sabato 31 maggio 2014

Et voilà! Il coniglio dal cappello, ovvero a cosa fare attenzione quando si tratta di metodologia nella ricerca storica

«Venghino signori, venghino! Le mirabolanti imprese di magia, prestidigitazione e relativismo storico postmodernista!».
Ok, forse la didascalia originale non recitava proprio così...
Immagine originale datata 1899 e restaurata digitalmente dagli utenti trialsanderrors e Morn di Wikipedia.
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Alla fine del post precedente (se non l’avete letto, eccolo qui), ci eravamo lasciati pensando a come il modello di studio storiografico invocato dal gruppo delle Annales si possa considerare ipso facto una scienza. Secondo alcuni commentatori, la questione è fuori discussione già in partenza. Immanuel Wallerstein, ad esempio, ha descritto nel modo seguente il modello braudeliano di una storiografia scientifica:
«la storia per Braudel era una scienza. Non aveva timore del termine “scienza”, premesso che uno sia in grado di comprendere come vada fatta la scienza, ossia in relazione con i dati reali. Si deve procedere dalla teoria ai dati e poi di nuovo alla teoria. Si deve continuare ad andare avanti e indietro fino a che, alla fine, non ne esce fuori qualcosa di plausibile» [1].
Attenzione, però, perché plausibile non significa veritiero o empiricamente fondato. Limitarsi ad una immane raccolta di dati non equivale a sperare che il pattern plausibile emerga da sé, come il proverbiale coniglio dal cappello: quali sarebbero i criteri precisi per arginare il wishful thinking mediato dagli apriorismi epistemologici e metodologici o dai bias psicologici che tendono a confermare la propria visione dei dati? Non è detto che il proprio punto di vista sia quello giusto.

Prima delle Annales, in effetti, la storiografia in quanto disciplina accademica esaminava i dati e giudicava i fatti storici sulla base di criteri aprioristicamente monocausali. John Arnold, nel suo breve volume introduttivo alla concezione disciplinare della storia (o, per dirla altrimenti, un libro dedicato alla storia della storia), ha scritto che lo studio della mentalité tipico delle Annales «è sorto come una via di fuga dal senso comune che informava l’approccio della storia politica, il quale assumeva che i re, i consiglieri e i governanti decidessero sulla base delle medesime basi razionali dello storico» [2]. Ora, se c’è una cosa che le scienze cognitive hanno confermato e dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio è proprio la decostruzione del mito dell’agente sociale (economico o storico) che opera sulla base della scelta razionale. E fin qui non ci piove, con buona pace di chi ancora usa la rational choice theory come paravento per giustificare la legittimità razionale di particolari scelte ideologiche o teologiche. Così come è palese affermare (con il senno di poi) che la storiografia ottocentesca dei primordi, presa tra gli strascichi del romanticismo misticheggiante e l’invenzione (e il furore) delle identità nazionali, non fosse poi molto oggettiva – e d’altra parte si può discutere quanto quella disciplina in fasce fosse piuttosto una Geistwissenschaft, nella quale la revisione dei dati rimane confinata all’interno dell’arena dei dibattiti e delle discussioni tipicamente umanistiche, che una Naturwissenschaft, ossia una ricerca basata sulla verifica matematica dei dati empirici e sulla costruzione di modelli [3].

Il punto è che nel periodo press’a poco coevo alla svolta delle Annales (fondate nel 1929) ha cominciato a far presa un certo relativismo storico che ha considerato come un miraggio quell’oggettività cui aspirava la storiografia fin dalla sua nascita come disciplina accademica. Insomma, cercare il fatto accaduto ed asseverarne la veridicità sarebbero una fata morgana: esistono i documenti che descrivono i fatti, non i fatti stessi, irrintracciabili, né tantomeno la “verità oggettiva”. Forse l’esempio più eclatante è quello fornito dalla storia delle religioni la quale, dopo un promettente inizio sotto l’egida dell’analisi empirica dei dati, è scivolata velocemente verso un approccio metodologico che, secondo Luther H. Martin, si è tradotto nell’«assemblaggio di un corpus fenomenologico di dati culturali troncati e decontestualizzati, la cui temporalità è stata scartata a favore di affermazioni sulla presunta manifestazione di una sacra realtà sui generis» [4]. Se il documento attesta che il santo ha levitato, allora il santo ha levitato, e se viene descritto che lo sciamano ha proiettato il suo corpo spirituale nell’aldilà (qualunque cosa significhi), allora l’analisi deve riportare il dato filologicamente. Che poi questa filologia abbia rappresentato la breccia per l’ingresso nell’accademia di ogni sorta di fideismi criptote(le)ologici, o di simpatie per il paranormale, è oggi un fatto appurato [5]. In questo caso, il matrimonio entusiastico con quei bias cognitivi tipici del senso comune, e che la ricerca storiografica dovrebbe invece sforzarsi costantemente di arginare e controllare, continua ancora oggi – e non a caso la sottodisciplina storiografica è entrata in una crisi probabilmente irreversibile [6]. Per quanto sorprendente, questo è solo un caso storiografico tra i molti.

Dopo la seconda metà del Novecento l’esplosione del modello post-strutturalista ha condotto alla diffusione intellettuale del variegato ambito postmodernista, i cui sviluppi più estremi hanno condotto a interpretare la scienza come lo strumento privilegiato dall’Occidente per gestire le relazioni di potere con il mondo intero, e l’immagine degli scienziati è diventata quella di agenti profondamente condizionati dai vincoli sociali e dalla cultura loro contemporanea. Lo studio scientifico del dato storico e la lezione delle Annales sono così naufragati.
Certo, anche nella scienza sono possibili manomissioni ideologiche, teologiche, fideistiche o politiche più o meno palesi, ma rendersi conto degli errori umani (anche di quelli commessi dagli scienziati, soggetti come tutti gli esseri umani a errori di valutazione) e, di conseguenza, decostruire e correggere le manipolazioni intenzionali non vuol però dire che la scienza sia da rifiutare tout court, come vorrebbero invece certe frange intellettuali postmoderniste. La sociologia della scienza, ossia il ritenere che le idee nascono e si diffondono in un determinato contesto sociale che le vincola e le veicola, è ormai un dato acquisito nelle analisi storiografiche, ma non si può sminuire il fatto che la maggior parte del post-strutturalismo umanistico abbia colpevolmente condotto agli eccessi questa tematizzazione, arrivando a ritenere tutta la scienza come una creazione intellettuale condizionata e perciò ontologicamente discutibile, non veritiera o del tutto superflua, e revisionando o negando la validità analitica degli schemi storiografici (e scientifici).

Ora, la revisione dei dati e dei modelli acquisiti non è solo legittima ma necessaria; senza scomodare Popper e Kuhn (per ora), si può semplicemente affermare che la revisione non deve travalicare i confini delle prove documentarie valutate con raziocinio scientifico (ossia, controllando i bias psicologici impliciti cui tutti, bene o male, siamo soggetti) e ricordando, come ha affermato Carl Sagan, che affermazioni straordinarie richiedono prove straordinarie. Le quali, spesso e volentieri, mancano. Volere ardentemente che un determinato fatto abbia avuto luogo, anteponendo fede o apriorismi ideali e ideologici ai dati che si possiedono, non equivale a inverarlo! Come ha scritto Eva Cantarella a proposito dell’ipotesi di Marjia Gimbutas in merito ad un (idilliaco) matriarcalismo preistorico eurasiatico, «[…] la storia non è fatta di desideri. È scritta su documenti, su prove, o quantomeno su indizi, molti e concomitanti. Che nella fattispecie, purtroppo, sembrano insufficienti» [7].

Invece, molto più di quanto non abbia fatto il relativismo storico precedente, la breccia aperta dal postmodernismo si è rivelata difficilmente sanabile. Tutto questo, come hanno notato Michael Shermer e Alex Grobman in un volume lodevolmente impegnato nella demolizione scientifica dei fallaci presupposti epistemologici propugnati dai negazionisti della Shoah, è stato il “terreno di coltura” dei negazionismi storiografici più deleteri e vergognosi, dello scetticismo umanistico nei confronti della scienza (prendiamo solo la sconcertante diffusione dell’antivaccinismo) e del credito intellettuale concesso a quelle che altrimenti sarebbero pseudostorie e vaneggiamenti fanta-cospirazionisti senza diritto di cittadinanza nel sapere accademico [8]. Il quadro si è fatto molto confuso, e nel calderone postmodernista c’è finito tutto e il contrario di tutto.

Pensiamo all’intreccio nefasto tra le legittime e necessarie rivendicazioni dei diritti politico-sociali e le ideologie più retrograde (come quelle creazioniste e negazioniste). Le idee dell’antropologo nativo statunitense Vine Deloria Jr. rappresentano bene questo filone: secondo Deloria la creazione divina attestata nelle mitologie locali confermerebbe la presenza delle popolazioni native sul suolo americano da sempre (dove avrebbero convissuto con i dinosauri) e, dato che le mitologie sono tutte ugualmente valide, la scienza occidentale sarebbe una mitologia come le altre [9]. Chiaro, c’è dietro tutta una disgustosa pagina di sopraffazione, sterminio e conquista, ma perché reagire confondendo il doveroso impegno sociale con la negazione della scienza? Alan Sokal, citando un altro lavoro, ha commentato nel migliore dei modi possibili: «Non c’è nulla di veritiero, saggio, umano» nel garbuglio intenzionale dell’avversione contro ogni forma di ingiustizia e di oppressione con «l’ostilità verso la scienza e la razionalità (che è nonsense)» [10]. Ancora, la frangia più antiscientista del femminismo postmodernista ha reagito contro il maschilismo che ancora funesta la società occidentale affermando che la scienza sarebbe uno strumento di dominio androcentrico e niente di più (ne avevamo parlato qui qualche tempo fa). Richard Dawkins ha condensato bene l’eventuale risposta nei seguenti termini: «No, la ragione e la logica non sono strumenti maschili di oppressione, e ipotizzare che lo siano è un’offesa alle donne» [11]. Infine, si prenda il modello di Jared Diamond che recupera e aggiorna l’intuizione braudeliana e della scuole delle Annales riguardo all’analisi dei vincoli fisico-geografici e la riadatta in chiave ecologico-evoluzionista, evitando la trappola dell’essenzialismo e puntando sulla contingenza storica [12]. Anche qui, l’accusa postmodernista si è scagliata contro il determinismo ambientale (che negli ambiti storiografici dominati dall’idea della tabula rasa risuona nella stessa nota negativa che connota il determinismo genetico, come ha correttamente sintetizzato Massimo Pigliucci [13]), fino a raggiungere la veemenza spropositata di una recensione all’ultimo libro di Diamond intitolata con uno sconcertante turpiloquio [14], e ove le tesi di Diamond vengono retoricamente rilette (e distorte) alla luce della giustificazione scientifica della disuguaglianza mondiale imposta dal dominio borghese. Senza la minima pretesa di fornire contro-argomentazioni scientificamente valide (tra parentesi, la domanda non è come diamine sia possibile che un editoriale accademico venga intitolato con un insulto ad personam, quanto cosa può succedere quando si adottano i criteri delle pubblicazioni scientifiche per adornarsi del prestigio intellettuale senza però avere alcuna padronanza del processo di revisione).

Ovviamente il quadro descritto è una collazione generalizzante e discontinua di esempi non edificanti (e di certo anche il modello di analisi di Diamond non è del tutto esente da critiche, benché su di un livello scientificamente fondato [15]). Come dicevamo altrove, l’autocritica scaturita dal post-strutturalismo è stata un toccasana contro molti vieti preconcetti diffusi nel mondo umanistico per auctoritas imposta, per accondiscendente fiducia o per inerte pigrizia. Il decostruzionismo ha anche fornito gli strumenti intellettuali per smascherare le strategie di potere che si instaurano tra dominanti e dominati, per mettere a nudo certi schemi sociali relativi alla gestione dei rapporti di forza intellettuale e per disarmare le rivendicazioni metafisiche di determinate correnti ideologiche che possono infiltrarsi anche nella ricerca accademica. Il decostruzionismo, specialmente nell’analisi letteraria, si è poi rivelato utile per effettuare un’operazione di reverse engineering sui documenti del passato che possediamo: non sempre la realtà descritta nei documenti può essere presa per buona così come ci è stata tramandata, ma può essere stata manipolata intenzionalmente o inconsciamente. Quindi anche nel relativismo storiografico c’è certamente qualcosa da salvare.

Ma allora, qual è il rapporto corretto tra storia, ciò che è accaduto nel passato, e storiografia, ossia la descrizione di quanto è accaduto, e in quale modo è possibile superare la dicotomia tra pretesa di oggettività assoluta e relativismo degli agenti storici?
Questa volta la risposta è più facile e immediata, perché ci viene in soccorso uno schema sintetico prodotto da Shermer e Grobman, che riportiamo di seguito:
  1. «La storia esiste sia all’interno della mente degli storici che al di fuori di essa;
  2. «Gli storici scoprono e descrivono il passato, esattamente allo stesso modo in cui gli scienziati della natura scoprono e descrivono i fenomeni naturali;
  3. «Gli storici (e gli scienziati della natura) possono scoprire e descrivere una determinata frazione del passato tramite i dati che hanno a disposizione;
  4. «Poiché gli storici, come gli altri esseri umani, non possono liberarsi dai pregiudizi, il problema diventa la qualità e la quantità del pregiudizio. Con che metodi e con quali testimonianze gli scienziati – storici o sperimentali – giungono a particolari conclusioni? E in quale contesto culturale? Con i fondi di chi?
  5. «Dato il presupposto scientifico di fondo secondo cui tutti gli effetti nell’universo hanno una causa anche gli eventi incerti del passato devono avere una struttura causale;
  6. «Riconosciuta la natura oggettiva della scoperta e la natura soggettiva della descrizione, gli storici possono scoprire e descrivere questa struttura causale;
  7. «Il mestiere degli storici consiste nel presentare il passato come un’interpretazione provvisoria di “cosa effettivamente è avvenuto”, in base alle prove attualmente a disposizione, in maniera molto simile a ciò che fanno gli scienziati della natura con le prove del mondo naturale» [16].
A garanzia dell’eptalogo che dovrebbe adornare l’ingresso di ogni dipartimento universitario di storia che si rispetti (nelle cui aule troppo spesso risuonano interpretazioni apodittiche e just-so stories tautologiche) sta la valutazione scientifica della convergenza delle prove (o, se preferite la terminologia utilizzata dal filosofo della scienza William Whevell, “concordanza di induzioni”), che non è altro che la medesima tecnica impiegata da tutti gli altri scienziati che si occupano del passato per dimostrare che un dato avvenimento ha avuto luogo, quando è accaduto e in quale modo si è svolto [17].
Ferma tutto un momento! Allora esistono altri scienziati che si occupano del passato? Forse possono aiutarci con l’annosa questione delle previsioni basate su calcoli scientifici! Forse sì, e ce ne occuperemo nel prossimo post.

[1] Wallerstein 2009: 169-170.
[2] Arnold 2000: 99.
[3] Shermer e Grobman 2002: 60.
[4] Martin 2012: 156.
[5] Coyne 2014.
[6] Martin 2012: 166; Martin e Wiebe 2012.
[7] Cantarella 2010: 21.
[8] Shermer e Grobman 2002: 64.
[9] Cfr. Shermer, Grobman 2002: 309; Sokal 2010: 108-109.
[10] Sokal 2010: xv, nota n. 13; cit. da Albert 1996: 69.
[11] Dawkins 2002: 175.
[12] Pievani 2014: 215-234.
[13] Pigliucci 2010: 50.
[14] Correia 2013. Il libro è Diamond 2014.
[15] Pievani 2014: 219.
[16] Shermer e Grobman 2002: 68-69.
[17] Ibi: 70.

Albert, Michael. (1996). Science, Postmodernism and the Left. Z magazine (9) 7-8: 64-69

Arnold, John. (2000). History: A Very Short Introduction. Oxford: Oxford University Press

Cantarella, Eva. (2010). Passato prossimo. Donne romane da Tacita a Sulpicia. Milano: Feltrinelli (1a ed. 1996)

Correia, D. (2013). F**k Jared Diamond Capitalism Nature Socialism, 24 (4), 1-6 DOI: 10.1080/10455752.2013.846490

Coyne, Jerry. (2014). Science is Being Bashed by Academics Who Should Know Better. New Republic, April 3. http://www.newrepublic.com/article/117244/jeffrey-kripals-anti-materialist-argument-promotes-esp

Dawkins, Richard. (2002). L’arcobaleno della vita. La scienza di fronte alla bellezza dell’universo. Milano: Mondadori (1a ed. 2001; ed. orig. 1998. Unweaving the Rainbow: Science, Delusion and the Appetite for Wonder. Boston: Houghton Mifflin)

Diamond, Jared. (2013). Il mondo fino a ieri. Cosa possiamo imparare dalle società tradizionali? Torino: Einaudi (ed. orig.  2012. The World until Yesterday: What Can We Learn from Traditional Societies? New York: Viking Press)

Martin, Luther H. (2014). The Future of the Past: The History of Religions and Cognitive Historiography. Deep History, Secular Theory Deep History, Secular Theory: Historical and Scientific Studies of Religion. Boston- Berlin: De Gruyter, 343-357 DOI: 10.1515/9781614515005.343 (1a ed. (2012). Religio. Revue pro religionistiku. (XX) 2: 155-172)

Martin, L.H., & Wiebe, D. (2012). Religious Studies as a Scientific Discipline: The Persistence of a Delusion. Journal of the American Academy of Religion, 80 (3), 587-597 DOI: 10.1093/jaarel/lfs030

Pievani, Telmo. (2014). Evoluti e abbandonati. Sesso, politica, morale: Darwin spiega proprio tutto? Torino: Einaudi

Pigliucci, Massimo. (2010). Nonsense on Stilts: How to Tell Science from Bunk. Chicago-London: The University of Chicago Press

Shermer, Michael e Alex Grobman. (2002). Negare la storia. L’olocausto non è mai avvenuto: chi lo dice e perché. Roma: Editori Riuniti (ed. orig. 2000. Denying History: Who Says the Holocaust Never Happened and Why Do They Say So? Berkeley-Los Angeles-London: University of California Press).

Sokal, Alan. (2010). Beyond the Hoax: Science, Philosophy and Culture. Oxford-New York: Oxford University Press (1a ed. 2008).

Wallerstein, Immanuel. (2009). Braudel on the Longue Durée: Problems of Conceptual Translation. Review (Fernand Braudel Center) (32) 2: 155-170

giovedì 29 maggio 2014

1958, o quando la storia cercò di diventare una scienza

Placca parigina commemorativa dedicata a Fernand Braudel, che non è in Rue Fernand-Braudel ma al n° 59 di rue Brillat-Savarin, Paris 13 (l'arrondissement è però lo stesso, nell'improbabile caso ve lo steste domandando).
Fotografia dell'utente Mu da Wikipedia.
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Cosa c’entrano il Brasile e la Francia con il 1958 e con l’idea di studiare quantitativamente i dati storici? No, la risposta non è il 5 a 2 subito dalla nazionale francese ad opera del Brasile di Didi, Garrincha e Pelé, durante la semifinale del campionato mondiale di calcio svedese di quello stesso anno e disputatasi presso il Råsundastadion di Solna alle h. 19:00 del 24 giugno (per la cronaca, e per la gioia dei 27.100 spettatori presenti, con tanto di tripletta di Pelé al 52’, al  64’ e al 75’).
Per rispondere dobbiamo partire da una citazione.

Come ha ricordato poco tempo fa Massimo Pigliucci, «La storia, dicono alcuni, è una dannata cosa dopo l’altra. Ma è davvero così? Di tanto in tanto vengono proposti tentativi per rendere la storia più scientifica attraverso l’introduzione di teorie generali che spieghino il suo sviluppo» [1]. Il bilancio del rapporto tra storia e scienza è però quasi tutto in negativo. I modelli “scientifici” risalenti al primo Novecento e applicati alla storia sono stati giustamente demoliti da Karl Popper: dati alla mano, tutte le teleologie ideologiche di stampo politico (per tacere dei fideismi teologici) e la psicoanalisi nelle sue varie reincarnazioni hanno sonoramente fallito come metodologie di analisi storiografica. Insomma, fermo restando la validità di alcuni assunti economici nello studio dei rapporti sociali, se prendiamo come discrimine il confine tra scienza e pseudoscienza questi metodi si sono collocati fermamente sul secondo versante. Alcuni modelli di analisi storiografica più recenti promettono comunque risultati ben più consistenti dal punto di vista scientifico, tra cui citiamo quelli portati avanti da Jared Diamond, Peter Turchin [2] e Daniel Lord Smail [3].

Alla fine degli anni Venti del secolo scorso, ben prima delle armi, dell’acciaio e delle malattie di Diamond, e ben prima della cliodinamica di Turchin e della neurostoria/storia profonda di Smail, però, c’era una rivista che si chiamava Annales d’histoire économique et sociale. E les Annales erano il regno della storia totale.
E la storia totale era l’ingegnoso tentativo di scavalcare la tradizionale scansione evenemenziale e nazionalista dei fatti storici come una sequenza interminabile e inossidabile di personaggi politici in bilico tra l’arte della diplomazia e l’esercizio della guerra. Per fare ciò, gli studiosi afferenti alla scuola delle Annales (in pratica il non plus ultra dei manuali di storia: Marc Bloch, Lucien Febvre e Fernand Braudel) chiamarono in soccorso geografia, sociologia, psicologia e, soprattutto, i dati quantitativi e la costruzione di modelli. Il tutto incentrato sullo studio della lunga durata, ossia sugli eventi a lungo e lunghissimo termine piuttosto che su sui singoli eventi, un “tempo antropologico”, secondo la definizione di André Burguière, «composto da sovrapposizioni, nuovi inizi e talvolta innovazioni improvvise» [4]. (2009: 61). Questa idea della storia come lunga durata è difatti una “storia della/delle mentalità”, come era in voga dire verso la metà del Novecento, e che oggi in parte potremmo tradurre con evoluzione culturale ed epidemiologia delle rappresentazioni. Chi più di tutti ha perfezionato teoricamente questo approccio è stato Braudel, il quale – come ha ricordato Immanuel Wallerstein – non aveva timore di impiegare il termine “scienza” per definire la sua idea di storia basata sull’analisi quantitativa dei dati allo scopo di individuare pattern e di costruire modelli euristici esplicativi [5].

La controparte di questa imponente e ambiziosa revisione dell’approccio storiografico d’antan è stata, nell’impostazione braudeliana, l’erezione di uno steccato deterministico, le note prisons de la longue durée, ossia i «quadri mentali» che bloccherebbero il tempo storico-culturale in una «semi-immobilità» intorno alla quale graviterebbero tutti gli altri livelli di analisi [6].
All’epoca, correva il 1958, l’espressione era stata utilizzata da Braudel per indicare una struttura, ossia
«una realtà che il tempo stenta a logorare e che porta con sé molto a lungo. Talune strutture, vivendo a lungo, diventano elementi stabili per un’infinità di generazioni: esse ingombrano la storia, ne impacciano, e quindi ne determinano il corso. Altre si sgretolano più facilmente, ma tutte sono al tempo stesso dei sostegni e degli ostacoli. Come ostacoli, esse si caratterizzano come dei limiti, in senso matematico, dei quali l’uomo e le sue esperienze non possono in alcun modo liberarsi. Si pensi alla difficoltà di spezzare certi quadri geografici, certe realtà biologiche, certi limiti della produttività, ovvero questa o quella costrizione spirituale: anche i quadri mentali sono delle prigioni di lunga durata» [7].
A queste prigioni mentali si assocerebbero i limiti imposti dalle condizioni fisico-geografiche (evidente nel suo magnum opus intitolato Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II) [8]. Ad esempio, lo storico francese afferma che il «condizionamento geografico» è un carcere fatto di «climi, di vegetazioni, di popolazioni animali, di culture, in un equilibrio costruito lentamente dal quale [l’uomo] non si può allontanare senza rischiare di rimettere tutto in discussione» [9]. Lo studio dei vincoli naturali con cui ciascuna società umana ha dovuto e deve confrontarsi è la strada percorsa anche nelle analisi di Jared Diamond (il quale non a caso cita Braudel nella bibliografia al termine di Armi, acciaio e malattie), e che in sostanza si ricollega alla vituperata questione della tabula rasa e dell’assoluta libertà umana in voga nel mondo umanistico e nelle scienze sociali. Pigliucci riassume molto efficacemente la questione:
«Gli esseri umani hanno certamente la capacità di decidere e alterare il corso delle proprie azioni, ma né le decisioni né le azioni possono essere indipendenti dalla costituzione genetica dell’umanità o dalle condizioni ambientali nelle quali gli esseri umani vengono a trovarsi. Per dirla altrimenti, gli esseri umani non sono esenti dalle leggi standard della causalità» [10].
Il problema grosso modo non è questo, bensì l’idea braudeliana dei vincoli mentali come prigioni, vale a dire i «vecchi modi di pensare e di agire», e «gli schemi resistenti, duri a morire, talvolta contro ogni logica» [11]. Allora, se l’accento cade sulla stasi culturale, quando, come e perché cambiano le idee, a parità di tutti gli altri vincoli? Dove trovare e come giustificare quelle «innovazioni improvvise» ricordate più sopra? Di fronte a una prospettiva storica di lunghissima durata non si può certo affermare che la stasi sia l’elemento caratterizzante. Siamo quindi ancora nei limiti degli altri modelli denunciati da Popper? Risposta difficile: sì, perché se intese in un senso assoluto queste idee di staticità assoluta e ingabbiante sono imprecise, e no, perché lo storico aveva comunque intuito una possibile strada da percorrere.

Arrivato a comprendere che «Ogni “attualità” racchiude dei movimenti di origine e ritmo diversi: il tempo di oggi risale nel contempo a ieri, ad un passato più lontano e ad uno remotissimo» [12], Braudel non poteva però trovare accordo con l’analisi del «tempo breve» condotta dalle sociologia, psicologia e economia del suo tempo [13] innanzitutto perché quelle discipline non erano scientificamente attrezzate all’epoca per poter sostenere il confronto desiderato, ma anche a causa dell’atteggiamento strutturalista condiviso dallo storico che in sostanza svalutava il singolo o l’evento per concentrarsi su lunghissime catene evenemenziali [14] (talvolta sposando le tesi psicologico-psicoanalitiche legate a una non meglio definita «psiche collettiva, presa di coscienza, mentalità o attrezzatura mentale») [15]. L’unica possibilità futura per l’analisi del «tempo breve» e delle sue interazioni con le «prigioni della lunga durata» era promessa della «scienza della comunicazione, una formulazione matematica di strutture quasi atemporali. Quest’ultimo procedimento, il più nuovo di tutti, è evidentemente l’unico che possa veramente interessarci» [16]. Ma che cosa intendeva Braudel con questo nuovo «procedimento» matematico caratterizzato da «strutture quasi atemporali»?

Per capire ci dobbiamo spostare nel Brasile. Non per i mondiali di calcio del 2014, ma negli anni ’30 del secolo scorso, e più specificamente in quel dell’Università di San Paolo, dove Braudel aveva conosciuto Claude Lévi-Strauss [17].
Laggiù Lévi-Strauss aveva iniziato a studiare le mitologie locali, i cui componenti avrebbe poi scomposto e ricondotto alla ricerca del soggiacente sistema elementare e atemporale, considerato dall’antropologo strutturalista come la manifestazione della cognizione umana funzionante con il minor numero di vincoli esterni e culturali e perciò, nella sua ottica, la più adatta a rivelare le strutture neurofisiologiche soggiacenti [18]. In pratica, a partire dagli output culturali, Lévi-Strauss intendeva comprendere la struttura neurocognitiva di base e universale (ossia, secondo l’ipotesi strutturalista, l’organizzazione dei codici binari elementari che starebbero a monte dello storytelling mitografico mondiale, del tipo arcinoto crudo/cotto, freddo/caldo, ecc.), e ciò era esattamente il contrario di quanto avrebbero fatto le neuroscienze a partire dalla metà del Novecento. Non a caso il modello proto-cognitivo binario lévi-straussiano è stato falsificato ma, come ha scritto di recente Pascal Boyer, i precursori delle scienze cognitive «possono essere curiosamente scorretti nelle loro conclusioni e del tutto ammirevoli nelle loro ipotesi. Lévi-Strauss è stato certamente entrambi» [19].
Ecco, oltre all’elaborazione statistica e quantitativa dei dati d’archivio, quando Braudel scrive dei quadri “matematici” egli si riferisce anche a simili modelli strutturalisti. Quindi, per riprendere la doppia risposta di poc’anzi: la teoria cognitiva a monte del modello strutturale braudeliano rischia di fallire come gli altri tentativi volti a spiegare la storia in modo scientifico, ma nel contempo ha fallito in modo interessante, per così dire, ossia indicando una intrigante possibilità. Lo stesso si può dire di Lévi-Strauss. Come ha scritto Darwin nel 1871 al termine dell’Origine dell’uomo, «Notizie false sono nocive ai progressi della scienza, poiché spesso si sono credute per lungo tempo; ma ipotesi erronee, se surrogate da qualche prova, fanno poco danno, in quanto chiunque si può prendere il piacere di dimostrare la loro falsità; e ciò fatto, si chiude un sentiero che porta all’errore, mentre contemporaneamente si apre spesso la via alla verità» [20].

Ora, appurato che il quadro braudeliano relativo alla cognizione umana è giocoforza desueto, si può dire che questa idea di studiare la stasi culturale sulla base della cronologia storiografica e delle costanti psicologiche delle menti umane con tutti  loro vincoli, abbia passato oggi il testimone (mutatis mutantis) alle scienze cognitive [21]. Queste discipline si fanno le moderne portatrici e innovatrici di quella longue durée che fu tipica dell’impostazione storiografica novecentesca delle Annales, le cui note “prigioni” potremmo tradurre oggi concettualmente, sulla scorta di un’intuizione di Anders Lisdorf, con “vincoli (co)evolutivi della cognizione umana” [22] e leggere come il livello mesostorico teorizzato da Jesper Sørensen di cui si parlava in quest’altro post.

Resta però da valutare attentamente un importate corollario del lascito braudeliano, ossia il fatto stesso che la storia possa essere considerata ipso facto una scienza. Ma di quale tipo sarebbe? Quale possibilità di fare previsioni scientifiche avrebbe un orientamento storiografico secondo la prospettiva braudeliana? La storia può fare previsioni sulla base di regole fisse? O, per dirla altrimenti, davvero tutte le scienze possono fare previsioni? E in quale modo? Di tutto questo, e di altro ancora, ci occuperemo nei prossimi post.

Insomma, quando inizieranno le partite di calcio del mondiale brasiliano, in televisione a orari impossibili (causa fuso orario), potrete fare gli snob, seguire questo blog e leggervi un bel post di questa serie, per di più con la coscienza calcistica a posto, sapendo che anche Lévi-Strauss ha commentato di pallone [23].

[1] Pigliucci 2010: 46
[2] Ibi: 54.
[3] Smail 2008.
[4] Burguièr 2009: 61.
[5] Wallerstein 2009: 169-170.
[6] Braudel 1973: 68.
[7] Ibi: 64.
[8] Wiebe 2011: 167-168.
[9] Braudel 1973: 64.
[10] Pigliucci 2010: 50.
[11] Braudel 1973: 67.
[12] Ibi: 69.
[13] Ibi: 71.
[14] Cfr. Wiebe 2011: 168.
[15] Braudel 1966: 35.
[16] Braudel 1973: 70.
[17] Wallerstein 2009: 159.
[18] Martin 2008: 313.
[19] Boyer 2013: 175.
[20] Darwin 2013: 1312.
[21] Cfr. Lisdorf 2011: 89.
[22] Ibidem.
[23] Lévi-Strauss 2010: 43.

Boyer, Pascal. 2013. Explaining Religious Concepts: Lévi-Strauss the Brilliant and Problematic Ancestor. In Xygalatas, Dimitris e William W. McCorkle Jr. (eds.). 2013. Mental Culture: Classical Social Theory and the Cognitive Science of Religion. Durham and Bristol, CT: Acumen, pp. 164-175

Braudel, Fernand. 1973. Storia e scienze sociali. La “lunga durata”, in id., Scritti sulla storia. Milano: Mondadori, pp. 57-74 (ed. orig. Braudel, F. (1958). Histoire et Sciences sociales : La longue durée Annales. Histoire, Sciences Sociales, 13 (4), 725-753 DOI: 10.3406/ahess.1958.2781 ; poi raccolto in 1969. Écrits sur l’histoire. Paris: Flammarion)

Braudel, Fernand. 1966. Il mondo attuale, vol. 1. Torino: Einaudi (ed. orig. 1963. Le monde actuel, en collaboration avec S. Baille, R.Philippe, Paris: Belin)

Burguièr, André. 2009. The Annales School: An Intellectual History. Ithaca: Cornell University Press (ed. orig. 2006. Lécole des Annales: une histoire intellectuelle. Paris: Odile Jacob)

Darwin, Charles Robert. 2013. L’origine delluomo e la selezione sessuale. In id., Lorigine delle specie, Lorigine dell'uomo e altri scritti sull'evoluzione. Roma: Newton Compton (1994 1a ed.; ed. orig. 1871. The Descent of Man, and Selection in Relation to Sex. London: John Murray)

Lisdorf, Anders. 2011. Prisons of the Longue Durée: The Circulation and Acceptance of Prodigia in Roman Antiquity, in Martin, Luther H. e Jesper Sørensen (eds.), Past Mids: Studies in Cognitive Historiography. London-Oakville: Equinox, pp. 89-106

Lévi-Strauss, Claude. 2010. Il pensiero selvaggio. Milano: il Saggiatore. (1965 1a ed.; ed. orig. 1962. La pensée sauvage. Paris: Plon)

Martin, Luther H. 2008. Do Rituals Do? And How Do They Do It? Cognition and the Study of Ritual. In Braun, Willi e Russell T. McCutcheon (eds.), Introducing Religion: Essays in Honor of Jonathan Z. Smith. London-Oakville: Equinox, pp. 311-325

Pigliucci, Massimo. 2010. Nonsense on Stilts: How to Tell Science from Bunk. Chicago-London: The University of Chicago Press

Smail, Daniel Lord. 2008. On Deep History and the Brain. Berkeley-Los Angeles-London: University of California Press

Wallerstein, Immanuel. 2009. Braudel on the Longue Durée: Problems of Conceptual Translation. Review (Fernand Braudel Center) (32) 2: 155-170

Wiebe, Donald. 2011. Beneath the Surface of History?, in Martin, Luther H. e Jesper Sørensen (eds.), Past Minds: Studies in Cognitive Historiography. London-Oakville: Equinox, pp. 167-177

lunedì 14 aprile 2014

Il mio amato brontosauro. Un'intervista con Brian Switek sui ricordi d'infanzia, sui dinosauri e sulla profondità del tempo

La copertina italiana dell'ultimo libro di Brian Switek (2014. Torino: Codice edizioni).
Copertina riprodotta con il gentile consenso delleditore.
In occasione della pubblicazione dell’ultimo libro di Brian Switek, intitolato Il mio amato brontosauro. Vecchie ossa e nuova scienza, per l’edizione congiunta di Codice edizioni e de Le Scienze, sono molto contento di presentarvi la traduzione in italiano della mia intervista all’autore (qui trovate la versione originale).
Buona lettura!

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Grazie alla cortesia di Brian Switek e all’efficienza del suo agente presso l’editore Farrar, Straus & Giroux, ho avuto l’opportunità di leggere in anteprima la sua ultima avventura nel mondo della storia della scienza e della paleontologia intitolata Il mio amato brontosauro, ufficialmente disponibile in libreria a partire da oggi [era il 16 aprile 2013. N.d.A.]. Dopo l’intervista del 2010, Brian ha quindi accettato ancora una volta di condividere con noi alcuni pensieri sull’atteso seguito di Written in Stones.
In occasione del lancio editoriale del volume sono felice di presentarvi questa nuova intervista (quella risalente al 2010 la trovate cliccando qui).

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Leonardo Ambasciano: Le sale e le esposizioni temporanee dedicate ai dinosauri in mostra nei musei di tutto il mondo riescono non di rado a incuriosire gli spettatori più giovani e a motivare un certo interesse, talvolta per tutta la vita, nei confronti della paleontologia. In alcuni casi questo fascino può persino condurre a intraprendere una carriera nella paleontologia o nella divulgazione scientifica.
Ancora oggi riesco a ricordare quel magico senso di stupore provato quando venti anni fa, ancora bambino, ebbi modo di visitare una mostra temporanea che proponeva come attrazione principale gli scheletri colossali (perlomeno agli occhi del bambino che ero) di Mamenchisaurus hochuanensis e di Tsintaosaurus spinorhinus, risorgenti dalle profondità abissali del tempo grazie a un sapiente gioco scenografico di luci su uno sfondo nero. Non erano però le dimensioni di quei titani ad affascinarmi. L’anno precedente, in un freddissimo tardo pomeriggio invernale, ero rimasto ammaliato dal calco di uno scheletro di un minuto Hypsilophodon foxii ospitato in una teca di vetro in una grande piazza centrale della mia città. Ciò che mi meravigliava era il poter assistere alla trasformazione di qualcosa che già conoscevo su carta, sotto forma di illustrazione o fotografia, a un oggetto in tre dimensioni carico di una storia lunga decine, se non centinaia, di milioni di anni. Alieni, ma su questa Terra e in un altro tempo. Era un’esperienza da mozzare il fiato.
Questa è la materia di cui è fatto il tuo libro, Il mio amato brontosauro: hai preso tutti i sogni e l’ispirazione possibile dai ricordi dell’infanzia e hai reso omaggio a tutti quei bambini incantati e pieni di stupore di fronte a un dinosauro, senza rinunciare a una prosa chiara e a un occhio scettico e razionale mai offuscato dal tuo entusiasmo. In quanto testimonianza di affetto, chiaro a partire dal titolo fino all’ultima pagina, il tuo libro è anche una narrazione molto personale, densa di ricordi autobiografici – senza citare la tua decisione di trasferirti nello Utah per essere più vicino alle formazioni geologiche ricche di fossili di dinosauro e alle istituzioni scientifiche che li studiano.
Potresti riassumere brevemente i tuoi primi incontri infantili con i dinosauri e con i fossili?

Figura 1. La mostra che nel 1992 portò in Italia alcuni dei più stupefacenti scheletri originali di dinosauri cinesi noti all’epoca (“Dinosaurs: Il mondo dei dinosauri: Italia 1991/1993” – in collaborazione con Natural History Museum, Shangai; Museo Tridentino di Scienze Naturali, Trento; Museo Friulano di Storia Naturale di Udine, Udine; Presidenza della Facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali dell’Università “La Sapienza” di Roma).
Brian Switek: Mi piacerebbe tanto ricordare di più. I miei genitori mi raccontano che iniziai molto presto ad essere attratto dai dinosauri, ma non ricordo molto, almeno non fino ai cinque anni di età. Il primo giorno della scuola materna scarabocchiai una balena e uno pterosauro (non un dinosauro, ma ci siamo vicini!). Quasi ogni animale che fosse grande, imponente o bizzarro scatenava la mia immaginazione. Giocavo con i giocattoli di creature preistoriche, leggevo libri su di esse, guardavo i documentari e passavo ore a scarabocchiare dinosauri sui cartoncini colorati. Ciò che però ha cristallizzato il mio amore per i dinosauri è stata la mia prima visita all’American Museum of Natural History di New York. Era il 1988, credo, e mancava ancora un decennio prima che le grandi sale dedicate ai fossili venissero rinnovate. La Sala dei dinosauri giurassici era scura e polverosa e la vecchia installazione dello scheletro di “Brontosaurus” ne occupava il centro. La coda del sauropode penzolava inerte e un cranio di un altro animale spuntava dal collo, appeso al soffitto e tenuto basso. Eppure il “Brontosaurus” era magnifico, principalmente perché allora non immaginavo quanto vi fosse di sbagliato nella sua ricostruzione. Moltissimi dei libri che avevo all’epoca erano obsoleti e mostravano i dinosauri proprio così, e io mi trovavo di fronte alle loro vere ossa. Lo scheletro del “Brontosaurus” era davvero grande e squisito in ogni minimo dettaglio. Non potei fare a meno di immaginare come sarebbe dovuto apparire da vivo. Vedere le ricostruzioni o giocare con i modellini dei sauropodi nella sabbionaia del parco giochi era una cosa, ma trovarsi di fronte le ossa reali di quell’animale cementò la mia passione per i dinosauri. Non dimenticherò mai come mi sentii a camminare da bambino sotto le ossa del mio dinosauro preferito.

L.A.: «La conoscenza inizia con lo stupore» e, come afferma Keith M. Parsons, «quando pensiamo ai dinosauri, l’immaginazione deve quindi integrare i fatti» (2001: 75). Dall’ingarbugliata storia del cranio sbagliato usato per il “Brontosaurus alle proboscidi proposte per i sauropodi, dall’idea di W.D. Matthews secondo la quale alcuni dinosauri (come i sauropodi) invece di deporre le uova sarebbero stati capaci di partorire i loro piccoli come i mammiferi, dall’assenza totale di clavicole ipotizzata dal paleoartista G. Heilmann ai lambeosaurini subacquei, la storia della ricostruzione dei dinosauri si annoda sia con le teorie paleobiologiche più all’avanguardia sia con le ipotesi più bizzarre. Si tratta un intreccio affascinante tanto quanto le teorie più tradizionali registrate nei manuali canonici di biologia evoluzionistica e di paleontologia. Molte proposte stravaganti, che hanno avuto fortune alterne, si trovano nel tuo libro.
Qual è la tua idea “eretica” paleontologica o paleobiologica preferita?

Figura 2. Il trio di Parasaurolophus subacquei ricordato nel volume di Switek. Dall’album Panini intitolato Animali preistorici, di R. D’Ami e C. Porciani, p. 12. © Riproduzioni Editoriali D’Ami, 1992 (prima ed. 1974); stampato da Panini.
B.S.: Ce ne sono davvero tante per sceglierne solo una! La paleontologia è il luogo dove si incontrano la scienza e l’immaginazione, e una qualche dose di speculazione è sempre parte integrante della ricerca scientifica. Cerchiamo sempre di spingerci un po’ più in là quando si tratta di sapere come vivessero i dinosauri. Non dobbiamo quindi sorprenderci dell’esistenza di idee più o meno eccentriche sulla vita dei dinosauri.
Se dovessi fare solamente un esempio, penso che sceglierei il Parasaurolophus della mia infanzia. Quando per la prima volta ho incontrato i dinosauri, gli adrosauri erano sempre raffigurati mentre sguazzavano intorno ai laghi oppure mentre erano intenti a setacciare le alghe di cui si nutrivano dalle paludi. Tutto ciò aveva un senso considerando il nome con il quale erano conosciuti, “dinosauri a becco d’anatra” (credo che la definizione di “becco a vanga” sia molto più appropriata, ma non vedo molto consenso o diffusione intorno al nuovo termine, nonostante io l’abbia adoperato nel libro e sui miei blog). Come aveva notato il paleontologo John Ostrom negli anni Sessanta, gli adrosauri non possedevano alcuna evidente arma di difesa come spine o corna. In un tempo dominato dai tirannosauri l’unica possibilità per gli adrosauri di salvarsi era di fuggire nell’acqua. O almeno così si era soliti sostenere.
La cresta di alcuni adrosauri giocò a favore di quest’ultima interpretazione. In un ambiente acquatico la lunga cresta cava del Parasaurolophus sembrava un serbatoio di aria o una specie di bocchettone che potesse estendersi al di sopra della superficie dell’acqua. La credenza infondata che gli adrosauri dovessero essere animali anfibi condusse a queste interpretazioni. Solamente quando i paleontologi iniziarono a considerare la cresta come struttura indipendente altre possibilità divennero ovvie – un mezzo di esibizione specifico oppure uno strumento per produrre suoni. A partire dagli anni Ottanta, l’idea che la cresta dovesse servire come mezzo di segnalazione visiva o acustica aveva sostituito le altre spiegazioni, nonostante io continuassi ancora a vedere Parasaurolophus a nuoto nei libri e nei film. Penso che ormai quell’immagine sia fortunatamente passata di moda, anche se ci è voluto un bel po’ di tempo per sradicarla.
Quello citato è un buon esempio dei puzzle che le caratteristiche più bizzarre dei dinosauri rappresentano per i paleontologi. Creste stravaganti, sfilze di corna, file di corazze non compaiono senza motivo. Sono il risultato dell’evoluzione, ma determinare la funzione di tali strutture è un’operazione spossante quando non possiamo osservare gli animali da vivi, e persino immaginare la funzione di una qualche struttura non ci dice necessariamente come quella peculiarità si sia evoluta. Possiamo solo immaginare il modo in cui le idee che abbiamo ora su queste particolarità anatomiche cambieranno in seguito alle ricerche dei paleontologi.

L.A.: Ne Il mio amato brontosauro sottolinei l’innegabile valore della paleontologia dei dinosauri per la comprensione della storia della vita sulla Terra e per la teoria dell’evoluzione. La storia della disciplina è un campo in continuo cambiamento, denso di scoperte impreviste. Oggi il ritmo della ricerca è aumentato in modo vertiginoso e studi specialisti e fondamentali vengono pubblicati sulle riviste accademiche con cadenza quasi giornaliera. E tutto ciò non fa altro che rendere ancora più intrigante questo campo di studi.
Ora, se dovessi citare e ricapitolare i tre maggiori risultati di quello che il paleontologo Thomas Holtz Jr. ha etichettato come l’Illuminismo della paleontologia dei dinosauri, e i tre problemi ancora insoluti (ma che, si spera, verranno risolti nel futuro imminente), cosa sceglieresti?

B.S.: I traguardi raggiunti dall’Illuminismo dei dinosauri sono stati principalmente nei campi dell’applicazione di nuove tecniche per testare idee e per sviluppare nuove ipotesi. Il precedente Rinascimento dei dinosauri [collocato tra la fine degli anni Sessanta circa e la metà degli anni Ottanta. N.d.A.] ha spronato gli studiosi ad adottare un cambiamento nello studio dell’immagine dei dinosauri basato sulla loro anatomia complessiva, allo scopo di trattarli come animali piuttosto che come un ammasso di vecchie ossa, ma ci sono voluti parecchi anni prima che i paleontologi sviluppassero gli strumenti necessari per la verifica delle idee prodotte in quel precedente contesto. Per esempio, l’incremento nell’accesso generale alle tecnologie informatiche e l’aumento delle capacità di calcolo dei software hanno permesso ai paleontologi di produrre simulazioni nelle quali si è potuto esaminare sia la velocità della corsa sia la gamma dei movimenti possibili per vedere quanto in realtà i dinosauri fossero agili o veloci. Ci sono stati anche dei risvolti tanto positivi quanto inaspettati, come il fatto di essersi resi conto che i melanosomi presenti nelle piume dei dinosauri possono essere paragonati con quelli degli attuali uccelli per ricostruire il loro antico colore. I paleontologi stanno ora applicando nuove tecniche e nuove tecnologie provenienti dai campi della geochimica e dell’istologia, dal metodo degli elementi finiti (FEM), dalla biomeccanica, dalla computer grafica in 3D e da altri campi ancora per ricavare un numero maggiore di informazioni dalle ossa fossili come mai prima d’ora. Nel contempo, le nuove prove e i risultati ottenuti aprono nuovi scenari di indagine. Insomma, il successo dell’Illuminismo dei dinosauri è una combinazione dell’entusiasmante e rinnovato interesse che i paleontologi dimostrano quando considerano i dinosauri come animali reali (scaturito in origine dal Rinascimento dei dinosauri), con l’uso ponderato di quell’entusiasmo per affrontare razionalmente le domande alle quali mai avremmo pensato si potesse rispondere.
Certamente, gran parte della biologia dei dinosauri resta senza risposta. Non sappiamo ancora come fosse esattamente la loro fisiologia. Il peso delle prove in merito suggerisce che, in generale, i dinosauri fossero animali molto attivi che mantenevano temperature corporee elevate e più simili agli uccelli e ai mammiferi che ai rettili, ma oltre a questo livello generale di conoscenza c’è ancora molto che ignoriamo. In questo senso la questione fondamentale che stava al cuore del Rinascimento dei dinosauri, ossia la loro fisiologia, aspetta ancora una risposta definitiva. Un altro problema spinoso è rappresentato dal dubbio riguardo al dimorfismo sessuale. Differenze osservabili tra i due sessi sono state proposte più volte in passato, ma mai in un modo pienamente convincente. Questo accade perché i dinosauri non esibivano uno spiccato dimorfismo sessuale oppure perché ci sono imperfezioni nei nostri campioni ed errori nelle nostre tecniche di analisi? Forse la questione più grande di tutte resta il motivo della scomparsa dei dinosauri non-aviani [termine con il quale si indicano tutti i dinosauri eccetto gli uccelli. N.d.L.A.] alla fine del Cretaceo. Cosa li ha spazzati via, insieme ad altre forme di vita, e cosa ha permesso ai dinosauri aviani [ossia, gli uccelli. N.d.L.A.] di sopravvivere? Tutti concordano sull’identità degli attori principali – eruzioni vulcaniche, cambiamenti climatici e l’impatto di un asteroide – ma non conosciamo ancora il modo in cui quelle pressioni ecologiche si sono tradotte effettivamente nella loro estinzione. Alcuni dei più classici misteri dei dinosauri persistono ancora oggi.

L.A.: A giudicare dalla formidabile quantità di informazioni che hai raccolto in tutti questi anni di divulgazione scientifica sui tuoi blog, immagino che tu abbia fatto uno sforzo considerevole per la scelta dei materiali da trattare ne Il mio amato brontosauro.
C’è un argomento particolare che pensi sia rimasto escluso dalla redazione finale del libro?

B.S.: C’è sempre molto da dire sui dinosauri, molto più di quanto non possa essere ospitato in un qualunque libro. Mi sarebbe piaciuto scrivere di più sulle scoperte più nuove – gli spinosauridi, i rebbachisauridi e cose simili – ma sentivo che avrei dovuto concentrarmi sui dinosauri “classici” per poter fornire ai lettori un terreno più solido allo scopo di affrontare insieme la discussione dei concetti che volevo presentare. Avrei voluto scrivere di più sulla fisiologia dei dinosauri ma il capitolo non è venuto esattamente come avrei sperato. Secondo le intenzioni originali in quel capitolo avrei dovuto trattare dei dinosauri polari, e mi dispiace di averli lasciati fuori. Adoro immaginare i dinosauri piumati alle prese con la neve! Ma sapevo che aggiungendo quell’argomento poi non sarei riuscito a includere tutti i temi che desideravo. Volevo scegliere degli esempi specifici che potessero dimostrare quanto è cambiata la nostra comprensione dei dinosauri negli ultimi venticinque anni e penso che il libro abbia raggiunto questo obiettivo.

L.A.: «Abbiamo bisogno dei dinosauri» è il messaggio più importante del tuo libro. Abbiamo bisogno di questi animali principalmente per due ragioni molto importanti.
Il primo punto in ballo riguarda la storiografia dell’evoluzione, poiché fino a poco tempo fa i dinosauri sono stati considerati con sufficienza alla Tavola Alta della storia della vita [nelle università inglesi la High Table è il luogo dove prendono posto professori e ospiti illustri. N.d.A.]. Da qui la loro sostanziale esclusione dai libri di testo classici sull’evoluzione, dominati dagli invertebrati e dai mammiferi come protagonisti degli studi evoluzionistici più importanti. Ciò nonostante, come hanno notato recentemente Kevin Padian e Elise K. Burton (2012), i dinosauri sono stati un fattore chiave nei case studies più importanti per il progresso del pensiero macroevoluzionistico durante il XIX secolo, e questo perché hanno rappresentato i soggetti di studio preferiti dagli evoluzionisti più eterodossi dell’epoca (che amavano fare riferimento a tipologie evolutive ortogenetiche, degenerative o teleologiche per spiegare le bizzarrie delle forme animali fossili, tesi successivamente testate e falsificate). Non possiamo capire quel periodo senza una conoscenza aggiornata e profonda dei dinosauri.
In secondo luogo, come ha ricordato Scott D. Sampson, le persone impegnate nella divulgazione scientifica dovrebbero approfittare della fama dei dinosauri (come hai fatto nel tuo libro) per «reinserirci all’interno della struttura del tempo [sul pianeta Terra], per ricavare un senso dal nostro passato e per contemplare la nostra responsabilità nei confronti delle generazioni future» (2009: 277), così come per insegnare la «Grande storia» non teleologica della vita (276-277) e i concetti basilari del nostro background evolutivo sulla Terra.
Ora che hai terminato il tuo lavoro sui dinosauri (almeno per il momento), di quali capitoli della storia della vita pensi di occuparti nella tua prossima impresa letteraria, per collocare correttamente la nostra imprevedibile e stupefacente storia evolutiva?

B.S.: I dinosauri sono un punto di riferimento importante per la nostra comprensione del passato. I numeri sono talmente grandi che non riusciamo nemmeno a capire pienamente cosa significhino, ma dire che i dinosauri si sono evoluti 245 milioni di anni fa e che le forme non-aviane si sono estinte 66 milioni di anni fa ci aiuta a contestualizzare i miseri sei milioni di anni di evoluzione degli esseri umani. Quando discutiamo di preistoria è un luogo comune per gli scrittori dire che quella particolare creatura è vissuta prima o dopo il regno dei dinosauri – usiamo sempre i dinosauri per calibrare i riferimenti alla storia profonda.
Non direi però di aver chiuso con i dinosauri: voglio usare la conclusione de Il mio amato brontosauro come punto di partenza per un altro dei miei progetti. La documentazione fossile è una fonte ricca di informazioni sul modo in cui gli organismi hanno reagito ai cambiamenti climatici e come continuano a reagire. I fossili non documentano semplicemente il passato, ma possono fornirci alcuni indizi sulle forme future che potrebbe assumere la vita. Se le stime sull’attuale riscaldamento globale sono corrette, per esempio, significa che ci stiamo avvicinando a un effetto serra simile a quello visto l’ultima volta 55 milioni di anni fa durante il Massimo termico del Paleocene-Eocene (circa 10 milioni di anni dopo la scomparsa degli ultimi dinosauri non-aviani). Forse attraverso lo studio di come gli insetti, i mammiferi e le piante hanno reagito a qual periodo particolarmente caldo gli scienziati possono delineare come reagiranno gli organismi di oggi al cambiamento climatico indotto dalle attività umane e, pertanto, pianificare strategie di tutela e salvaguardia dell’ambiente.
Gli indizi sul futuro potrebbero benissimo celarsi nel passato.

Bibliografia citata:

Padian, K., & Burton, E.K. (2012). Dinosaurs and Evolutionary Theory, 1057-1072. In Brett-Surman, M.K., Holtz, T.R., Jr. & Farlow, J.O. (2012). (eds.). The Complete Dinosaur. Second Edition. Bloomington & Indianapolis: Indiana University Press.

Parsons, K.M. (2001). Drawing Out Leviathan: Dinosaurs and the Science Wars. Bloomington & Indianapolis: Indiana University.

Sampson, S.D. (2009). Dinosaur Odyssey: Fossil Threads in the Web of Life. Berkeley, Los Angeles & London: University of California Press.

mercoledì 12 marzo 2014

Siamo tutti piccioni di Skinner, ovvero di becchime, gabbiette (mentali) e magia

Sua Maestà, il piccione (Columba livia). Dopo aver letto questo post «scommetto che non guarderete più gli uccelli con gli stessi occhi» (cit. - vid.). Fotografia dell'utente Alpsdake, da Wikipedia.
ResearchBlogging.org
Immaginiamo la seguente scena, sopperendo alle lacune documentarie con una buona dose cinematografica di licenze interpretative.
Interno giorno. Laboratorio. Anni Quaranta del secolo scorso.
Piano americano, uno studioso che guarda una gabbietta. Lo studioso è Burrhus Frederic Skinner (1904-1990). Nella gabbietta, un piccione. Lo studioso (o un meccanismo a tempo) ha la possibilità di rilasciare delle granaglie nella gabbietta, a intervalli specifici ma slegati dal contesto o dalle azioni del piccione. Passato un certo periodo di tempo, e una determinata quantità di mangime beccato, lo studioso nota che il piccione ha assunto comportamenti bizzarri, quali «saltellare da una parte all’altra o volteggiare in senso antiorario» (Skinner 1947; Shermer 2012: 74). Perché d’un tratto il piccione sembra sotto effetto di sostanze stupefacenti? Perché lo studioso non ha controllato il mangime prima della somministrazione? Cosa diamine è capitato?
Niente paura: nessuna somministrazione di droghe aviane al malcapitato pennuto. Nessun riferimento agli esperimenti sci-fi di Walter Bishop, il coprotagonista del telefilm Fringe interpretato magistralmente da John Noble dal 2008 al 2013. Nulla di tutto ciò. Il piccione ha solamente messo in relazione l’ultima azione compiuta prima dell’introduzione del cibo con la fuoriuscita delle granaglie, associandole in una relazione di causa-effetto. O, per dirla altrimenti, il piccione ha assunto comportamenti stereotipati diventando superstizioso, ossia stabilendo un rapporto scorretto di causa ed effetto (Vallortigara 2008: 63. Cfr. Foster & Kokko 2009).
Ciò ha avuto luogo grazie a un condizionamento operante attraverso le contingenze di rinforzo, secondo cui «le conseguenze di un comportamento che vengono rinforzate sono le cause determinanti del comportamento che segue» (Buss 2012: 16); il condizionamento probabilmente non avrebbe avuto luogo se il piccione fosse stato punito o se si fosse drasticamente intervenuti su modi e tempi relativi alla somministrazione del cibo. Semplicemente, il rilevatore mentale di causalità del piccione ha agito mettendo in relazione un’azione specifica, ossia quella che il piccione stava compiendo prima che gli venisse somministrato il cibo, con la fuoriuscita del cibo. Data la sequenza degli intervalli, accade nuovamente e abbastanza presto che le due azioni si trovino ad essere ravvicinate: viene così creata una patternicity stabile, ossia una serie di pattern ritenuti in rapporto causale diretto, e ciò avrà l’effetto di rinforzare man mano il comportamento (Vallortigara 2008: 66.). Ragion per cui, secondo quanto stabilito implicitamente dal piccione, ripetendo quel gesto dovrebbe ripetersi la somministrazione del cibo.
Non vi ricorda nulla questo comportamento? Non richiama qualcosa di straordinariamente umano? 
Come ha notato in modo brillante Michael Shermer,
«se dubitate della potenza [della patternicity] nel comportamento umano, fate una visita a Las Vegas e osservate le persone che giocano alle slot machine e i loro svariati tentativi di trovare un pattern tra (a) l’azione di tirare la leva della slot machine e (b) il premio. I piccioni possono avere un cervello da gallina [in inglese la locuzione è più generale: bird brain. N.d.A.], ma quando si tratta delle patternicity basilari i nostri cervelli non sono molto diversi» (Shermer 2012: 75).
In effetti l’esperimento delle slot machine (modificate) è stato condotto da Koichi Ono sugli esseri umani nelle seguenti condizioni: un contatore dispensava punti da accumulare, in media ogni trenta o sessanta secondi, in modo del tutto slegato dai modi e dai tempi dell’azione sulla leva. In modo sorprendentemente simile al piccione di Skinner, i partecipanti all’esperimento che pure avevano compreso la non consequenzialità causale tra la ricompensa e l’azione sulla leva assunsero altri e ancor più bizzarri comportamenti (ibidem).
Esattamente come il piccione di Skinner, taluni atleti mettono in relazione una vittoria nella loro disciplina con un comportamento contingente avvenuto in contemporanea o poco prima prima dell’evento, e ripetono quel gesto all’entrata in campo; così gli studenti assumono determinati comportamenti, o indossano certi indumenti, poiché questi erano stati casualmente assunti o indossati in concomitanza con il loro exploit di successo. Da qui la coazione a ripetere quel gesto, a indossare quel capo di vestiario, nella convinzione che vi sia un implicito nesso causale ed efficace tra i due eventi, e da cui è dipeso il successo finale. Grazie a un ulteriore bias di conferma si tenderà a scartare i casi successivi che ledono la validità dell’assunto generalizzatore (ossia gli insuccessi), e ci si concentrerà solo sugli eventuali successi, un po’ come fa lo scaramantico tifoso Patrizio Solitano Sr. con la sua squadra di football americano (un personaggio interpretato da Robert De Niro ne Il lato positivoSilver Linings Playbook, U.S.A. 2012)
Eppure tutto ciò ha un risvolto evolutivamente adattativo, a patto che il costo della credenza in un pattern falso sia minore del costo del non credere in un pattern reale (Shermer 2012: 72; Foster & Kokko 2009). Stante questa premessa, la selezione operante nel tempo profondo avrebbe favorito le associazioni del primo tipo, fintantoché queste hanno anche sostenuto strategie di successo per la sopravvivenza e la riproduzione.
Lo stesso avviene nella magia che, come ha efficacemente analizzato István Czachesz basandosi su precedenti indagini cognitiviste di Jesper Sørensen e Illkka Pyysiäinen (Sørensen 2002, 2007; Pyysiäinen 2004, 2009), non è altro che «lo sviluppo spontaneo di un comportamento ritualizzato come risposta a un rinforzo positivo e indipendente dal responso» (Czachesz 2011: 149), secondo il condizionamento operativo. Questo pattern viene poi rafforzato dal bias di conferma, sostenuto dalle prospettive probabilistiche che quell’evento voluto capiti indipendentemente dalle azioni compiute (si pensi alle danze per ottenere la pioggia, dove la pioggia gioca lo stesso ruolo del becchime nella gabbietta di Skinner), e diffuso grazie al fatto che spesso le operazioni magiche hanno a che fare con racconti che sollecitano i nostri meccanismi cognitivi di empatia e di disgusto, rendendoli più memorizzabili e trasmissibili. La magia quindi è un caso di perfetto ragionamento circolare: è irrefutabile in quanto «funziona solo quando tutte le condizioni vengono soddisfatte, e sappiamo che tutte le condizioni sono state soddisfatte solo se la magia funziona» (ibi: 159).
Tra l’altro, la magia è una forma di pseudoscienza e, in quanto tale, non ha alcun interesse a individuare, elaborare o adottare metodi di disamina scientifica: nella pseudoscienza, come ci ricorda un celebre passaggio di Carl Sagan,
«le ipotesi vengono spesso formulate in modo tale da non poter essere confutate da alcun esperimento, cosicché non le si può invalidare neppure in linea di principio. Coloro che la praticano hanno invariabilmente un atteggiamento difensivo e sospettoso e si oppongono a ogni esame critico. Quando un’ipotesi pseudoscientifica non riesce a suscitare l’interesse degli studiosi, si tirano in ballo cospirazioni miranti a sopprimerla» (Sagan 2001: 61).
In quanto pseudoscienza, però, come delinea Gilberto Corbellini, la magia «non è che lo stato di default del modo di funzionare della nostra mente, in assenza di un’istruzione che la guidi a confrontarsi con i fatti». Da una prospettiva cognitivista,
«Il pensiero magico si sviluppa come un modo spontaneo di categorizzare i cambiamenti nell’ambiente sulla base dell’imprinting cognitivo che ci induce ad attribuire, in assenza di esperienze correttive, cause invisibili e animate nello scenario circostante. Il nostro cervello è facilmente ingannabile, funziona sulla base di illusioni e autoinganni» (Corbellini 2013: 48-49).
Si tratta in fin dei conti del surplus di capacità computazionale che è frutto dell’evoluzione, in quanto riserva di continui e possibili adattamenti, e che pur sbagliando profondamente sulla qualità e sulla quantità di pattern individuati nel mondo (dai fatti insignificanti che sarebbero legati a un destino ultramondano, fino alle inesistenti cospirazioni globali più o meno occulte), ha permesso nonostante tutto di cercare «cause non direttamente percepibili attraverso processi di astrazione e manipolazione dell’esperienza» (ibi: 49), grazie all’esercizio del «pensiero astratto stabilendo collegamenti tra diversi domini e sottodomini cognitivi» (ibi: 51) e facendo appello alla metacognizione, ossia «operazioni mentali su processi che sono essi stessi operazioni mentali» (ibi: 57).
La prossima volta che acquisterete un biglietto della lotteria aspettando trepidanti i risultati con il vostro maglione fortunato preferito addosso, o che guarderete la partita di calcio avvolti nella sciarpa da tifosi che avevate comprato l’anno in cui la vostra squadra del cuore vinse il campionato, pensate al piccione di Skinner. E sentitevi pure liberi di saltellare e di volteggiare in senso antiorario.

Buss, D.M. (2012). Psicologia evoluzionistica. Milano-Torino: Pearson Italia (ed. orig. 2012. Evolutionary Psychology: The New Science of the Mind. Boston: Pearson. 4a ed.)

Corbellini, G. (2013). Scienza. Torino: Bollati Boringhieri.

Czachesz, I. (2011). Explaining Magic: Earliest Christianity as a Test Case, in Martin, L. H. & Sørensen, J. (Eds.). Past Minds: Studies in Cognitive Historiography, (pp. 141-166). London-Oakville, Equinox

Foster KR, & Kokko H (2009). The evolution of superstitious and superstition-like behaviour. Proceedings. Biological sciences / The Royal Society, 276 (1654), 31-7 PMID: 18782752

Pyysiäinen, I. (2004). Magic, Miracles, and Religion: A Scientist’s Perspective. Walnut Creek: AltaMira Press

Pyysiäinen, I. (2009). Supernatural Agents: Cognitive Science of Supernatural Agency. Oxford-New York: Oxford University Press

Sagan, C. (2001). Il mondo infestato dai demoni. La scienza e il nuovo oscurantismo. Milano: Baldini e Castoldi,  (1997 1a ed.; ed. orig. 1996. The Demon-Haunted World: Science as a Candle in the Dark. New York: Ballantine Books)

Shermer, M. (2012). The Believing Brain: From Spiritual Faiths to Political Convictions. How We Construct Beliefs and Reinforce Them as Truths. London: Robinson. (Times Books - Henry Holt, New York 2011)

Sørensen, J. (2002). ‘The Morphology and Function of Magic’ Revisited. In Pyysiäinen, I. & Anttonen, V. (Eds.). Current Approaches in the Cognitive Science of Religion, (pp. 177-202). Continuum, London-New York: Continuum

Sørensen, J. (2007). A Cognitive Theory of Magic. Walnut Creek: AltaMira Press

SKINNER BF (1948). Superstition in the pigeon. Journal of experimental psychology, 38 (2), 168-72 PMID: 18913665

Vallortigara, G. (2008). La causa prima? In Girotto, V., Pievani, T., &  Vallortigara, G. Nati per credere. Perché il nostro cervello sembra predisposto a fraintendere la teoria di Darwin, (pp. 63-82). Torino: Codice edizioni

venerdì 7 marzo 2014

Sulla piaga del benaltrismo nelle discipline umanistiche

Immagine dell'utente Thegreenj (2007), da Wikipedia.
BENALTRISMO. sost. m. Patologia cognitiva e accademica che comporta l'acquartierarsi sempre a debita distanza, e in modo antiscientifico e anti-epistemologico, dalla verifica delle proprie asserzioni allo scopo di delegittimare in modo pretestuoso la posizione scientifica dell'interlocutore.
Dato che "c'è sempre dell'altro", che "ci vuole ben altro", che "ma è più complicato di così", che "la questione è un altra", che "il dossier è già stato aperto da...", che "mah, non mi convince", la versione cronica della malattia accademica comporta la progressiva necrotizzazione dei tessuti umanistici e la fine del clade umanistico tout court. Le discipline infette sono condannate.
Il ricorso al postmodernese più spinto, all'escamotage religionistico-paranormale, ai sofismi filoteologici, sono semplici palliativi che, per mero effetto placebo, possono aumentare l'aspettativa di vita dei singoli rami disciplinari ma che, per lo stesso motivo dell'aumento di sopravvivenza nel breve periodo, tendono purtroppo a diffondere epidemiologicamente il morbo.

Unica cura efficace: la scienza, in posologie adeguate allo stato di avanzamento del benaltrismo.
Al prossimo "mah, sarà; però è più complicato, e d'altra parte...ecc. ecc." si risponderà dunque con "Hai l'onere della prova: fornisci dati quantitativi e qualitativi". In caso contrario, si dovranno evitare immantinente ulteriori contatto e dialogo. Nel caso dovessero aumentare gli sproloqui metafisici da postmodernese in salsa te(le)ologica, ricordatevi di indossare la mascherina della scienza: è dimostrato che, se usata correttamente, la mascherina scientifica aumenta le difese immunitarie del 100% .
Oppure, si può provare a rispondere allo stesso modo, usando le medesime strategie adottate dal morbo del benaltrismo: il soggetto malato coinvolto reagirà sbraitando e sarà lui stesso ad andarsene.

Come hanno scritto Rita Astuti e Maurice Bloch di recente (2012), "è inutile che gli scienziati cognitivisti facciano lo sforzo di cooperare" con chi "disprezza la storia evolutiva di Homo sapiens". Semplicemente perché, come scrivono i due autori succitati, "Quegli studiosi [refrattari al metodo e all'epistemologia scientifica] non si stanno occupando degli esseri umani ma delle creature provenienti dal pianeta Zog". Ecco, forse il modo migliore per limitare e contenere il morbo è isolare i pazienti, lasciandoli liberi di giocare con le loro affezionate creaturine del pianeta immaginario Zog (ma non dite loro che sono solo fantasie e giocattolame!).

Astuti, R. & Bloch, M. (2012). Anthropologists as cognitive scientists. In Topics in Cognitive Science, 4 (3). 453-461. ISSN 1756-8757.

domenica 2 marzo 2014

Network, code-switching e schemi cognitivi. Ricette per ovviare all'antiscientismo sociologico

Porzione per un taxon: 2 kg. di evoluzione, 1 kg e mezzo ca. di reti neurali, 500 gr. di cognizione e 500 gr. di storia profonda. Tagliate gli ingredienti a fette sottili e fate marinare il tutto per ca. 200.000 anni nell'evoluzione culturale. Al termine della marinatura cuocere a fuoco lento sulla griglia dell'epidemiologia delle rappresentazioni q.b.
Foto dell'utente liz west, da Wikimedia Commons.
ResearchBlogging.org
Da qualche mese stiamo seguendo il fil rouge delle incomprensioni e dei pregiudizi  che le discipline umanistiche nutrono (da sempre) nei confronti della scienza. A dicembre abbiamo commentato l’antidarwinismo antropologico e l’idea della tabula rasa, a febbraio ci siamo occupati delle sempiterne, ed eternamente fallaci, te(le)ologie storiografiche. Per essere equi e solidali, oggi tocca all’anticognitivismo sociologico (con i dovuti correttivi).

Allo stesso modo degli storici, i sociologi del passato recente impegnati negli studi culturali hanno prodotto analisi che, per quanto interessanti, non sono riuscite a implementare uno standard euristico basato su criteri scientifici. Però esattamente come gli storici, citando le parole del sociologo Paul DiMaggio, «i sociologi che scrivono sulle modalità in cui la cultura entra nella vita di tutti i giorni fanno assunzioni sui processi cognitivi. Se assumiamo che un simbolo condiviso evochi un senso di identità comune […], che una certa cornice stimoli le persone a pensare in un modo nuovo un tema sociale […], che le lezioni sulla struttura dello spazio e del tempo imparate a scuola siano generalizzate nelle attività lavorative […], o che i sondaggi possano misurare la coscienza di classe [sociale], stiamo facendo delle potenti supposizioni cognitive» (DiMaggio 1997: 265). Ciò nonostante, fino a tempi piuttosto recenti queste supposizioni sono sempre rimaste metateoriche, ossia non esplicitate, e talvolta poste in termini contraddittori (ibidem). Come nel caso degli antropologi appena ricordato, inoltre, lo stesso concetto di “cultura” appariva ancorato al tema dell’acquisizione tramite socializzazione, volta alla costruzione di una «rete senza cuciture» come espressione paradigmatica di una coerente ed integrata visione complessiva che costituirebbe la «soggiacente variabile latente», rinvenibile tautologicamente in qualunque materiale culturale di una specifica cultura (ibi: 264. Cfr. Bloch & Sperber 2002: 726).
Rispetto alla stragrande maggioranza delle scuole antropologiche di stampo umanistico, però la svolta teorica sociologica ispirata dal poststrutturalismo della seconda metà del Novecento ha permesso sia di riconsiderare come «i testi esercit[i]no potere, autorità, dominio, resistenza, e qualunque tipo di relazione sociale che può o non può essere stata presente nell’autocoscienza dell’autore» (Kraemer 2011: 9), sia di prendere coscienza del modo in cui le trame delle simbologie sociali e della connessa gestione del potere conducono a un uso strategico della cultura in vista di obiettivi specifici. Questo cambiamento di scenario disciplinare ha permesso di innestare un rinnovato e più promettente paradigma sociologico del concetto di cultura (anche senza dover adottare il nonsense del linguaggio postmodernese; cfr. Sperber 2010). Nelle parole di DiMaggio, «una volta che abbiamo riconosciuto che la cultura è inconsistente [rispetto alla monolitica definizione precedente. N.d.A.] – ossia che le norme delle persone possono deviare da ciò che i media [sociali] rappresentano come normale, o che le nostre immagini preconsce e i resoconti discorsivi di un fenomeno possono differire, diventa cruciale identificare le unità di analisi culturale e focalizzare l’attenzione sulle relazioni che intercorrono tra questi elementi» (DiMaggio 1997: 265). Inoltre, continua il sociologo, occorre riconsiderare la variabilità come nuovo asse portante dell’analisi culturale, all’interno di una cultura vista ora come «un insieme di rappresentazioni, un repertorio di tecniche, [e] una cassetta degli attrezzi strategici» (ibi: 267) vincolata dagli schemi cognitivi (ossia, le «rappresentazioni di conoscenza e i meccanismi di computazione dell’informazione»; ibi: 269), e legata all’accesso alle rappresentazioni e al modo in cui gli agenti sociali «attribuiscono accuratezza o plausibilità alle asserzioni di fatti e opinioni» (ibi: 267).
A livello sovra-individuale, lo studio cognitivo si salda con quello sociologico in particolare per quanto riguarda tre temi di rilevanza storiografica:
  • l’identità dei collettivi umani;
  • la memoria collettiva;
  • il cambiamento culturale.
Il primo punto riguarda le rappresentazioni soggette a intensa elaborazione intenzionale e condivise dalla collettività, sottoposte a contestazioni frequenti a causa del fatto che «i gruppi competono per produrre rappresentazioni sociali capaci di evocare schemi cognitivi favorevoli ai loro interessi ideali o materiali» (ibi: 275). La memoria collettiva si può invece intendere come «il risultato dei processi che riguardano, rispettivamente, l’informazione alla quale gli individui hanno accesso, gli schemi cognitivi attraverso i quali le persone comprendono il passato e i simboli o i messaggi esterni che informano questi schemi» (ibidem). L’ultimo punto concerne invece un tema che affronteremo in dettaglio prossimamente, ovvero il cambiamento culturale. L’acquisizione, la diffusione e l’estinzione delle culture dipende da un lato dall’interazione dell’ambiente, sociale o naturale, con le logiche dell’azione, ossia con «i set di rappresentazioni o di vincoli che influenzano l’azione in un particolare dominio» (ibi: 277), e dall’altro dall’influenza reciproca tra le modifiche o i cambiamenti del codice culturale a livello sociale (code-switching) e i modelli cognitivi che spiegano la diffusione e la stasi delle rappresentazioni e dei modelli culturali (ibi: 280). Le modifiche del codice culturale, lente (come nei processi di acculturazione) o rapide (ad esempio, il caso dell’adozione del capitalismo o la risorgenza di determinate religiosità nei territori post-sovietici) vanno intese nell’ottica di quella “cultura frammentata” che trova il suo baricentro nell’interazione dei network in quanto «ambienti cruciali per l’attivazione di schemi cognitivi, logiche [dell’azione] e cornici [sociali]» (ibi: 283).
«Il successo empirico, la prevedibilità, la semplicità e il controllo indipendente dei risultati sono fattori che aumentano le possibilità per la ricerca di giungere a conclusioni affidabili» (Sulloway 1998: 327), e questo è lo scenario che sta emergendo al crocevia dell’incontro tra scienze cognitive, neuroscienze, biologia evoluzionistica, e quei saperi antropologici, sociologici e storiografici che non si sono tirati indietro di fronte alla contemporanea «sfida della complessità» scientifica (Ceruti 2009. Cfr. Martin 1997; Martin 2000).

Bloch, M. & Sperber, D. (2002). Kinship and Evolved Psychological Dispositions: The Mother’s Brother Controversy Reconsidered. In Current Anthropology, 43 (5): 723-748

Ceruti, M. (2009). Il vincolo e la possibilità. Milano: Raffaello Cortina Editore.

DiMaggio, P. (1997). Culture and Cognition Annual Review of Sociology, 23 (1), 263-287 DOI: 10.1146/annurev.soc.23.1.263

Kraemer, R.S. (2011). Unreliable Witnesses: Religion, Gender, and History in the Greco-Roman Mediterranean. Oxford-New York: Oxford University Press.

Martin, L.H. (1997). Biology, Sociobiology and the Study of Religion: Two Lectures. In Religio. Revue pro religionistiku, V (1): 21-35.

Martin, L.H. (2000). Kingship and the Consolidation of Religio-Political Power during the Hellenistic Period. In Religio. Revue pro religionistiku, VIII (2): 151-160.

Sperber, D. (2010). The Guru Effect. In Review of Philosophy and Psychology, 1 (4): 583-592.

Sulloway, F.J. (1998). Fratelli maggiori, fratelli minori. Come la competizione tra fratelli determina la personalità. Milano: Mondadori. (ed. orig. 1996. Born to Rebel: Birth Order, Family Dynamics, and Creative Lives. New York: Pantheon Books).