venerdì 20 luglio 2012

Il naturalista e lo scrittore: Darwin secondo McEwan

Charles R. Darwin, presso il Natural History Museum di Londra. Fotografia dell'autore, estate 2012 [licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Italia (CC BY-NC-ND 3.0)]
ResearchBlogging.org Il parere dello scrittore

Lo scrittore britannico Ian McEwan, già apprezzato autori di romanzi (pubblicati in Italia da Einaudi e, ahimè, a me ignoti) nonché membro di Edge, scrive sul numero di luglio de Le Scienze [1]:
«Il pensiero scientifico del XIX secolo aveva indugiato per decenni al margine di idee evoluzionistiche, e se Darwin - o Wallace - non avesse espresso compiutamente l'idea dell'evoluzione per selezione naturale, altri lo avrebbero fatto. Le stesse realtà biologiche erano sotto gli occhi di tutti, e la tassonomia era in uno stadio avanzato» (ibid., p. 45)
Più avanti annuncia quanto segue: 
«Una teoria secondo cui tutte le specie sono imparentate, compresi gli esseri umani, era una sfida alla dignità, e all'inizio la chiesa trovò molto difficile accettare l'idea che le specie non fossero fisse, immutabili, create da Dio non molto tempo fa» (ibid., p. 46).
Ciò nonostante, secondo McEwan,
«la cosa più interessante sulla pubblicazione di L'Origine delle specie è la rapidità con cui venne accettata» (ibid.) [NOTA: come emerso durante una conversazione informatica con Andrea Cau, qui "accettazione" si riferisce all'approvazione del manoscritto da parte dell'editore o alla diffusione della teoria colà espressa? In entrambi i casi la frase è contenutisticamente e sintatticamente ambigua]
e poco oltre, associando la teoria della relatività a quella elaborata da Darwin, scrive che «l'accettazione accelerata dei lavori di Darwin e Einstein nel 1858 e nel 1915 non si può spiegare del tutto con la loro efficacia, o verità», quanto piuttosto - rifacendosi ad una definizione di E.O. Wilson - «con l'eleganza [...] [o] bellezza di una specifica generalizzazione scientifica» (ibid.).

I punti principali e i nodi del contendere

Sono affermazioni che disorientano per la loro leggerezza, e per il fatto di essere state ospitate sull'edizione nazionale di una delle più note e diffuse riviste internazionali di divulgazione scientifica, nonché uno dei periodici ad ampia tiratura più antichi e rispettabili degli Stati Uniti (Scientific American festeggerà il 26 agosto di quest'anno il 167° anniversario dalla fondazione). Anticipo immediatamente che non è mio interesse giudicare l'opera letteraria di McEwan, che non conosco.  Sottolineo inoltre che non rientra nelle finalità di questo post esprimere un giudizio sulla qualità letteraria dell'articolo da lui firmato. La sola preoccupazione del presente contributo è di fornire alcuni strumenti di base per contestualizzare e correggere alcune affermazioni di McEwan su Darwin e sulla storiografia dell'evoluzionismo biologico.
Dunque, i principali punti di nostro interesse contenuti nel saggio di McEwan  sono riassumibili come segue:
  1. la teoria di Darwin è implicitamente rappresentata come un insieme compatto e un modello monolitico piuttosto semplice; 
  2. per lo scrittore britannico, la teoria dell'evoluzione per selezione naturale di Darwin sarebbe stata accettata in toto quasi immediatamente dopo la comunicazione congiunta delle relazioni di Wallace e Darwin presso la Linnean Society nel 1858. Darwin, che stava lavorando privatamente al suo progetto da una ventina d'anni, «arriv[ò] prim[o]» e fu «travolt[o] dalla celebrità e da profondo rispetto», mentre «Wallace fin[ì] per languire in una relativa oscurità» (ibid., p. 45). Eccettuando una certa originalità di Darwin (non specificata), nessuna differenza viene delineata tra le proposte dei due studiosi;
  3. McEwan interpreta il processo che soggiace alla storia delle idee come unilineare, teleologico e quasi prestabilito: possiede una sola direzione (paradossalmente stabilita a posteriori) - ciò che è accaduto doveva accadere per forza, qualcuno avrebbe compiuto prima o poi quella particolare azione in quel particolare momento storico;
  4. secondo McEwan, «arrivare primi, essere originali, è di grande importanza nella scienza» come nell'arte (ibid., p. 45). Ciò nonostante, eccettuando il merito dell'originalità artistica anche nella scienza, «non dovrebbe [...] essere tanto importante, in termini di pura razionalità e di progresso scientifico, chi [...] arrivò per primo» alla formulazione di una teoria convalidata dai dati o da una particolare scoperta; detto altrimenti, «in termini del bene comune, potrà mai essere importante se sia stato Joseph Priestley o Antoine Lavoisier a scoprire l'ossigeno, se sia stato Isaac Newton o Gottfried Leibniz a inventare l'analisi matematica?» (ibid., p. 44).
Di seguito, quindi, trovano spazio le precisazioni storiografiche in merito alle opinioni espresse da McEwan.

Organizzazione del modello teorico darwiniano

Per quanto sia sostanzialmente vero che l'idea dell’evoluzione all'epoca non fosse né nuova né particolarmente innovativa di per sé (per quanto formulata sovente in chiave teologica), ciò che si rivelò essere determinante per la proposta darwiniana fu la sua configurazione particolare, che rappresentò effettivamente uno spartiacque storico. Lungi dal rappresentare una teoria monolitica, come McEwan sembra prospettare, il pensiero di Darwin si compone dall'articolazione di cinque tesi autonome, così sintetizzate dal biologo evoluzionista Ernst Mayr (1904-2005): 
  1. l'evoluzione in quanto tale, ossia la modificazione delle specie nel corso del tempo, 
  2. la discendenza a partire da una antenato comune, 
  3. la speciazione popolazionale, ossia la discendenza delle specie da specie preesistenti, 
  4. la gradualità dell'evoluzione e, infine, 
  5. la selezione naturale.
Questi cinque punti, combinati con il rifiuto dell'idea di progresso assoluto e con l'affermazione del ruolo dei processi stocastici (ossia casuali), rappresentarono una sfida nei confronti di un canone grosso modo omogeneo di filosofie teologiche e secolari che si rafforzavano a vicenda e che in alcuni casi erano antiche di almeno duemila anni. Tra le prime, le principali stabilivano l'esistenza di un mondo immodificabile, l'esistenza di una creazione (o di più creazioni indipendenti che facevano seguito a catastrofi naturali, a seconda delle interpretazioni geologiche), la fede in un creatore saggio e benevolo e l'antropocentrismo, secondo il quale il mondo intero sarebbe stato creato per l'uomo. 
Le ideologie secolari allora in voga, ed esplicitamente contrarie all'evoluzione darwiniana, erano invece l'essenzialismo (ossia l'esistenza di insiemi ideali e discreti che corrispondevano sic et simpliciter alle cose del mondo fisico), il fisicalismo e il determinismo tipico delle scienze fisico-matematiche, che si esprimevano per leggi immodificabili (perlopiù reinterpretate in un'ottica teologica), e la teleologia nelle sue varie formulazioni (in una chiave spesso teologica). Solo Darwin, e Wallace in maniera indipendente (e con alcuni distinguo teorici), erano arrivati a formulare quel campione di ipotesi che, a partire dalla constatazione dell'azione del tempo profondo in ambito biologico, avrebbe posto le basi per la futura indagine biologico-evoluzionistica e genetica, e solo nella formulazione darwiniana il tempo profondo della storia della vita sulla Terra scalzava definitivamente le antiche credenze sulla biologia dallo schema dell'immutabilità religiosamente stabilita [2].

«Più fischi che applausi»: un confronto con le idee di Wallace, l'indifferenza iniziale e i fraintendimenti ottocenteschi

Non è comunque corretto subordinare il pensiero di Darwin e quello di Wallace allo stendardo di un ipotetico "spirito del tempo dell'idea evoluzionistica", insieme a chissà quanti altri pensatori. Kevin Padian ha giustamente sottolineato come «l'idea che la teoria dell'evoluzione fosse "nell'aria", e che se Darwin non l'avesse pensata quando lo fece, qualcun'altro lo avrebbe fatto», non sia altro che uno dei molti miti presenti nella letteratura su Darwin [3]. Nonostante l'dea della trasmutazione delle specie avesse avuto sostenitori eccellenti tra i quali Buffon, Lamarck, Erasmus Darwin e Robert Chambers, «nessuno aveva proposto un meccanismo plausibile per spiegare come questa potesse aver luogo» [4].
Inoltre il pensiero evoluzionistico di Wallace possedeva peculiarità che lo distanziavano da quello di Darwin. Benché anche Wallace si fosse ispirato a Malthus e fosse giunto alla concezione della divergenza delle specie attraverso l'associazione della variazione alla selezione e alla lotta per l'esistenza, come ha sintetizzato recentemente Telmo Pievani, esistono comunque differenze significative già nel manoscritto presentato con l'abbozzo darwiniano  nel 1858: «[...] l'approccio è più funzionalista, gli inadatti sono eliminati direttamente dall'ambiente e meno dalla competizione con altri individui, l'evoluzione sembra avere una chiara direzione di progresso e di equilibrio, non vi è traccia del meccanismo di selezione sessuale e l'analogia con la selezione artificiale verrà dopo [...]» [5]. Non è nemmeno del tutto vero che Wallace «languì in una relativa oscurità» come ha scritto McEwan, ma in questo caso l'intreccio di contesto e storiografia ci porterebbe troppo lontano.
In secondo luogo, la teoria di Darwin non fu "accettata" dall'establishment accademico nel biennio 1858-'59: venne accolta con indifferenza prima e con «più fischi che applausi» poi, per citare il titolo di un capitolo della biografia di Desmond e Moore dedicata a Darwin [6]. Nel maggio del 1859 il presidente della Linnean Society poté affermare che l'anno era trascorso senza esser riuscito ad annoverare alcuna particolare scoperta rivoluzionaria [7]. Nei decenni che seguirono la pubblicazione dell’opera di Darwin, inoltre, furono rari i casi di adozione integrale del modello di ricerca stabilito da Darwin, e di gran lunga superiori in numero gli adattamenti, o i fraintendimenti, indirizzati verso filosofie ortogenetiche o finalistiche [8].
McEwan, isolando Darwin dal contesto scientifico dell'epoca e adottando un'anacronistica ottica contemporanea imperniata sul mondo dei media e dello star system, cade nella rettifica a posteriori quando scrive che all'epoca Darwin fu travolto da «celebrità e profondo rispetto». Nemmeno una parola per gli insulti, la violenza delle caricature e del giudizio morale che la cultura mainstream della seconda metà dell'Ottocento gli rivolse (e in particolare il nascente panorama dei quotidiani nazionali)? No. Eppure ancora oggi (r)esiste purtroppo un problema di ordine concettuale che riguarda l’uso e il giudizio di valore implicito nella desueta definizione di evoluzione in quanto “progresso” indefinito o te(le)ologicamente orientato.
Infine, l'affermazione astratta di McEwan secondo la quale la tassonomia fosse all'epoca ad «uno stadio avanzato» non significa nulla neppure nell'ottica della sua filosofia della storia: organizzare secondo principi discreti il regno del vivente (fino a tempi recenti secondo il discernimento del naturalista), non equivale a comprendere la storia e i legami evoluzionistici intrinseci. Detto in altri termini: se una data cultura possiede regole di classificazione biologica (quale non le ha?), ciò non significa che quella cultura abbia elaborato un concetto di filogenesi o che possieda una conoscenza sufficiente della documentazione paleontologica.

La storia delle idee nel mondo di Pangloss

Darwin ha alle spalle generazioni di osservatori, scrittori, interpreti (religiosi e non) del mondo naturale, che arrivano fino alle primissime manifestazioni della volontà di spiegare i fenomeni naturali inscritte nelle mitologie del mondo. Ma ciò non equivale a dire che qualcuno al tempo di Darwin sarebbe arrivato a formulare una teoria equivalente per filo e per segno alla sua. Il naturalista inglese avrebbe potuto benissimo non pubblicare mai il suo testo fondamentale, e l'evoluzionismo moderno avrebbe potuto avere origine da una cornice storico-culturale completamente diversa, oppure restare ancorato ad una concezione teleologica del vivente, tanto in voga negli ambienti della teologia naturale.
Per una catena di (tragiche) contingenze storiche, così come non abbiamo, per esempio, uno stato mesoamericano nativo autonomo, erede diretto delle entità statuali precolombiane (il quale avrebbe potuto rappresentare oggi un esempio di statualità del Nuovo Mondo non colonizzata dagli europei), non abbiamo una completa teoria dell'evoluzione non darwiniana e non occidentale (anche se nel corso del tempo alcuni modelli geomitologici si sono avvicinati ad un concetto, per certi versi, evolutivo). Il merito di Darwin, catalizzatore di tutta una risalente tradizione europea, è stato quello di introdurre definitivamente il concetto di “storia” come concatenazione inscindibile di eventi contingenti, che si sviluppa sulla scala temporale del tempo profondo (un concetto mutuato dalla geologia, esteso oggi alla cosmologia e alla storia dell'universo), in un ambito in precedenza visto soprattutto come fissista e teologico, scardinandolo dai vincoli dogmatici.
La concezione della storia delle idee di McEwan, invece, risente di un soggiacente indirizzo teleologico della storia tout court. Nella sua ottica lo sviluppo delle conoscenze scientifiche è orientato dallo spirito del tempo che sembra essere sempre favorevole ad un progresso indefinito: i nomi di chi ha fatto ricerca in un dato periodo, per lo scrittore britannico, non hanno valore di per sé, perché comunque le scoperte sarebbero state effettuate in quel medesimo periodo, da altre persone. La svalutazione della casualità, delle storie individuali degli studiosi, dei loro percorsi scientifici che dettano le inclinazioni nella ricerca, il non riconoscere la contingenza degli sviluppi della storia delle idee (e nelle discipline storiche in generale), le intricate concatenazioni di spunti, vincoli, frequentazioni, vissuto e quant'altro dimostrano invece una scarsa attenzione al contesto della storiografia (e dell'evoluzione stessa) [9], e sembrano quasi suggerire un'apologia del plagio scientifico o artistico.
In fin dei conti, a posteriori è facile per tutti trovare i motivi (quali che siano, spesso errati) che hanno reso quella scoperta particolare, quell'evento sportivo, quell'elezione politica, quel disastro ambientale o addirittura la stessa evoluzione del vivente o dell'uomo, inevitabile e prevedibile, quasi orientata. Si tratta di una predisposizione cognitiva che Michael Shermer definisce come «hindsight bias», ossia «la tendenza a ricostruire il passato per farlo combaciare con le conoscenze presenti» [10].

Tra arte e scienza: originalità dell'autore come vezzo e massimo comune divisore?

A differenza di quanto affermato da McEwan, i nomi degli scienziati e degli studiosi non vengono ricordati per un mero vezzo in comune con l'arte,  per il lezioso riconoscimento della primogenitura e dell'originalità di una teoria (che comunque può avere il suo peso), ma perché quella particolare scoperta o idea o teoria avrebbe potuto non vedere mai la luce. Avrebbe potuto essere declinata in modo completamente differente, modificando quindi tutta la storia successiva, con ricadute a cascata sull'intera storia delle idee. Avrebbe potuto trovare espressione precoce o tardiva rispetto al contesto storico (è successo), o trovare espressione in riviste o circoli poco frequentati dal mainstream scientifico (è successo anche questo), mancando o ritardando in entrambi i casi l'incontro con la notorietà e la diffusione nell'ambito della ricerca (ammessa la sua validità). D'altra parte, lo stesso può dirsi per l'arte.
In ultima istanza, nonostante l'insistenza di McEwan sul parallelo tra arte e scienza basato sull'originalità, quest'ultima da sola non garantisce mai l'aderenza alle evidenze; è una delle basilari differenze tra pensiero deduttivo e induttivo (anche se i confini non sono mai così netti). Come scrisse nel 1918 l'astronomo britannico A.C. Crommelin in merito alla teoria degli universi-isola (in seguito convalidata): «[...] le nostre conclusioni nella scienza devono essere basate sulle evidenze, e non sul sentimento. Ma possiamo esprimere la speranza che tale sublime concezione riesca a passare le prove costituite da ulteriori esami» [11]. Sono questi «ulteriori esami» che vagliano il sapere e costruiscono il patrimonio scientifico. Grazie a questa incessante catena di controlli lo schema darwiniano, cambiato e migliorato nel corso del tempo, è ancora integro, sostenuto da sempre più ampie prove genetiche (a partire dagli studi coevi di Mendel, che Darwin non conosceva), paleontologiche e biologiche, a conferma della validità delle originarie supposizioni di Darwin.

«Il più grande storico che sia mai vissuto»

Il merito di Darwin va ben al di là del primato di una certa eleganza di scrittura, di un'abilità artistico-letteraria di esposizione o di una paternità teorico-scientifica. Frank J. Sulloway ha persino proposto di considerare Darwin come «il più grande storico che sia mai vissuto» [12]. Perché? Ci limitiamo in questa sede ad elencare due risposte. 
Innanzitutto perché, tra le altre cose, il naturalista di Shrewsbury (la sua città natale) era consapevole del processo cognitivo per cui tendiamo a minimizzare le prove e le evidenze che emergono come incongruità rispetto alle nostre aspettative, al pattern dominante, o anche alla visione del mondo condivisa e accettata (magari supinamente), tanto da annotare nella sua Autobiografia l'abitudine di segnare tutti i casi e gli elementi che sembravano contraddire le sue idee. Per questo motivo Darwin ha atteso due decenni raccogliendo materiale scientifico: per testare, verificare, costruire e sostanziare la sua idea.
In secondo luogo con Darwin, alla fine dell'epoca delle esplorazioni geografiche, le colonne d'Ercole della conoscenza venivano spostate più lontano di quanto si potesse mai immaginare: la storia dell'uomo, del pianeta e, più tardi, quella del cosmo si spalancavano così di fronte alla ricerca come nuove terre incognitae da esplorare, ma infinitamente più vaste di quanto il pensiero storico precedente abbia mai potuto immaginare. Le centinaia di milioni di anni della geologia (una misura presto corretta in miliardi) e gli anni luce del lookback time (ossia la distanza tra un punto di osservazione della volta celeste sulla Terra e il tempo che i fotoni emessi da una fonte luminosa nello spazio hanno impiegato a giungere alla nostra retina) si apprestavano a diventare la nuova frontiera del tempo profondo [13].
In tale modo, la storia naturale è uscita definitivamente dalle speculazioni naturalistiche tipiche dell'atteggiamento hobbistico e amatoriale tanto diffuso fino ad allora e dall'aderenza all'auctoritas dei testi antichi, sfociando in un rinnovato modo di procedere e in una nuova e straordinaria avventura scientifica.

[1] Ian McEwan, L'originalità della specie, in «Le Scienze. Edizione italiana di Scientific American», 527, luglio 2012, pp. 40-46 (art. pubbl. orig. come The Originality of the Species, presente on line sul sito del quotidiano The Guardian, 23 marzo 2012).
[2] Ernst Mayr, Un lungo ragionamento. Genesi e sviluppo del pensiero darwiniano, Bollati Boringhieri, Torino 1994, pp. 48-60 (ed. or. One Long Argument: Charles Darwin and the Genesis of Modern Evolutionary Thought, Harvard University Press, Cambridge 1991).
[3Kevin Padian, Ten Myths about Charles Darwin, in «BioScience», 59, 9, 2009, pp. 800-804; p. 803.
[4] Ibid.
[5] Telmo Pievani, Introduzione a Darwin, Roma-Bari, Laterza 2012, p. 68.
[6] E. Mayr, Un lungo ragionamento, cit., passim. Cfr. K. Padian, Ten Myths..., cit., p. 803: a differenza della discendenza comune (comunque declinata in modo diverso a seconda dei punti di vista), all'inizio il meccanismo della selezione naturale fu spesso osteggiato.
[7] Niles Eldredge, Darwin. Alla scoperta dell'albero della vita, Codice edizioni, Torino 2006, p. 59 (ed. or. Darwin: Discovering the Tree of Life, W.W.  Norton & Co., New York 2005); I. Bernard Cohen, Revolution in Science, The Belknap Press of Harvard University Press, Cambridge-London 2001, pp. 286-287 (prima ed. 1985).
[8] Adrian Desmond e James Moore, Vita di Charles Darwin, Bollati Boringhieri, Torino 2009, cap. 33, pp. 557-571 (ed. or. Darwin, Michael Joseph, London 1991; Penguin Books, London 2009). Su Wallace cfr. ibid., in part. pp. 539-540.
[9] Cfr. su questo tema Susan Oyama, Il cordato accidentale: la contingenza nei sistemi di sviluppo, in ead., L'occhio dell'evoluzione. Una visione sistematica della divisione fra biologia e cultura, ed. it. a cura di T. Pievani, Fioriti, Roma 2004, pp. 116-128 [ed. or. Evolution's Eye: A Systems View of the Biology-Culture Divide, Duke University Press, Durham 2000; art. pubbl. or. come The Accidental Chordate: Contingency in Developmental Systems, in «South Atlantic Quarterly», 94, 2, 1995, pp. 509-526; ripubbl. in Barbara Herrnstein Smith e Arkady Plotnitsky (eds.), Mathematics, Science, and Postclassical Theory, Duke University Press, Durham 1997, pp. 118-133].
[10Michael Shermer, The Believing Brain: From Spiritual Faiths to Political Convinctions. How We Construct Beliefs and Reinforce Them as Truths, Robinson, London 2012, pp. 307-308 (ed. or. The Believing Brain: From Ghosts and Gods to Politics and Conspiracies. How We Construct Beliefs and Reinforce Them as Truths, Times Books-Henry Holt, New York 2011).
[11A.C.D. Crommelin, Are the Spiral Nebulae External Galaxies?, in «Journal of the Royal Astronomical Society of Canada», 12, 1918, p. 46; cit. da M. Shermer, The Believing Brain, cit., p. 371.
[12] Ibid., p. 400. La cit. di Sulloway proviene da F.J. Sulloway, Born to Rebel: Birth Order, Family Dynamics, and Creative Lives, Pantheon Books, New York 1996, p. 336 (ed. it. Ribelli nati. Ordine di nascita, dinamiche di famiglia e vite creative, Fratelli maggiori, fratelli minori. Come la competizione tra fratelli determina la personalità, Mondadori, Milano 1998).
[13] Cfr. M. Shermer, The Believing Brain, cit., pp. 359-360 e, in generale, i capp. 13 e 14.

Articolo indicizzato su Research Blogging tramite: Kevin Padian (2009). Ten Myths about Charles Darwin. BioScience, 59 (9), 800-804 DOI: 10.1525/bio.2009.59.9.10

giovedì 5 luglio 2012

Epilogo: scienza è democrazia

Terza cultura italiana: storia di un incontro mancato. Parte V

Come ha scritto in un saggio recente Gilberto Corbellini, «la manipolazione e la censura della scienza» diventano parte integrante e concause (quando non fattori principali) del «processo di declino civile ed economico» dei paesi occidentali (Corbellini ha indagato il caso italiano), e che «in generale, quando qualche sistema di interessi e potere aspira a limitare le libertà individuali all'interno di un sistema liberale, esso interviene sulla scienza, e cerca di controllarne le informazioni e conoscenze che possono scaturire dalla libera ricerca» [1]. Questo ha luogo anche manipolando in chiave ideologica lo stesso processo scientifico, con risultati inefficaci per la ricerca e con ricadute infauste o terribili sulla società e sulla popolazione; si pensi al caso Lysenko in Russia o agli esperimenti scientifici condotti sotto il nazismo o anche, mutatis mutandis e su un piano differente, alle farneticazioni deliranti e offensive di R. De Mattei, l'ex vicepresidente del CNR, che non troppo tempo fa ha utilizzato fondi pubblici per finanziare un convegno creazionista e la pubblicazione dei relativi atti.
L'unico modo per permettere una maggiore condivisione della scienza, dei suoi risultati e dei suoi indirizzi di indagine e approfondimento, i cui risultati restano controintuitivi rispetto alla cognizione generale di tutti i giorni e difficili da comprendere ad un occhio scarsamente allenato, è lo stesso su cui prima C.P. Snow e poi il grande Carl Sagan (1934-1996; Cornell University) hanno insistito - e con loro tanti altri esponenti della ricerca e della divulgazione: un maggiore investimento nell'educazione scientifica dei cittadini, un ripensamento generale delle conoscenze al fine di permettere un'ampia diffusione degli strumenti di comprensione e una riorganizzazione delle materie impartite nelle scuole dell'obbligo (a quando un'ora di Biologia evoluzionistica e Paleontologia nelle scuole medie, sia inferiori che superiori?). Cittadini maggiormente preparati su questioni scientifiche potranno prendere parte attiva nei dibattiti culturali ed esprimere un voto informato (e non manipolato dalla longa manus di interessi politici, ideologici, teologici, corporativi, finanziari e industriali) in occasione di grandi impegni democratici, come può esserlo ad esempio un referendum su una qualsiasi pressante questione medica, ambientale o energetica.
Mi piacerebbe concludere questo excursus con una citazione esemplare da Il mondo infestato dai demoni di Sagan, opera che ritengo essere uno dei capolavori della divulgazione scientifica recente: «i valori della scienza e della democrazia concordano, anzi in molti casi sono indistinguibili [...]. La scienza conferisce potere a chiunque si dia la pena di impararla (anche se a troppi è stato sistematicamente impedito di farlo). Essa prospera sul libero scambio di idee, che ne è anzi una condizione indispensabile; i suoi valori sono antitetici al segreto. Essa non ha alcun punto di vista speciale o alcuna posizione privilegiata. Tanto la scienza quanto la democrazia incoraggiano opinioni non convenzionali e discussioni vigorose. Entrambe richiedono ragioni adeguate, argomentazioni coerenti, criteri rigorosi di prova nonché onestà. La scienza è un modo per denunciare i bluff di coloro che avanzano pretese infondate di sapere, contro la religione applicata a sproposito. Se siamo fedeli ai suoi valori, può aiutarci a smascherare la menzogna. Essa ci fornisce la possibilità di correggere i nostri errori cammin facendo. [...] Ma la democrazia può anche essere sovvertita per mezzo dei prodotti della scienza più di quanto abbia mai sognato alcun demagogo preindustriale» [2]. Per quanto riguarda quest'ultimo punto, la decostruzione, quasi come il falsificazionismo e la "società aperta" popperiana (per quanto la decostruzione operi soprattutto sul piano delle filosofiche convinzioni personali), rappresenta non solo un sano esercizio di smascheramento storiografico, ma anche un potente strumento di difesa contro chi tenta di imporre punti di vista non sostenuti da prove sufficientemente valide.

[1] Gilberto Corbellini, Scienza, quindi democrazia, Einaudi, Torino 2011, p. 155.
[2] Carl Sagan, Il mondo infestato dai demoni. La scienza e il nuovo oscurantismo, Baldini & Castoldi, Milano 1997, pp. 79-80 (ed. or. The Demon-Haunted World. Science as a Candle in the Dark, Random House/Ballantine Books, New York 1995/1997).

venerdì 30 marzo 2012

La sfida di Derrida: indecostruibilità, democrazia e scienza

Terza cultura italiana: storia di un incontro mancato. Parte IV
[Jacques Derrida; ritratto di PabloSecca - Wikipedia]
Uno dei pregiudizi più perniciosi in ambito filosofico (soprattutto nel campo della filosofia della scienza) è quello che grava sul decostruzionismo di Jacques Derrida (nato Jackie; 1930-2004). Come abbiamo visto per l'equivoco che confonde "evoluzione" con "progresso", persistente in modo implicito nella storia delle discipline umanistiche (e in modo esplicito in quelle teologiche) e nella storia della scienza, anche qui sussiste una sorta di malinteso generale, che vale la pena di porre in evidenza per constatare quanto la sua tenace (r)esistenza sia controproducente e dannosa per una migliore comprensione degli strumenti concettuali filosofici.
Sgombriamo subito il campo dai fraintendimenti: molti studi postmoderni hanno promosso e diffuso colpevolmente una deplorevole diffidenza nei confronti della scienza tout court. Il loro modello di riferimento? Eccolo: se le interpretazioni sono tutto ciò che si dire della realtà, allora la scienza è un'interpretazione. In quanto tale essa, nelle varie discipline che la compongono, si può demolire, rivelando così gli impliciti schemi composti da pregiudizi ideologici, sociali, androcentrici o quant'altro che la sostengono [1]. Questo tipo di pensiero è stato applicato indiscriminatamente e in modo assurdo, fino a giungere a considerare la teoria della relatività come sessualmente connotata in senso maschilista [2]. Tali eccessi però c'entrano ben poco con colui che è ritenuto il padre fondatore del filone decostruzionista/postmoderno, ossia Derrida. Non si può in effetti giudicare uno strumento dall'uso (improprio) che se ne può fare.
Innanzitutto, la decostruzione derridiana non equivale affatto ad un relativistico smantellamento concettuale [3]. Il decostruzionismo, nelle intenzioni originarie di Derrida, contemplava il «tentativo di esplicitare le contrapposizioni del discorso filosofico, mettendo in luce le rimozioni su cui si istituiscono, i giudizi di valore che incorporano spesso inavvertitamente o almeno implicitamente, e dunque, di rivelare la struttura totale della nostra razionalità» [4]. L'accento è sul "discorso filosofico", non  certo sull'uso del decostruzionismo come arma da rivolgere contro la ricerca scientifica.
La fase seguente è uno smontare quasi industriale dei vari pezzi che compongono le interpretazioni ideologiche e che le strutturano, per comprendere come funziona il meccanismo che anima quel particolare concetto. Per fare ciò si segue un modello, una progettazione alla rovescia (tema comune anche alle scienze cognitive) che a sua volta dovrebbe soprattutto mostrare «connessioni [e rivelare] cornici» [5]. In tal modo sarebbe possibile mantenere visibile la filigrana, per così dire, del quadro concettuale e rileggere il concetto specifico in esame, e la sua formazione, in modo psicoanalitico lato sensu: «se le strutture sono forme di rimozione, si rivelano attraverso delle resistenze, proprio come il profilo di una società e di una forma di vita si delinea nei tabù che la contraddistinguono» [6].
Ad ogni modo, esiste un punto in particolare sul quale vale la pena di insistere. Per Derrida esiste una sorta di limite di fronte al quale non si può procedere e tale è il concetto di «democrazia» («non c’è democrazia senza decostruzione, non c’è decostruzione senza democrazia» e, ancora, «La democrazia è l’autos dell’auto-limitazione decostruttiva») [7] o, nell’interpretazione di Maurizio Ferraris, il concetto di “giustizia”, ossia «l’indecostruibile […] di fronte alla realtà e al suo valore» [8]. Ferraris si distingue inoltre dall'esegesi postmoderna generale (secondo la quale il testo e le sue interpretazioni sono tutto ciò che si possa dire della realtà) per aver inserito nell'interpretazione del pensiero derridiano il concetto di inemendabilità riguardo all'esistenza fisica dei documenti: «inemendabile» è un concetto che Ferraris impiega per definire che «la cosa [la documentazione, a qualunque tipologia essa appartenga. NdA] non può essere corretta così come possiamo correggere le nostre credenze e i nostri saperi» [9]. Torneremo più avanti sull'importanza di questo concetto.
Ora, il concetto derridiano di democrazia interseca quello di scienza intesa come continua ricerca: entrambi  i temi rappresenterebbero «la condizione indecostruibile di ogni decostruzione, certo, ma una condizione a sua volta in decostruzione» [10]. Il filosofo francese parla di un vero e proprio impegno preso nei confronti della ragione o della democrazia, ossia «la critica, [la] messa in questione […] della sovranità (in quanto posizione performativa o potere) in nome della sua stessa condizione di possibilità (l’apertura all’evento, all’altro, ecc.)» [11], perché, nelle medesime parole di Derrida, «questa è l’unica possibilità per pensare, razionalmente una cosa come un avvenire e un divenire della ragione. È anche, non dimentichiamolo, ciò che dovrebbe liberare tanto il pensiero quanto la ricerca scientifica dal controllo e dal condizionamento da parte di vari poteri o istituzioni politici, militari, tecnoeconomici, capitalistici» [12]. E, aggiungeremmo, te(le)ologici.
Poiché il “presente” dello stato della democrazia, di ogni democrazia, rappresenta una conquista graduale e non assoluto dato una volta per tutte, così come non lo è neppure la scienza [13], Derrida considera la democrazia, e perciò per traslato, diremmo noi, la scienza, come «a venire», come agente in costante formazione. Insomma, la frantumazione di una sola ottica generale in nuove prospettive non può che essere salutare poiché, come nella ricerca scientifica, crea punti di vista relativi che fondano un nuovo punto di partenza per la ricerca: se la ricerca, come la democrazia, «venisse sostituita da una verità assoluta non avrebbe più ragion d’essere» [14]. Da questo punto di vista non possiamo che sottoscrivere l’affermazione per cui la «decostruzione [è] immediatamente costruzione di qualcosa di diverso» [15].
Ora, tirando le somme del discorso, cosa c'entra tutto questo discorso filosofico con la storia dell'evoluzionismo?
  1. Il decostruzionismo è uno strumento che può aiutare a porre sotto esame critico le presunte rivendicazioni metafisiche di determinate correnti filosofiche che agiscono anche nella ricerca scientifica, rivelando le reali ed implicite aspirazioni sociali o politiche; nel caso creazionista, può permettere la messa a nudo di un filtro religiosamente (o teleologicamente) connotato nell'interpretazione dei materiali scientifici - i quali invece sono eticamente neutri (si dovrebbe notare che la traduzione politica di uno schema creazionista può avere conseguenze sociali e ricadute sull'intera comunità: si pensi per ipotesi ai fondi stanziati per certi filoni della ricerca scientifica da un governo mosso da convinzioni creazioniste);
  2. l'accento posto sulla vigilanza derridiana di fronte alle manipolazioni teleologiche riecheggia anche in un simile appello di Stephen Jay Gould. Questi aveva auspicato una maggiore attenzione da parte della comunità scientifica nei confronti dei rischi connessi ad un uso distorto, estremistico e socio-politico di determinati concetti evoluzionistici. Di fronte al rischio sempre presente di appropriazioni ideologiche dei modelli scientifici, «la miglior difesa che uno scienziato possa opporre», ha ricordato Gould, «[…] risiede in una combinazione che sembra associare due caratteristiche eterogenee, ossia vigilanza e umiltà: vigilanza per combattere la minaccia di un uso improprio [dei concetti scientifici. NdA]; umiltà nel riconoscere che la scienza non può, in linea di principio, trovare le risposte alle questioni morali» [16]. [Edit] Ad ogni modo Gould, che scriveva in un periodo ancora non dominato dall’esplosione a livello mondiale del creazionismo e dell’Intelligent Design, credeva in una coesistenza rispettosa dei due magisteri separati della scienza e della religione. Alla luce della situazione contemporanea, forse potremmo oggi intendere l’appello all’umiltà escludendo che la scienza non possa fondare una morale (l’aumento delle conoscenze scientifiche permette di regolare in modo normativo il comportamento etico-sociale), e prendendo atto del fatto che, purtroppo, le manipolazioni sociali e politiche, le distorsioni mediatiche e le giustificazioni ed interpretazioni extra-epistemiche presenti nel campo della ricerca scientifica ed accademica in generale rendono il passaggio tra scienza e etica né automatico né palese [End Edit];
  3. l'enfasi sull'inemendabilità del documento è capitale nell'analisi dell'importanza della paleontologia all'interno del paradigma storico. I fossili sono un documento inemendabile della catena contingente di eventi evolutivi che ha segnato la storia della vita sulla Terra;
  4. Il decostruzionismo può essere utile anche in tutte le analisi critiche delle storiografie appartenenti al secolo appena trascorso e non solo (umanistiche e, soprattutto, scientifiche), cooperando per smascherare le narrazioni teleologiche e finalistiche spesso in voga in svariati ambiti disciplinari. Si pensi solamente all’idea di un progresso continuo verso l’uomo, e in particolare verso una determinata conformazione culturale euro-occidentale, in quanto «espressione confortevole dell’inevitabilità e superiorità umana» [17].
[Edit] L'associazione tra ricerca scientifica e tecnologia viene spesso data per scontata ma, a ben guardare, non appare fondata su valide giustificazioni. Come ha ricordato Telmo Pievani durante una recente lectio magistralis presso l'Aula Magna del Rettorato dell'Università di Torino, se pensiamo alla ricerca e alla produzione tecnologica cinese e alla situazione politica e sociale locale, viene naturale pensare che la "scienza" (qui intesa sovrapposta in toto all'etichetta "tecnologia") non equivalga a nessun concetto di democrazia proveniente dalla filosofia politica. Il problema risiede solamente nell'intrusione semantica di "tecnologia" all'interno del concetto di "ricerca scientifica", che sono e restano invece due ambiti differenti. Difatti, la ricerca scientifica e la tecnologia sono state dissociate sulla base di presupposti cognitivi, e presentando una serie di dati convincenti, da Robert N. McCauley nel suo recente volume intitolato Why Religion Is Natural and Science Is Not, (Oxford University Press, Oxford-New York 2011). Ai fini del nostro intervento, ci preme dunque sottolineare i punti in comune tra i modelli ideali di scienza e democrazia, sui quali torneremo nel prossimo (e ultimo) contributo della serie [End Edit].
L'equazione derridiana tra scienza e democrazia è non solo accettata (in modo implicito) ma vivificata dalla stessa attività di ricerca scientifica. Chi crede che l'attuale conoscenza evoluzionistica sia "solo" una teoria, che questa debba essere assolutamente rifondata sulla teologia naturale, sull'Intelligent Design o quant'altro, che la società sia piagata dall'assenza di senso trascendente a causa del darwinismo e dei suoi mali, si pone esplicitamente al di là di un discorso basato sui principi di verificabilità delle asserzioni, rifiutando per fede di fornire l'onere delle prove positive.
Si può fare scienza e ricerca anche senza condividere in toto determinati assunti per motivi di fede o di credenze personali; la scienza non richiede di aderire ad alcun dogma o credo, sia esso religioso o laico. Ciò che non si può fare è mettere in discussione gli ultimi secoli di ricerca scientifica, né imporre un filtro dogmatico o teologico alla ricerca. Ben vengano i contributi radicali e radicalmente critici, il dissenso costruttivo, il dubbio che contribuisce a chiarire. Sono tutti valori che una robusta democrazia dovrebbe incoraggiare, ma sia nella politica (almeno idealmente) sia nella ricerca scientifica queste proposte devono sempre presentare un contesto e le prove delle affermazioni che si vogliono sostenere. Se non pensate di poter porre fiducia nell'evoluzione (che certamente non necessita della vostra fiducia perché è un dato di fatto), allora potreste smettere tranquillamente di utilizzare gli antibiotici [18].

continua...

[1] Cfr. ad es. Luigi Luca Cavalli Sforza, L’evoluzione della cultura, Codice edizioni, Torino 2010, p. 44 (1a ed. 2004).
[2] Per approfondire sugli eccessi antiscientifici che hanno caratterizzato certi studi postmoderni si rimanda ai seguenti testi: Alan Sokal e Jean Bricmont, Imposture intellettuali. Quale deve essere il rapporto tra filosofia e scienza?, Garzanti, Milano 1999 (ed. or. Impostures intellectuelles, Odile Jacob, Paris 1999 2a ed., 1997 1a ed.); A. Sokal, Beyond the Hoax: Science, Philosophy and Culture, Oxford University Press, Oxford-New York 20102 (2008 1a ed.). L'accusa rivolta alla teoria della relatività, secondo la quale la celebre equazione einsteiniana sarebbe sessualmente connotata, è espressa da Luce Irigaray in Parler n’est jamais neutre, Éditions de Minuit, Paris 1987, p. 110 (ed. it. Parlare non è mai neutro, Editori Riuniti, Roma 1991; cit. nel vol. di A. Sokal e J. Bricmont).
[3] Cfr. ad es. Giulio Giorello, Se ti spiegassi la scienza?, intervista di Marco Alloni, Aliberti editore, Roma 2011, p. 73. Nel vol. cit. emerge una posizione critica, un po' stereotipata, nei confronti di Derrida, secondo la quale «il relativismo sarebbe da considerare il nostro "punto d'arrivo"» (ivi; in nota il decostruzionismo derridiano viene anche indicato come un movimento filosofico «volto a mettere in evidenza l'assenza di una verità originaria»). In realtà, il giudizio dovrebbe piuttosto rivolgersi al vasto movimento postmoderno che esula, in una parte più o meno grande, dalle premesse derridiane.
[4] Maurizio Ferraris, Introduzione a Derrida, Laterza, Roma-Bari 2008 (3a ed.), p. 55 (1a ed. 2003). 
[5]  Ivi, p. 78. Per le scienze cognitive cfr. ad es. Paolo Legrenzi, Prima lezione di scienze cognitive, Laterza, Roma-Bari 2010 (2a ed. riveduta e ampliata; 2002 1a ed.).
[6] M. Ferraris, Introduzione a Derrida, cit., p. 56.
[7] J. Derrida, Politiche dell’amicizia, Raffaello Cortina, Milano 1995, risp. pp. 131 e 132 (ed. or. Politiques de l’amitié, Galilée, Paris, 1994).
[8] M. Ferraris, Spettri di Derrida, in id., Ricostruire la decostruzione. Cinque saggi a partire da Jacques Derrida, Bompiani, Milano 2010, pp. 15-42; p. 39.
[9] Id., Inemendabilità, ontologia, realtà sociale, in «Rivista di estetica», n.s., XLII, 19,1, 2002, pp. 160-199; p. 161.
[10] J. Derrida, Spettri di Marx. Stato del debito, lavoro del lutto, e la nuova Internazionale, Raffaello Cortina, Milano 1994, p. 40 (ed. or. Spectres de Marx. L’État de la dette, le travail du dueil et la nouvelle Internationale, Galilée, Paris 1993).
[11] M. Senatore, In nome dell’incondizionato o la congiura decostruttiva, in F. Vitale e M. Senatore, L’avvenire della decostruzione, Il melangolo, Genova 2010, pp. 125-146, p. 140.
[12] J. Derrida, Stati canaglia. Due saggi sulla ragione, Raffaello Cortina, Milano 2003, p. 205; ripreso in M. Senatore, In nome dell’incondizionato…, cit., p. 142.
[13] Cfr. G. Giorello, Se ti spiegassi la scienza?, cit., pp. 76-77.
[14] Ivi, p. 73.
[15] M. Ferraris, Una recensione finta, in id., Ricostruire la decostruzione. Cinque saggi a partire da Jacques Derrida, Bompiani, Milano 2010, pp. 43-64; p. 60 (pubbl. or. come Jacques Derrida’s Writing and Difference, in «Topoi», 26, 2007, pp. 279-286).
[16] Sulla vigilanza derridiana cfr. J. Derrida, La scrittura e la differenza, Einaudi, Torino 1990, p. 42 (ed. or. L’écriture et la différance, Seuil, Paris 1967). Per la cit. di Gould cfr. Stephen J. Gould, The Most Unkidest Cut of All, in id., Dinosaur in a Haystack: Reflections in Natural History, Jonathan Cape, London 1996, pp. 309-319; p. 318 (pubbl. or. in «Natural History», 5, 1992, pp. 2-11).
[17] S.J. Gould, La vita meravigliosa. I fossili di Burgess e la natura della storia, Feltrinelli, Milano 2007, p. 22 (1990 1a ed.; ed. or. Wonderful Life: The Burgess Shale and the Nature of History, W.W. Norton & Co., New-York-London 1989). Un'interessante galleria illustrata e commentata riguardo il tema dell'antropocentrismo nelle sue varie manifestazioni paleontologiche si trova in Fabio Manucci,  Antropocentrismo e paleoillustrazione, 12 ottobre 2011, disponibile presso http://agathaumas.blogspot.it/2011/10/antropocentrismo-e-paleoillustrazione.html; un commento di Andrea Cau sul mammalocentrismo è reperibile al seguente linkhttp://ultrazionale.blogspot.it/2008/11/invidia-della-mammella.html.
[18] Telmo Pievani, Cialtroneschi attacchi di “L’Avvenire” contro MicroMega e la scienza, 24 feb. 2012, reperibile on line presso http://www.pikaia.eu/EasyNe2/Notizie/Cialtroneschi_attacchi_di_%E2%80%9CL%E2%80%99Avvenire%E2%80%9D_contro_MicroMega_e_la_scienza.aspx

mercoledì 29 febbraio 2012

La storia naturale come modello "disumano"? L'attacco all'evoluzionismo

Meccanismo di un orologio cronografo di fine '800. L'analogia dell'orologiaio è un luogo comune, ereditato dalla teologia naturale, per descrivere l'esistenza di un progetto intelligente (ortogenetico e/o teleologico) dietro l'evoluzione. Immagine da «Nature», 22 Sep. 1887, p. 485; modificata da un file disponibile su Wikipedia.
Terza cultura italiana: storia di un incontro mancato. Parte III

La volta scorsa abbiamo detto dell'errore che nasce quando si evoca l'equazione tra "evoluzione e "progresso", mentre prima ancora ci eravamo soffermati sull'influenza negativa di Croce sulla cultura scientifica italiana del primo Novecento.
Al quadro aggiungiamo ora la generale (con)fusione tra le lodevoli posizioni antifasciste e antirazziali, condivise da Croce, e la subordinazione dello studio delle scienze naturali ad un indirizzo filosofico e/o teologico. Si tratta di un punto basilare, sfruttato negli ambienti creazionisti. Semplificando un complicato intreccio di temi storiografico-ideologici, l'argomento cardine viene articolato come segue. Poiché il concetto di evoluzione è ortogenetico e implicitamente razziale, dalla religione (in genere abramitica) viene escluso il razzismo perché tutti gli uomini sono uguali di fronte a Dio. Dal mondo corrotto del darwinismo proverrebbero invece le genealogie culturali dell'esecranda politica razzista novecentesca [1]. Si tratta di un argomento ridicolo, che decontestualizza totalmente l'avversario che si vuole delegittimare e lo confonde con il suo contrario in campo sociale (la lotta spenceriana del più forte più il panselezionismo haeckeliano).  A partire da queste false premesse è logico confondere il modello scientifico di Darwin con il male della discriminazione razziale o di chissà quali altri turpitudini. Senonché tali presunte genealogie nulla possiedono di darwiniano, passano semplicisticamente sotto silenzio il groviglio dei motivi ideologici e religiosi che hanno troppo spesso alimentato i genocidi, la cancellazione e la distruzione di quell'altro individuo portatore di una cultura differente, e rivelano solamente le discutibili agende politiche che le animano. Troppo spesso ci si dimentica che il rifiuto darwiniano dell’idea di un progresso assoluto e l’affermazione del ruolo dei processi stocastici (ossia casuali) rappresentarono una sfida nei confronti di un canone grosso modo omogeneo di filosofie teologiche e secolari che si rafforzavano a vicenda e che in alcuni casi erano antiche quanto l'intera tradizione culturale occidentale. Inoltre, come ha sostenuto Roger Griffin, è fondamentale «l’idea elementare che “la nascita del fascismo” non [possa] essere espressa esclusivamente nei termini di una storia delle idee [biologico-evoluzioniste. NdA]: i movimenti e gli eventi nascono dall’unione di forze ideologiche con condizioni strutturali o “materiali”» [2]. In fin dei conti, si tratta di un’operazione ideologica e riduzionista perché si limita a sovrapporre macchiettisticamente al darwinismo il concetto di progresso ortogeneticamente orientato al "meglio" (ossia, l'uomo) e a ridurre il vasto dibattito scientifico interno ad alcune correnti che, se corrisponde bene alla costruzione identitaria dell'altro da sé in quanto "nemico" (semplificandolo e delegittimandolo), non è sostenibile in sede storiografica e documentaria. Merita una menzione l’icastico giudizio di Telmo Pievani: «la letteratura trash che cerca, ai limiti della decenza, di infangare la teoria dell’evoluzione associandola alla più cupa chirurgia sperimentale nazista e alla più cupa alienazione umana […], cade in realtà nello stesso errore del darwinismo sociale che condanna: sovrapporre presunte implicazioni morali, sociali e politiche di una teoria scientifica alla sua validità nel merito» [3]. Un panorama esauriente della critica religiosa secondo la quale l’evoluzionismo porterebbe alle più grandi sciagure morali dell’umanità (dal darwinismo sociale all’eugenetica alle politiche razziali) è stato di recente offerto e - soprattutto - completamente smantellato da Steve Stewart-Williams [4]. In ultima istanza, come ha proposto R.A. Peters, le teologie creazioniste si inscriverebbero sotto l’etichetta di «teodicea naturale» perché, secondo l’autore, tutte le varie branche che compongono il vasto movimento cristiano tenterebbero di riscrivere la storia naturale allo scopo di assolvere Dio dall’accusa di aver creato un mondo carico di estinzioni naturali, dolore o morte [5]. I problemi sorgono quando, come nei vari creazionismi letterali o improntati all’Intelligent Design, si vogliono oltrepassare i limiti disciplinari di un ragionamento teologico, legittimo nell'ambito della fede personale, per monopolizzare e indirizzare in chiave politico-sociale l’intero discorso scientifico ed evoluzionistico.

Schema di un confronto/scontro

Vale veramente la pena di rispondere a chi non conosce l'ambito scientifico che critica? D'altra parte anche Croce sembrava fondere in un unicum un certo pensiero evoluzionistico ortogenetico in voga all'epoca con un'idea assoluta di progresso discriminante e in fin dei conti moralmente disumana. Di fatto, dalla constatazione dell'inefficacia euristica dell'ortogenesi come ipotesi scientificamente sostenibile consegue anche il venir meno di qualunque considerazione crociana (ammesso, e non concesso, che l'opinione del filosofo di Pescasseroli possa avere un qualche valore scientifico). Fatto ancora più notevole, gli attacchi più virulenti rivolti contro la biologia evoluzionistica provengono spesso da ferventi credenti (molti recenti testi divulgativi si sono già occupati di questi temi [6]). In una splendida lettera congiunta che S.J. Gould e Richard Dawkins avrebbero dovuto inviare alla New York Review of Books (ma redatta solo da Dawkins; Gould era già gravemente malato) viene affermato che riconoscere una sfida storiografica o scientifica nelle rivendicazioni creazioniste significa riconoscere implicitamente che l'interlocutore sia portatore di una tesi valida da dibattere: «questo darà agli spettatori inconsapevoli l'idea che vi siano in ballo argomenti su cui davvero vale la pena di discutere e che in un certo qual modo i contendenti giochino ad armi pari» [7]. Così non è; per questo bisognerebbe evitare di fornire pubblicità gratuita che agli occhi del lettore possa inconsapevolmente presentare il punto di vista creazionista, nelle sue varie denominazioni, come avallato in modo esplicito dall’establishment accademico e scientifico. Ovvero, come una prospettiva che propone modelli validi e alternativi alla visione normativa in voga nell’accademia. Detto ciò, deve invece continuare la discussione in sede storiografico-critica delle accuse morali, siano esse creazioniste o più generalmente ideologiche. Ignorare significa abbassare la guardia. Solamente pochissimi anni fa si è assistito al tentativo di eliminare l'insegnamento dell'evoluzione dai banchi di scuola per imposizione ministeriale [8]. Mai dare per scontate le proprie conquiste culturali.
Prima di abbandonare il campo è necessario perciò smontare le critiche a Darwin e metterne in luce il rimosso, ossia le componenti extra-metafisiche.

continua...

[1] Quest'ultimo punto è stato affrontato in numerosi contributi di Stephen Jay Gould; ci limitiamo a segnalare il magistrale The Most Unkidest Cut of All in Dinosaur in a Haystack, Harmony Books, New York 1995, pp. 309-319 (ed. it. Come un dinosauro nel pagliaio, Mondadori, Milano 1997 [Edit] La  traduzione italiana, pur annunciata all'epoca dall'editore, non ha mai visto la luce; cfr. Paolo Coccia e Marco Ferraguti, Bibliografia delle opere di S.J. Gould tradotte in italiano, 14 gennaio 2013, su Pikaia.eu. Il portale dell'evoluzione, p. 13 [End Edit]; nella più recente raccolta franc. Le coup le plus cruel in Antilopes, dodos et coquillages. Ultimes réflexions sur l'histoire naturelle, Éditions du Seuil, Paris 2008, pp. 411-427).
[2] R. Griffin, recensione di Haeckel’s Monism and the Birth of Fascist Ideology. By Daniel Gasman, in «English Historical Review», 116, 467, 2001, pp. 683-685; p. 685. Cit. in Matthew Day, A Spectre Haunts Evolution: Haeckel, Heidegger, and the All-Too-Human History of Biology, in «Perspectives in Biology and Medicine», 53, 2, Spring 2010, pp. 289-303; p. 298.
[3] T. Pievani, Creazione senza Dio, Einaudi, Torino 2008, p. 95.
[4] Steve Stewart-Williams, Il senso della vita senza Dio. Prendere Darwin sul serio, edizione italiana a cura di Maurizio Mori, Espress edizioni, Torino 2011, cap. 12, Ricostruire la morale, pp. 269-309 (ed. or. Darwin, God and the Meaning of Life: How Evolutionary Theory Undermines Everything You Thought You Knew, Cambridge University Press, Cambridge 2010).
[5] R.A. Peters, Theodicic Creationism: Its Membership and Motivations, in Martina Kölbl-Ebert (ed.), Geology and Religion: a History of Harmony and Hostility, The Geological Society, London 2009, pp. 317-328.
[6] Ad es., per restare in ambito italiano, Michele Luzzatto, Preghiera darwiniana, Raffaello Cortina Editore, Milano 2009; in part. pp. 48-49. Si rimanda inoltre a Michael Ruse, Myth 23: That “Intelligent Design” Represents a Scientific Challenge to Evolution, in R.L. Numbers (ed.), Galileo Goes to Jail and Other Myths about Science and Religion, Harvard University Press, Cambridge-London 2009, pp. 206-214 e Ronald L. Numbers, The Creationists: From Scientific Creationism to Intelligent Design. Expanded Edition, Harvard University Press, Cambridge-London 2006 (1a ed. 1992), in part il cap. 17, Intelligent Design, pp. 373-398, e il cap. 18, Creationism Goes Global, pp. 399-431.
[7] R. Dawkins, Il cappellano del diavolo, Raffaello Cortina editore, Milano 2004, p. 298 (A Devil's Chaplain: Reflections on Hope, Lies, Science, and Love, Houghton Mifflin Harcourt, Boston 203). Il testo è stato richiamato di recente anche in Telmo Pievani, Perché non rispondiamo alle provocazioni, pubblicato su Pikaia.eu. Il portale dell'evoluzione, in data 28 dic. 2011.
[8] Cfr. T. Pievani, In difesa di Darwin, Bompiani, Milano 2007; id., Creazione senza Dio, Einaudi, Torino 2008.

sabato 4 febbraio 2012

Il grande equivoco: "evoluzione" non equivale a "progresso"

Terza cultura italiana: storia di un incontro mancato. 
Parte II [intermezzo sintetico]

Una variazione sul tema dello schema classico della direzionalità nell'evoluzione. Modificato da Human Evolution Scheme, reperibile su Wikipedia, opera di  M. Garde su un disegno di J.-M- Benitos.
Uno degli impieghi ordinari del vocabolo “evoluzione” nei secoli precedenti la rivoluzione darwiniana era la definizione di uno sviluppo ordinato, predeterminato. Da qui all'associazione con qualcosa di inevitabilmente progressivo e tendente alla maggiore complessità in senso assoluto il passo è stato storiograficamente breve. Il concetto ha una lunga e complessa storia, ma basti dire che quando Darwin pubblicò la prima edizione dell'Origine delle specie (1859), il concetto stesso del cambiamento evolutivo non era più così in voga nelle terre inglesi, soppiantato dalla notorietà della teologia naturale adattamentista di William Paley (1743-1805). Mentre la “trasmutazione” (così era nota in precedenza l'idea dell'evoluzione biologica) era stata à la page nel corso del '700 e in varie accezioni filosofiche, soprattutto nella Francia di Lamarck e dei tanti epigoni che si dedicarono al tema, nell'Inghilterrra del primo Ottocento l'attenzione nei confronti dell'argomento era scemata anche a causa dell'atmosfera controrivoluzionaria ispirata della rivalità politica anglo-francese [1]. In effetti, nella prima edizione del libro di Darwin il termine non compare (è utilizzato invece in quella del 1872). L'atmosfera e l'indirizzo della cultura generale dell'epoca è responsabile di questo pensiero che Darwin affidò ad una lettera datata Down, 11 gennaio 1844, e indirizzata al suo amico e corrispondente Joseph Dalton Hooker: «Alla fine, si è acceso un barlume di luce, e io sono quasi convinto (un’opinione opposta a quella che nutrivo all’inizio) che le specie non siano (è come confessare un omicidio) immutabili. Il cielo mi scampi e liberi dalle insensatezze di Lamarck di una  “tendenza al progresso”, di “adattamenti derivanti dalla lenta volontà degli animali”, eccetera – ma le conclusioni a cui sono indotto non sono molto diverse dalle sue – sebbene i mezzi del cambiamento lo siano completamente – io penso di aver scoperto (ecco la presunzione!) il semplice modo mediante il quale le specie si adattano mirabilmente a vari fini» [2]. Esporsi pubblicamente nello stesso ambiente culturale inglese che aveva accolto in modo feroce le Vestiges of the Natural History of Creation del 1844, il cui autore Robert Chambers (prudentemente celato sotto anonimato) era stato sovente tacciato di ateismo, significava per Darwin quasi confessare un delitto.
In secondo luogo, l'influenza del cosiddetto “darwinismo sociale” di Spencer nella seconda metà del secolo confuse maggiormente il panorama filosofico della biologia evoluzionistica. Per farla breve: in campo biologico, “evoluzione” è un concetto che non deve essere mai considerato equivalente o confuso con “progresso”. «Il darwinismo non solo non incentiva ma impedisce di porre le questioni evoluzionistiche in termini di arretratezza/progresso. […] L’evoluzione è adattamento (gli adattamenti più disparati), e se tutte le specie sono egualmente bene adattate alle loro condizioni di esistenza, nessuna però lo è perfettamente. Per cui […] nessuna specie può essere assunta come “migliore” di un’altra» [3]. Purtroppo nell’ultimo scorcio dell’Ottocento, la tendenza culturale era quella di identificare il progresso biologico assoluto con l'“evoluzione” tout court. Perciò l’opera spartiacque di Charles Robert Darwin fu spesso assimilata, e ancor più spesso stravolta, secondo le deformanti griglie concettuali della cultura generale dell’epoca: «per ironia della sorte […] il padre della teoria dell’evoluzione rimase praticamente l’unico a insistere che il cambiamento organico conduce solo a un crescente adattamento degli organismi all’ambiente e non a un astratto ideale di progresso caratterizzato dalla complessità strutturale o da una crescente eterogeneità: mai dire superiore o inferiore» [4]. Lo stesso schema tipico dell'evoluzione umana, diretto in modo finalistico verso Homo sapiens come traguardo ultimo della storia biologica del pianeta, è stato smantellato negli ultimi tempi dall'aumento delle conoscenze paleoantropologiche: non una sfilata unidirezionale di forme sempre più progredite indirizzate verso l'uomo attuale, ma una pletora di forme che hanno convissuto fino a una cinquantina di migliaia di anni fa, una ramificazione a cespuglio piuttosto che un albero, della quale noi oggi siamo gli ultimi testimoni rimasti [5]. Riguardo poi alla purtroppo ben nota espressione della "sopravvivenza del più adatto", occorre segnalare che il senso e la paternità dell’espressione non sono darwiniane (Darwin «non si stancò mai di allontanare risolutamente la sua teoria da qualsiasi implicazione sociale e politica»): «l’espressione “la sopravvivenza del più adatto” fu coniata da Herbert Spencer (1820-1903) negli anni Sessanta dell’Ottocento e fu adottata prima da [Alfred Russel] Wallace [naturalista ed esploratore inglese (1823-1913), sviluppò una teoria evolutiva della selezione naturale indipendentemente da Darwin. NdA.] e poi, con qualche ritrosia, da Darwin nella sesta edizione dell’Origine delle specie (1872)» [6].

continua...

[1] Cfr. James A. Secord, Darwin globale, in J.A. Secord, Sean B. Carroll, Steve Jones, Paul Seabright e John Dupré, Darwin. L'eredità del primo scienziato globale, Zanichelli, Bologna 2011, pp. 11-48 [ed. ridotta dell'or. W. Brown e A.C. Fabian (eds.), Darwin (The Darwin College Lectures), Cambridge University Press, Cambridge 2010].
[2] Charles Robert Darwin, L'origine delle specie. Abbozzo del 1842. Lettere 1844-1858. Comunicazione del 1858. A cura di Telmo Pievani, Einaudi, Torino, 2009, pp. 69-71 [link al testo].
[3] Giulio Barsanti, L’uomo e gli uomini: lettura storica, in Giacomo Giacobini (a cura di), Darwin e l’evoluzione dell’uomo, Bollati Boringhieri, Torino 2010, pp. 19-27, p. 25.
[4] S.J. Gould, Il dilemma di Darwin: l’odissea dell’evoluzione, in id., Questa idea della vita. La sfida di Charles Darwin, Editori Riuniti, Roma 1984, p. 28 (ed. or. Ever since Darwin. Reflections in Natural History, W.W. Norton & Co., New York 1977; art. pubbl. or. come Darwin’s Dilemma, in «Natural History» 83, 1974, pp. 16-22).
[5] Cfr. per una sintesi esaustiva, Telmo Pievani, Il non senso dell'evoluzione umana, in «MicroMega. Almanacco della scienza», 1, 2012, pp. 3-15 e id . e Luigi Luca Cavalli Sforza, Homo sapiens. La grande storia della diversità umana, Codice edizioni, Torino 2011.
[6] T. Pievani, Introduzione alla filosofia della biologia, Laterza, Roma-Bari 2010 (1a ed. 2005), p. 8.

martedì 31 gennaio 2012

Scienze naturali vs discipline umanistiche? Il caso italiano

La classica e desueta iconografia della progressiva evoluzione umana. Human Evolution Scheme, da Wikipedia, opera di  M. Garde su un disegno di J.-M- Benitos.
«Sono convinto che la vita intellettuale, nella società occidentale, si va sempre più spaccando in due gruppi contrapposti. [...] Nella storia dell'attività mentale è qui che si sono prodotte alcune fratture. Le occasioni ora ci sono. Ma sono, per così dire, sospese nel vuoto, per il fatto che i membri delle due culture non riescono a parlarsi».
Charles Percy Snow, Le due culture, Marsilio, Venezia 2005, pp. 19 e 30 [1]
Terza cultura italiana? Storia di un incontro mancato. Parte I

Sulla cultura italiana pesa un macigno enorme: l'esclusione storica della conoscenza scientifica dal novero delle alte discipline accademiche e dalla consapevolezza socio-culturale, mediatica e non. In particolare spicca il generale disinteresse nel quale hanno versato le scienze naturali del nostro passato recente [2]. La divisione tra due culture, quella umanistico-letteraria e quella scientifica, stigmatizzata in uno scritto di Charles Percy Snow pubblicato originariamente nel 1959 [3] e riportato in auge in tempi più recenti dall'opera di John Brockman (Edge Foundation) con alcune varianti [4], è perpetuamente alimentata dalla sicumera di una forte tradizione nazionale quasi anti-scientifica che si nutre di paradossi (chi è contro la scienza non esita poi a fare appello alle conquiste della medicina o agli strumenti offerti dalla tecnologia) e fraintendimenti (che spingono ad occuparsi e parlare di scienza chi non ha conoscenze adeguate). A causa di tali motivi, nessuna seria istanza di sanare la frattura - e dare vita ad una rinnovata "terza cultura", come nella proposta divulgativa di Brockman - è stata finora portata avanti. Si è anzi assistito all'esatto opposto, ossia l'incongrua assimilazione, e subordinazione (con scarsi risultati), della cultura scientifica da parte di quella letterario-religiosa-umanista.
Concentriamoci per il momento su uno dei grandi malintesi che hanno permeato la divulgazione delle scienze naturali. Alla radice troviamo un curioso e complesso fraintendimento storico: associare tout court le scienze naturali alla scala naturae che andrebbe dalla bestia al  "primitivo" e da questi all'uomo moderno e occidentale. Seguendo questa logica, è stata spesso percepita come ovvia l'adozione dell'equazione tra studio scientifico e "sopravvivenza (cruenta) del più adatto", tra svuotamento  del senso (religioso) della vita e violenza disumana e innaturale che regnerebbe nel cosmo e, soprattutto, nella selezione naturale. Questa forzata equivalenza tra pensiero naturalistico darwiniano e indirizzo di un pensiero culturale extradarwiniano (in voga autonomamente) era diffusa già dalla seconda metà dell'Ottocento, per cui non faceva certo notizia trovarsi di fronte alle (spesso non troppo) velate accuse profondamente antidarwiniane che gettavano tutta la scienza naturale in un unico, non identificato calderone, ed espresse con la franchezza di chi ritiene di conoscere una verità fondamentale. Ancora verso la fine degli anni '30 del '900 non era difficile trovarsi di fronte a chi, tra i maggiori letterati del paese e i più celebrati filosofi, riteneva la storia naturale una semplice «trasfigurazione fantasiosa», che tramite l'assegnazione e organizzazione di «serie dal più semplice al più complesso - quasi giornate della creazione - », avrebbero potuto al più fornire un vago «colorito storico». L'interpretazione della natura come storia evoluzionistica, «valendosi di formule tautologiche, come "evoluzione", "trapasso dall'indistinto al distinto", "lotta per la vita", "vittoria del più forte" o "del più adatto"» avrebbe fallacemente creato «una pseudostoria che, argomentandosi di avere ritrovato la genesi dell'animale-uomo, si congiungeva alla storia umana in unica serie» [5]. L'esempio non è stato scelto a caso: per quanto le radici del dibattito siano antiche e i casi a disposizione moltissimi, se occorre partire da un contesto locale e relativamente recente, nulla appare più adatto di questa durissima presa di posizione contro l'intera cultura naturalistica e scientifica, pubblicata nel 1939 da Benedetto Croce (1866-1952), il filosofo che ha modellato l'indirizzo generale della cultura italiana del Novecento. Una pietra tombale per l'autonomia della ricerca scientifica in un paese all'epoca culturalmente ancora giovane e impreparato. La visione naturalistico-evoluzionista, continuava Croce nel 1939, «non solo non vivifica l'intelletto, ma mortifica l'animo, il quale alla storia chiede la nobile visione delle lotte umane e nuovo alimento all'entusiasmo morale, e riceve invece l'immagine di fantastiche origini animalesche e meccaniche dell'umanità e con essa un senso di sconforto e di depressione e quasi di vergogna a trovarci noi discendenti da quegli antenati e sostanzialmente loro simili, nonostante le illusioni e le ipocrisie della civiltà, brutali come loro» [6].
A cosa contrapporre questa terribile e sconfortante visione? La risposta è metafisica, e il riferimento a Giambattista Vico dovrebbe servire come monito in questo senso: brutali non appaiono agli occhi di Croce invece «gli antenati che ci assegna il Vico i quali hanno in fondo al cuore una favilla divina, e Dio temono, e a lui pongono are, per lui sentono svegliarsi il pudore e fondano i matrimoni e le famiglie e seppelliscono i morti corpi, e per quella favilla divina creano il linguaggio e la poesia e la prima scienza che è il mito. In questo modo la preistoria, dove accade che sia innalzata veramente a storia, ci mantiene dentro l'umanità e non ci fa ricascare nel naturalismo e nel materialismo"» [7]. Alla scienza, nella quale trova posto indistintamente tanto il darwiniano quanto l'antidarwiniano, viene preferita (anche se metaforicamente) una dialettica teleologica che rifiuta però la progressione evoluzionistica "meccanica". L'ingombrante presenza di Croce si è fatta sentire anche nel più generale campo della filosofia della scienza, sentita come un'invasione di campo da parte di una disciplina che, secondo il filosofo italiano, non aveva nulla da dire in quel senso [8]. Oltre al confronto con il filosofo della scienza Federigo Enriques, sono note le veementi accuse che il filosofo di Pescasseroli rivolse in più di un'occasione al mondo scientifico [9]. Ma, mi domando, anche facendo la tara delle generali competenze e interpretazioni evoluzionistiche dell'epoca, Croce e moltissimi altri letterati come lui, avranno compreso davvero ciò di cui si occupavano, o si esercitavano in un opinionismo aprioristico? Eppure la critica crociana aveva colto nel segno (pur con gli occhi bendati da apriorismi logici): è l'idea di scala naturae e di progressiva e assoluta complessità ad essere inconsistente e ideologicamente connotata. Perché limitarsi dunque a sommare ad essa l'evoluzione così come venne concepita da Darwin prima e dai biologi evoluzionisti poi?

continua...

[1] C.P. Snow, Le due culture, a cura di Alessandro Lanni, Marsilio editore, Venezia 2005 (1a ed. it. Feltrinelli, Milano 1964; ed. or. The Two Cultures and a Second Look: An Expanded Version of The Two Cultures and the Scientific Revolution, Cambridge University Press, Cambridge 1959, 1963).
[2Questa il tema portante che emerge in moltissimi contributi dell'illuminante raccolta di saggi e opinioni curata da Vittorio Lingiardi e Nicla Vassallo, Terza cultura. Idee per un futuro sostenibile, il Saggiatore, Milano 2011.
[3C.P. Snow, Le due culture, cit.
[4] Cfr. ad es. J. Brockman (a cura di), La terza cultura, Garzanti, Milano 1995 (ed. or. The Third Culture, Simon & Schuster, New York 1996). Giulio Giorello ha fatto notare come una posizione simile a quella di C.P. Snow fosse stata assunta da Luigi Pirandello nel 1908, contro le considerazioni espresse da Benedetto Croce nella sua Estetica; cfr. G. Giorello, Nel crepuscolo delle probabilità, in Armando Massarenti (a cura di), Qualcosa di grandioso. L'infinita bellezza e complessità di tutto ciò che esiste, Dalai editore, Milano 2011, pp. 185-209.
[5] Benedetto Croce, La natura come storia senza storia scritta da noi, in «La Critica. Rivista di Letteratura, Storia e Filosofia diretta da B. Croce», 37, 1939, pp. 141-155; cit. a p. 143. Fonte: CSI Biblioteca di Filosofia. Università di Roma “La Sapienza” – Fondazione “Biblioteca Benedetto Croce” 
[6] Ivi, p. 146.
[7] Ivi, pp. 146-147.
[8] Raffaella Simili, Itinerari e polemiche. Federigo Enriques parla di filosofia, in Marco Cattaneo (a cura di), Scienziati d'Italia. 150 anni di ricerca e innovazione, Codice edizioni, Torino 2011, pp. 51-65.
[9] Enrico Bellone, La scienza negata. Il caso italiano, Codice edizioni, Torino 2005.

martedì 17 gennaio 2012

Proemio semiserio in due pezzi II. Dove l'autore elogia i pinguini e ringrazia

Il mio bozzetto originario per il blog, con tanto di memorandum provvisorio su titolo e sottotitolo.
Eziologia del template: di coralli e di polimeri

Dietro il roboante titolo del sottoparagrafo, calcolato esattamente per impressionarvi inutilmente o per incuriosirvi, si cela prosaicamente il senso che sta a monte della composizione artistica. Prendete dunque la homepage e mettetevi di fronte all'immagine. Quello che potete osservare a sinistra è l'albero delle forme della vita, differenziatesi attraverso il tempo a partire da un progenitore comune. Il bozzetto è stato tracciato da Darwin sul suo taccuino nel 1837, introdotto da un modesto «I think», che precede di più di venti anni la pubblicazione del suo lavoro sull'Origine delle specie. Il momento è epocale: «è il suo primo diagramma evoluzionistico, uno spartiacque teorico» [1]. La scelta si rivela felice poiché, se da un lato il grafico darwiniano è diventato negli ultimi tempi un'icona mediatica, rappresenta bene il lungo e faticoso processo storiografico di comprensione della storia naturale. Ha una certa rilevanza storiografica ricordare che, nel taccuino dell'epoca ma poco prima di abbozzare l'albero della vita, Darwin aveva anche annotato quanto l'immagine del corallo risultasse di maggior rigore euristico rispetto a quella tradizionale dell'albero: con il suo proliferare secondo logiche contingenti, con le sue calcificazioni di parti ormai morte, la figura a cespuglio ramificato del corallo rende giustizia al concetto di tempo profondo e alle esplosive esplorazioni adattative degli organismi fossili oggi estinti [2].
Torniamo ora all'illustrazione. Dall'albero darwiniano si dipana, precedendolo e innervandolo come materia viva, la catena elicoidale del DNA (il celebre polimero organico), a sua volta sostenuta dai legami chimico-fisici (alcune strutture molecolari si possono scorgere a sinistra e sotto il corallo darwiniano). L'immagine vorrebbe essere, in effetti, una sorta di riepilogo visivo, un micro-bignami. All'irruzione grafica del DNA corrisponde un passaggio storiografico specifico: l'integrazione dell'evoluzionismo darwiniano con la genetica mendeliana, la genetica delle popolazioni e l'analisi paleontologica, per merito della cosiddetta sintesi moderna (o neodarwinismo), la corrente che ha posto le basi novecentesche per gli ulteriori raffinamenti e correzioni delle più recenti elaborazioni evoluzionistiche. Procedendo attraverso l'immaginaria freccia del tempo che nell'immagine scorre da sinistra verso destra, all'interno dei rapporti della biosfera e nel corso del tempo profondo, il DNA si stempera figurativamente nell'oceano della vita, trovando espressione negli organismi viventi, e riemerge sotto forma di un teropode aviano attuale in rappresentanza di tutto il regno Animalia. In realtà la presenza dell'acqua è molto più importante di quanto non appaia da una stilizzazione esemplificativa, poiché è l'acqua a fornire l'ambiente tale per cui le interazioni tra molecole diventano possibili «con la dovuta "destrezza" e un alto grado di precisione» [3]. Ciò può aver luogo grazie alla presenza di ioni in soluzione che intervengono cambiando l'attrazione elettrica naturale delle macromolecole.
Ho scelto deliberatamente il pinguino (nella fattispecie, Pygoscelis antarctica) perché sovverte le tradizionali categorie cognitive e la classificazione ad occhio nudo (la scienza si rivela essere controintuitiva rispetto al senso comune): nuota come un pesce, è un uccello, ma non vola. In realtà vola, come ha ben illustrato Fabio, ed è tanto aggraziato quanto i suoi parenti che si librano tra le correnti d'aria. Se non ve ne siete accorti, vi sentite abbindolati o state pensando al celebre mockumentary prodotto in occasione del pesce d'Aprile del 2008 dalla BBC e intitolato Flying Penguins, è perché state sbagliando prospettiva: vola sott'acqua. Per capire quali contingenze lo portarono ad essere come è oggi bisogna fare appello alla sua storia evolutiva, e per farlo bisogna immergersi in profondità tra i concetti della storia.

Titolo*

Il titolo pluralizza quel tempo profondo geologico che fu già presentato nel titolo di un fortunato volume di Henry Gee, pubblicato in Italia da Einaudi [4]. La scelta del plurale vuole rispecchiare la simbiosi tra questo concetto e la (auto)coscienza storica e storiografica dell'uomo nei confronti del suo passato e del passato del pianeta Terra. Non è un'impresa facile: Stephen J. Gould ha rilevato come «il tempo profondo [sia] così difficile da capire, così estraneo alla nostra esperienza quotidiana, da rimanere un ostacolo importante alla nostra comprensione» [5]. D'altra parte, senza scomodare i milioni o i miliardi di anni, bastano qualche secolo e l'assenza di scrittura, o di documentazione continua, perché un tema in apparenza semplice diventi uno spinoso ed intricato problema anche per lo storico preparato che non sappia nulla del tempo profondo. Per questo motivo un confronto è tanto più urgente tra le due sponde della ricerca sul nostro passato e, per la stessa ragione, se dovessi cercare un'epigrafe introduttiva da porre in calce al blog sceglierei la citazione che segue, tratta da un'opera recente curata da Jared Diamond e James A. Robinson. Si tratta di un passaggio che ha il pregio di compendiare bene il discorso che vorrei intraprendere con i lettori di Tempi profondi: «spesso gli storici credono che la storia umana sia fondamentalmente diversa dalla storia dei cancri, degli scimpanzé o dei ghiacciai, implicando le motivazioni di individui umani, che si suppone non possano essere misurate o espresse in numeri. Ma anche cancri, scimpanzé e ghiacciai sono molto complessi, e frappongono l’ulteriore ostacolo di non lasciare dietro di sé alcun documento scritto sui loro motivi. Inoltre molti studiosi, fra cui psicologi, economisti, ricercatori appartenenti a enti governativi e biografi, sono oggi in grado di misurare e analizzare le scelte di singoli esseri umani per mezzo di analisi retrospettive di documenti di persone morte oltre che di interviste a persone ancora viventi» [6].
Tempi profondi si prefigge dunque, tra le altre cose, di impostare un discorso costruttivo sui due termini presentati nel sottotitolo, con la natura al primo posto per evidenziare il debito non ancora riconosciuto contratto dalla storia nei confronti della paleontologia: non si può sottostimare l’importanza avuta dalla documentazione fossile, come prova e documento della storia del pianeta, nella formazione del pensiero occidentale moderno [7] e del pensiero sul tempo profondo anche nelle altre culture [8]. Natura e storia shakerate, però, perché mantengano una porzione di antiossidanti salutare e si eviti di aggiungere confusione al quadro scientifico abbastanza caotico in voga nelle discipline umanistiche, privilegiando post di qualità divulgativa (e non di quantità), di approfondimento e di aperto confronto interdisciplinare.

*= Il titolo del testo di Gee è stato ripreso di recente da una mostra di paleoarte curata da Filippo Bertozzo e organizzata con il patrocini del Comune di Trissino e della Provincia di Vicenza, assieme all'Associazione Paleontologica Parmense Italiana, intitolata Tempo profondo. Incontro tra arte e scienza (20 novembre-11 dicembre 2011; l'esposizione si fregiava dei lavori di Davide Bonadonna, Fabio Pastori, Troco, Lukas Panzarin, Loana Riboli, Sante Mazzei, Fabio Manucci e Marzio Mereggia, mentre la locandina è opera di Troco e A. Pirondini). Una rapida ricerca in Internet mi ha rivelato che un'altra mostra, risalente al 2006, ha utilizzato la combinazione Tempi profondi. Si tratta di Tempi profondi. Frammenti del Pliocene in Umbria, promossa dall’associazione culturale L’Upupa e dall’associazione paleontologica orvietana.

Illustrazione

La mia bozza originaria per il template del blog era miserrima (la potete osservare all'inizio del post). Ho contattato Fabio Manucci, blogger presente in Rete con Agathaumas, paleoartista entusiasta e studente all'Accademia di Belle Arti, e gli ho chiesto se poteva dedicare un po' di tempo e pazienza per elaborare quella mia prima, e un po' scolastica, idea. L'ultimo giorno dell'anno ho ricevuto il suo lavoro (sarà un Capodanno che ricorderò a lungo), che per me è stato motivo di vero stupore. La sua elaborazione non ha fatto che confermare la sua meticolosità e perizia; Fabio ha saputo cogliere nel segno interpretando e valorizzando il mio schizzo veloce, e lo ringrazio per avermi citato come ideatore della composizione sulla sua pagina di DeviantArt.
Una volta destatomi dall'ammirazione per il risultato di Fabio, la questione dell'armonizzazione grafica di titolo e sottotitolo si imponeva come nuovo ordine del giorno. Dopo una serie di tentativi personali abbastanza deludenti ho deciso, su consiglio di Fabio, di rivolgermi ad Andrea Pirondini perché mi desse una mano nel compito. Andrea è blogger (suo Go go dinosaurs), grafico di professione, una delle menti dietro il progetto Prehistoric Minds, ed è stato di recente insignito del 1° Premio assegnato dall'Associazione Paleontologica Parmense Italiana per la sua infaticabile attività in qualità di collaboratore, tra gli altri impegni paleoillustrativi, di Dinosauri in carne e ossa. Il risultato del suo intervento sull'illustrazione di Fabio lo potete vedere in alto: la grafica elegante, pulita che contraddistingue il template è opera di Andrea.
Senza di loro il mio blog sarebbe non solo meno accattivante, ma anche meno ricercato e accurato: un grazie di cuore ad entrambi.

Dove l'autore si congeda

Da ultimo, vorrei ricordare alcuni eventi particolari che hanno segnato la storia della mia recente avventura on line. Per Historia Religionum vorrei menzionare almeno la serie delle tre interviste a studiosi e ricercatori della generazione più giovane, che hanno riscosso un grande successo in termini di contatti, anche e soprattutto per merito della competenza degli intervistati (V.S. Severino, R. Nanini e S. Botta). Queste interviste hanno rappresentato un’occasione eccezionale di confronto diretto tra differenti punti di vista, e un’opportunità insperata (per me) di crescita professionale. Per Geomythologica non posso esimermi dal ringraziare Andrea Cau, paleontologo, blogger del celebre Theropoda nonché autore del romanzo L'età della figlia. Ho seguito il suo blog fin dai primissimi tempi, quando ancora facevo parte della maggioranza silenziosa dei lettori invisibili, e mi ha ripagato con confronto aperto su temi di grande interesse e con una sincera amicizia. Quando lanciai Geomythologica ero un perfetto sconosciuto, e Andrea si è dato la pena di seguirmi con pazienza, talvolta correggendomi nel campo di sua pertinenza, più spesso scambiandoci spunti interessanti e realmente interdisciplinari.
Infine, un ringraziamento particolare va ai paleontologi Simone Maganuco e Stefania Nosotti per la loro paziente disponibilità nella revisione di un testo che, incrociando le dita, spero di poter presentare prossimamente su queste pagine.
Penso di avere esaurito per il momento i debiti contratti e le radici intellettuali che mi hanno condotto a questo punto e, ringraziando tutto l'universo che gravita intorno all'Associazione Paleontologica Parmense Italiana, vi darei appuntamento al prossimo post!

[1] Telmo Pievani, Charles R. Darwin e il corallo della vita: una chiave di lettura per il futuro, in Giacomo Giacobini (a cura di), Darwin e l’evoluzione dell’uomo, Bollati Boringhieri, Torino 2010, pp. 132-154; p. 136.
[2] Charles R. Darwin, Taccuini 1836-1844 (Taccuino Rosso, Taccuino B, Taccuino E), ed. it. a cura di Telmo Pievani, Prefazione di Niles Eldredge, Laterza, Roma-Bari 2008, p. 131 per la nota sull'uso del corallo al posto dell'albero nella grafica della filogenesi, p. 137 per il diagramma [ed. or. integrale Paul H. Barrett, Peter J. Gautrey, Sandra Herbert, David Kohn e Sydney Smith (eds.), Charles Darwin’s Notebooks, 1836-1844: Geology, Transmutation of Species, Metaphysical Enquiries, Cornell University Press, Ithaca 1987].
[3] James Lovelock, Gaia. Nuove idee sull'ecologia, Bollati Boringhieri, Torino 2011, p. 112 (1a ed. 1981; ed. or. Gaia: A New Look at Life on Earth, Oxford University Press, 1979).
[4] Henry Gee, Tempo profondo. Antenati, fossili, pietre, Einaudi, Torino 2006 (ed. or. Deep Time: Cladistics, the Revolution in Evolution, The Free Press. A Division of Simon & Schuster Inc., New York 1999).
[5] Stephen Jay Gould, La freccia del tempo, il ciclo del tempo. Mito e metafora nella scoperta del tempo geologico, Feltrinelli, 1989, p. 15 (ed. or. Time's Arrow, Time's Cycle: Myth and Metaphor in the Discovery of Geological Time, Harvard University Press, Cambridge 1987).
[6] Jared Diamond e James A. Robinson, Prologo a iid. (a cura di), Esperimenti naturali di storia, Codice edizioni, Torino 2011, pp. 3-14; p. 6 (ed. or. Natural Experiments of History, Belknap Press of Harvard University Press, Cambridge-London 2010).
[7] Paolo Rossi, I segni del tempo. Storia delle Terra e storia delle nazioni da Hooke a Vico, Feltrinelli, Milano 2003 (1a ed. 1979).
[8] Adrienne Mayor, The First Fossil Hunters: Dinosaurs, Mammoths, and Myth In Greek and Roman Times. With a New Introduction by the Author, Princeton University Press, Princeton-Oxford 20102 (pubbl. or. presso lo stesso editore come The First Fossil Hunters: Paleontology In Greek and Roman Times, 20001); ead., Fossil Legends of the First Americans, Princeton University Press, Princeton-Oxford 2005.