità di agenti intorni a noi, questo meccanismo non farebbe differenza nel valutare le prove a carico dell’esistenza di agenti sovrannaturali, nell’attribuire volontà ad un computer in panne oppure nell’identificare in un rumore (avvertito o reale) qualcuno che fa qualcosa nel cuore della notte. Come questo e altri pattern cognitivi interagiscano nell’ambito dinamico e sociopolitico delle realtà religiose, in particolare come collante nelle diverse connotazioni dell’organizzazione sociale, è argomento di indagine della cognitive science of religion (o CSR) [17].
Tutti questi meccanismi intervengono poi nella diffusione delle idee culturali. Sembra dimostrato sperimentalmente che, nella diffusione storica di contenuti e argomenti di carattere mitico-religioso, gli elementi minimamente controintuitivi inseriti in un contesto intuitivo (ossia contenenti alcune violazioni specifiche e categoriali delle aspettative intuitive riguardo ai domini di conoscenza, o il trasferimento di una caratteristica di un dominio ad un altro – ad esempio, un animale che parla o un parto miracoloso), hanno probabilmente favorito (e continuano a farlo) la memorizzazione e la trasmissione continua di racconti, prodigi, mitologie e credenze di qualunque tipo [18].
Anche se in realtà il quadro d’insieme offerto dalla ricerca cognitivista è più vasto e articolato, la cornice offerta rappresenta una sintesi sufficiente per orientarsi nei processi fondamentali che modellano ciò che noi comprendiamo della realtà – e il modo in cui la comprendiamo.

La scienza come impresa controintuitiva

Ora, mentre il mito e le credenze religiose sono controintuitive rispetto alle conquiste della conoscenza scientifica, la scienza lo è rispetto al funzionamento normale della cognizione. La differenza è che le basi del pensiero religioso sono cognitivamente intuitive, mentre i criteri per l’indagine scientifica sono complessi e vanno (talvolta faticosamente) appresi. Da ciò consegue anche la fragilità della ricerca scientifica, che deve essere sostenuta dalle istituzioni in modo continuo [19]. È scontato affermare che il geocentrismo appaia evidente senza un ragionamento critico e una precisa educazione e attenzione scientifica. Valga l’aneddoto riportato da Maurizio Ferraris e riguardante uno «studente tolemaico» [20] presentatosi per sostenere un esame universitario di filosofia. Costui, a quanto riporta il filosofo, sembrava ignorare del tutto i contenuti della rivoluzione copernicana. Ferraris allora gli domanda «“Secondo lei, è la Terra che gira intorno al Sole o il Sole che gira intorno alla Terra?”» e la risposta, giunta dopo aver guardato alla finestra e averci «pensato un po’» è stata la seguente:
«“È il Sole che gira intorno alla Terra”. Lo diceva con il tono di dire “non ha gli occhi per vedere?” Era un caso spontaneo di fisica ingenua: lo studente non sapeva niente di niente (quasi un record) e descriveva il mondo a partire da quello che vedeva» [21].
La mente difatti funziona attraverso «vincoli cognitivi che riflettono la storia naturale della nostra specie» [22]. A questi vincoli non ci si può sottrarre (si pensi alle illusioni ottiche: il fatto di capire che cosa avviene e dove sta il trucco non ci impedisce di continuare a percepire quella specifica illusione). In compenso, quei vincoli possono essere studiati e compresi.
Come si sono riflessi tali vincoli sull’organizzazione e la trasmissione del sapere? Esiste tutta una serie di credenze ingenue (ossia, intuitivamente naturali ma perlopiù non sostenute dall’evidenza) che vanno dalla fisica alla psicologia e che rappresentano modi condivisi e fissati di rappresentare il mondo e la realtà. La “psicologia ingenua”, ad esempio, è la quotidiana e naturale (che non vuol dire autentica) spiegazione delle cose in base al senso comune, basata su determinate attribuzioni di stati mentali ad agenti esterni e sul criterio di somiglianza [23]. Allo stesso modo esistono una “biologia ingenua” (ad esempio la somiglianza dei parenti) e una “fisica ingenua” (ad esempio la solidità degli oggetti). Ci sono ovviamente altri criteri generali che soggiacciono all’organizzazione e al funzionamento delle credenze (religiose e non) oltre a quelli elencati, tra i quali si distinguono la diminuzione dell’ansia dovuta alla cognizione della morte, la presenza di riti particolari e di un’autorità morale. Ad ogni modo, si tratta di principi che vanno ancorati ad una prospettiva storica e sociale: tali criteri, in determinate circostanze, possono anche essere avvertiti come fortemente ansiogeni dalla comunità che condivide le medesime credenze [24].
In conclusione, mentre il mito e le credenze religiose sono controintuitive rispetto alle conquiste della conoscenza scientifica, la scienza lo è rispetto al funzionamento naturalmente intuitivo della cognizione (si ricordi la distinzione fissata da Barrett e Lanman). I criteri per l’indagine scientifica sono naturali anch’essi, ma meno immediati: la ricerca scientifica è una
«modalità pragmaticamente efficace per spiegare fenomeni e risolvere problemi ricorrendo all’invenzione di modelli astratti della realtà, da sottoporre a esperienze controllate» [25], 
contraddistinta da rigore metodologico e dei criteri di definizione, sperimentazione, procedure di verifica, revisione del lavoro, diffusione dei risultati, ripetibilità dei risultati ottenuti (o, nel caso della ricerca paleontologica, conferma di determinate retrodizioni), rapporto e interazione tra spiegazione nomologica e contingenza storica, ecc. È quindi scontato affermare che il geocentrismo appaia evidente senza un ragionamento critico e una precisa educazione e attenzione scientifica: lo «studente tolemaico» dell’esempio citato ci ricorda l'azione di questi vincoli cognitivi per quanto riguarda la comprensione del mondo che ci circonda.

[1] Michele Luzzatto, Preghiera darwinana, Raffaello Cortina Editore, Milano 2008, pp. 15-16.
[2] Alfredo Paternoster, Introduzione alla filosofia della mente, Laterza, Roma-Bari 2010 (2002), pp. 26-47, 121-139. Sulle scienze cognitive classiche si rimanda alla silloge presentata in Massimo Piattelli Palmarini, Le scienze cognitive classiche: un panorama, a cura di Nicola Canessa e Alessandra Gorini, Einaudi, Torino 2008, pp. 25-29, 306-307.
[3] Un’interessante prospettiva che media e integra scienze cognitive e psicologia evoluzionistica è in Robert N. McCauley, Why Religion Is Natural and Science Is Not, Oxford University Press, Oxford-New York 2011.
[4] David J. Buller, Adapting Minds: Evolutionary Psychology and the Persistent Quest for Human Nature, The Massachusetts Institute of Technology Press, Cambridge 2005; Maurizio Cardaci, Psicologia evoluzionistica e cognizione umana, il Mulino, Bologna 2012, pp. 173-195. Una difesa della psicologia evoluzionistica è reperibile in Richard Sosis, The Adaptationist-Byproduct Debate on the Evolution of Religion: Five Misunderstandings of the Adaptationist Program, in «Journal of Cognition and Culture», 9, 2009, pp. 315-332.
[5] Cfr. Ilkka Pyysiäine e Marc Hauser, The Origins of Religion: Evolved Adaptation or By-Product?, in «Trends in Cognitive Sciences», 14, 3, March 2010, pp. 104-109; Pascal Boyer, Religion, Evolution, and Cognition, in «Current Anthropology», 45, 3, June 2004, pp. 430-433 (recensione dei seguenti volumi: Scott Atran, In Gods We Trust: The Evolutionary Landscape of Religion, Oxford University Press, Oxford-New York 2002; David Sloan Wilson, Darwin’s Cathedral: Evolution, Religion, and the Nature of Society, The University of Chicago Press, Chicago 2002).
[6] Paolo Legrenzi, Credere, il Mulino, Bologna 2008, p. 36.
[7] Cfr. Richard Dawkins, L’illusione di Dio. Le ragioni per non credere, Mondadori, Milano 2011, p. 179 (2007 1 ed.; ed. or. The God Delusion, Bantam Press, London 2006), pp. 179-182.
[8] Cfr Justin L. Barrett, The Relative Unnaturalness of Atheism: On Why Geertz and Markússon Are Both Right and Wrong, in «Religion», 40, 2010, pp. 169-172; p. 170.
[9] Justin L. Barrett e Jonathan A. Lanman, The Science of Religious Belief, in «Religion», 38, 2008, pp. 109-124; p. 110.
[10] J.L. Barrett, Why Would Anyone Believe in God?, AltaMira Press, Walnut Creek 2004, p. 2.
[11] Michael Shermer, The Believing Brain: From Spiritual Faiths to Political Convinctions. How We Construct Beliefs and Reinforce Them as Truths, Robinson, London 2012, p. 70 (ed. or. The Believing Brain: From Ghosts and Gods to Politics and Conspiracy. How We Construct Beliefs and Reinforce Them as Truths, Times Books-Henry Holt & Co., New York 2011).
[12] Per esempi e bibliografia cfr. M. Shermer, The Believing Brain, cit., pp. 73-78.
[13] Ivi, p. 102.
[14] Sul rapporto tra teleologia istintiva nei bambini (o “teleologia promiscua”, poiché si riferisce indiscriminatamente ad oggetti animati e inanimati) e giustificazione teleologica in età adulta (che può essere richiamata in causa in particolari condizioni) cfr. rispettivamente Deborah Kelemen, Functions, Goals and Intentions: Children’s Teleological Reasoning About Objects, in «Trends in Cognitive Sciences», 12, 1999, pp. 461-468, e ead. e Evelyn Rosset, The Human Function Compunction: Teleological Explanation in Adults, in «Cognition», 111, 1, 2009, pp. 138-143. Sull’insegnamento della religione ai bambini da parte degli adulti spunti interessanti sono contenuti in R. Dawkins, L’illusione di Dio, cit.
[15] Il riferimento è a J.L. Barrett, Exploring the Natural Foundations of Religion, in «Trends in Cognitive Science», 4, 1, 2000, pp. 29-34.
[16] Pascal Boyer, Why Do Gods and Spirits Matter After All?, in Ilkka Pyysiäinen e Veikko Anttonen (eds.), Current Approaches in the Cognitive Science of Religion, Continuum, London-New York 2002, pp. 68-92; p. 76. Nell’art. intitolato What’s HIDD’n in the HADD?, in «Journal of Cognition and Culture», 7, 3-4, 2007, pp. 341-353, Anders Lisdorf ha proposto, sulla base di precise istanze neurofisiologiche, di identificare piuttosto un «meccanismo iperattivo di rilevamento dell’intenzionalità» (Hyperactive Intentionality Detection Devide, o HIDD).
[17] Cfr. Joseph Bulbulia, The Cognitive and Evolutionary Psychology of Religion, in «Biology and Philosophy», 19, 2004, pp. 655-686; Luther H. Martin, Religion and Cognition, in Hinnells, John R. (ed.), The Routledge Companion to the Study of Religion, Routledge, Abingdon-New York, 2005, pp. 473-488.
[18] Cfr. l’efficace panoramica offerta in Anders Lisdorf, The Spread of Non-Natural Concepts: Evidence from the Roman Prodigy Lists, in «Journal of Cognition and Culture», 4, 1, 2004, pp. 151-173; pp. 150-154.
[19] Su questi temi è fondamentale R.N. McCauley, Why Religion Is Natural and Science Is Not, cit., un compendio esauriente sul rapporto tra scienza e religione dal punto di vista della cognizione.
[20] Maurizio Ferraris, Imbarbarimento del salotto derridiano, in id., Ricostruire la decostruzione. Cinque saggi a partire da Jacques Derrida, Bompiani, Milano 2010a, pp. 80-97; p. 89.
[21] Ivi, p. 90.
[22] P. Legrenzi, Prima lezione di scienze cognitive, cit., p. 43.
[23] Vittorio Girotto, Difficile da capire: scienza e senso comune, in Girotto, Vittorio, Pievani, Telmo e Giorgio Vallortigara, Nati per credere. Perché il nostro cervello sembra predisposto a fraintendere la teoria di Darwin, Codice edizioni, Torino 2008, pp. 39-61; pp. 49-51.
[24] Cfr. P. Boyer, Religious Thought and Behaviour As By-products of Brain Function, in «Trends in Cognitive Sciences», 7, 3, March 2003, pp. 119 -124, passim. Si veda anche Tomas Rees, Do traditional Chinese death beliefs increase superstition and anxiety about death?, in <http://epiphenom.fieldofscience.com/2012/12/do-traditional-chinese-death-beliefs.html>, 4 dicembre 2012.
[25] Gilberto Corbellini, Scienza, quindi democrazia, Einaudi, Torino 2011, p. xiv.

Artt. indicizzati in Research Blogging:

Sosis, R. (2009). The Adaptationist-Byproduct Debate on the Evolution of Religion: Five Misunderstandings of the Adaptationist Program Journal of Cognition and Culture, 9 (3), 315-332 DOI: 10.1163/156770909X12518536414411
Pyysiäinen I, & Hauser M (2010).The origins of religion: evolved adaptation or by-product? Trends in cognitive sciences, 14 (3), 104-9 PMID: 20149715
Boyer, P. (2004). Religion, Evolution, and Cognition. Current Anthropology, 45 (3), 430-433 DOI: 10.1086/420914
Barrett, J. (2010). The relative unnaturalness of atheism: On why Geertz and Markússon are both right and wrong Religion, 40 (3), 169-172 DOI: 10.1016/j.religion.2009.11.002
Barrett, J., & Lanman, J. (2008). The science of religious beliefs Religion, 38 (2), 109-124 DOI: 10.1016/j.religion.2008.01.007
Kelemen, D. (1999). Function, goals and intention: children’s teleological reasoning about objects Trends in Cognitive Sciences, 3 (12), 461-468 DOI: 10.1016/S1364-6613(99)01402-3
Kelemen D, & Rosset E (2009). The human function compunction: teleological explanation in adults. Cognition, 111 (1), 138-43 PMID: 19200537
Lisdorf, A. (2007). What's HIDD'n in the HADD? Journal of Cognition and Culture, 7 (3), 341-353 DOI: 10.1163/156853707X208549
Barrett JL (2000). Exploring the natural foundations of religion. Trends in cognitive sciences, 4 (1), 29-34 PMID: 10637620
Bulbulia, J. (2004). The cognitive and evolutionary psychology of religion Biology & Philosophy, 19 (5), 655-686 DOI: 10.1007/s10539-005-5568-6
Lisdorf, A. (2004). The Spread of Non-Natural Concepts Journal of Cognition and Culture, 4 (1), 151-173 DOI: 10.1163/156853704323074796
Boyer P (2003). Religious thought and behaviour as by-products of brain function. Trends in cognitive sciences, 7 (3), 119-124 PMID: 12639693

lunedì 26 novembre 2012

Repost 2010: An Interview with Brian Switek about Written in Stones: Evolution, the Fossil Record and Our Place in Nature

Various editions of Brian Switek's highly praised Written in Stones. From left to right: Bellevue Literary Press (2010); Icon Books Ltd (2012); Icon Books Ltd (2011). All copyrights are the property of their respective owners. Disclaimer: Because the images are book covers, a form of product packaging, each entire image is needed to identify the product, properly convey the meaning and branding intended, and avoid tarnishing or misrepresenting the image. As book covers, the images are not replaceable by free content; any other image that shows the packaging of the book would also be copyrighted, and any version that is not true to the original would be inadequate for identification or commentary.
«Brian calls himself a science writer and that's a good choice.This is science writing at its very best» .
Larry Moran, author of Sandwalk, Professor in the Department of Biochemistry at the University of Toronto,about a newspaper contribution written by Brian Switek about the fossil known as “Ida” (The dangerous link between science and hype, «The Times», May 26, 2009)
Brian Switek's new book (My Beloved Brontosaurus: On the Road with Old Bones, New Science, and Our Favorite Dinosaurs), will be published in April 2013 by Scientific American/Farrar, Straus and Giroux. That's quite a long time, so I thought it would have been interesting to recover the old interview with Switek, blogger extraordinaire, published on the 29th October, 2010 on my former blog (Geomythologica), with updates where needed.
The interview's topic was his critically-acclaimed first book Written in Stones: Evolution, the Fossil Record and Our Place in Nature (Bellevue Literary Press, New York 2010. 320 p. ISBN-10: 1934137294 ISBN-13: 978-1934137291; U.K. ed.  Written in Stones: The Hidden Secrets of Fossils and the Story of Life on Earth, Icon Books, London 2011. 320 p. ISBN-10: 184831342X ISBN-13: 978-1848313422).

Have fun reading this... and enjoy the book!

1) Your book was conceived, planned and written on the background of the so called 'web 2.0 revolution': its roots are well recognizable in your awarded blog Laelaps. You have always had faith in the usefulness of scientific blogs as a sort of middle ground between the masses of net-readers and researchers, as well as a just-in-time medium between scholars. This highly responsible but sometimes hard task has been increasingly facilitated and helped by improved tools and instruments such as Google Books, JStor, Persée, or very specialized projects of digitised sources (e.g., The Darwin Project), to name only a few, and a growing number of previously published-on-paper-only academic journals as well as new and free accessible peer reviewed journals (e.g., PLoS). How the use of these digital resources have aided you in the preparation of your book or - in case - complicated it (enigmatic cross-references, problems with saved files and on-line bibliographies, etc.)? What do you think of the Shiny Digital Future envisioned by the fellow bloggers of SVPOW in which scientific blog posts would "count" as articles (those becoming official - or sort of - quotable contributions)?

Brian Switek (B.S.) – Written in Stone would not have been possible without the internet. Early on in the writing process I used my blog Laelaps (originally on Wordpress [and now on Wired]) to practice writing and to organize my ideas. The raw material for the posts I created typically came from PDFs of papers I was able to access online, and resources such as Google Books and Archive.org were indispensible in accessing old, hard-to-find volumes. I could access almost all the information I needed directly from my home – there was only one case in which I had to ask a scientist for a reprint because I could not find the same resource digitally. And, once I started writing about all this information, I ended up creating a searchable listing of content which I could go back to later on if I needed to. In the human evolution chapter, for example, I had not originally intended to include Richard Owen’s quote about how humans could not have survived alongside Europe’s Pleistocene fauna, but when I changed my mind I just went right back to the post, copied the text, and was able to incorporate it into the book without any hassle. Likewise, the Darwin Correspondence Project and the Complete Works of Charles Darwin online made it easy to find important information about the famous 19th century naturalist. Without them I would have had to spend countless hours in libraries skimming through books of correspondence for the information I needed.
All the illustrations were obtained digitally, as well. By using PDFs and image-editing software I was able to easily clip and modify images for use in the book, and the fact that the PLoS family of journals provides high-quality, Creative Commons images allowed me to include a number of new illustrations to keep the book as up-to-date as possible.
The only problem with all this was that it could sometimes be difficult to keep things organized. It’s easy to search for an old book, find the quote you need, and plunk it down in the manuscript, but if you don’t keep track of where that information came from it can be a real pain in the ass tracking it down again when it comes time to draw up the list of references. That is a problem with my own organizational skills, though, and overall I have greatly benefitted from digital resources during the course of writing my book.
As for the “Shiny Digital Future”, I am doubtful that blogs are going to become widely cited in the more formal literature. Just as S.J. Gould had trouble getting his peers to take original data or hypotheses published in his essays seriously, I think bloggers are going to run into the same problem of trying to get academic culture to consider blogs as more than just places of discussion. Nevertheless, there are some situations in which I think blogs can and should be cited. When I wrote a paper reviewing the controversy over the fossil primate Darwinius [Ancestor or Adapiform? Darwinius and the Search for Our Early Primate Ancestors. Evolution: Education and Outreach, Volume 3, Issue 3, 2010, pp 468-476], for example, I cited various news reports and blogs to get the context of the public debate into the formal literature.

2) What kind of criteria did you followed for the selection of the well chosen illustrations, both old and new? Your book is adorned with some previously unpublished (as far as I know) and remarkable pictures/figures by Internet well known paleoartists: pterosaur expert Mark Witton from the University of Portsmouth (whose upcoming new illustrated book on pterosaurs we are waiting for, due to appear from Princeton University Press [still unpublished - 2012]), Matt Celeskey from the on line pages of the Hairy Museum of Natural History, and comics artist Brett Booth.
What were their reactions to your requests?

B.S. – I wanted to pick illustrations which would support the descriptions in the text. I can go on and on about the big picture of horse evolution or the holes left by parasites in the jaws of Tyrannosaurus, but I felt that it was important to show readers exactly what I was talking about. There are some things which just need to be seen.
My main constraint was money. If I had the money – and talent – I would have designed and commissioned an array of new illustrations for the book, but I just did not have the resources. I had to go with already-created illustrations. Thanks to my love of old science books I knew where to find many old, copyright-expired illustrations for the historical sections, and the nonprofit status of my publisher allowed me to get the rights to reproduce many new illustrations from "Nature", "PNAS", and "Science" (with illustrations from "PLoS" also being free to reproduce). Every now and then I think about producing a glossy, fully-illustrated edition of Written in Stone someday with the kind of images I had originally planned, but I honestly have no idea whether that will ever be a real possibility.
Mark, Matt, and Brett were all very gracious with their illustrations. That was another benefit of blogging – we all knew each other thanks to our respective efforts to popularize science on the web – and they all were very kind in letting me reproduce their fantastic, up-to-date illustrations. I only wish I had the resources to commission some new work from them! Maybe next time.

3) A curiosity: considering that you have christened your famous blog Laelaps I was expected to find in your work the portrait of Edward Drinker Cope (the original describer of the dinosaur Laelaps, now known as Dryptosaurus)!
Is there a precise reason why in the end there's instead the portrait of his historic rival Othniel Charles Marsh alone?!

B.S. - The thought did cross my mind, but in the end I decided against including a portrait of Cope. It seemed a bit superfluous. I only mentioned Cope in passing, whereas Marsh pops up in the story several times, and so Marsh has a more significant role in the stories I was telling. I am going to dig into the “Bone Wars” and other aspects of Cope’s work in my next book, though, so I will make up for leaving him out of Written in Stone.

4) In Written in Stones a particular attention is drawn upon the punctuated equilibria theory by N. Eldredge and S.J. Gould.
Can you tell us about your first reaction when you originally studied it - at university or for personal elaboration?

B.S. - When I first learned about punctuated equilibria – which was in a college evolution course, if I remember correctly – I didn’t get it. I didn’t understand that Eldredge and Gould were using the fossil record to talk about speciation and create a theory. The impression I had was that it mostly focused on the fact that evolutionary change is not a gradual unfolding of form at a constant pace. That is one of the implications, sure, but it was not until I actually read the paper for myself that I understood what Eldredge and Gould were talking about in terms of speciation, stasis, and the pattern of evolutionary change. At that point the idea of punk eek went from something obvious to something which changed my perspective on the fossil record and evolutionary change, most importantly that evolutionary stasis is something worth investigating.

5) At the very end of Written in Stones the reader faces the historical contingent aspect of paleontology as a science.
You also tell the reader something about the recent experiment that led to the formal recognition of contingency in the evolution process as a gradual accumulation of unrepeatable mutations (Blount, Z.D., Borland, C.Z., Lensky, R.E. (2008). Historical contingency and the evolution of a key innovation in an experimental population of Escherichia coli, in «Proceedings of the National Academy of Sciences USA», 105 , pp. 7899-7906; p. 7899)*. History of evolution on Earth is not a repeatable experiment nor a inevitable pathway eventually culminating in Homo sapiens, as Stephen J. Gould pointed out: in other words, rewinding the tape of Time, the resulting song would sound very different.
How much is important in your opinion the awareness of historical contingency inside the paleontological milieu or inside the conceptual lab of analitic tools used in paleontology?
* NOTE [Updated Nov., 2012]: The same article was quoted in M. Piattelli Palmarini, M. and J. Fodor. (2010). What Darwin Got Wrong. Farrar Straus Giroux, New York, a recently published text whose point of view on evolution stirred a hot debate focused on the inaccurate misconceptions shared by the authors about evolutionary mechanisms; cfr. Myers, Paul (2010). Fodor and Piattelli-Palmarini Get Everything Wrong. "Pharyngula", February 23; Pigliucci, Massimo (2010). A misguided attack on evolution. "Nature", 464, 353-354 (18 March). I confess that at the time I wrote this interview (2010) I didn't really understand what MPP and JF meant with their attack.  I was indeed led to confusion by recklessly and ingenuously trusting the "Authority Bias: the tendency to value the opinions of an authority, especially in the evaluation of something we know little about" [Shermer, Michael (2012). The Believing Brain: From Spiritual Faiths to Political Convinctions. How We Construct Beliefs and Reinforce Them as Truths, Robinson, London, p. 323]. As a matter of fact MPP and JF, while being well known for their contribution to cognitive science and evolutionary psychology [EP], are not specialists in evolutionary biology nor paleontology. A bit later, after many good readings about evolutionary biology, I came to the conclusion that, as B.S. eloquently showed down here, the attack was guided by the dissatisfaction about some tenets of the classic fodorian EP. The authors put the blame on Modern Evolutionary Synthesis tout court rather than EP - here lies their logical fallacy. A general review of the EP's disciplinary assets is to be found in Barrett, H. Clark; Kurzban, Robert (2006). Modularity in cognition: Framing the debate. Psychological Review, Vol 113(3), Jul, 628-647.

B.S. - The role of contingency in evolution is usually discussed in terms of big-picture trends or patterns, but I think it is frequently employed in paleontology to understand why certain lineages evolved in particular ways.
Take the recent announcement of two horned dinosaurs from southern Utah, for example – Kosmoceratops and Utahceratops. News outlets focused on the bizarre looks of these dinosaurs, but the big story actually was that these animals were part of a unique southern radiation of horned dinosaurs during the Late Cretaceous which were distinct from their contemporaries in what is now Canada. There was some kind of barrier which caused the populations of these dinosaurs to diverge and evolve in different ways; without it, the same species likely would have ranged up and down the entirety of the prehistoric continent of Laramidia and we probably would not see this disparity between the dinosaurs. Most often we talk about contingency in terms of major events – such as mass extinctions which vastly prune back diversity and constrain possible evolutionary avenues – but I think paleontologists regularly consider contingent factors which influenced the evolutionary patterns which only become apparent in the fossil record.
As for the book What Darwin Got Wrong, it debuted after my book was already written. I did read Fodor’s London Review of Books op-ed and a few other things he had already published. In general, it seems as if Fodor found the field of evolutionary psychology so distasteful that he set about trying to pull out the entire Darwinian tree of thought at its roots, and while I can agree with him that there is a lot of sloppy science in evolutionary psychology I think Fodor ends up utterly confused about what natural selection is, how it works, and its importance to evolutionary change.

6) Two questions about the book itself: What chapter do you like the most in Written in Stones and which one was the most difficult to write? If you could turn back time, which error or assumption -if any - would you like to correct in Written in Stones?

B.S. - I greatly enjoyed writing the chapter on the evolution of whales. That was the first one I wrote, and I had a lot of fun digging through the history of ideas about whale origins. The section on Albert Koch’s “sea monsters”, especially, is one of my favorite parts of the book.
The chapter on synapsids and early mammals was the most difficult to write, mostly because many of the lineages and organisms mentioned in it are not going to be familiar to regular readers. I really had to stretch to keep the flow of the story going, but using the chapter as an example of how mass extinction shapes evolutionary patterns helped me bring it into line with the rest of the book.
As for corrections or revisions, I would have liked to go back and put a little more detail in the first two chapters – the ones which deal with the development of paleontological thought. The chapters were not as comprehensive as I wanted, and while my focus is obviously on paleontology I wish I had more time to dig into the development of evolutionary ideas and the recognition of Deep Time by geologists.

7) Last, but not least, what kind of themes do you like to cover in your next book?

B.S. - My next project has not fully coalesced yet, but I can say it is going to be about the present “Dinosaur Enlightenment” in which paleontologists are using ideas and techniques from geochemistry, evo-devo, microbiology, histology, and other disciplines to provide a more comprehensive view of dinosaurs than we have ever had before [My Beloved Brontosaurus will be published in April 2013].

Thanks a lot Brian for your answers, many compliments for your incipit vita nova as a science writer and good luck for your next and upcoming projects!

B.S. - And thank you for the interview, Leonardo. I am glad that you enjoyed the book!

domenica 21 ottobre 2012

La «dura scuola dell’era glaciale»: Sigmund Freud e la preistoria

 Iscrizione commemorativa e profilo di Sigmund Freud a Pribor (Příbor, Repubblica Ceca), suo luogo di nascita. Immagine: autore Michal Maňas, fonte Wikipedia.
ResearchBlogging.org
Continua la storia di alcuni concetti chiave della ricerca naturalistica e interdisciplinare del primo Novecento. Dopo aver trattato i fossili viventi di Emil Racoviţă, questa volta ci occupiamo della relazione tra ontogenesi e filogenesi nella psicoanalisi di Sigmund Freud e Sándor Ferenczi.
Questo contributo rappresenta la seconda anticipazione (riveduta, semplificata e adattata) dal mio libro imminente, prossimo venturo, attualmente in fase di adattamento alle norme editoriali della casa editrice.


La «legge biogenetica fondamentale»

Ernst Haeckel (1834-1919), zoologo tedesco, laureato in Medicina e artista, fu un alacre sostenitore dell’idea della selezione naturale darwiniana, alla quale ridusse sostanzialmente il complesso pensiero del naturalista inglese. Elaborò un’opera tanto «determinante per l’impostazione dei nuovi programmi di ricerca» quanto assolutamente «controversa» [1] per le contaminazioni con le idee sociali e mediche talvolta estremiste da lui professate [2]. Scrisse la Generelle Morphologie der Organismen, nella quale venne sintetizzata la «legge biogenetica fondamentale» (Biogenetisches Grundgesetz) [3], ispirata e vagheggiata in ambito mitteleuropeo da altri naturalisti e pensatori quali il filosofo Arthur Schopenauer [4]. Questa “legge biogenetica”, che ebbe molto successo, dichiara: «[…] nel corso del suo rapido sviluppo [embrionale] un individuo ripete i più importanti cambiamenti nella forma evolutisi a partire dai suoi antenati durante il loro lungo e lento sviluppo paleontologico» [5]. Tale idea venne confutata e abbandonata in questa sua forma nei primi anni del ’900 [6] ed è oggi sostituita dalla biologia evolutiva dello sviluppo (in inglese Evolutionary Developmental Biology, o Evo-Devo), che ha allargato il complesso quadro del rapporto tra storia naturale e costruzione degli organismi viventi allo studio del controllo strutturale e delle modifiche funzionali nel genoma, senza tralasciare le ricadute di questi processi sulla morfologia degli individui e sulla speciazione [7].
La formula haeckeliana secondo la quale l’ontogenesi (ossia, lo sviluppo dell’individuo) venne concepita tout court come ricapitolazione della filogenesi (ossia, la storia evolutiva) si diffuse rapidamente in vasti e disomogenei ambiti della ricerca. Non passò molto tempo prima che venisse notata la possibilità di collegare la profondità temporale filogenetica con la profondità della psiche e del suo sviluppo ontogenetico. Quest'idea compare e si afferma nei testi degli psicoanalisti Sigmund Freud (1856-1939) e Sándor Ferenczi (1873-1933). Freud non era estraneo ad argomenti provenienti dal campo naturalistico; iniziò la sua carriera come biologo [8] in un periodo profondamente influenzato dalle idee haeckeliane.
Nel campo di studio psicologico la ricapitolazione ontogenetica, variamente combinata con un neolamarckismo atto a giustificare la codificazione psichica e la trasmissione intraspecifica di avvenimenti inscritti nelle esistenze individuali, si prestava a molteplici interventi in vista di una unificazione tra biologia e psicoanalisi, e continuò ad essere utilizzata lungo l’intero corso del ’900. Ad esempio, Ferenczi nel suo Thalassa. Saggio sulla teoria della genitalità [9], sviluppava alcune idee, già elaborate in precedenza, riguardanti la possibilità di collegare le fasi filogenetiche dell’evoluzione dei vertebrati all’ontogenesi umana. L’equazione era svolta sulla base fallace di una corrispondenza lamarckiana tra tre elementi: mutamenti indotti dall’abitudine o dall’ambiente, trasmissione genetica ereditaria e codificazione psichica degli stessi [10].

Freud biologo: ontogenesi psichica e filogenesi evolutiva

Il rapporto tra ontogenesi psichica e filogenesi evolutiva, anzi, l’interdipendenza stessa delle due idee, appare come una costante fondamentale della psicoanalisi freudiana [11]. Due classici esempi possono bastare ad illustrare la presenza di quest'idea. Nel 1914 Freud scrive che «l’ontogenesi può essere considerata come una ripetizione della filogenesi, nella misura in cui quest’ultima non è mutata da un’esperienza vissuta più recente. La disposizione filogenetica si rende osservabile dietro l’evento ontogenetico» [12]. Tre anni più tardi, ritorna sull’argomento specificando il ruolo della sequenza ontogenetica nello sviluppo psichico infantile: «la preistoria cui il lavoro onirico ci riconduce è di due specie: in primo luogo la preistoria dell’individuo, l’infanzia; in secondo luogo, in quanto ciascun individuo nella sua infanzia ripete in certo qual modo in forma abbreviata l’intero sviluppo della specie umana, anche quest’altra preistoria, quella filogenetica» [13].
Tuttavia, la formulazione forse più completa della ricapitolazione filogenetica degli stadi psichici si trova in un testo di Freud risalente al 1915, ma pubblicato postumo [14]. In questo articolo, rimasto inedito fino alla metà degli anni ’80 del secolo passato, Freud porta a compimento, in stretto dialogo con Ferenczi, la correlazione tra avvenimenti preistorico-evolutivi e lo sviluppo delle nevrosi che si manifestano durante la crescita dell’individuo. Freud stabilisce una sequenza di stadi successivi, che si compone di «isteria d’angoscia – isteria di conversione – nevrosi ossessiva – dementia praecox – malinconia-mania» [15], nella quale «l’evoluzione della libido ripete forse le condizioni dei vertebrati, mentre l’evoluzione dell’Io [dipende] dalla storia della specie umana» [16]. È lo stesso psicoanalista a riassumere il contenuto del suo articolo in una lettera indirizzata a Ferenczi datata 12 luglio 1915: «[…] questa successione sembra riproporre dal punto di vista filogenetico un processo storico. Quelle che adesso sono nevrosi erano stadi della condizione umana. Con l’inizio delle privazioni dell’era glaciale gli uomini divennero paurosi», e perciò «trasformarono» la libido in angoscia [17]. Una volta compreso che a causa delle difficoltà di quel periodo la riproduzione andava per forza «contenuta», gli uomini che componevano quell’umanità primordiale divennero isterici. Le sequenze diacroniche descritte da Freud si svolgono come in un film muto poiché, secondo Freud, in quell’epoca primordiale l’uomo non possedeva ancora alcun tipo di linguaggio. Dopo essersi formati alla «dura scuola dell’era glaciale» [18], gli uomini poterono finalmente sviluppare linguaggio ed intelligenza, al ché seguirono i periodi dell’orda primordiale e dei divieti imposti dalla figura del padre, che causarono ulteriori nevrosi esclusivamente nei figli maschi. La preistoria ipotetica dell’umanità viene qui intesa da Freud secondo il modello presentato in Totem e tabù [19].
Le teorie di Freud sono figlie del loro tempo e non desta stupore il fatto che le speculazioni intellettuali, per quanto comprensibili nel loro contesto storico-scientifico, siano sostanzialmente prive di fondamento. Al di là dell’errore costituito dal considerare l’era glaciale europea pleistocenica come origine o tappa fondamentale dell’umanità intera (il taxon Homo sapiens è emerso dall’Africa circa 200.000 anni fa), segnaliamo in particolare tre ostacoli invalicabili: il picco massimo dell’ultima era glaciale è troppo recente per sostenere la tesi freudiana (risale difatti a 18.000 anni fa circa), oltre ad essere geograficamente limitato; non c’erano privazioni alimentari di sorta nell’Europa pleistocenica (come testimoniato dalla ricca megafauna fossile locale); infine l’acquisizione del linguaggio è ritenuta essere persino anteriore all’uscita del genere Homo dall’Africa, e quindi molto più antica di quanto ipotizzò Freud: «la data in cui si manifestarono capacità di linguaggio più articolate è ancora incerta, ma deve essere decisamente anteriore alla migrazione fuori dall’Africa di 60.000 anni fa» [20]. Il lamarckismo che agisce in questa ipotesi codificava il cambiamento delle specie come risultato, «durante la vita di ciascun individuo, [dei] comportamenti nuovi [che] avrebbero provocato cambiamenti nella sua struttura»; inoltre «tali cambiamenti sarebbero stati trasmessi dai genitori alla prole» [21]: una tesi che precede gli anni dell'affermazione della genetica post-mendeliana e che, come la ricapitolazione ontogenetica, si è rivelata falsa.

La cornice tardo-ottocentesca: tra scala naturæ e memoria ancestrale

L’ereditarietà dei caratteri acquisiti in Freud trova il suo campo di applicazione nella memoria ancestrale del genere umano. In questo senso, il tentativo freudiano rientra sì nella proposta psicologico-evoluzionistica dell'epoca, ma nell’accezione progressionista dell’evoluzionismo sociale di stampo spenceriano. Secondo questo progetto, seguendo la stessa identica ed erronea modalità di trasmissione dell’ereditarietà dei caratteri acquisiti nel corso della vita individuale, «le associazioni mentali ripetute perché utili potevano consolidarsi a tal punto di diventare abitudini automatiche ed ereditarie; con il passare delle generazioni, [sarebbero diventate] così stabili da non distinguersi più dagli istinti propriamente detti. In altri termini, complessi mentali e addirittura credenze e ragionamenti si fissavano nel patrimonio mentale comune a interi gruppi, se non a tutta la specie umana» [22]. A ciò si aggiungeva l’eredità positivistico-tyloriana, sempre più sbilanciata sul versante sociale che su quello propriamente darwiniano-biologico, per cui «il sogno, il comportamento istintivo, la sfera delle passioni e naturalmente il delirio e la follia» [23] erano configurate come proprietà intrinseche ed espressioni, per quanto modificate, del passato animale o preistorico.
Insomma, le idee espresse in questo caso da Freud non sono bizzarre o singolari rivendicazioni di un’osmosi intellettuale e interdisciplinare tra ipotesi appartenenti alla scienza biologica e alla storia culturale, ma si situano perfettamente all’interno di una cornice tipicamente ottocentesca che «deve molto meno al darwinismo che all’archeologia preistorica, alla linguistica storica, agli studi sulla storia del diritto […], sulla mitologia e sulle culture classiche» [24]. Le radici sono però ancora più risalenti. La stessa ideologia del «metodo comparativo», come lo battezzò John Lubbock (lo studioso che coniò nel 1865 i termini «Paleolitico» e «Neolitico»), e che doveva consistere nella ricostruzione del passato occidentale-europeo tramite «l’osservazione delle attuali popolazioni primitive, considerate come “fossili viventi”», era di origine illuministica, così come l’idea di uno sviluppo linearmente uniforme della civiltà (sempre ponendo al vertice idealizzato la realtà europea dell’epoca) a partire da un’indistinta barbarie primordiale, testimoniata - secondo questa ingannevole prospettiva -  da società primitive attuali, rimaste “bloccate” in un periodo occidentalmente superato da tempo [25].

[1] G. Barsanti, Una lunga pazienza cieca. Storia dell’evoluzionismo, Einaudi, Torino 2005, p. 319. Su alcune controversie dell’opera hackeliana cfr. S.J. Gould, Abscheulich! (Infame), in id., I Have Landed. Le storie, la storia, a cura di T. Pievani, Codice edizioni, Torino 2009, pp. 329-347 (ed. or. I Have Landed: The End of a Beginning in Natural History, Harmony Books-A Division of Random House, New York 2002; art. pubbl. or. come Abscheulich! Atrocious, in «Natural History», 109, 2, March 2000, pp. 42-49). 
[2] Cfr. S.J. Gould, Ontogeny and Phylogeny, The Belknap Press of Harvard University Press, Cambridge-London 2003, pp. 77-78 (ed. or. 1977). 
[3] Per una discussione esemplare del sistema di Haeckel si rimanda al testo di S.J. Gould intitolato Ontogeny and Phylogeny, cit., in part. il cap. Ernst Haeckel: Phylogeny as the Mechanical Cause of Ontogeny, pp. 76-85. Una buona sintesi della sua opera, nel contesto storico, è reperibile nel capitolo Selezionismi di G. Barsanti, Una lunga pazienza cieca, cit., pp. 318-326.
[4] Cfr. G. Barsanti, Una lunga pazienza cieca, cit., p. 319. 
[5] La cit. proveniente da Generelle Morphologie der Organismen: Allgemeine Grundzüge der organischen Formen-Wissenschaft, mechanisch begründet durch die von Charles Darwin reformirte Descendenz-Theorie, Georg Reimer, Berlin 1866, vol. II, p. 300, è tratta dal volume di S.J. Gould, Ontogeny and Phylogeny, cit., pp. 76-77. 
[6] Cfr. S.J. Gould, Abscheulich! (Infame), cit., p. 342. 
[7] Cfr. Sean B. Carroll, Infinite forme bellissime. La nuova scienza dell’Evo-Devo, Codice edizioni, Torino 2006 (ed. or. Endless Forms Most Beautiful: The New Science of Evo Devo and the Making of the Animal Kingdom, W.W. Norton & Co., New York 2005) e Alessandro Minelli, Forme del divenire. Evo-devo: la biologia evoluzionistica dello sviluppo, Einaudi, Torino 2006. 
[8] Cfr. Frank J. Sulloway, Freud and Biology: The Hidden Legacy, in William Woodward e Mitchell G. Ash (eds.), The Problematic Science: Psychology in Nineteenth-Century Thought, Praeger, New York 1982, pp. 198-227. Cfr. ivi, p. 198 e nota n.1, p. 221: Freud inaugura la sua carriera accademica con uno studio dedicato alla neuroanatomia della lampreda Petromyzon [Lampetra] planeri (Über Spinalganglien und Rückenmark des Petromyzon, in «Sitzungsberichte der kaiserlichen Akademie der Wissenschaften», Mathematisch-Naturwissenschaftliche Classe 78, III, Abtheilung, Wien 1878, pp. 81-167). 
[9] S. Ferenczi, Thalassa. Saggio sulla teoria della genitalità, Raffaello Cortina Editore, Milano 1993 (ed. or. Thalassa. Versuch einer Genitaltheorie, Internationaler Psychoanalyticher Verlag, Wien 1924). 
[10] Per approfondimenti cfr. Thierry Bokanowski, Sándor Ferenczi, Armando Editore, Roma 2000, pp. 43-48 (ed. or. Sándor Ferenczi, Presses Universitaires de France, Paris 1997). 
[11] Per il tema si rimanda ai seguenti testi: il fondamentale volume di S.J. Gould, Ontogeny and Phylogeny, cit., par. Freudian Psychoanalysis, pp. 155-164 e il contributo, altrettanto importante, di F.J. Sulloway, Freud biologo della psiche. Al di là della leggenda psicoanalitica, Milano, Feltrinelli 1982 (ed. or. Freud, Biologist of the Mind: Beyond the Psychoanalytic Legend, Basic Books, New York 1979; paperback reprint edition, with a new Preface, Harvard University Press, Cambridge-London 1992). Una critica alle interpretazioni di Sulloway, che coglie solo in parte i riferimenti alla biologia del XIX secolo, è reperibile in Paul Robinson, Freud and His Critics, University of California Press, Berkeley-Los Angeles-Oxford 1993, cap. 1, Frank Sulloway: Freud as a Closet Sociobiologist, pp. 81-100. 
[12] Sigmund Freud, Prefazione alla terza edizione (1914) di Tre saggi sulla teoria sessuale, in id., Opere. 4. Tre saggi sulla teoria sessuale e altri scritti 1900-1905, a cura di Cesare Luigi Musatti, Bollati Boringhieri, Torino 1970, pp. 441-546; p. 448 (ed. or. 1905; 1914). 
[13] Id., Tratti arcaici e infantilismo del sogno, in id. Introduzione alla psicoanalisi. Prima e seconda serie di lezioni, Bollati Boringhieri, Torino 2010, pp. 186-198; p. 186 (1a ed. it. 1969; ed. or. 1932)
[14] Id., Sintesi delle nevrosi di transfert, in id., Scritti di metapsicologia (1915-1917), a cura di Michele Ranchetti, Bollati Boringhieri, Torino 2005, pp. 95-112 (1a ed. it. 1986; ed. or. 1985). 
[16] Ivi, pp. 102-103. 
[17] Ivi, p. 269. 
[18] Ivi. 
[19] S. Freud, Totem e tabù. Alcune concordanze nella vita psichica dei selvaggi e dei nevrotici, in id., Opere 7. Totem e tabù e altri scritti 1912-1914, a cura di Cesare Luigi Musatti, Bollati Boringhieri, Torino 2005, pp. 1-164 (1a pubbl. dell’ed. cit. 1975; ed. or. 1913). 
[20] Cit. da Colin Renfrew, Preistoria. L’alba della mente umana, Einaudi, Torino 2011, p. 122; cfr. inoltre p. 100 (ed. or. Prehistory: The Making of the Human Mind, Weidenfeld & Nicholson, London 2007). Per precisazioni rimandiamo al testo di S.J. Gould, Abscheulich! (Infame), cit. Per approfondimenti sull’era glaciale pleistocenica si rimanda al recente volume di Raffaele Sardella, L’era glaciale, il Mulino, Bologna 2011.
[21] Da un’efficace sintesi di I. Tattersall, Il mondo prima della storia. Dagli inizi al 4000 a.C., edizione italiana a cura di T. Pievani, Raffaello Cortina Editore, Milano 2009, p. 3 (ed. or. The World from Beginnings to 4000 BCE, Oxford University Press, Oxford 2008). Approfondimenti in G. Barsanti, Una lunga pazienza cieca, cit., in part. pp. 142-161. Per una contestualizzazione critica delle idee di Freud in merito si rimanda a S.J. Gould, La fantasia evoluzionista di Freud, in id., I Have Landed, cit., pp. 141-155 (art. pubbl. or. come Freud’s Phylogenetic Fantasy: Only Great Thinkers Are Allowed to Fail Greatly, in «Natural History», 96, 12, December 1987, pp. 10, 14, 16, 18, 19).
[22] Antonello La Vergata, I dibattiti tra Ottocento e Novecento sull’evoluzione dell’uomo, in Giacomo Giacobini (a cura di), Darwin e l’evoluzione dell’uomo, Bollati Boringhieri, Torino 2010, pp. 28-53; p. 39.
[23] Ivi, p. 42. 
[24] Ivi, p. 36. 
[25] Ivi, p. 37. 

Indicizzato in Research Blogging tramite: Sulloway FJ (1986). Freud and biology: the hidden legacy. Acta psychiatrica Belgica, 86, 760-88 PMID: 3551504

venerdì 5 ottobre 2012

Amarcord, o su come rimanere fedeli alla propria vocazione

Una panoramica su ciò che è sopravvissuto del mio portfolio paleontologico risalente alla seconda metà degli anni '90. Modelli: vari, credo soprattutto The Dinosauria, 1a ed. [licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Italia (CC BY-NC-ND 3.0)]
Istantanea #1. È un pomeriggio di dicembre del 1993. Attendo in un negozio che mio padre sbrighi le sue faccende. L'occhio affaticato dall'attesa cade su un paio di rotocalchi a larga diffusione da poche lire, poggiati con noncuranza sul bancone. Una copertina, coperta a metà, attira la mia attenzione: se non ricordo male presentava il nome "Ciro" e qualche indicazione riguardante il "primo dinosauro italiano". Provo un formicolio indescrivibile, una gioia inaspettata: può mai essere vero?
Sapevo dalle mie letture divulgative che gli strati geologici risalenti al Mesozoico non erano stati generosi con la penisola italica e conoscevo abbastanza bene (per un ragazzino di nove anni) i dinosauri da dubitare di quell'affermazione fantasmagorica. Ed è quella strana sensazione di felicità irrefrenabile e di trepidante attesa di una conferma che potesse scacciare il tarlo del dubbio, che mi  ha riempito gli occhi e la mente per giorni.

Istantanea #2. Metà degli anni '90 circa. Su Internet esiste un sito chiamato Dinosauria.com di Jeff Poling, uno dei prototipi storici dei siti divulgativi di oggi con la partecipazione diretta degli studiosi (vi prese parte ad esempio Thomas Holtz Jr.). Mio padre, al lavoro, stampa da quel sito le pagine da me segnalate il giorno precedente: un commento su Rahonavis, disquisizioni velleitarie di nomina nuda con G. Olshevsky, i taxa che compongono la fauna di Hell Creek ma, soprattutto, i primi diagrammi cladistici complessi che io abbia mai visto (privi però di matrice, cosa che mi lasciò perplesso per mesi; quando capii che dovevano essere in altre pagine alle quali non potevo risalire, a causa dell'assenza di una connessione casalinga, era troppo tardi: mio padre era via per lavoro). E la pagina di J. Tucciarone, con tutte quelle illustrazioni preistoriche.
Confesso però che, rispetto ai miei modelli assoluti di paleoarte di allora, ovvero una triade ideale composta da Zdenek Burian (mia sorella possedeva un volume intitolato Quando l'uomo non c'era, che nei tardi anni '80 avevo deciso di fare mio aggiungendo file di scaglie appuntite a penna sul dorso di un Cryptoclidus), James Robins e John Sibbick, la galleria di Tucciarone ospitata su Dinosauria.com mi lasciava perplesso. De gustibus.

Intermezzo informatico. La mia passione per i dinosauri era nota negli ambienti parafamiliari da anni. Nei primissimi anni '90 un collega portoghese di mio padre mi passò un set di floppy disk contenente un programma sui dinosauri. Feci così la conoscenza con i video laggatissimi di modelli animatronic di dinosauri, che giravano alla meno peggio sul pc 286 di casa. Grazie a quel programma ho conosciuto le splendide illustrazioni di Brian Franczak, un paleoillustratore il cui lavoro oggi è un po' caduto nel dimeticatoio.

Necks for sex o neck for food? Ovvero, i colli dei sauropodi sono una risposta alla selezione sessuale? Qui due maschi di ?Sauropoda indet. lottano fieri della loro bidimensionalità durante la stagione degli amori. Anno: 1997-'98 ca [elaborazione grafica del mio disegno: Andrea Pirondini. Tutti i diritti riservati].
Istantanea #4. Siamo tra 1993 e 1994. Nel ricordo è il periodo indefinito durante il quale l'inverno si attarda per rallentare una primavera incipiente o la primavera inganna il tempo giocando d'anticipo e rompendo la continuità dei mesi invernali. Sono in una libreria vicino alla casa dove abito con la mia famiglia e vi trovo i numeri (o vari esemplari di un numero?) di una rivista ora scomparsa, Paleocronache. In uno di essi è stampato il primo articolo dedicato a quel fossile di dinosauro italiano, "Ciro", e la conferma praticamente definitiva del fatto che si trattasse di un dinosauro. Ecco immortalato nei ricordi un indescrivibile momento di emozione proto-adolescenziale.

Istantanea #5. 1993. Un'amica di mia sorella torna da una vacanza estiva negli Stati Uniti e, conoscendo la mia passione per la paleontologia, mi regala una maglietta del merchandising tratto dal lungometraggio Jurassic Park, con un evocativo disegno di Crash McCreery che fotografa la scena della fuga del tirannosauro dal suo recinto. Il film in Italia non è ancora uscito.
Non ero però impreparato: quella stessa estate avevo già letto il romanzo di Michael Crichton, pubblicato in Italia da Rizzoli. Come tenere lontano un bambino appassionato da una copertina con uno scheletro stilizzato di tirannosauride e il titolo "Jurassic Park"?! Più tardi, al cinema, rapito dalla retorica spielbergiana del rapporto tra natura e uomo e commosso da tanta opulenza di celluloide, in un folle momento di lucidità ricordo di aver avuto il coraggio di dare voce ad una critica petulante e fuori luogo chiedendomi (a mente): ma perché quei dromeosauri non sono piumati?!?

Hypsilophodon (in alto) e Muttaburrasaurus (in basso). Anno 1997-'98 ca.? Modelli probabilmente da D. Lambert, Il libro completo dei dinosauri, pubblicato da DeAgostini nel 1994 [elaborazione grafica del mio disegno: Andrea Pirondini. Tutti i diritti riservati].
Intermezzo bibliofilo. Si tratta di anni interamente dedicati alla paleontologia divulgativa, con una tappa memorabile al Museo di Storia Naturale di Milano dove  accedo con mia madre alla biblioteca per leggere commosso la copia di Predatory Dinosaurs of the World di G.S. Paul, conosciuto tempo addietro grazie alla bibliografia contenuta in un bel testo divulgativo di David Lambert e del Diagram Group (Dinosauri dalla A alla Z, da non confondere con il manuale dal target forse più infantile di Michael Benton, intitolato Tutti i dinosauri dalla A alla Z). Il salto successivo fu la lettura in inglese di The Dinosaur Heresies e di The Dinosauria, a cui seguirà, a distanza di qualche anno, The Complete Dinosaur.

Istantanea (bibliofila) #6. Il 1996 è un anno incandescente. Inizio con le migliori intenzioni un libro sulla paleontologia dei dinosauri... in realtà due o tre quaderni A4 incollati con il nastro adesivo e alcuni strategici punti di pinzatrice. Prima di accantonare il progetto riesco addirittura a dar vita a due spin off autonomi: un libro a schede stile "dalla A alla Z", intitolato Dinosauri: enigmi irrisolti e misteri svelati (con un titolo palesemente copiato e ricalcato su uno degli ultimi bei volumi di divulgazione vecchio stile prodotti per il mercato editoriale italiano, quello firmato da Bozzi, Bruno e Maugeri) e uno incentrato sulla storiografia (avevo letto il libro storiografico di Colbert pubblicato da Einaudi intitolato Cacciatori di dinosauri e il mai troppo lodato L'enigma dei dinosauri di J. Noble Wilford, dal taglio giornalistico). La mia passione per la storiografia della scienza ha radici profonde.

Libro #1. La primissima scheda del progettato volumetto "dalla A alla Z" che ho redatto nel 1996, densa di genuine ed emozionanti ingenuità: inizia con Spinosaurus e Baryonyx [licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Italia (CC BY-NC-ND 3.0)].
Libro #2. Il sommario del lunghissimo progetto dedicato al volume storiografico (portato avanti per due anni scolastici, 1996/'97 e 1998/'99, ma abbandonato già nel 1998) [licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Italia (CC BY-NC-ND 3.0)].

Libro #2. Uno schema sull'evoluzione dei dinosauri, con tanto di tecodonti. Illustrazione proveniente dalla pagina 157 del manoscritto [licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Italia (CC BY-NC-ND 3.0)].
Istantanea #7. Nel 1998 scrivo una lettera cartacea al Museo di Storia Naturale di Milano e il curatore Giorgio Teruzzi (fondatore della già citata rivista Paleocronache) mi risponde e mi promette l'invio di una copia dell'articolo pubblicato su Nature e dedicato alla descrizione scientifica di "Ciro" (ora fregiato del più elegante titolo di Scipionyx samniticus). L'articolo arriva e da allora non ho più smesso di dare un'occhiata al sommario di Nature (e Science) nelle librerie del centro prima e su Internet poi.
Nello stesso periodo scrivo all'Academie de France allegando la richiesta di una lista di articoli scientifici presenti nei Comptes rendus de l'Académie des sciences. Avevo steso la lista leggendo la bibliografia dell'edizione del 1992 di The Dinosauria (le bibliografie sono un tesoro da scoprire). Non pago, redigo una comunicazione da inviare a Thomas Holtz Jr. (via mail, tramite il recapito presente sul sito di Jeff Poling, Dinosauria.com), nella quale chiedevo lumi su un "unnamed troodontid from China (early Cretaceous)" con tanto di riferimento ad un articolo di Barsbold pubblicato su Acta Paleontologica Polonica (33, 1987): si trattava di Sinornithoides o era un altro taxon? Purtroppo non ho mai avuto il coraggio di inviare la mail a Holtz (anche perché avrei dovuto chiedere a mio padre di fare da intermediario tramite la sua connessione al lavoro).
E ho fatto male, perché non solo dal CNRS francese mi rispondono cortesemente per via cartacea (attenzione, si era agli sgoccioli dell'epoca pre-Internet), ma mi inviano tutti gli articoli richiesti più la lista delle pubblicazioni successive dedicate alla paleontologia dei vertebrati. Era come invitare un bambino a giocare liberamente in un negozio di giocattoli. Alla mia lettera ne segue un'altra e dal CNRS, prontamente e con rinnovata cortesia, mi inoltrano gli altri testi richiesti. Ah, l'impagabile sapore della scoperta dell'esistenza di Euronychodon e delle discussioni accademiche su Mononykus!
Ascoltavo gli album dei Beatles su musicassetta, con delle cuffiette di plastica logore, insieme alle raccolte casalinghe possedute da mia sorella con le incisioni di Beach Boys, Pink Floyd, Bryan Adams, De Gregori e Vecchioni, e decifravo le trascrizioni di sedimenti e morfologie con la passione forsennata e l'entusiasmo che solo un ragazzino può avere. Un entusiasmo alimentato dal fatto che la paleontologia è una branca della ricerca scientifica che non smette di stupire per l'attenzione rivolta nei confronti degli interessati e per la gioiosa condivisione del materiale scientifico.

Collage di lettere ricevute nell'estate del 1998: dall'alto la seconda risposta dal CNRS francese, firmata Dr. H. Paquet (che ringrazio ancora per la sua estrema cortesia e solerzia), risalente al 18 luglio '98, e la risposta di Giorgio Teruzzi, conservatore di paleontologia presso il Museo di Storia Naturale di Milano, datata 20 luglio 1998. Sono state le due lettere più importanti della prima parte della mia vita. Queste missive mi hanno dimostrato all'epoca che esisteva un mondo cordiale là fuori, oltre alla famiglia e alla scuola, nel quale le mie passioni non erano considerate bizzarre né giudicate infantili
[licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Italia (CC BY-NC-ND 3.0)].
Istantanee #8. Tanti ricordi, troppo affollati e troppo densi di emozioni.
Come inserire in questa serie disarticolata di pensieri il ricordo esaltante dello scheletro di Hypsilophodon ospitato in Piazza Sabotino in un freddo pomeriggio invernale? Come tralasciare la mostra Mamenchi & Tsintao del 1992, un'esposizione semplicemente colossale dedicata ai dinosauri cinesi, alloggiata temporaneamente nel Museo Regionale di Storia Naturale? Si può forse omettere la ricerca snervante (e ripagata con una felicità indicibile) della copia cartacea del Quaderno de Le Scienze dedicato ai dinosauri e curato da G. Ligabue, con un folgorante e iconoclasta articolo di R.T. Bakker dei primi anni '70, e le informazioni sui resti mesozoici istriani  di Fabio Marco Dalla Vecchia? Posso passare sotto silenzio la lettura praticamente a memoria dell'immancabile Grande libro della preistoria di G. Panini (una copia che dopo l'ultimo trasloco non riesco più a trovare)? E I fossili e la storia della vita di G.G. Simpson, letto  un po' alla volta nei fine settimana passati nella biblioteca accanto alla mia scuola? E ancora il bel libriccino di Eric Buffetaut pubblicato in edizione tascabile ("mille lire" stampato in copertina!) nel 1992? Come non ricordare la soleggiata estate del 1997 passata cercando fossili diagnostici su dirupi scoscesi (con scarsissima fortuna ma tanta felicità) nelle formazioni vicino a casa in Liguria? Come scordare la frustrazione dovuta alla promessa fatta da mio padre, e purtroppo disattesa, riguardo ad una futura visita presso il sito icnologico dei Lavini di Marco (Trento)? La richiesta fu ispirata dalla lettura del libro di Martin Lockley la cui traduzione italiana risaliva al 1994 e si intitolava Sulle tracce dei dinosauri, interamente dedicato alla paleoicnologia, con addendum di Giuseppe Leonardi. Solo grazie ad un recente soggiorno di lavoro (una ricerca d'archivio che è poi confluita nel mio volume in preparazione) ho potuto felicemente visitarli, quasi diciott'anni più tardi.
Tempi eroici come solo possono esserlo quelli della tarda infanzia e della prima adolescenza, tempi fatti di letture faticose ma dense e significative, con impegno e calma e con il dizionario italiano inglese/inglese-italiano a portata di mano.

Istantanee #9. ... dopodiché la passione passa in secondo piano per motivi legati a contingenze familiari e scolastiche e a scelte avventate, senza però spegnersi, pronta a riemergere per una pubblicazione su Nature, a riaccendersi per un libro originale, per un articolo divulgativo interessante.
Questo fino al 2007/2008, quando comincio a seguire on line lo sfavillante e poliedrico Tetrapod Zoology di Darren Naish (ospitato ora sulla piattaforma di Scientific American) e, soprattutto, l'anno successivo Theropoda di Andrea Cau. Mai letture estemporanee sulla rete si sono dimostrate così fertili e produttive sotto qualunque punto di vista (devo dire che nel mio percorso personale a questi blog scientifici se ne sono poi aggiunti tanti altri, validi e scritti con competenza da esperti del settore... ma la lista sarebbe davvero troppo lunga. Un panorama non esaustivo lo si può avere dando un'occhiata al blogroll della sidebar a destra).
Il resto è storia recente: con Geomythologica prima e Historia Religionum poi riparte a pieno regime la mia passione paleontologica e, forse più importante, l'inizio di qualcosa che sentivo ancora lontano e che ha trovato concreta espressione solo in un secondo momento con questo blog. Un ruolo importante lo ha sicuramente avuto l'incipiente impegno nella ricerca accademica e il recupero di molta conoscenza sepolta, due eventi che hanno provveduto a colmare le immancabili lacune (ed evitando perciò l'errore commesso dalla fretta di "essere on line" presente nei contenuti, spesso di qualità non eccelsa, presentati nei due suddetti blog).

Due segnosauri insettivori alla ricerca di cibo, in una waste land rocciosa e sterile. Ispirato dal romanzo Raptor Red di R.T. Bakker e dalle scarne illustrazioni in esso contenute Anno: 1998 [elaborazione grafica del mio disegno: Andrea Pirondini. Tutti i diritti riservati].
Conclusione (provvisoria). I tempi sono cambiati e posso oggi dire che, nonostante i corsi e i ricorsi della vita, gli impegni, le scelte sofferte che sono state fatte e gli errori del cursus studiorum commessi a causa di consigli inadeguati, la passione di quel ragazzino che ero non è stata tradita. Così, dopo anni di studio dedicato alla storia e alla storiografia (altra passione), il mio primo libro di ricerca accademica (approdato all'ultima fase di revisione) rappresenta l'esito di tutte le conoscenze accumulate nel corso degli anni, che mi hanno permesso di associare lo scibile paleontologico e storiografico a vari altri campi della conoscenza scientifica e umanistica. Un'anticipazione del libro è stata presentata nel post intitolato Dinosauri e tuatara. I fossili viventi nella biospeleologia di Emil Racoviţă; alcuni brevi estratti seguiranno.
Il pegno è pagato, l'equilibrio ristabilito, gli errori risanati.
Da qui non si può fare altro che ripartire.

NOTA: Ringrazio l'Associazione Paleontologica Parmense Italiana e Andrea Pirondini per l'eccellente lavoro e per il tempo dedicato alla realizzazione delle magnifiche cornici di alcuni miei scarabocchi adolescenziali, riesumati per l'evento Dinosauri in carne e ossa Junior, e traslati poi su questa pagina.

NOTA2 (e un'apologia mnemonica semiseria): eventuali errori nel computo degli anni e nella riorganizzazione di una scansione cronologica personale e coerente (laddove, nonostante il recupero dei dati, la mancanza di documentazione sia predominante) sono dovuti al processo mnemonico. Per quanto «immagazzinare o conservare l’informazione in maniera fedele» sia un passaggio fondante del processo di memorizzazione, la memoria non agisce come una registrazione audio-video ma ricostruisce nel presente il ricordo di un evento passato [cit. da Jonathan K. Foster, Memoria, Codice edizioni, Torino 2012, p. 30 (ed. or. Memory: A Very Short Introduction, Oxford University Press, Oxford-New York 2009)]. Considerando che si tratta di ricordi adolescenziali, se mancano i dati necessari provenienti dall'esternalizzazione mnemonica (e consegnati alla scrittura), i margini di errore, per quanto minimi, non si possono completamente evitare.