domenica 19 maggio 2013

La sopravvivenza della religione è in pericolo? Why Religion Is Natural and Science Is Not di Robert N. McCauley #4

Robert N. McCauley, Why Religion Is Natural and Science Is Not, Oxford University Press, Oxford-New York 2011.
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Il terzo punto delle conclusioni di Why Religion Is Natural and Science Is Not (per le puntate precedenti si veda quiqui e qui) è incentrato su due argomenti: la «campagna contemporanea contro la religione, condotta sulla scorta dell’ammirazione per la scienza e per la razionalità scientifica» [1] in primo luogo da parte di Richard Dawkins, Daniel Dennett, Sam Harris e Cristopher Hitchens (1949-2011), e le instancabili apologie proposte in ambito religioso. Il giudizio di McCauley sull’utilità di queste due attività è il seguente: sulla base di quanto detto finora e tenendo sempre presente il punto di vista cognitivo sulla questione del rapporto tra scienza e religione proposto da McCauley, «poiché la religione è subordinata alle condizioni materiali e culturali, essa può crescere o calare, ma non sparirà mai. Le campagne per farla sparire non sortiranno effetti; opporsi a quelle campagne non è necessario» [2].
Dunque, sintetizzando:
3. La scienza in quanto tale non pone alcun pericolo per la sopravvivenza della religione
McCauley non intende affermare che non esistano conflitti tra le due posizioni, ma semplicemente che le basi per cui egli sostiene che la scienza non pone alcun problema per la religione sono assai diverse da quelle elaborati da Gould (ricordati qui) [3]. La «futilità della polemica antireligiosa», come la definisce McCauley, è la controparte della «tragedia del teologo» di Boyer: per quanto tale polemica possa aiutare singoli individui o gruppi di credenti a porre in discussione la loro aderenza prima scontata ad una qualche credenza o forma di appartenenza religiosa, essa non riuscirà a cancellare le idee delle comunità religiose nel loro insieme. Anche se vi dovesse riuscire, nel lungo periodo, a causa dei sistemi cognitivi maturativamente naturali, nuove forme di religiosità si ripresenteranno non appena ne avranno l’occasione («i fantasmi, ad esempio, sembrano essere una forma ricorrente in tutte le culture»). [4]
Le percentuali che i sondaggi di opinione (pur considerando che si tratta di dati da valutare attentamente), rivelano ad esempio che, con la significativa eccezione dei paesi scandinavi (che mostrano le più basse percentuali di affiliazione religiosa e il livello di qualità della vita più elevato), altrove la situazione presenta tratti comuni: se negli Stati Uniti decine di milioni di persone credono nei fantasmi (41%) e nelle streghe (31%), così come in nozioni più tradizionali come miracoli (79%) e angeli (75%) – e il titolo di studio non sembra influire significativamente su simili ed eventuali credenze – in Cina, benché meno del 10% degli intervistati si dica buddista, più della metà della popolazione ha pregato un Buddha o un bodhisattva nell’ultimo anno [5].

Due punti che riepilogano l’analisi di McCauley sono i seguenti:
  1. «dati tempo e ingegnosità teologica sufficienti, non esiste scoperta o affermazione scientifica che i teologi, e pertanto le religioni dottrinali, non possano adeguare», manipolare e adattare alle proprie dottrine; è un punto molto importante poiché risponde all’impossibilità di fornire prove empiriche dell’esistenza degli dèi nei quali questi specialisti religiosi credono; 
  2. La stabilità dei pattern religiosi (pratiche, idee, credenze, ecc.) nel tempo e nello spazio dimostra una variazione minima dei contenuti, che contrasta decisamente con le nozioni decisamente controintuitive della scienza e spesso con talune affermazioni teologiche ufficiali; si tratta di idee «buone da pensare» che raggiungono il livello cognitivo ottimale tale per cui viene garantita la loro stabilità [6].
Ora, nonostante McCauley si dichiari «comprensivo» nei confronti dell’eliminazione del «rispetto pubblico e automatico che viene accordato alle religioni e alle credenze religiose», dice di non nutrire grandi speranze nella possibilità che si possa far definitivamente «evaporare la cultura della credulità», per utilizzare un’espressione di Daniel Dennett [7]. Questo perché i critici contemporanei della religione dal punto di vista scientifico, per quanto possano aver avanzato posizioni di inestimabile valore, non hanno colto le «tre dinamiche cognitive che influenzano la relazione tra scienza e religione» [8]. In quanto ferventi ammiratori della scienza, essi:
  1. «sottostimano l’attrattiva delle rappresentazioni modestamente controintuitive nei confronti della mente umana»;
  2. «sottovalutano la facilità con la quale tali rappresentazioni religiose vengono acquisite ed impiegate»;
  3. «sottovalutano l’incredibile difficoltà e i costi che derivano dall’apprendimento e dalla ricerca scientifica» [9].
L’idea della sostituzione tout court del pensiero mitico-religioso con uno di tipo razionale e scientifico si basa anche su fraintendimenti cognitivisti. McCauley corregge difatti Merlin Donald (qui ulteriori informazioni sull’opera di Donald), quando questi afferma che «molto dopo l’invenzione di sistemi di scrittura altamente efficienti, e molto dopo che l’importante ruolo della scrittura nel governo e nel controllo delle attività umane si fu affermato, il suo uso (e l’uso delle capacità ideografiche [visuographic in originale. NdA] in generale) rimase subordinato al pensiero mitico e alle capacità narrative» [10]. Come nota giustamente McCauley, non è esistita alcuna cesura significativa tra un modello di cognizione arcaica e uno attuale: poiché le capacità cognitive maturativamente naturali soggiacciono non solo al pensiero mitico e al talento narrativo ma all’«intera gamma di rappresentazioni e processi che informano la cognizione religiosa quotidiana» [11], ciò che Donald etichetta come pensiero mitico e talento narrativo sono tanto presenti oggi quanto nell’antichità remota. Per dirla altrimenti, le capacità riflessive derivate dall’alfabetizzazione si aggiungono a quelle ma «non sostituiscono nulla» [12].

continua...

[1] Robert N. McCauley, Why Religion Is Natural and Science Is Not, Oxford University Press, Oxford-New York 2011, p. 244.
[2] Ibidem.
[3] Ivi, p. 247.
[4] Ivi, p. 248.
[5] Ivi, pp. 248-249. I riferimenti bibliografici di tali dati sono reperibili in ivi, p. 300, note n. 39-44.
[6] Ivi, pp. 249-250.
[7] Ivi, p. 251 (cit. da Daniel C. Dennett, Rompere l’incantesimo. La religione come fenomeno naturale, Raffello Cortina Editore, Milano 2007, p. 360 [ed. orig. Breaking the Spell: Religion as a Natural Phenomenon, Viking Press, New York 2006]). La frase completa recita: «La pubblicità ingannevole rimane pubblicità ingannevole, e se cominciamo a dire che le organizzazioni religiose sono tenute a rendere conto delle loro affermazioni – non portandole in tribunale, ma sottolineando spesso, con la voce ferma dei dati di fatto, che queste affermazioni sono ovviamente ridicole – riusciremo forse, a poco a poco, a far evaporare la cultura della credulità» (da Rompere l’incantesimo, cit., p. 360).
[8] R.N. McCauley, Why Religion Is Natural..., cit., p. 251.
[9] Ibidem.
[10] Ibidem (cit. da Merlin Donald, L’evoluzione della mente, Bollati Boringhieri, Torino 2011, p. 403 [Garzanti, Milano 1996, 2004; ed. orig. Origins of the Modern Mind: Three Stages in the Evolution of Culture and Cognition, Harvard University Press, Cambridge 1991]).
[11] Ibidem.
[12] Ibidem. La sottolineatura appartiene a McCauley. La critica a Donald ricorre a p. 276.

mercoledì 1 maggio 2013

Vincoli cognitivi tra “scorrettezza teologica” e “scorrettezza scientifica”: Why Religion Is Natural and Science Is Not di Robert N. McCauley #3

Robert N. McCauley, Why Religion Is Natural and Science Is Not, Oxford University Press, Oxford-New York 2011.
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Per spiegare il secondo punto delle conclusioni di Why Religion Is Natural and Science Is Not (per le puntate precedenti si veda qui e qui) bisogna fare un passo indietro e partire dalla seguente constatazione: l’ideazione e lo svolgimento di esperimenti psicologici interculturali rappresenta, come ricorda Robert N. McCauley, «uno dei contributi più importanti delle scienze cognitive della religione alle scienze psicologiche e cognitivo-sperimentali» [1].
ResearchBlogging.org Grazie a questi esperimenti, le scienze cognitive hanno dimostrato ad esempio che, per quanto possano essere controintuitivamente elaborate le credenze dottrinali imparate, ricordate o enunciate, inconsciamente si tende sempre e comunque ad assegnare alle divinità nelle quali si crede le caratteristiche antropomorfiche tipiche dei sistemi naturali maturativamente cognitivi – il risultato è ciò che D. Jason Slone ha etichettato come “scorrettezza teologica” (che non è un’etichetta impiegata per descrivere ipotetiche eresie rispetto ad altrettanto ipotetiche ortodossie religiose, bensì una definizione cognitiva) [2].
Tra questi esperimenti psicologici uno dei più noti è quello elaborato da Justin Barrett e Frank Keil. I due studiosi hanno ideato un esperimento controllato, attraverso l’acquisizione di alcune narrazioni e la loro successiva rievocazione, nel quale i partecipanti vengono sottoposti a quattro fasi specifiche. Nella prima viene loro richiesto di esprimere le convenzionali e complesse credenze dottrinali e teologiche riguardanti gli agenti controintuitivi tipici della propria religione (contraddistinte da un rifiuto dell’antropomorfismo e da una caratterizzazione delle capacità onniscienti, onnipotenti e onnipresenti previste dalle dottrine ufficiali) [3]. Nella seconda è prevista la lettura di alcune narrazioni che implicano un’interazione tra la divinità e gli esseri umani; nella fase seguente i partecipanti sono sottoposti a un compito distraente, come esercizio per focalizzare l’attenzione su argomenti senza relazione con il tema di indagine [4]. L’ultimo compito è quello di memorizzazione, nel quale viene richiesto ai partecipanti di ricordare i passaggi letti durante la seconda fase. I risultati hanno dimostrato che riguardo alle letture affrontate con attenzione nella seconda fase (tutte congruenti rispetto ai contenuti teologici esposti nella prima fase, ad eccezione di alcuni sottili punti chiave che si prestavano a più di un’interpretazione), i partecipanti ricordavano i passaggi letti in modo «non conforme rispetto alle rappresentazioni religiose teologicamente corrette e disponibili coscientemente» enunciate solo qualche minuto prima [5]. Al contrario, il ricordo era impregnato dei contenuti maturativamente naturali tipici della cognizione umana. Ad esempio, un racconto proponeva la seguente situazione: un ragazzo rischia di annegare in un torrente a causa di una gamba rimasta incastrata tra le rocce, inizia a pregare Dio (che stava rispondendo ad un’altra preghiera nel mondo), e «in breve tempo Dio risponde spostando una delle rocce permettendo al ragazzo di liberarsi» [6]. I partecipanti chiamati a ricordare questo passaggio spiegavano che il ritardo nella risposta era necessario a Dio per spostarsi (in ciò «piuttosto simile a Superman») oppure che «Dio, per quanto onnipresente, doveva finire di rispondere alla precedente preghiera prima di aiutare il ragazzo». Quasi la totalità delle risposte dei partecipanti ha dimostrato l’influenza dei sistemi cognitivi maturativamente naturali; in pratica, durante la gestione dei problemi quotidiani, le credenze teologiche ortodosse vengono del tutto abbandonate nei processi cognitivi (come nell’esempio riportato, ossia il processo di acquisizione e di rievocazione). La caratteristica forse più significativa è che il test è stato poi ripetuto su differenti campioni interculturali (ad esempio ebraici, islamici e induisti), senza che ciò alterasse significativamente i risultati.
Tale “scorrettezza teologica” trova un parallelo con quanto si è scoperto riguardo alla forza dei vincoli cognitivi in ambito scientifico. Anche se chi ha ricevuto un’educazione formale possiede chiaramente più strumenti e un’attenzione specifica che permettono di ridurre l’influenza dei vincoli cognitivi durante la ricerca scientifica, l’apprendimento dei modelli scientifici che permettono di mettere in sordina i vincoli cognitivi naturali non può eliminare del tutto tali vincoli. Uno studio condotto da Michael McCloskey e dai suoi colleghi ha dimostrato che nonostante le conoscenze acquisite formalmente (in questo caso di fisica) le persone possiedono conoscenze intuitive che, per quanto utili per risolvere compiti quotidiani in tempi rapidi, si dimostrano però fallaci [7]. Nel primo esperimento condotto da McCloskey veniva richiesto ai partecipanti, tra le altre cose, di immaginare di lasciar cadere un oggetto su un punto prestabilito sul pavimento mentre camminavano, ma senza muovere le braccia. L’80% dei partecipanti ha affermato che sarebbe stato corretto lasciar cadere l’oggetto (una palla) una volta immediatamente sopra l’obiettivo, il 7% ha risposto che la palla sarebbe caduta lateralmente e nella direzione opposta a quella percorsa, mentre solamente il 13% dei partecipanti ha ritenuto correttamente che la palla avrebbe dovuto essere lasciata cadere prima di trovarsi sul punto prestabilito. Una meccanica intuitiva errata e l’illusione percettiva del punto di vista dell’osservatore (in questo caso, impegnato a camminare) spiegano la percentuale di errore – anche in studenti che possedevano conoscenze di fisica sopra la media. Un altro esperimento condotto da McCauley e dai suoi colleghi ha dimostrato, ad esempio, che nel tentativo di lanciare un disco attraverso un settore circolare di 90° disegnato su un tavolo, con il divieto di far toccare al disco i bordi della sezione, un quarto dei partecipanti (inclusi alcuni studenti universitari con conoscenze di fisica) ha tentato, nei fatti o nella spiegazione fornita a posteriori, di imprimere un moto curvilineo al disco in modo da fargli assumere la traiettoria ritenuta adeguata per attraversare la sezione disegnata sul tavolo [8]. Si tratta, in sostanza, di un altro caso che sembra accordarsi con l’ipotesi dell’infiltrazione e dell’influenza sul giudizio delle capacità maturative .
Torniamo ora al punto in questione delle conclusioni del volume di Robert N. McCauley (qui l’elenco-riepilogo):
2. La produzione di contenuti teologicamente scorretti è inevitabile.
Affermare che la scorrettezza teologica è inevitabile significa prendere atto della costante, ricorrente e inconscia intrusione di rappresentazioni moderatamente controintuitive che fanno parte della teoria della mente naturale dei fedeli (ovvero l’attribuzione di intenzionalità ad agenti, cognitivamente naturale; qui ulteriori informazioni). Tale intrusione si combina poi con l’inevitabile variabilità delle rappresentazioni culturali per culminare in quella che Pascal Boyer ha definito icasticamente come “la tragedia del teologo”, ossia la continua produzione di contenuti religiosi teologicamente scorretti da parte dei fedeli [9]. L’elemento che permette ai contenuti teologicamente scorretti di raggrupparsi attorno ad un attrattore, e di essere trasmesse, è la presenza di un numero modesto di violazioni dei domini cognitivi (tale processo non è esclusivo della religione ma comprende anche il folklore e la letteratura supereroistica a fumetti, ad esempio). Come ricorda McCauley,
«Non importa quanto le autorità religiose si sforzino di standardizzare, inculcare e regolare le rappresentazioni religiose, poiché i fedeli re-interpreteranno cognitivamente queste ultime, perlopiù in modo inconscio, secondo modalità che sono teologicamente scorrette» [10].
Questo perché le codificazioni teologiche necessitano di un oneroso sostegno culturale, allo stesso modo delle conoscenze scientifiche, che si concretizza in primo luogo tramite una lunga preparazione intellettuale (che dipende a sua volta dalla disponibilità di testi e biblioteche), e che renda il potenziale fruitore capace di una naturalità praticata con certe modalità di ragionamento.
Il dato forse più interessante a questo punto è il parallelo che McCauley stabilisce tra queste riflessioni, basate in primo luogo sui dati forniti da Barrett e Keil, e i risultati sulla “scorrettezza scientifica” degli esperimenti fisico-sperimentali di McCloskey. Nel secondo caso, lo ricordiamo, persino alcuni studenti universitari con discrete conoscenze di fisiche hanno fatto affidamento su intuizioni pre-galileiane per risolvere rapidamente e intuitivamente un problema fisico (ma sbagliando). Dato che l’intrusione dei contenuti cognitivi maturativamente naturali nei processi di cognizione è una costante in entrambe i casi, in breve, come sintetizza l’autore, «gli insegnanti di teologia e di scienza hanno di fronte molti problemi comuni» [11].

continua...

[1] Robert N. McCauley, Why Religion Is Natural and Science Is Not, Oxford University Press, Oxford-New York 2011, p. 299, nota n. 158.
[2] Cfr. D. Jason Slone, Theological Incorrectness: Why Religious People Believe What They Shouldn’t, Oxford University Press, Oxford-New York 2004.
[3] Ivi, pp. 210 ss. Lo studio di riferimento è il seguente: J.L. Barrett e Frank C. Keil, Conceptualizing a Nonnatural Entity: Anthropomorphism in God Concepts, in «Cognitive Psychology», 31, 1996, pp. 219-247.
[4] L’omissione del compito distraente, sperimentalmente necessario, si è rivelata ininfluente rispetto ai risultati poiché, durante una ripetizione dell’esperimento, l’assenza di tale passaggio non ha modificato il quadro, confermando i risultati; cfr. R.N. McCauley, Why Religion Is Natural..., cit., p. 218.
[5] Ivi, p. 217.
[6] Ivi, p. 216.
[7] Ivi, pp. 129-132.
[8] Cfr. Michael McCloskey, Alfonso Caramazza e Bert Green, Curvilinear motion in the absence of external forces: Naïve beliefs about the motion of objects, in «Science», 210, 1980, pp. 1139-1141; M. McCloskey, Naïve Theories of Motion, in Dedre Gentner e Albert L. Stevens [eds.], Mental Models, Erlbaum, Hillsdale 1983, pp. 299-324; M. McCloskey e Deborah Kohl, Naive Physics: The Curvilinear Impetus Principle and Its Role in Interactions with Moving Objects, in «Journal of Experimental Psychology: Learning, Memory, and Cognition», 9, 1, Jan. 1983, pp. 146-156; M. McCloskey, Allyson Washburn e Linda Felch, Intuitive Physics: The Straight-Down Belief and Its Origin, in «Journal of Experimental Psychology: Learning, Memory, and Cognition», 9, 4, 1983. pp. 636-649
[9] P. Boyer, E l’uomo creò gli dei. Come spiegare la religione, Odoya, Bologna 2010, p. 336 (ed. orig. Et l’homme créa les dieux. Comment expliquer la religion, Éditions Robert Laffont, Paris 2001; Gallimard, Paris 2003)
[10] R.N. McCauley, Why Religion Is Natural..., cit., p. 242
[11] Ivi, p. 244

Artt. indicizzati in Research Blogging:
Barrett JL, & Keil FC (1996). Conceptualizing a nonnatural entity: anthropomorphism in God concepts. Cognitive psychology, 31 (3), 219-47 PMID: 8975683
McCloskey M, Caramazza A, & Green B (1980). Curvilinear motion in the absence of external forces: naive beliefs about the motion of objects. Science (New York, N.Y.), 210 (4474), 1139-41 PMID: 17831469
McCloskey M, & Kohl D (1983). Naive physics: the curvilinear impetus principle and its role in interactions with moving objects. Journal of experimental psychology. Learning, memory, and cognition, 9 (1), 146-56 PMID: 6220112
McCloskey M, Washburn A, & Felch L (1983). Intuitive physics: the straight-down belief and its origin. Journal of experimental psychology. Learning, memory, and cognition, 9 (4), 636-49 PMID: 6227681

martedì 23 aprile 2013

Scienza & religione o scienza vs. religione?: Why Religion Is Natural and Science Is Not di Robert N. McCauley #2

Robert N. McCauley, Why Religion Is Natural and Science Is Not, Oxford University Press, Oxford-New York 2011.
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  1. i paragoni solitamente condotti tra scienza e religione sono basati su fondamenti errati.
McCauley spiega questo primo punto tramite una tabella esplicativa che permette di sintetizzare le asimmetrie cognitive tra le diverse modalità di cognizione:

Adattato dal volume di McCauley, cit., p. 231 (Fig. 5-1).

Dal punto di vista della cognizione un paragone tra scienza e religione deve tenere conto della disposizione asimmetrica delle quattro caselle elencate nella tabella sovrastante. Innanzitutto, religione e scienza operano a livelli differenti, dei quali il primo
«dipende soprattutto dalle inclinazione naturali della mente umana e, perciò, ricorre in qualunque cultura umana, mentre il secondo è una funzione di organizzazioni sociali comparativamente rare che richiedono a) la padronanza di norme di ragionamento e di concezioni radicalmente controintuitive, e b) la disponibilità pubblica di processi, prodotti e evidenze fondamentali» [1].
ResearchBlogging.org Perché scienza e religione operano a livelli cognitivi differenti? Esistono due tipologie di cognizione, come si può osservare nella prima colonna del grafico, a sinistra: una è naturale, ossia «concernente le parti sotterranee della vita mentale composte da un pensiero perlopiù immediato, inconscio, agevole, intuitivo – e i cui contenuti e origine si dimostrano spesso ardui da esplicitare» da parte del soggetto, mentre la seconda è tipica del pensiero «più lento, conscio, faticoso, riflessivo» [2]. A sua volta la cognizione naturale si suddivide in naturalità praticata (practiced naturalness) e naturalità maturativa (maturational natural cognition) [3] . La prima è una vasta esperienza in un qualche dominio, ovvero l’esperienza accumulata in un dato campo da cui consegue la capacità di fornire un giudizio rapidamente (ad esempio, chi è impiegato nell’edilizia e può decidere in breve tempo quale materiale utilizzare in un data struttura). La naturalità maturativa è invece un pensiero immediato, intuitivo, che viene in mente in modo inaspettato quando si ha a che fare con ambiti nei quali non abbiamo esperienza o per i quali non abbiamo istruzioni valide per orientarci; ad esempio, come esprimere qualcosa nella madrelingua che però non si è mai sentita prima, conoscere lo stato emotivo di chi ci sta di fronte osservando solamente e di sfuggita l’espressioni del viso oppure le conseguenze del contatto anche minimo con agenti ritenuti contaminanti nei bambini in età scolare [4]. Purtroppo, tale modalità immediata di pensiero è soggetta a errori di rappresentazione.
Per quanto riguarda il ruolo della cultura, l’infiltrazione culturale non ha alcuna conseguenza sull’acquisizione delle capacità maturative ma si limita a modulare e a fornire a queste ultime caratteristiche peculiari. I diversi tipi di linguaggio diffusi nel mondo intero, ad esempio, non hanno alcun impatto differenziale nello sviluppo dell’acquisizione del linguaggio in quanto capacità maturativa, che segue invece pattern comuni e spontanei in qualunque cultura umana.
Il secondo punto cognitivo da segnalare è la profonda differenza inerente alla modalità predefinita di spiegazione del modo in cui funziona il mondo:
«la religione presume che le spiegazioni più acute, in ultima istanza, debbano sempre affidamento alla causalità degli agenti. La scienza no» [5].
Un punto che McCauley non esita a sottolineare è che le religioni, nonostante la varietà e il fatto che sorgano continuamente nuove credenze organizzate, condividono un insieme estremamente limitato di caratteristiche e di varietà (mito, rituale, credenze relative ad agenti intenzionali con caratteristiche controintuitive, spazi sacri, ecc.): come scrive Steven Pinker
«facendo un paragone con le più incredibili idee della scienza moderna, le credenze religiose si distinguono per la loro mancanza di immaginazione» [6].
In definitiva, mentre la scienza sovverte i vincoli cognitivi naturali e produce nuove idee radicalmente controintuitive, la religione, nella sua accezione popolare che asseconda la cognizione maturativamente naturale, vi obbedisce e (ri)propone da sempre rappresentazioni modestamente controintuitive e con minime variazioni sul tema.
L’elaborazione teologica, però, può produrre idee tanto controintuitive quanto le più radicali scoperte della scienza contemporanea. I teologi di fatto si avvalgono di molti strumenti concettuali utilizzati dagli scienziati: 
«i teologi producono spesso complicate e astratte rappresentazioni religiose che non sono più semplici da comprendere di quanto non lo siano le più esoteriche idee scientifiche» [7].
Come si spiega questo punto? Innanzitutto bisogna astenersi dal trarre conseguenze eccessivamente semplificate o ideologicamente orientate. McCauley sottolinea giustamente che i sistemi naturali maturativamente cognitivi e le inferenze che soggiacciono alla religiosità popolare (ossia, lo ripetiamo, a quell’insieme di caratteristiche cognitive maturativamente naturali e cooptate nel pensiero religioso) non rappresentano esattamente i prodromi della teologia; allo stesso modo, quelle che Massimo Piattelli Palmarini ha definito come «scorciatoie intuitive» (ovvero, modalità rapide di risposte cognitive, efficaci nella vita quotidiana, ma che sacrificano la precisione per la velocità rischiando potenzialmente di sostenere illusioni sensoriali) non corrispondono del tutto ad una «forma minore del ragionamento scientifico» [8]. In effetti, un primo risultato paradossale che emerge dall’analisi cognitiva è che la teologia e la scienza condividono più caratteristiche tra di loro di quanto non facciano con quelle che sarebbero le rispettive controparti (ossia rispettivamente, religione popolare e spiegazioni formulate sulla base del senso comune).
McCauley riassume quindi come segue i punti che accomunano cognitivamente la teologia con la scienza, e che distanziano la teologia dalla “religione popolare”. La teologia, dunque: 
  1. si basa sulla produzione codificata di letteratura, contraddistinta da aspetti teorici, polemici, analitici e sintetici, per cercare prove a favore delle proprie asserzioni;
  2. fa uso degli stessi strumenti della scienza (probabilità, deduzione, induzione e talvolta abduzione);
  3. fino al XVII secolo e.v. ha usufruito delle conquiste scientifiche precedenti;
  4. richiede la conoscenza approfondita di strumenti intellettuali per i quali sono necessari lunghi periodi di studio e preparazione [9].
Le differenze tra teologia e scienza rintracciate da McCauley vengono invece elencate come segue:
  1. la teologia formula ipotesi non testabili empiricamente in alcun modo;
  2. la teologia continua a moralizzare ambiti e a giudicare eventi non riconducibili all’intenzionalità in natura, come se fossero espressione di un agente: «La scienza concepisce scrupolosamente meccanismi controintuitivi per spiegare gli eventi catastrofici, nei confronti dei quali gli specialisti religiosi dimostrano [al contrario] una pulsione incontrollabile alla moralizzazione, allo stesso modo degli eventi quotidiani e comuni […]»;
  3. la teologia ha agito nella storia perlopiù come un instrumentum regni, ossia in quanto forza allineata al potere politico-sociale che ha fornito giustificazione e sostegno per le cleptocrazie delle organizzazioni statali, investite da un diritto divino a governare (dalle statualità degli Inca e degli Egizi, fino alle monarchie europee dei secoli passati) [10].
continua...

[1] Robert N. McCauley, Why Religion Is Natural and Science Is Not, Oxford University Press, Oxford-New York 2011, p. 236.
[2] Vale la pena ricordare che i concetti di “subcosciente” o “inconscio” utilizzati in questo post non equivalgono ai corrispettivi psicoanalitici.
[3] R.N. McCauley, Why Religion Is Natural..., cit., p. 4.
[4] Ivi, p. 5.
[5] Ivi, p. 26.
[6] Ivi, p. 152 (cit. da Steven Pinker, How the Mind Works, Norton, New York 1997, p. 557).
[7] Ivi, p. 153.
[8] Ivi, p. 237 (cit. da Massimo Piattelli Palmarini [ed.], Inevitable Illusions: How Mistakes of Reason Rule Our Minds, Wiley, New York 1994, pp. 133-137 [ed. or. it. L’illusione di sapere: che cosa si nasconde dietro i nostri errori, Mondadori, Milano 1993]).
[9] Ivi, pp. 212-213.
[10] Ivi, pp. 213-215. Una sintesi efficace di tali punti è reperibili nella discussione di McCauley in  A Cognitive Science of Religion Will Be Difficult, Expensive, Complicated, Radically Counter-Intuitive, and Possible: A Response to Martin and Wiebe, in «Journal of the American Academy of Religion», 80 (3), 605-61, 2012, in part. pp. 606-607.

Art. indicizzato in Research Blogging:
McCauley, R. (2012). A Cognitive Science of Religion Will Be Difficult, Expensive, Complicated, Radically Counter-Intuitive, and Possible: A Response to Martin and Wiebe Journal of the American Academy of Religion, 80 (3), 605-610 DOI: 10.1093/jaarel/lfs031

giovedì 18 aprile 2013

Omaggio di uno storico all’Uomo Ragno

Fig. 1. Una selezione di maschere dell’Uomo Ragno dal 1963 al 2011. La riproduzione delle immagini lascia purtroppo a desiderare poiché è stata affidata alla penna a china dello scrivente, motivo per cui le maschere non rispecchiano la ricchezza dei particolari esibita dagli originali. La lista dei riferimenti numerici è reperibile in calce al post.
Disclaimer: though the image is subject to copyright, its use is covered by fair use laws because the image is used as the irreplaceable source of data discussed in the article. All Marvel characters and the distinctive likeness(es) thereof are Trademarks & Copyright (c) Marvel Characters, Inc. All rights reserved.
«Quando guardate qualcuno negli occhi, dimenticatevi del romanticismo, della creazione e delle finestre spalancate sull’anima. Con le sue molecole, geni e tessuti derivati da microbi, meduse, vermi e moscerini, vi trovate di fronte ad un’intera orda di mostri» 

Neil Shubin [1]

In principio fu Topolino

ResearchBlogging.org Nel 1979 viene pubblicato su «Natural History» uno dei testi più accattivanti prodotti da Stephen Jay Gould, intitolato Mickey Mouse Meets Konrad Lorenz, e ristampato poi nella raccolta Il pollice del Panda con il titolo di Omaggio di un biologo a Topolino [2]. Tale contributo spicca per originalità all’interno della multiforme produzione del paleontologo e rappresenta, con ogni probabilità, una delle più eclettiche spiegazioni del fenomeno biologico della neotenia e dell’evoluzione culturale allora prodotta nell’ambito della divulgazione scientifica [3]. L’occasione per affrontare l’argomento era stata suggerita dal concomitante cinquantenario di Topolino; per tale motivo Gould aveva deciso di analizzare l’icona della Disney sia sotto il profilo biologico, come se si trattasse di un organismo vero e proprio, sia come risultato di un’evoluzione culturale, ovvero come artefatto prodotto intenzionalmente. Nel primo caso Gould passava in rassegna il rapporto direttamente proporzionale tra la modificazione del comportamento di Topolino e la tendenza di quest’ultimo ad accumulare nel corso del tempo modificazioni dell’aspetto in chiave neotenica. Nel secondo caso, il paleontologo accennava ai vincoli biologici e comportamentali dei creatori dell’immagine di Topolino, per cui le modificazioni in chiave neotenica subite dalla figura del personaggio venivano ricondotte a vincoli comportamentali (nello specifico, la risposta evolutiva ed emotiva degli adulti di fronte ad organismi, siano essi cuccioli o adulti, che esibiscono caratteristiche proprie dei neonati). Si tratta di modifiche artistiche che esprimono senza soluzione di continuità sia intenzionalità (ossia, sono volutamente indirizzate al target commerciale, ad un certo pubblico), sia il vincolo con le caratteristiche cognitive di Homo sapiens:
«[…] le caratteristiche astratte dell’infanzia umana suscitano in noi potenti reazioni emotive anche quando le riscontriamo nell’animale. Io ritengo che l’evoluzione verso una progressiva infantilizzazione di Topolino rifletta la scoperta inconscia di questo principio biologico da parte di Disney e dei suoi disegnatori. Infatti, il tono emotivo di molti altri personaggi di Disney si basa sullo stesso principio» [4].
Ma che cos’è la neotenia, e quali caratteristiche neoteniche vengono riscontrate nell’evoluzione iconografica della mascotte della Disney?

La creatività evoluzionistica dei vincoli biologici e l’“effetto Bambi”


Come tutti gli esseri viventi del pianeta Terra, anche noi siamo vincolati fisicamente, geneticamente, strutturalmente, meccanicamente e ontogeneticamente. Siamo cioè legati a doppio filo alle interrelazioni stabilite e fissate storicamente nel tempo profondo dell’evoluzione; siamo quindi incatenati alle proprietà esibite dalle molecole, dai geni, dalle leggi fisiche e dal processo dello sviluppo degli individui. Eppure sarebbe un errore pensare che tali vincoli rappresentino un limite  evolutivo assoluto [5]. Tutt’altro; nel tempo profondo anche i vincoli possono essere fonte di varietà adattativa. Lo sviluppo dell’individuo, ad esempio, può costituire una riserva ottimale di soluzioni composta da «una serie di stadi ben adattati» (poiché se non lo fossero l’individuo non potrebbe sopravvivere)  [6]. Si pensi ad organismi che attraversano fasi ben distinte fino a giungere alla maturità, come avviene per gli anfibi: ciascuno di questi stadi può costituire un fenotipo differente, e in quanto tale può essere cooptato e sfruttato evolutivamente nel caso riuscisse ad arrecare un qualche vantaggio per l’organismo in una data situazione. Tale cooptazione è di fatto una canalizzazione, come la definisce Gould, che modula il materiale a disposizione lungo un determinato percorso per produrre diversità e adattamento, a volte «rimescola[ndo] e combina[ndo] le caratteristiche di stadi diversi» [7].
L’eterocronia, ossia i cambiamenti espressi dalle variazioni nei tempi e/o nei tassi di sviluppo ontogenetico, rappresenta di fatto uno dei principali modi per aggirare, per così dire, le imposizioni fisiche del fenotipo. Dalla mosca all’uomo i geni che controllano lo sviluppo restano in buona parte gli stessi, ciò che cambia in modo sostanziale sono i rapporti dell’interazione tra moduli autonomi di geni: gli edifici cambiano, ma i mattoni restano gli stessi [8]. L’alterazione dei percorsi dello sviluppo che si ottiene attraverso la neotenia rientra nei processi eterocronici di pedomorfosi: gli esemplari adulti ripropongono caratteri tipici della condizione giovanile degli antenati. La neotenia, in particolare, ha come esito il raggiungimento della maturità sessuale pur mantenendo caratteristiche tipiche dello stadio giovanile [9]. Tra i casi da manuale di neotenia ricordo alcuni anfibi urodeli (per cui le branchie, carattere giovanile, sono presenti nelle forme adulte), il rallentamento dei ritmi di crescita di Homo sapiens (causa della lunga gestazione, della lunga infanzia, dell’apprendimento continuo che non termina con la giovinezza e dei mutamenti facciali ontogenetici comparativamente più contenuti rispetto alle antropomorfe) e i crani dei dinosauri aviani attuali, i quali esibiscono caratteristiche tipiche degli stadi giovanili degli antenati non-Eumaniraptora: tra le peculiarità neoteniche citiamo la forma del muso, più corta rispetto alle forme adulte, e le grandi orbite oculari [10]. Queste ultime caratteristiche citate, assieme alla grandezza della testa relativamente al corpo, rappresentano inoltre le caratteristiche facciali principali dei neonati.
Per traslazione, la ricognizione visiva di tali caratteri allometrici causa in H. sapiens il seguente corto-circuito interpretativo: la preferenza accordata nei confronti degli animali (anche adulti) che esibiscono tali caratteristiche fa sì che determinate qualità emotive o affettive umane vengano fallacemente proiettate sui possessori di tali peculiarità. Come chiosa Gould, facendo riferimento all’etologo Konrad Lorenz, 
«[…] veniamo ingannati da una risposta evolutasi per il vantaggio dei nostri piccoli e trasferiamo le nostre reazioni a quegli animali che presentano lo stesso tipo di caratteristiche» [11].
Lisa Signorile ha definito questo atteggiamento come «l’effetto Bambi», ovvero la singolare forma di «neotenia culturale» per cui una sorta di «scala naturae mentale», rafforzata dall’ambiente sociale, accorderebbe un primato assoluto a quegli animali, già apprezzati da bambini, dotati di particolari caratteristiche infantili, come ad esempio gli occhi grandi e il viso relativamente più piccolo [12]. 
Ora, l’evoluzione della figura di Topolino presa in considerazione da Gould corrisponde ai criteri dell’effetto Bambi. Se pensiamo ai vari Topolino come ad individui appartenenti ad un taxon disneyano di partenza, la modificazione del fenotipo topoliniano dagli anni Trenta al 1980 riproduce grosso modo i passaggi attesi in una pedomorfosi neotenica: non a caso, le proporzioni del 1980 sono assai più vicine a quelle esibite dalla coppia dei giovani nipotini Tip e Tap. Nella finestra temporale analizzata da Gould, Topolino stava evolvendo verso una «sempre maggiore somiglianza con i rappresentati più giovani della sua genia […]». Caso emblematico, la grandezza degli occhi relativamente alla testa, passata in un cinquantennio dal 27% al 42% [13] (qui trovate le immagini che accompagnano l’articolo originale).
Nel suo articolo, Gould nota acutamente l’intreccio tra intenzionalità dei disegnatori (i cui sforzi, per ovvie ragioni di mercato, erano rivolti a rendere più «graziose e accettabili», ossia vendibili, le caratteristiche di Topolino) [14] e i vincoli biologici che fanno sì che il pubblico risponda in un certo modo all’illusione visiva rappresentata da determinati caratteri morfologici tipicamente infantili, traslati in un contesto antropomorfico fittizio. Considerati i vincoli biologici che sostengono l’effetto Bambi, sarebbe interessante vedere quanto si possa generalizzare questo principio enunciato da Gould. Ovvero, per dirla altrimenti, l’effetto Bambi trova conferma in altre icone culturali?

Da un grande potere derivano grandi occhi, ovvero di maschere e di supereroi

Per testare l’effetto Bambi ho deciso di prendere in considerazione un personaggio del vastissimo universo fittizio della Marvel Comics, scegliendo uno dei tipici e più datati “supereroi con superproblemi” della “Casa delle Idee”. Chi meglio dell’Uomo Ragno incarna l’ideale della casa editrice statunitense, per cui
«l’acquisizione di grandi poteri dà […] all’eroe grandi responsabilità (come recita uno dei tormentoni ricorrenti di Spider-Man), ma non gli toglie l’umanità, intesa come la capacità di soffrire, di avere affetti e persino problemi assai poco epici come il guadagnarsi da vivere tutti i giorni?» [15]. 
Consideriamo quindi l’Uomo Ragno come un taxon e, sulle orme di Gould, per dare il «marchio della scienza quantitativa» [16] alle osservazioni che seguono utilizzo come fattore di riferimento preliminare ed indicativo il rapporto tra la dimensione degli occhi in relazione alla grandezza della testa [17]. Il campione iconografico di esemplari analizzati consta rappresentativamente di ventidue maschere scelte nel periodo compreso tra 1963 e 2011. Quattro, le più recenti, sono state selezionate dalla collana «Ultimate Spider-Man», lanciata con successo nel 2000 e nata con il duplice ed esplicito intento di modernizzare le storie delle origini, riprendendo l’ambientazione liceale, e di snellire le storie dal fardello rappresentato da quarant’anni di intrecci stratificati [18]. La serie aveva affiancato parallelamente e autonomamente le collane classiche dedicate al Tessiragnatele, che hanno continuato, e continuano, a proporre invece le storie di un Peter Parker e del suo alter ego mascherato cresciuti e ormai adulti.
I risultati confermano sostanzialmente il processo pedomorfico: nel periodo di tempo considerato l’aumento del rapporto occhi/testa (considerando la “pupilla” bianca, ossia la lente della maschera) è stato del 325%; se togliamo i valori dei campioni «Ultimate» l’aumento tra 1963 e 1997 si attesta sul 275%. Ora, negli individui giovani gli occhi sono in genere più grandi rispetto alla grandezza complessiva della testa; anche questo parametro trova conferma nei campioni analizzati, per cui la media del rapporto tra gli esemplari classici (ad eccezione di quelli giovanili da «Ultimate Spider-Man»), è 25,6%; nei giovani Uomo Ragno di «USM», la media è invece 48,5%. Aggiungiamo che il comportamento dell’Uomo Ragno è contraddistinto da reazioni immature e battute infantili (ad eccezione di alcuni periodi “dark”), accentuate nel corso degli anni dagli sceneggiatori, talvolta fino al parossismo; il parallelismo neotenico con il «progressivo addolcirsi della personalità» di Topolino notato da Gould sembra trovare un’ulteriore conferma [19]. Se però credete che sia difficile pensare alle lenti della maschera dell’Uomo Ragno come a degli occhi, passate in rassegna tutte le volte in cui i disegnatori hanno dotato di espressività emotiva le lenti: vi troverete di fronte ad un tripudio di lenti ammiccanti, sorprese, arrabbiate, corrucciate e felici (un eloquente esempio su tutti: le tavole di Erik Larsen).
Fig. 2. La distribuzione dei dati (ricavati dalle immagini presenti nella Fig. 1) mostra una discreta correlazione tra anno e rapporto (rho=0.72, statisticamente significativa con p<0.0001). Elaborazione del grafico ad opera di Andrea Cau, che ringrazio per la cortese disponibilità.
Osservando il grafico, si può persino individuare un evento che ha marcato in modo significativo la storia evoluzionistica del taxon Uomo Ragno: si tratta di uno di quegli «eventi di speciazione rapidi ed episodici» che perturbano una precedente situazione di sostanziale equilibrio omeostatico, codificati da Gould e Niles Eldredge [20]. L’avvento del black costume indossato dall’Uomo Ragno a seguito dell’evento noto come Secret Wars, miniserie in dodici numeri pubblicata tra 1984 e 1985, si può intendere biologicamente come la contingente deriva genetica che ha causato la perdita di variabilità (qui iconografica) , incanalando una tenue tendenza all’aumento delle dimensioni degli occhi verso una sostanziale accelerazione. Nella Fig. 1 il costume è rappresentato con il numero 10; nel grafico soprastante è presente nella decima posizione a partire da sinistra.
In termini evoluzionistici, quell’Uomo Ragno ha rappresentato un isolato periferico (Peter Parker si trovava su un altro pianeta: più periferico di così…), ossia si è trovato ad essere il rappresentante o il capostipite di una piccola popolazione isolata, destinata a colonizzare con successo l’ambiente della carta stampata (una volta tornato sulla Terra…) [21]. Fuor di metafora, il successo della rappresentazione (nata per accompagnare e promuovere il lancio di una linea di giocattoli – l’effetto Bambi è un affascinante intreccio di cause culturali e di vincoli biologici) ha decretato la diffusione epidemiologica dell’immagine e delle relative proporzioni, modificando successivamente anche le proporzioni del volto del tradizionale costume blu/rosso. Anche quando John Romita Sr., uno dei decani tra gli illustratori della Marvel, è tornato a disegnare l’Uomo Ragno per una storia pubblicata nel 1997 non si è rifatto alle proporzioni da lui stesso adottate nel 1968, ma si è invece inserito in una consolidata linea di tendenza (cfr. rispettivamente i numeri 18 e 3 nella Fig. 1).
In un contesto di competizione iconografica intraspecifica (dettata anche dal successo commerciale), gli individui dotati di occhi più grandi hanno surclassato i contendenti sul finire del secolo scorso, diffondendosi maggiormente. Insomma, queste illustrazioni si sono trovate ad interagire in un contesto lato sensu biologico: secondo un’ottica memetica, difatti, le immagini
«rappresentano sia il prodotto dei set di istruzioni sia il veicolo in cui tale set viene immagazzinato. I set di istruzioni utilizzano questo veicolo per spostarsi nell’ambiente (ossia la cultura umana), interagiscono direttamente con tale ambiente ed entrano in competizione tra di loro per ottenere le risorse necessarie al raggiungimento del loro obiettivo: replicarsi» [22].
La diffusione delle immagini nelle menti dei disegnatori e sulla carta stampata e leventuale successo decretato dal pubblico al quale questi prodotti sono destinati, coronano quindi questo processo di competizione iconografica.

Sul nastro di Möbius, andata e ritorno

Per il momento l’analisi presentata non è niente di più di un semplice suggerimento, un test preliminare per saggiare il tema e un pretesto per spiegare qualche rudimento di biologia evoluzionistica dello sviluppo. Pur nell’attesa di smentite o conferme basate su un corpus di dati ben più consistente di quello qui presentato, l’effetto Bambi (che ha guidato l’evoluzione iconografica di Topolino e, presumibilmente, dell’Uomo Ragno) testimonia l’incessante interazione tra biologia e cultura. Passiamo così senza soluzione di continuità da un lato all’altro di un complesso e affascinante nastro di Möbius, all’interno del quale trovano posto anche quei simboli ormai internazionali della cultura mainstream come Topolino e l’Uomo Ragno.

[1] N. Shubin, Il pesce che è in noi. La scoperta del fossile che ha cambiato la storia dell’evoluzione, Rizzoli, Milano 2008, p. 186 (ed. orig. Your Inner Fish: A Journey into the 3.5-Billion-Year History of the Human Body, Pantheon Books, New York 2008)
[2] Stephen Jay Gould, Mickey Mouse Meets Konrad Lorenz, in «Natural History», 88, 5, 1979, pp. 30-36 (ristamp. come A Biological Homage to Mickey Mouse in The Panda’s Thumb, W.W. Norton, New York 1980, pp. 125-133; trad. it. Omaggio di un biologo a Topolino, ne Il pollice del panda, il Saggiatore, Milano 2009, pp. 89-98 [ed. orig. 1983]).
[3] Il testo è stato recentemente votato tra i cinque saggi divulgativi gouldiani preferiti dai lettori in un sondaggio indetto da «Pikaia. Il portale dell’evoluzione». Secondo le preferenze accordate dai visitatori del sito, l’articolo si è classificato quarto, a pari merito con La frode di Piltdown. Informazioni presso http://www.pikaia.eu/EasyNe2/Notizie/Stephen_Jay_Gould_10_anni_dopo.aspx; per approfondimenti cfr. Emanuele Serrelli, The Best of Stephen Jay Gould, in «Scienzainrete», 17 luglio 2012, http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/best-stephen-jay-gould?page=show; http://www.epistemologia.eu/index.php?option=com_content&view=article&id=155:the-best-of-gould-paper&catid=23&Itemid=153.
[4] S.J. Gould, Omaggio di un biologo a Topolino, cit., p. 96.
[5] Marco Ferraguti e Carla Castellacci (a cura di), Evoluzione. Modelli e processi, Pearson, Milano 2011, pp. 156-160.
[6] S.J. Gould, La struttura della teoria dell’evoluzione, ed. it. a cura di Telmo Pievani, Codice edizioni, Torino 2003, p. 1292 (ed. orig. The Structure of Evolutionary Theory, The Belknap Press of Harvard University Press, Cambridge-London 2002).
[7] Ivi, p. 1293.
[8] Cfr. Alessandro Minelli, Forme del divenire. Evo-devo: la biologia evoluzionistica dello sviluppo, Einaudi, Torino, pp. 201-202.
[9] Cfr. Aldo Fasolo, Metamorfosi, in id. (a cura di), Dizionario di biologia, UTET, Torino 2004, pp. 610-612; p. 612. Caratteristiche fenotipiche pedomorfiche possono essere raggiunte anche attraverso progenesi (il corpo matura più lentamente rispetto allo sviluppo delle gonadi; è l’opposto della neotenia) o sviluppo diretto (se vengono saltate fasi intermedie di sviluppo ontogenetico).
[10] Per approfondimenti su questi temi è fondamentale S.J. Gould, Ontogenesi e filogenesi, Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2013, in particolare la sezione finale sulla neotenia nei primati e nell’uomo, pp. 317-362 (ed. orig. Ontogeny and Phylogeny, The Belknap Press of Harvard University Press, Cambridge-London, 2003 [1977 1a ed.]). Per la neotenia negli anfibi cfr. Lisa Signorile, L’orologiaio miope, Codice edizioni, Torino 2012, pp. 141-145. Per i dinosauri e gli uccelli cfr. John A. Long e Kenneth J. MacNamara, Heterochrony, in Philip J. Currie e Kevin Padian (eds.), Encyclopedia of Dinosaurs, Academic Press, San Diego-London 1997, pp. 311-317; Bhart-Anjan S. Bhullar, Jesús Marugán-Lobó, Fernando Racimo,Gabe S. Bever, Timothy B. Rowe, Mark A. Norell e Arhat Abzhanov, Birds Have Paedomorphic Dinosaur Skulls, in «Nature» 487, 12 July 2012, pp. 223–226. doi:10.1038/nature11146; Andrea Cau, Pollosauri, giovani dinosauri e uccelli adulti, in «Theropoda», 28 maggio 2012,http://theropoda.blogspot.it/2012/05/pollosauri-giovani-dinosauri-e-uccelli.html
[11] S.J. Gould, Omaggio di un biologo a Topolino, cit., p. 95.
[12] L. Signorile, L’orologiaio miope, cit., p. 195.
[13] S.J. Gould, Omaggio di un biologo a Topolino, cit., p. 93.
[14] Ivi, p. 94.
[15] Daniele Barbieri, Breve storia della letteratura a fumetti, Carocci, Roma 2009, p. 43. La rivoluzione operata dalla Marvel nei primissimi anni Sessanta del secolo scorso fu quella di puntare sulla dimensione comune dei protagonisti, per cui «l’eroe non è un alieno, per nascita o per scelta, che scende tra noi per aiutarci […]; l’eroe è uno di noi, cui un caso del destino […] ha donato poteri straordinari» (ibidem); da qui all’apertura nei confronti di pressanti tematiche sociali la strada fu breve (la discriminazione razziale e l’emarginazione sociale con gli X-Men, la contestazione dei campus statunitensi con l’Uomo Ragno, l’alcolismo con Iron Man, ecc.). Il modello dell’eroe come “alieno” era stato precedentemente sfruttato con successo dalla Dc Comics (si pensi a Superman o Batman); su tali questioni, e in particolare per i differenti meccanismi di identificazione del lettore con il protagonista, si rimanda al noto saggio di Umberto Eco intitolato Il mito di Superman, in Apocalittici e integrati. Comunicazioni di massa e teorie della cultura di massa, Bompiani, Milano 1974, pp. 219-261 (1964 1a ed.).
[16] S.J. Gould, Omaggio di un biologo a Topolino, cit., p. 92.
[17] Alternativamente si può immaginare l’Uomo ragno come genotipo e le sue immagini come fenotipo; cfr. Norman MacLeod, Images, Totems, Types and Memes: Perspectives on an Iconological Mimetics, in «Culture, Theory and Critique», 50, 2-3, 2009, 185-208; p. 189.
[18] Si è trattato del secondo recente reboot dell’Uomo Ragno, dopo il sostanziale fallimento del rilancio modernizzatore tentato da John Byrne con il suo Spider-Man: Chapter One del dicembre 1998. Tali iniziative sono motivate dal fatto che la cosiddetta continuity, ossia il legame di una storia e dei suoi riferimenti con l’intera catena storica di vicende precedenti, viene talvolta considerata dagli addetti ai lavori come un ostacolo alla fruibilità per i lettori più giovani.
[19] Cfr. S.J. Gould, Omaggio di un biologo a Topolino, cit., p. 90.
[20] Cfr. N. Eldredge e S.J. Gould, Gli equilibri punteggiati: un’alternativa al gradualismo filetico, in N. Eldredge, Strutture del tempo, Hopefulmonster, Firenze 1991, pp. 219-268; p. 221 (ed. orig. Punctuated Equilibria: An Alternative to Phyletic Gradualism, in Thomas J.M. Schopf [ed.], Models in Paleobiology, Freeman, Cooper & Co, San Francisco 1972, pp 82-115).
[21] Cfr. Marco Ferraguti, Gli equilibri punteggiati messi alla prova, in Francesca Civile, Brunella Danesi, Anna Maria Rossi (a cura di), Grazie Brontosauro! Per Stephen Jay Gould, Edizioni ETS-Naturalmente Scienza, Pisa 2012, pp. 65-77.
[22] N. MacLeod, Images, Totems, Types and Memes, cit., p. 206.

Artt. indicizzati in Research Blogging:
Gould, S.J. (2008). A Biological Homage to Mickey Mouse Ecotone, 4 (1-2), 333-340 DOI: 10.1353/ect.2008.0045
Bhullar BA, Marugán-Lobón J, Racimo F, Bever GS, Rowe TB, Norell MA, & Abzhanov A (2012). Birds have paedomorphic dinosaur skulls. Nature, 487 (7406), 223-6 PMID: 22722850
MacLeod, N. (2009). Images, Totems, Types and Memes: Perspectives on an Iconological Mimetics Culture, Theory and Critique, 50 (2-3), 185-208 DOI: 10.1080/14735780903240125

Riferimenti Figg. 1, 2:
Legenda:
D, disegnatore
ASM, «
Amazing Spider-Man»
SSM, «Spectacular Spider-Man» / PPSSM, «Peter Parker, The Spectacular Spider-Man»
SMC, «Spider-Man Collection»
SMSI, «Spider-Man. Le storie indimenticabili»
URC, «Uomo Ragno Classic»
URSC, «Uomo Ragno» edizioni Star Comics
SM, «Spider-Man»
MO, «Marvel Oro»
URMI, «Uomo Ragno» edizioni Marvel Italia
WSM, «Web of Spider-Man»
URSE, «Uomo Ragno Speciale Estate»
USM, «Ultimate Spider-Man»
USMC, «Ultimate Spider-man Collection»

  1. Spider-Man, ASM 1, marzo 1963; fonte SMC 1, sett. 2004. D: Steve Ditko
  2. The Molten Man regrets...!, ASM 35, apr. 1966; fonte SMC 9, giugno 2005. D: S. Ditko
  3. Goblin Lives!, SSM 2, nov. 1968; fonte SMC 17, agosto 2006. D: John Romita Sr.
  4. The Punisher strikes twice!, ASM 129, feb. 1974; fonte SMSI 12, 2007. D: Ross Andru
  5. Ashes to Ashes, SSM 28, marzo 1979; fonte URC 62, marzo 1996. D: Frank Miller
  6. The spider and the burglar... a sequel, ASM 200, gen. 1980; fonte URC 67, agosto 1996. D: Jim Mooney
  7. Look out there’s a monster coming!, ASM 235, dic. 1982; fonte URSC 23, apr. 1989. D: John Romita Jr.
  8. Mistaken identities, SSM 87, feb. 1984; fonte, URSC, 15 nov. 1989. D: Al Milgrom
  9. Homecoming, ASM 252, maggio 1984; fonte URSC 39, 30 dic. 1989. D: Ron Frenz
  10. Copertina da PPSSM 107, ott. 1985; fonte URSC 64, 15 genn. 1991. D: Rich Buckler 
  11. Mysteries of the dead, ASM 311, genn. 1989; fonte URSC 100, 30 luglio 1992. D: Todd McFarlane
  12. Slugfest, SM 15, feb. 1992; fonte MO 4, giugno 1995. D: Erik Larsen
  13. Copertina da ASM 382, ott. 1993; URMI 164, 30 marzo 1995. D: Mark Bagley
  14. Time is on no side, SSM 216, sett. 1993; fonte URMI 177, 15 ott. 1995. D: Sal Buscema
  15. Pursuit – part one: The dream before, SM 45, apr. 1994; fonte URMI 171, 15 luglio 1995. D: Tom Lyle
  16. Shadow Rising, WSM 117, ott. 1994; fonte URMI 178, 30 ott. 1995. D: Steve Butler
  17. Copertina da Funeral for an Octopus 3, maggio 1995; fonte URMI 183, 15 gen. 1996. D: Ron Lim
  18. Spider-Man/Kingpin: To the death, nov. 1997; fonte URSE 2002. D: J. Romita Sr.
  19. Life Lessons, 6 apr. 2001; fonte USMC 1. D: M. Bagley
  20. USM Annual 3, dic. 2008; fonte USMC 25. D: David Lafuente
  21. Ultimatum – part 4, USM 132, luglio 2009; fonte USMC 24. D: Stuart Immonen
  22. Copertina variant da USM 153; fonte USMC 29. D: Sara Pichelli

martedì 16 aprile 2013

My Beloved Brontosaurus: an Interview with Brian Switek about memories, dinosaurs and the depth of time

The amazing artwork by Mark Stutzman displayed on the cover of Brian Switek’s latest book, My Beloved Brontosaur: On the Road with Old Bones, New Science, and Our Favorite DinosaursNew York: Scientific American / Farrar, Straus and Giroux,  2013. Image from here; this image is copyrighted, and used with permission.
Thanks to the kindness of Brian Switek and the efficiency of his editorial publicist at FSG, I have recently had the chance to read Switek’s last adventure in the realms of history of science and paleontology, My Beloved Brontosaurus, which is officially available in bookstores (both traditional and digital) starting from today.
Brian has accepted once more to share some thoughts about the long-awaited sequel to Written in Stones; thus, in order to celebrate the book launch, I am delighted to present Switek’s new interview! (the old interview is available here).
Happy reading!

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1. Dinosaur exhibitions on display worldwide in natural history museums often motivate lifelong interest and curiosity in young spectators. In a few cases, this fascination may lead to a career in paleontology or science communication.
Even now, I can recall the magic sense of wonder felt more than twenty years ago during the local temporary exhibition which featured the grandeur of the skeletons of Mamenchisaurus hochuanensis and Tsintaosaurus spinorhinus, arising from the depths of time in front of me. Despite their colossal size, dimension was not a key feature to me: a year earlier, in a very cold winter afternoon, I was amazed by a tiny Hypsilophodon foxii cast on display in a central square of my hometown. The transition from something known as a book illustration to something three-dimensional was simply an astounding experience.
This is the stuff which My Beloved Brontosaurus is made of: you took all the dreams and inspiration drawn from childhood’s memories and you paid homage to every bewitched child standing in awe in front of a dinosaur, with a clear prose and a skeptic eye never obfuscated by your enthusiasm. As an act of love, from the title until the very last word, your book is indeed a very personal narration, packed with a lot of autobiographical recollections (not to mention your decision to live in Utah, to be closer to dinosaur rich geological formations and institutions).
Could you please summarize here your first childhood encounters with dinosaurs and fossils?

Brian Switek: I wish I could remember more. My parents tell me that my fascination with dinosaurs started quite early, but I don’t have many memories of them until I was about five years old. During my first day of nursery school, I scribbled a drawing of a whale and a pterosaur (not a dinosaur, but similar enough!). Almost any big, imposing, or weird animal sparked my imagination. I played with toys of prehistoric creatures, watched documentaries, read books about them, and spent hours doodling dinosaurs on construction paper.
But what really crystallized my love of dinosaurs was my first visit to the American Museum of Natural History in New York City. This was in 1988, I think, and was still about a decade before the renovation of the museum’s great fossil halls. The Jurassic Dinosaur Hall was gloomy and dusty, and the old “Brontosaurus” mount stood in the middle of it all. The sauropod’s tail drooped, and the wrong skull tipped the end of the dinosaur’s low slung neck. “Brontosaurus” was magnificent, principally because I didn’t know the dinosaur was so wrong. So many of the books I had were outdated titles that showed dinosaurs just like this, and here I was in the presence of the actual bones. The “Brontosaurus” skeleton was just so big, and so lovely in detail. I couldn’t resist trying to imagine what the dinosaur must have sounded like. To see restorations or play with sauropod models in the sandbox was one thing. To be in the presence of the dinosaur’s bones itself solidified my passion for dinosaurs, and I’ll never forget how it felt to walk beneath the great bones of my favourite childhood dinosaur. 

Fig. 1. The 1992 exhibition which featured some of the most amazing original Chinese dinosaur skeletons known at that time (“Dinosaurs: Il mondo dei dinosauri: Italia 1991/1993” – in collaborazione con Natural History Museum, Shangai; Museo Tridentino di Scienze Naturali, Trento; Museo Friulano di Storia Naturale di Udine, Udine; Presidenza della Facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali dell’Università “La Sapienza” di Roma).








2. «Knowledge begins with wonder» and, as K.M. Parsons put it, «when we think about dinosaurs, therefore, imagination must always supplement fact» (2001: 175). From the tangled story behind the restoration of the headless “Brontosaurus” (not to mention the sauropods’ trunk restoration), to W.D. Matthew’s idea of dinosaurs capable of live birth, from the (supposed) missing clavicles advocated by paleoartist G. Heilmann to the underwater lambeosaurines of old, the intertwined history of dinosaur restorations, paleobiological theories and bizarre hypothesis is just as fascinating as the mainstream paleontological studies recorded in the more traditional textbooks of evolutionary biology or paleontology. Many imaginative proposals, more or less successful, falsified or still contentious, can be found in your book.
What is your personal favourite “heretic” paleontologist and/or paleobiological ideas?

B.S.: There are so many to choose from! Paleontology is where science and imagination meet, and some degree of speculation is always intertwined with science. We’re always pushing at the edges of what we know into how dinosaurs might have actually lived. So it’s really not surprising that there’s no shortage or more or less fanciful ideas about dinosaur lives. 
If I have to pick just one example, I think the aquatic Parasaurolophus of my childhood has to be it. When I first met dinosaurs, hadrosaurs were almost always presented paddling around lakes or sifting algae from swamps. This made sense given their popular name – these were the “duckbilled” dinosaurs. (I think “shovel-beaked” is a far more apt term, but I haven’t seen much acceptance of the new term despite pushing for it in the book and on my blogs.) And as John Ostrom pointed out in the 60s, hadrosaurs didn’t have any obvious defensive weapons such as horns or spikes. During a time when tyrannosaurs ruled, the only chance the hadrosaurs had was to escape into the water. Or so the argument went, anyway.
And the crests of some hadrosaurs played into this imagery. Within an aquatic setting, the long, hollow crest of Parasaurolophus looked like an air tank or some kind of anchor for a trunk that could reach above the water. The unfounded belief that hadrosaurs must have been amphibious dinosaurs led the form of interpretations. It was really only when paleontologists started considering the crest alone that other possibilities became apparent – display, and perhaps sound. By the 80s, the idea that the crest had more to do with signalling – visually or acoustically – had superseded the other explanations, even though I still saw swimming Parasaurolophus in books and films. Thankfully, I think that imagery is now long gone, but it took quite a long time to root out.
The case is a good representation of the puzzles that bizarre dinosaur features present to paleontologists. Weird crests, arrays of horns, rows of armor, and the like don’t just pop up for no reason. They have to evolve. But determining the function of such structures is fraught when we can’t observe the living animals, and even figuring out the function of a structure doesn’t necessarily tell us how that feature evolved. I can only imagine how the ideas we have about bizarre dinosaur features are going to change as paleontologists continue to investigate those features.

Fig. 2. A trio of underwater grazing Parasaurolophus. The original caption emphasized the «almost extraterrestrial aspect of  this dinosaur, with its webbed fingers  and, above all, its strange, hollow crest». From the Panini sticker album Animali preistorici, by R. D’Ami & C. Porciani, p. 12. © Riproduzioni Editoriali D’Ami, 1992 (first edition 1974); printed by Panini.

3. My Beloved Brontosaurus underscores the undeniable value of dinosaur paleontology in the understanding of life history on Earth – and for the theory of evolution as well. The history of dinosaur paleontology is an ever-changing field, filled with unpredictable discoveries. Today, the pace of research has dramatically increased since technical studies are being published nearly on a daily basis. And this is what makes this field intriguing and still fascinating.
Now, if you were to name and summarize the three major accomplishments of what T.H. Holtz Jr. labelled as the current Dinosaur Enlightenment, and the three most difficult tasks still unresolved (but hopefully answered in the nearest future), what would you pick?

B.S: The accomplishments of the Dinosaur Enlightenment have primarily been in terms of applying new techniques to paleontology in order to test ideas and develop new hypotheses. The Dinosaur Renaissance spurring an image shift based on gross anatomy and considering dinosaurs as animals (rather than just piles of old bones), but it still took a number of years for paleontologists to develop the tools necessary to really start testing the ideas of the Dinosaur Renaissance. For example, the increased accessibility and power of computer software has allowed paleontologists to virtually put dinosaurs through their paces to examine running speed and range of motion, to see just how speedy and agile they truly were. And there have been some unexpected boons, as well, such as the realization that melanosomes in dinosaur feathers can be compared to those of modern birds to reconstruct ancient color. Paleontologists are applying new techniques and technologies in the subfields of geochemistry, histology, finite element analysis, biomechanics, 3D imagery, and others to draw more information from old bones than ever before, and these new lines of evidence help generate new questions. Really, the success of the Dinosaur Enlightenment is a combination of paleontologists running with the renewed interest in dinosaurs as real animals that the Dinosaur Renaissance spurred, and using that enthusiasm to approach questions that we never thought we’d be able to answer.
Of course, a great deal about dinosaur biology remains unanswered. We still don’t really know what the physiology of dinosaurs was like. The weight of the evidence suggests that, in general, dinosaurs were highly active animals that maintained high body temperatures and were more like birds and mammals than reptiles, but beyond that very general level there is much we still don’t know. The key question at the heart of the Dinosaur Renaissance has yet to be fully answered. Whether or not dinosaurs exhibited sexual dimorphism is another prickly problem. Differences between the dinosaur sexes has been proposed multiple times, but never in a truly compelling case. Is this because dinosaurs were not sexually dimorphic, or because there are flaws in our samples and techniques? Perhaps the biggest question of all is why the non-avian dinosaurs went extinct at the end of the Cretaceous. What wiped them out, along with other forms of life, but allowed avian dinosaurs to survive? Everyone agrees on the major players of the end-Cretaceous extinction – volcanic eruptions, climate change, and asteroid impact – but we still don’t know how those pressures translated into extinction. Some of the classic dinosaur mysteries persist even now. 

4. Judging from the terrific amount of information you collected during all these years of scientific blogging, I suppose that you have put a considerable effort in the preliminary choice of materials for My Beloved Brontosaurus.
Is there a particular topic that you feel you left untouched in the final draft of your book?

B.S.: There’s always more to say about dinosaurs than can fit in any one book. I really wanted to spend more time on relatively new dinosaur discoveries – the spinosaurs, rebbachisaurids, and the like – but I felt that I should focus on classic dinosaurs in order to give readers a firmer grounding for the concepts I wanted to discuss. And I wanted to spend more time discussing dinosaur physiology, but the chapter did not come together in quite the way that I hoped. That chapter was going to mention polar dinosaurs, which I regret leaving out. I love imagining fluffy dinosaurs in the snow. But I knew going in that I wouldn’t be able to cover all the topics I wanted to. I wanted to pick specific examples that demonstrated how far our understanding of dinosaurs has come in the past 25 years, and I think the book meets that goal.

5. «We need dinosaurs» is the most important message of your book. We need them at least for two important reasons: the crucial point at stake here concerns the historiography of evolution, for dinosaurs were scarcely considered at the High Table of Life History, until a short time ago (and largely excluded from evolution textbooks, dominated by invertebrates and mammals as protagonists of the most important evolutionary studies). Nevertheless, as Padian and Burton (2012) recently wrote, dinosaurs were key factors and important case studies in the making of macroevolutionary thought during the 19th century (as they were favoured by heterodox supporters of paradigms which involved directed, degenerated or teleological evolution, subsequently falsified). We cannot understand those periods without a profound and updated knowledge of dinosaurs.
In the second place, as S.D. Sampson (2009) wrote, people involved in science communicators should take advantage of dinosaur fame (as you do) «to reinsert ourselves into the fabric of time, deriving meaning from our past and contemplating our responsibility for future generations» (Sampson 2009: 277), to teach the «Great Story» of life history (276-277) as well as the basic concepts of our evolutionary background on Earth.
Now that your work about dinosaurs is done (at least for the moment), what chapters of life history do you think you will cover in your next literary enterprise in order to put into context our evolutionary history, both unpredictable and amazing?

B.S.: Dinosaurs are an important anchor for our understanding of the past. The numbers are so big that we can’t even fully understand what they mean, but saying that dinosaurs evolved 245 million years ago and the non-avian forms went extinct 66 million years ago helps puts the paltry 6 million year run of humans into context. When discussing prehistory, it’s a common trope for writers to say that a particular creature lived before or after the reign of the dinosaurs – we’re always using dinosaurs to gauge history. 
I wouldn’t say that I’m done with dinosaurs, but I want to use the conclusion of My Beloved Brontosaurus as a jumping-off point for one of my new projects. The fossil record is a rich source of information about how organisms have reacted to climate change and other fluctuations that are still going on today. Rather than simply documenting the past, fossils might give us some clues about the future shape of life. If estimates of future global warming are correct, for example, we’re approaching a greenhouse climate last seen 55 million years ago during the Paleocene-Eocene Thermal Maximum (about 10 million years after the last non-avian dinosaurs disappeared). By studying how insects, mammals, plants, and other organisms reacted to this warm period, maybe scientists can outline how today’s organisms will react to human-driven climate change and therefore inform conservation plans. Clues about the future may very well be locked in the past.

Refs.

Padian, K., & Burton, E.K. 2012
Dinosaurs and Evolutionary Theory, 1057-1072. In Brett-Surman, M.K., Holtz, Thomas R., Jr. & Farlow, J.O. (2012). (eds.). The Complete Dinosaur. Second Edition. Bloomington-Indianapolis: Indiana University Press.

Parsons, K.M. 2001
Drawing Out Leviathan: Dinosaurs and the Science Wars. Bloomington-Indianapolis: Indiana University.

Sampson, S.D. 2009
Dinosaur Odyssey: Fossil Threads in the Web of Life. Berkeley-Los Angeles-London: University of California Press.