mercoledì 1 giugno 2016

Società e sessualità tra norma e natura. Una digressione antropologica e primatologica

Prima di andare avanti nella nostra breve carrellata di ipotesi sugli inizi della religione, dobbiamo fare piazza pulita della solita e trita solfa condita da ideologie striscianti che mettono in pausa il cervello e pensano per noi. Come fare per tornare sul più solido terreno della ricerca scientifica? Beh, se siete qui su Tempi profondi, suggerirei di ancorare la nostra discussione ai tempi profondi della storia! E quale modo migliore per farlo se non quello di rivolgerci all’antropologia e alla primatologia? Due discipline che, come vedremo tra poco, sono e restano inestricabilmente unite – nonostante i molti e spuri tentativi di segregazione disciplinare in chiave antiscientifica. In particolare, ciò che ci interessa in questa sede è indagare, senza alcuna pretesa di esaustività, l’organizzazione sociale di Homo sapiens, per poter poi vedere – nel prossimo post – in quale modo le credenze possano aver agito sulla base di tratti universali comportamentali.

I tempi profondi dell’antropologia

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Il primatologo Bernard Chapais ha decostruito la configurazione antropologica dell’esogamia (ossia la scelta del partner al di fuori del proprio gruppo familiare/locale) in dodici blocchi, ognuno dei quali andrebbe inserito in un passaggio contingente e culturale della storia del nostro clade (uomo compreso; un clade è un gruppo di organismi aventi un antenato comune), e ha concluso che sembra esservi una tendenza nel comune antenato ominine verso la discendenza agnatizia (cioè, dal padre ai figli di sesso maschile) [1].

Il ramo evolutivo della superfamiglia Hominoidea.
In giallo è sottolineata la sottofamiglia Homininae, della quale fanno parte i generi Homo, Pan (scimpanzé e bonobo) e Gorilla.
Immagine: Wikipedia (credit: EOD)
Più recentemente, uno studio condotto da Kim Hill e dai suoi collaboratori, paragonando i modelli di parentela e di residenza di cinquemila membri appartenenti a trentadue società di cacciatori-raccoglitori di oggi ai sistemi di parentela e di dispersione sessuale dei primati, è giunto ad identificare gli elementi culturali e sessuali comuni e basilari della società di H. sapiens. Questi sarebbero la filopatria (ossia il fatto di risiedere stabilmente ad un determinato luogo) e la dispersione bisessuale (ossia, il fatto che a lasciare il gruppo di appartenenza siano entrambi i sessi), due caratteristiche ritenute «tipiche» e derivanti dalla «frequente co-residenza del complesso formato da fratello-sorella adulti» [2]. «Tale pattern sociale», affermano gli autori nelle conclusioni del loro lavoro, «non è registrato per nessun primate o vertebrato, per quanto ne sappiamo. Ipotizziamo che il legame monogamo di coppia, il riconoscimento paterno all’interno di unità cooperative per l’allevamento sociale e la dispersione bisessuale abbiano facilitato sia relazioni frequenti e amichevoli tra i gruppi, sia la migrazione e la bassa vicinanza genetica dei co-residenti del gruppo» [3].

Certo, possiamo discutere sul fatto che spalmare sull’asse cronologico una serie di comparazioni sincroniche contemporanee basate su un gruppo di studio selezionato e assai ristretto equivalga semplicemente a rafforzare un bias di conferma. Per questo occorre allargare il quadro d’indagine e guardare ai nostri parenti filogenetici più prossimi. Chapais, sintetizzando i risultati dello studio di Kim e colleghi, ha sottolineato che a monte della variazione culturale di H. sapiens, rispetto alle formule dei nostri parenti filogenetici, sarebbe da porre l’evento chiave costituito dall’istituzionalizzazione delle relazioni di coppia.

Ora, il modello di accoppiamento promiscuo negli scimpanzé rende difficile per i maschi riconoscere con precisione la parentela maschile – al di là del fatto di essere tutti imparentati. La struttura genealogica, secondo Chapais, è dunque «socialmente silenziosa» [4] . Inoltre i maschi sono portati all’aggressione nei confronti degli estranei/stranieri. Seguendo questa linea di pensiero, con l’istituzionalizzazione del legame di coppia in Homo l’incontro dei gruppi non sarebbe più necessariamente sfociato in conflitti, in quanto il legame e il riconoscimento tra genitori e progenie (o tra padre e figlia, nel caso fosse il sesso femminile ad essere oggetto di dispersione sociale, come negli scimpanzé) avrebbero alleviato le tensioni tra gruppi estranei, così come il riconoscimento del compagno della figlia avrebbe portato a tollerare gli altri individui maschili. Secondo questo modello ipotetico,
«le prime entità collettive a essersi evolute successivamente alla promiscuità sessuale furono contraddistinte dal legame di coppia all’interno dei gruppi misti di ominini che mostravano residenza maschile e trasferimento delle femmine, un pattern che si ritiene omologo (ossia simile per discendenza comune) negli umani e negli scimpanzé» [5].
Successivamente si dovette assistere all’implementazione di alleanze tra gruppi basate sui legami matrimoniali – e quindi anche sullo scambio degli individui di sesso femminile. Paradossalmente, nota Chapais, tale modello portò ad un aumento di relazioni con individui imparentati alla lontana, oppure non imparentati – e quindi all’aumento di situazioni potenzialmente stressanti [6]. Avremo modo di tornare su questo interessante aspetto ambivalente nel prossimo post.
Il "la" all'organizzazione sociale umana, secondo Chapais: l'istituzionalizzazione del legame di coppia in un contesto esogamico. Nell'illustrazione qui sopra, il legame di coppia è indicato dal braccio in rosa, che unisce una figlia del gruppo di sinistra con un figlio del gruppo di destra, implementando nel contempo il riconoscimento tra suoceri appartenenti a gruppi differenti - ora (potenzialmente) alleati. Romeo e Giulietta possono aspettare.
Fonte: Chapais 2011: 1276.
Alle origini della monogamia

Un altro tassello della complessa storia profonda dell’organizzazione parentale e comunitaria umana è legato all’istituzione della monogamia sociale, che di fatto risulta essere più comune tra gli uccelli (90%) che nei mammiferi (3%). Il fatto forse più interessante è che nei primati la monogamia si è evoluta indipendentemente in tutti i cladi principali dove le condizioni ecologiche lo hanno permesso. Al contrario, se sussistono alti tassi di predazione in specifiche condizioni ecologiche, la pressione per mantenere coesi i gruppi sociali rende la monogamia una strategia non efficace; tale è la situazione per i gorilla e gli entelli (gen. Semnopithecus).

Tutti conoscono i gorilla, ma gli entelli? Eccone uno.
Immagine: Wikipedia (credit: Markus334).
Dato un contesto ecologico adeguato, le ipotesi messe in campo per spiegare l’evoluzione della monogamia sociale sono state:
  • cura (bi)parentale;
  • controllo del/della compagno/a onde evitare l’accoppiamento con terzi;
  • evitare il rischio dell’infanticidio: se la lattazione è più lunga del periodo di gestazione, uccidere i figli di un altro maschio può causare endocrinologicamente (ossia, per motivi ormonali) il ritorno dell’estro nella femmina e rendere pertanto questa pratica una strategia effettiva per promuovere i propri geni a scapito degli altri maschi.
I risultati delle ricerche condotte da un team guidato da Christopher Opie, e che comprendeva Robin Dunbar, Quentin Atkinson e Susanne Schultz, hanno dimostrato che tra questi tratti è l’ultimo quello potenzialmente più rilevante nel quadro dell’implementazione della monogamia [7]. Difatti, in presenza di uno schema di monogamia seriale, il tasso di infanticidio maschile è più basso. Sintetizzando, la presenza di un lungo periodo di allattamento e allevamento dei piccoli, con una lunga fase di apprendimento e dipendenza, comporta un alto rischio di infanticidio; la monogamia sociale associata alla cura biparentale permetterebbe pertanto di limitare e contrastare l’infanticidio maschile attraverso la riduzione del periodo di allattamento rispetto al periodo di gestazione. Negli scimpanzé, ad esempio, la gestione del rischio di infanticidio connesso ai vincoli temporali dell’allevamento dei piccoli avviene grazie a un sistema di poliginandria per cui «i maschi difendono le femmine e i piccoli all’interno del loro territorio, e le femmine garantiscono la confusione sulla paternità attraverso accoppiamenti multipli con la comunità di maschi» [8]. Ci troviamo pertanto di fronte ad una complessa dialettica tra violenza e sessualità come mezzi competitivi e cooperativi di gestione intersessuale delle società ominine nel corso della storia profonda.

Contro natura? Sesso e potere in Homo sapiens

C’è però un’aggiunta necessaria da fare – ed è il nesso tra sesso e potere negli esseri umani, che rispetto agli altri primati rievoca constantemente un discorso pregno di una lunga e istituzionalizzata storia culturale. Siamo o non siamo diversi? Più che lecito allora chiedersi quanto questo complesso bagaglio culturale renda H. sapiens un’eccezione – oppure, riformulando i termini del confronto, una semplice variante. Secondo il paleontologo Niles Eldredge, lo sganciamento dell’attività sessuale dalla riproduzione sarebbe una prerogativa esclusiva di H. sapiens e l’attività sessuale andrebbe meglio compresa come un triangolo (il «triangolo dell’uomo») [9] al cui apice sta la sessualità vera e propria, mentre ai due restanti vertici si pongono economia (nel senso di gestione delle risorse) e riproduzione [10]. Questa posizione può ben rappresentare il punto di incontro tra la biologia e lo studio della società tipico degli studi poststrutturalisti (Bourdieu e Foucault in primis) ma è incompleto – e forse anche un po’ manicheo.
Il "triangolo dell'uomo" secondo Niles Eldredge.
Siamo davvero sicuri che negli  animali non-umani non sia così?
Fonte: Eldredge 2005: 137.
Perché non è vero che siamo così diversi. Basta dare un’occhiata ad un testo come Biological Exuberance: Animal Homosexuality and Natural Diversity di Bruce Bagemihl (primo di una lunga serie di approfondite indagini sulla sessualità e l’omosessualità in natura) [11] per dimostrare agli scettici che in natura non esiste alcuna norma vincolante che leghi sessualità a riproduzione e allevamento della prole; anzi, tutt’altro [12]. I trecento casi circa di attività sessuale slegata dalla riproduzione descritti da Bagemihl, che comprendono attività omosessuali, transessuali, eterosessuali, masturbatorie e quant’altro, documentati in mammiferi e uccelli (con un’appendice su anfibi, rettili, animali domestici, ecc.), e dove il triangolo di Eldredge è spesso una costante universale, rappresentano un buon incipit per cominciare a cambiare idea anche sulla storia profonda di H. sapiens e ripensare le categorie poststrutturaliste e antropocentriche del rapporto tra sesso e potere (ad esempio scambi di cibo, richieste di cooperazione, ecc.). Allora, una volta di più occorre ricordare il monito secondo cui gli animali indulgono in attività che non hanno benefici diretti se non quello – tautologico – di indulgere in quelle stesse attività: nemmeno in questo caso c’è completa discontinuità tra H. sapiens e i suoi parenti filogenetici, per quanto vicini o lontani possano essere [13].

No, le illustrazioni non ve le posto qui. Siamo in fascia protetta ;-).
Fonte: Bagemihl 1999: 263.
“Norme”, al plurale

Per ritornare allo studio di Hill e colleghi citato all’inizio del post, e seguendo una traccia fornita dallo storico Daniel Lord Smail, le categorie analitiche ottenute dalle comparazioni etnografiche sono oggi spesso condotte (purtroppo non sempre) sotto la guida di modelli che hanno fatto tesoro dei molteplici errori impliciti ed ideologici della comparativistica etnografica, antropologica e storico-religiosa del passato recente. Le nuove analisi possono rivelare interessanti pattern o tendenze di lungo corso, tenendo sempre presente che le caratteristiche familiari e sociali di base che contraddistinguono H. sapiens sono comunque malleabili e flessibili, che non esiste un modello normativo culturale “normale”, e che di fatto si può parlare di possibilità poste in essere dall’interazione di molteplici fattori contingenti. Ad esempio, si può certamente parlare di una sorta di vincolo tendente verso l'organizzazione monogama, ma occorre considerare altresì la «tendenza verso i legami di coppia mitigati, in una misura più o meno grande, da pattern di infedeltà sistematica» che caratterizzano anche i tanto sbandierati rapporti monogami di certe specie di uccelli ritenute fedelissime [14]. E tanto più dovremmo comprendere che, così come la riproduzione è di fatto slegata dalla sessualità negli animali e nell’uomo, così non esiste un modello di base “normale” o, peggio ancora, una Urkultur, né nelle società naturali dei nostri parenti più vicini, né nelle società umane:
«persino tra i babbuini non c’è un pattern sociale “normale”: ora sappiamo che le società dei babbuini variano sottilmente da località a località: qui un tipo di matrilocalismo creato da coalizioni femminili, là pattern di dominanza maschile [...]. Tra gli esseri umani, ogni società è allo stesso modo plasmata dalle circostanze ambientali e da particolari pattern culturali» [15].
Lo studio storiografico permette di collocare tutte queste tendenze allinterno di precise coordinate geo-temporali. E questo è importante perché, grazie al nostro macchinario cognitivo, possiamo immaginare molte più soluzioni (e problemi) di quelle che poi possono essere effettivamente realizzati. Pertanto, studiare lattualizzazione effettiva e limplementazione sociale dei vari sistemi sociali dal punto di vista storiografico può contribuire a scrollare di dosso dagli studi comparativi interdisciplinari quella patina di aleatorietà temporale che talvolta, nonostante tutti gli sforzi, rimane.

Nel prossimo post vedremo quali tra quei «particolari pattern culturali» ricordati da Smail sono stati decisivi per creare le enormi società fatte di potenziali sconosciuti pronti a cooperare e tipiche di una buona parte della storia del peculiare animale Homo sapiens.

L'unica "Norma" della quale potete sempre fidarvi.
Immagine: pasta alla Norma, Wikipedia (credit: Paoletta S.)

[1] Chapais, B. (2008). Primeval Kinship: How Pair-Bonding Gave Birth to Human Society. Cambridge, MA: Harvard University Press, pp. 127-130. Vedasi inoltre Trautmann, T.R., Feeley-Harnik, G., & Mitani, J.C. (2011). Deep Kinship. In Shryock, Andrew e Daniel Lord Smail (eds.), Deep History: The Architecture of Past and Present. Berkeley, Los Angeles and London: University of California Press, pp. 160-188: 172-173, cui si rimanda anche per i legami di tali contestualizzazioni primatologiche con le classiche teorie antropologiche (in part. con Lévi-Strauss). Questi i dodici passaggi (ripresi da Chapais 2008): composizione mista del gruppo [presenza di molti maschi, femmine e prole]; esogamia legata alle parentele di gruppo; discendenza uterina (matrilineare); tabù dell’incesto; legami stabili di allevamento della prole; parentela agnatizia (patrilineare); affinità bilaterale [per cui un individuo è nello stesso tempo affiliato sia alla parte materna sia alla parte paterna]; tribù [il network sociale allargato]; pattern di residenza postmatrimoniale; complesso fratello-sorella [legato alla regolamentazione dei rapporti con/tra zii e cugini]; discendenza; scambio matrimoniale.

[2] Hill, K., Walker, R., Bozicevic, M., Eder, J., Headland, T., Hewlett, B., Hurtado, A., Marlowe, F., Wiessner, P., & Wood, B. (2011). Co-Residence Patterns in Hunter-Gatherer Societies Show Unique Human Social Structure Science, 331 (6022), 1286-1289 DOI: 10.1126/science.1199071. In part. p. 1288.

[3] Ibidem.

[4] Chapais, B. (2011). The Deep Social Structure of Humankind Science, 331 (6022), 1276-1277 DOI: 10.1126/science.1203281

[5] Ibidem.

[6] Ibidem.

[7] Opie, C., Atkinson, Q., Dunbar, R., & Shultz, S. (2013). Male infanticide leads to social monogamy in primates Proceedings of the National Academy of Sciences, 110 (33), 13328-13332 DOI: 10.1073/pnas.1307903110.

[8] Ibidem. Per una panoramica teorica più estesa sull’evoluzione della monogamia nei mammiferi si rimanda a Lukas, D., & Clutton-Brock, T. (2013). The Evolution of Social Monogamy in Mammals Science, 341 (6145), 526-530 DOI: 10.1126/science.1238677, ove invece si sostiene che questa sia una strategia di accoppiamento che dipende dalla bassa densità di femmine, dall’intolleranza territoriale nei confronti di altre femmine, e dall’incapacità dei maschi di controllare l’accesso a più femmine.

[9] Eldredge, N. (2005). Perché lo facciamo. Il gene egoista e il sesso. Torino: Einaudi, pp. 136-137. Pubblicato originariamente nel 2004 come Why We Do It: Rethinking Sex and the Selfish Gene. New York: W.W. Norton.

[10] Cfr. ibi: 136-137, 261.

[11] Cfr. Poiani, A. (2010). Animal Homosexuality: A Biosocial Perspective. Cambridge University Press: Cambridge and New York; Sommer, V. & Vasey, P.L. (eds.) (2011). Homosexual Behaviour in Animals: An Evolutionary Perspective. Cambridge and New York: Cambridge University Press.

[12] Bagemihl, B. (1999). Biological Exuberance: Animal Homosexuality and Natural Diversity. New York: St. Martin’s Press. Per alcuni doverosi ammonimenti riguardo le (non sempre identiche) cause prossime, i momenti dello sviluppo individuale, la funzione e la storia evolutiva che soggiacciono al comportamento omosessuale negli animali, e in particolare nei primati, cfr. Laland, K. N. & Brown, G.B. (2011). Sense & Nonsense: Evolutionary Perspectives on Human Behaviour. Second Edition, Oxford and New York: Oxford University Press, pp. 7-8 (1a ed. 2002).

[13] Balcombe, Jonathan Peter. 2011. The Exultant Ark: A Pictorial Tour of Animal Pleasure. Berkeley, Los Angeles & London: University of California Press

[14] Smail, D. L. (2008). On Deep History and the Brain. Berkeley, Los Angeles and London: University of California Press, p. 197.

[15] Ibi: 196. Cfr. Eldredge 2005: 160.

sabato 28 maggio 2016

Potenziatori culturali, uccelli giardinieri e sense of beauty. Ipotesi sugli inizi della religione a quarant'anni da Il gene egoista

Copertina dell'edizione italiana del libro di Richard Dawkins intitolato Il gene egoista.
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Per il quarantennale della pubblicazione de Il gene egoista di Richard Dawkins, ho deciso di omaggiare l’idea di evoluzione culturale attraverso i memi in questo e nel prossimo post [1]. Tenuti a battesimo proprio in quel volume, i memi sono elementi culturali sottoposti a immagazzinamento mnemonico e diffusione attraverso modalità imitative. Nei modelli tratti della memetica dawkinsiana i “memi” vengono intesi come «atomi discreti di informazione ereditaria in competizione tra loro», sulla base di un parallelo tra cambiamento genetico e modifiche culturali nel corso del tempo [2]. Come ha scritto Luigi Luca Cavalli Sforza, da questa prospettiva l’«autoriproduzione delle idee» è resa possibile dal fatto che «le idee […] sono oggetti materiali in quanto hanno bisogno di corpi e cervelli in cui essere prodotte per la prima volta e riprodotte nel processo di trasmissione: come il DNA sono materiali, anche se di natura diversa» [3]. Nonostante l'idea di partenza non fosse originale, in quanto influenzata in origine dalle tesi che furono già di Cavalli Sforza (tra gli altri), la portata e l'appeal della proposta dawkinsiana fu semplicemente enorme [4]. Bene o male, il merito di Dawkins sta nell'aver confezionato e semplificato un potenziale modello di ricerca per renderlo fruibile a livello divulgativo. Coniando un'etichetta di grande successo.

Il battesimo dei memi.
Fonte: Dawkins, Richard. 2010. Il gene egoista. Milano: Mondadori. p. 201.
In questo e nel prossimo post, senza alcuna velleità o pretesa di esaustività, riprendo alcune interessanti pubblicazioni recenti di cui mi sono occupato nella mia tesi di dottorato e nel mio librone, tagliando, aggiornando e correggendo dove necessario. Il punto di partenza e il pretesto provengono dall’idea che tratti culturali socialmente accettati e ampiamente diffusi, come i comportamenti religiosi, siano giocoforza e in qualche modo adattativi. Iniziamo allora in medias res con un bel libro pubblicato nel 2012, scritto dal biologo evoluzionista Mark Pagel e intitolato Wired for Culture: The Natural History of Human Cooperation.
In questo libro, Pagel ritiene che all’interno dei meccanismi di co-evoluzione culturale, elementi quali religione, arte e musica abbiano agito come potenziatori culturali (cultural enhancers), volti a massimizzare il successo dei replicatori (gli esseri umani) all’interno dei veicoli di sopravvivenza culturali. Però, secondo l’interessante (e talvolta problematica) prospettiva memetica sposata da Pagel, la religione o, meglio, i vari componenti di una religione possono essere adattativamente neutrali o persino essere deleteri per i singoli o per i gruppi, indipendentemente dalla diffusione di quel potenziatore culturale:
«la proposta secondo la quale abbiamo curato le arti e la religione poiché ci sono utili deve essere confrontata con la più semplice idea che questi elementi culturali possano esistere per nessun’altra ragione al di fuori del fatto che si sono evoluti per essere capaci di manipolare, sfruttare o approfittarsi di noi al fine di diffondersi – non per aiutarci» [5].
Il concetto di potenziatore culturale non è molto lontano dall’ipotesi di Luther H. Martin per cui la religione avrebbe funzionato agli inizi come elemento di selezione sessuale, come dispiego e sfoggio di caratteristiche individuali valide per indicare la propria fitness, sulla scorta del darwiniano sense of beauty, ossia dell’estetica e delle relative capacità valutative esibite da un sesso per giudicare la fitness dell'altro. Nel suo contributo Martin descrive i meccanismi cognitivi, le strabilianti abilità architettoniche e l’esistenza di tratti culturali condivisi a livello regionale dagli uccelli giardinieri dell'Australia e Nuova Guinea (fam. Ptilonorhynchidae) per paragonarli allo storytelling umano e alla narrazione affabulatoria come display orale nella selezione sessuale umana.

«Proprio in prossimità del sentiero, mi trovai in presenza dell'opera più bella che ingegno di animale abbia mai saputo costruire. Era una capanna in mezzo a un praticello smaltato di fiori. Il tutto in miniatura. [...] Mi contentai di esaminare superficialmente per il momento quella meraviglia e proibii severamente a' miei cacciatori di scomporla». Da Beccari, Odoardo. 1877. Le capanne ed i giardini dell'Amblyornis inornata. Genova: Annali del Museo Civico di Storia Naturale di Genova, vol. IX; testo e immagine riprese da Mazzotti, Stefano. 2011. Esploratori perduti. Storie dimenticate di naturalisti italiani di fine Ottocento. Torino: Codice, risp. pp. 114 e 216. Immagine resa disponibile dall'editore qui.



Martin si basa su quanto concluso da Geoffrey Miller nel suo Uomini, donne e code di pavone: la selezione sessuale e l’evoluzione della natura, secondo cui la capacità di cooptare controintuitivamente determinati concetti all’interno delle narrazioni religiose può avere avuto effetti sulla fitness riproduttiva degli individui [6]. Secondo la prospettiva cognitiva milleriana, «molti degli adattamenti mentali che guidano i nostri comportamenti [sono] intuitivamente accurati». Però, come l'autore suggerisce, «i “fuochi d’artificio mentali che costellano lo spettacolo del corteggiamento” indeboliscono la nostra epistemologia evoluzionistica, “trasformando le nostre facoltà cognitive da seguaci della verità in pubblicità ornamentali per la propria fitness”» [7].
Per un esempio di pubblicità ornamentale come sviluppo esagerato di tratti potenzialmente inutili o addirittura nocivi alla sopravvivenza degli individui si pensi alle melodie degli uccelli canori che ne segnalano la presenza ai potenziali predatori. Ma, come la coda del pavone, si tratta di uno sfoggio di qualità che esagera la fitness dell'individuo sia per scoraggiare eventuali predatori (indicandone la salute e la prestanza) sia per incoraggiare eventuali compagne (idem). D'altra parte Mick Jagger, con il suo repertorio di abilità artistiche immortalate nel testo e nel videoclip di una canzone recente, ha avuto sette figli da quattro compagne – e non stiamo nemmeno a fare la conta delle possibili partner a livello non ufficiale.
«Gli inglesi le hanno chiamate playbing o sporting places, halls, play houses, ma più specialmente Bowers, nome che io tradurrei in italiano in quello di pergolati, gallerie o capanne; Bower birds sono chiamati gli uccelli che costruiscono».
Testo: Beccari, Le capanne ed i giardini dell'Amblyornis inornata, cit.; ripreso da Mazzotti, Esploratori perduti, cit., p. 114. Immagine: BBC Earth (Tim Laman / naturepl.com)
Ogni mezzo è lecito, dunque, e fare sfoggio di tratti esagerati diventa parte integrante di un processo a cascata (runaway effect) per cui domanda e offerta dei potenziali partner si rincorrono nel tempo profondo dell'evoluzione fino a fissare elementi potenzialmente nocivi alla fitness. In un apparentemente paradossale scarto di logica, la difficoltà di espletare funzioni normali e/o l'apprendimento di comportamenti costosi e inutili diventa essa stessa vincolo selettivo [8].

In questo senso, raccontare storie esagerate alimenta la diffusione di elementi narrativi che fanno presa cognitiva proprio a causa degli temi inaspettati che esse contengono. Non è difficile intravedere qui in filigrana l'innesco di narrazioni mitologiche vorticosamente controintuitive che diventano vincolo selettivo per nuove storie sempre più mirabolanti. D'altra parte, un'attenzione innata rivolta ai particolari contenuti che violano le nostre aspettative ontologiche nei confronti del mondo esterno è un fattore potenzialmente adattativo. Chiaramente, una storia fatta di dèi che lanciano fulmini quando sono arrabbiati non ha molto valore adattativo di per sé, ma sapere che i fulmini possono colpire gli alberi perché sacri a quella divinità – e quindi starsene ben lontani quando diluvia – non è poi tanto male. Senza contare l'effetto neuroendocrinologico di soddisfazione epistemica conseguente alla condivisione di una bella e piacevole storia. Chiaro, c'è dell'altro. Ma quello che voglio sottolineare qui è che allora lo storytelling mitologico sarebbe in nuce  una sorta di prodotto collaterale, un by-product, poi ripreso e sfruttato anche a fini adattativi [9].
Ma son tutte fole, direte voi. Eppure, dal fingere di credere al credere nella finzione il passo non è poi così incolmabile come si potrebbe pensare di primo acchito. Se si ha cura di collocarsi nella prospettiva dei tempi profondi, ovvio. In effetti, Robert Trivers ha suggerito che
«la logica dell’inganno pervade la storia della vita sulla Terra, dalla competizione all’interno dei genomi ai rapporti familiari e sociali, e che per rendere efficaci strategie di inganno e manipolazione degli altri si è evoluta a sua volta la capacità di autoingannarsi» [10].
Autoingannarsi come prerequisito per competere meglio, quindi? Questa tesi sollevi alcune interessanti e spinose questioni dal punto di vista cognitivo ed evoluzionistico (sulle quali non possiamo soffermarci in questo post), e permette di considerare in un’ottica di lungo periodo il rapporto tra competizione intra- ed inter-sessuale (ossia all'interno e tra i sessi) e uso del linguaggio.

Alcune ricerche di sociolinguistica riprese da Anne Campbell, ad esempio, hanno individuato una correlazione positiva tra questi due elementi negli adolescenti di sesso maschile del genere Homo sapiens, per i quali
«[...] il fattore importante non è il contenuto del discorso, quanto ciò che attraverso di esso si può raggiungere. Parlare equivale a reclamare, mantenere o contestare lo status sociale. Per i ragazzi mantenere l’attenzione di un pubblico è un vero talento perché, a differenza di quanto avviene con le ragazze, l’oratore non può contare su un pubblico paziente e comprensivo: “Narrare storie [storytelling], raccontare barzellette [joke telling] e altre perfomance narrative sono caratteristiche comuni dell’interazione sociale dei ragazzi… Il narratore deve affrontare di frequente la derisione, le sfide e i commenti sulla sua storia. Una delle maggiori abilità sociolinguistiche che un ragazzo deve apprendere per interagire con i suoi pari è superare questa serie di sfide, mantenere l’attenzione del pubblico e arrivare con successo alla fine della sua storia» [11].
La prossima volta che qualcuno tra i vostri amici e conoscenti si mette svergognatamente in mostra in pizzeria, raccontando storie assurde o barzellette penose pensando di essere divertente, attirando l'attenzione di tutti i commensali, non riuscirete a non pensare ad una coda di pavone. O a un pergolato degli uccelli giardinieri.
Metti un Amblyornis inornata in pizzeria... Illustrazione di John Gould.
FonteWikipedia

[continua...]

[1] Dawkins, R. (2010). Il gene egoista. Milano: Mondadori (1992 1a ed.). Ed. orig. The Selfish Gene, Oxford and New York: Oxford University Press, 1976; ristampato nel 1989 e  nel 2006).

[2] Pievani, Telmo. 2010. Introduzione alla filosofia della biologia. Roma-Bari: Laterza, p. 73 (2005 1a ed.). Si veda Dawkins, Il gene egoista, cit., pp. 198-210 (cap. Memi: i nuovi replicatori). Passaggio rielaborato da Ambasciano, L. (2014). Sciamanesimo senza sciamanesimo. Le radici intellettuali del modell osciamanico di Mircea Eliade tra evoluzionismo, psicoanalisi, te(le)ologia. Roma: Nuova cultura, p. 495.

[3] Cavalli Sforza, L.L. (2010). L’evoluzione della cultura. Torino: Codice edizioni, p. 131 (2004 1a ed.).

[4] Dawkins ricorda Cavalli Sforza (Il gene egoista, cit., 200), e due suoi testi: Cavalli Sforza, L.L. (1971). "Similarities and Dissimilarities of Sociocultural and Biological Evolution". In Mathematics in the Archaeological and Historical Sciences, edited by Hodson, F.R., Kendall, D.G., and Tăutu, P., 535-541. Edinburgh: Edinburgh University Press, e Cavalli Sforza, L.L. and Feldman, M.W. (1981). Cultural Transmission and Evolution: A Quantitative Approach. Princeton: Princeton University Press (cit. risp. in Dawkins, Il gene egoista, cit.,pp. 336 e 337).

[5] Pagel, M. (2013). Wired Culture: The Natural History of Human Cooperation, Penguin Books, London-New York: Penguin, p. 135 (pubbl. orig. da Allen Lane, London & New York 2012; W.W. Norton & Co., New York 2012).

[6] Miller, G. (2000). The Mating Mind: How Sexual Choice Shaped the Evolution of Human Nature. New York: Random House. Trad. in italiano nel 2002 come Uomini, donne e code di pavone: la selezione sessuale e l’evoluzione della natura. Torino: Einaudi. Si veda inoltre Bartalesi, Lorenzo (2012). Estetica evoluzionistica. Darwin e l'origine del senso estetico. Roma: Carocci.

[7] Martin, L.H. (2013). “The Origins of Religion, Cognition and Culture: The Bowerbird Syndrome”. In Origins of Religion, Cognition and Culture, edited by Geertz, A.W. 178-202; p. 197. Routledge: London and New York. Originally published by Acumen: Durham and Bristol, CT. Citazioni da Miller, G., The Mating Mind, cit., p.p. 423-424.

[8] Cf. Luzzatto, M. (2008). Preghiera darwiniana. Milano: Cortina. p. 48: «E se uno dimostra di sapere a memoria mille poesie, tre lingue, parla bene e sa inventare belle storie, non è forse più attraente agli occhi di un partner? Non potrebbe essere una coda di pavone anche quello?».

[9] Girotto, G., Pievani, T., Vallortigara, G. (2014). Supernatural beliefs: Adaptations for social life or by-products of cognitive adaptations? Evolved Morality: The Biology and Philosophy of Human Conscience, edited by Frans B.M. de Waal, Patricia Smith Churchland, Telmo Pievani, and Stefano Parmigiani. Leiden and Boston: Brill. , 249-266 DOI: 10.1163/9789004263888_019.


[10] Corbellini, G. (2011). Scienza, quindi democrazia. Torino: Einaudi, p. 136. Cfr. Trivers, R. (2011). Deceit and Self-Deception: Fooling Yourself the Better to Fool Others. London: Allen Lane. Trad. in italiano nel 2013 come La follia degli stolti. La logica dell'inganno e dell'autoinganno nella vita umana. Torino: Bollati Boringhieri.

[11] Campbell, A. (2013). A Mind of Her Own: The Evolutionary Psychology of Women. Second Edition, p. 117. Oxford and New York: Oxford University Press (2002 1a ed.). Citazione da (cit. da 208). Maltz, D. and Borker, R. (1982). "A Cultural Approach to Male-Female Miscommunication". In Language and Social Identity, edited by Gumperz, J., pp. 197-216: 208. Cambridge and New York: Cambridge University Press.

giovedì 19 maggio 2016

The Fate of a Healing Goddess _ Supplementary Material: Was the Antonine Plague really that bad?

My name is Antonine plague, queen of epidemics: Look on my (few remaining) documents, ye mighty historian, and despair!
Image: screenshot from Centurion: Defender of Rome, © 1990-1991, Magic Bits / EA.

My peer-reviewed paper The Fate of a Healing Goddess: Ocular Pathologies, the Antonine Plague, and the Ancient Roman Cult of Bona Dea was published in the Open Library of Humanities less than ten days ago. The contribution is included in a Special Collection entitled ‘Healing Gods, Heroes and Rituals in the Graeco-Roman World’ and edited by Panayotis Pachis (Aristotle University, Thessaloniki). If you haven't checked that issue out, you definitely should: it looks nothing short of amazing (added bonus: everything is available without paywall).
In the true spirit of open access, I am delighted to provide here an extended discussion on the reliability (or the lack thereof) of the most relevant ancient sources cited in my paper. You may consider this post as a sort of (quite informal) Supplementary material.
Comments are welcome!

I love this vintage poster! Next step: steampunk digital humanities.
Please be sure to check the OLH website!
Source: OLH
Was the Antonine plague really that bad? This banal question lays bare a crucial point. As noted lucidly by Christer Bruun, there are some persistent problems (2012). First of all, we should consider that in-group religious norms tend to strengthen belonging to any community against free-riders whose behaviour risks undermining the established moral code and subverting social relationship within the community and between the community and the god/s. The theodicic short-circuit between so many different cognitive domains, heuristics, and biases usually urges believers to undertake socially sanctioned - and possibly violent - actions. In the words of Richard P. Duncan-Jones, ‘Societies with no effective medical explanation for plague could easily blame it on human agency’ (Duncan-Jones 1996: 115). If the Antonine Plague was really that terrible, where are the ancient documents linking the outbreak of the plague to the persecution of scapegoats chosen among minorities?

Women, for instance, had already been the object of manic repression during the mid-Republic (331 BCE) when, after the death of some eminent men, the Senate sentenced 170 women to death because of the usual Roman obsession with female pudicitia plus paranoid concerns regarding conspiracy plots to poison high-ranking men with veneficia – which were probably just medicinal potions (Livy, Ab Urbe Condita Libri VIII 17; Pliny, Naturalis Historia, XXXIII vi 17; Valerius Maximus, Facta et Dicta Memorabilia, II v 3; see Cantarella 2010a: 70-73; venena were cited also as charge in the Bacchanalia affaire). As noted by Phyllis Culham, ‘It could simply be that an outbreak of illness was blamed on human agents and that women healers [i.e., initially two patrician, Cornelia and Sergia] were targeted’ (Culham 2004: 149). This precedent, expiated as a prodigium, set the route for other similar and more recent events in 180 BCE and 153 BCE (Cantarella 2010a: 70-75; Cantarella 2010b: 189-192). As far as I know, there is no mention whatsoever of women as scapegoats during the outbreak of the Antonine plague nor of the Bona Dea cult, which might be of interest if we consider that herbal medicines prepared by the priestess of the cult are attested (see Macrobius’ account in my paper). This absence, however, could be easily explained by the sheer scale of the disease and by a radically different social milieu (see Cantarella 1999).

Specifically regarding religious minorities, there is a handful of ancient sources (the most pertinent being the martyrdom in Lyon of a group of Christians, in 177 CE) of which, unfortunately, none is proven beyond reasonable doubt to be relevant (Bruun 2012: 153; the case of Lyon has been explained by a senatus consultum which allowed the use of criminals in the arena to cut down the cost of professional gladiatorial fights; ibid., 157). Yet, in a later and much different socio-political milieu, religious minorities (i.e., Christians) were struck by repression during the following outbreak of the so-called plague of Cyprian, from the name of the bishop of Carthage who described the symptomatology of this (probable) second wave of smallpox (ca. 251-270; see Stathakopoulos 2008; for the Christian theodicic explanation of this plague see Marshall 2008: 597). Interestingly, Bruun highlighted a consistent bias among historians to prefer the most catastrophic sources, which usually come from a much later date: Eutropius, Orosius, the sections of the Historia Augusta dedicated to Lucius Verus and Marcus Aurelius, and an epitome of Dio Cassius’ Ῥωμαϊκὴ Ἱστορία (LXXII xxiv 3-4), where he is reported to have famously written that ‘2,000 people often died at Rome in a single day’ during a new outbreak of the same plague (?) in ca. 189 (a guess ‘at least theoretically possible for the very large capital’ that was Rome; Scheidel 2013: 52).

When coeval sources are available, they are incomplete or not directly interested in covering the topic. Lucian of Samosata, for instance, wrote about the plague only when merely concerned to deplore the style chosen by two historians for their description of the disease (Crepereius Calpurnianus and, possibly, Callimorphus; see Πῶς δεῖ ἱστορίαν συγγράφειν 15-16, in Fowler and Fowler 1905: 109-136; cf. Bruun 2012: 129). Even the accounts of Galen might be doubted, for lack of precision: he wrote two different stories concerning the reason why he left the city of Rome, and only the later account clearly links the concern for leaving the city as soon as possible with the epidemic (see Bruun 2012: 145-146). Gilliam (1961) pinpointed the presence of Salus and Pietas in the numismatic record, without being able to detect any significant pattern (see Bruun 2012: 133). There is a significant amount of coeval legislation concerning peculiar situations which may recall the exceptional setting of an epidemics from the Digest, yet there are close to zero citations of the expected seriousness (Bruun 2012: 138-143).

Civil and religious documents possibly from the same period seem to be equally impervious to an unambiguous identification with the Antonine plague. Bruun lists three categories of relevant archaeological documents:
  1. six Eastern oracular responsa from Claros dealing with plagues (λοιμός), whose dating remains highly controversial;
  2. eleven Western inscriptions (one of which in Greek) with the same text (by imperial decree?), dedicated diis deabusque secundum interpretationem oraculi Clari Apollinis which an older generation of scholars ascribed to Caracalla’s concern for his own psychological and physical health, while more recent scholarship is inclined to identify with the consultation of Alexander of Abonuteichos by Marcus Aurelius himself. Interestingly, Alexander was the prophet behind the cult of the snake-god Glycon, and he was responsible for the diffusion of an oracle against the plague in the whole empire (cf. Lucian, Ἀλέξανδρος ἢ Ψευδομάντις, 36; in ibid. 48, however, the reason for the consultation might have been only the military campaign on the Germanic limes; Bruun 2012: 134, note n. 58);
  3. four bilingual inscriptions from the Roman Forum ex oraculo and dedicated to Athena, Zeus and the Ἀπωσίκακοι θεοί, possibly as a consequence of (2) (see Bruun 2012: 136-137 for discussion and bibliography; however, did the Ἀπωσίκακοι θεοί include Bona Dea? Was it possible not to think of her in the Roman Forum?).
It is well beyond the purview of this post to delve deeper into the analysis of these and other sources, which have already been assessed and discussed in the past. Suffice it to remark here that any rebuttal of these sources against a relation with the Antonine plague should take into consideration that the only reliable document dating from the well-attested Justininiac plague (dated 544 CE) merely concerns prices and salaries (Bruun 2012: 143).

Screenshot from the OLH homepage.
Source: OLH
To the list of possibly converging evidence, albeit questionable, we could add the increased recruitment of castris to ensure a flux of new soldiers after 168 CE (the Historia Augusta relate about the decision of Marcus Aurelius to enrol ‘freedmen, gladiators, Dalmatian and Dardanian bandits, and German tribesmen as soldiers’; Phang 2001: 342). Unfortunately no direct mention of the plague in the relevant sources, as usual. A matter of cultural sensibility, perhaps?
On the other hand, the terminus a quo for the rise of Christian apologetics is exactly the reign of Marcus Aurelius, and this fact may provide another clue to spot a significant change in the coeval mindscape (Bruun 2012: 155). Did Marcus Aurelius really mention simply en passant the plague in his Meditations because of its unimportance (Τὰ εἰς ἑαυτόν IX 2; but see also the reference to physicians and astrologers in ibid., IV 48)? Yet, he was a Stoic who was supposed to endure such dire situations.
Moreover, it could possibly be that the epidemic did not infect the whole empire. Duncan-Jones (1996), for instance, excluded Africa. However, we know from the available African inscriptions described in the paper that local military settlements were significantly devoted to Bona Dea, to Asclepius and Hygieia, and this for decades to come (Phang 2001: 342, note n. 77). Additionally, notwithstanding an approximate dating, the Roman African inscriptions testify to a significant devotion to Asclepius under the reigns of Marcus Aurelius and Commodus (Cadotte 2002; cf. Bruun 2012: 137 for an evaluation). Since the army was reputed the main vehicle of the epidemic since antiquity, a proposographical network analysis of the legions and their movements could provide us with the most interesting results.

It has also been noted that previous statistical analysis concerning the imperial building activity in Italy cannot yield definitive or convincing results of a decline from the 2nd century onward (Duncan-Jones 1996; Horster 2001). Bruun, who re-run the analyses to check them, argues that ‘the material lends itself to different conclusions, depending on the pattern one wants to see and the periods one construes’, not to mention the other factors at play which might swamp any identification such as ideological acts like ‘imperial self-glorification’ (Bruun 2007: 213). He also ‘underlined the fragility of this kind of proof by statistics’, while suggesting that the ‘dearth of projects under Marcus [Aurelius]’ might be an artefact due to the fact that many projects built under Hadrian might have been dedicated by Antoninus Pius (ibid.), therefore saturating the local demand (if any).

It could not be denied that, when approximate and fragmentary data rule, there could hardly be salvation in statistics. Yet, this is the only data available. In cases like this one, as ancient historians, we should be concerned with providing the most statistically plausible reconstruction at the time being, even if the data are nothing more than a historiographical cullender. This is a common theme in other historical natural sciences (palaeontology, palaeoclimatology, epidemiology, evolutionary biology, historical geology, cosmology). As Carol E. Cleland and Sheralee Brindell have observed, the causal connection of localised events studied by these sciences is characterised by an overdetermination of causes and an underdetermination of effects. As in our case, the main goal is to look for ‘telling traces’, or smoking guns, that ‘when added to the prior body of evidence establish that one (or more) of the hypotheses being entertained provides a better explanation for the total body of evidence now available than the other’ (Cleland and Brindell 2013: 194).

Contrary to what has been ascertained beyond any reasonable doubt for the spread of the Justinianic plague (Harbeck et al. 2013), in the case of the Antonine plague we still lack microbiological material from skeletal remains which might help researchers in narrowing the focus for further investigations. Unfortunately, we still rely on symptomatological descriptions from contemporary sources. Sure enough, a definitive answer will come from the recovery of microbiological analysis of samples from multiple, comparable, and trustworthy evidence, e.g., burial sites from the 2nd century CE in good taphonomic conditions. Yet, given that scientific results might still not yield definitive answers (see Manley 2014: 395), interdisciplinary historiographical research might unexpectedly contribute to uncover some distinct patterns, possibly more epistemically reliable than before. In the meantime, we can continue to gather epistemically warranted evidence in the framework of a consilience of induction, which, is consistently pointing to a pattern of anomalies from different historical sources.
Until proven otherwise, of course.

References

Bruun, C 2007 The Antonine Plague and the ‘Third-Century Crisis’. In: Hekster O, de Kleijn, G and Slootjes, D (eds.), Crises and the Roman Empire: Proceedings of the Seventh Workshop of the International Network Impact of Empire (Nijmegen, June 20-24, 2006). Leiden and Boston: Brill. pp. 201-217.

Bruun, C 2012 La mancanza di prove di un effetto catastrofico della ‘peste antonina’ (dal 166 d.C. in poi). In: Lo Cascio, E (ed.), L’impatto della “peste antonina”. Bari: Edipuglia. pp. 123-165.

Cadotte, A 2002 Une double dédicace à Apollon et à Esculape en provenance de Mactar. Epigraphica. Periodico internazionale di epigrafia 64: 93-106.

Cantarella, E 1999 La vita delle donne. In: Giardina, A and Schiavone, A (eds.), Storia di Roma. Turin: Einaudi. pp. 867-894.

Cantarella, E 2010a (1996) Passato prossimo. Donne romane da Tacita a Sulpicia. Milan: Feltrinelli.

Cantarella, E 2010b (1995) Secondo natura. La bisessualità nel mondo antico. Milan: Rizzoli

Cleland, C E and Brindell, S 2013 Science and the Messy, Uncontrollable World of Nature. In: Pigliucci, M and Boudry, M (eds.), Philosophy of Pseudoscience: Reconsidering the Demarcation Problem. Chicago and London: The University of Chicago Press. pp. 183-202.

Culham, P 2004 Women in the Roman Republic. In: Flower, H I (ed.), The Cambridge Companion to the Roman Republic. Cambridge: Cambridge University Press. pp. 139-159.

Duncan-Jones, R P 1996 The Impact of the Antonine Plague. Journal of Roman Archaeology 9: 108-136. DOI: http://dx.doi.org/10.1017/S1047759400016524

Fowler, H W and Fowler, F G 1905 The Works of Lucian of Samosata, Complete with Exceptions Specified in the Preface, translated by H. W. Fowler and F.G. Fowler. In Four Volumes. Volume II. Oxford: Claredon Press.

Gilliam, J F 1961 The Plague under Marcus Aurelius. The American Journal of Philology 82(3): 225-251. DOI: http://dx.doi.org/10.2307/292367

Harbeck M, Seifert L, Hänsch S, Wagner D M, Birdsell D, Parise K L, Wiechmann, I, Grupe, G, Thomas, A, Keim, P, Zöller, L, Bramanti, B Riehm, J and Scholz, H G 2013 Yersinia pestis DNA from Skeletal Remains from the 6th Century AD Reveals Insights into Justinianic Plague. PLoS Pathogens 9(5): e1003349. DOI: http://dx.doi.org/10.1371/journal.ppat.1003349

Horster, M 2001 Bauinschriften römischer Kaiser: Untersuchungen zu Inschriftenpraxis und Bautätigkeit in Städten des westlichen Imperium Romanum in der Zeit des Prinzipats. Stuttgart: Steiner.

Manley, J 2014 Measles and Ancient Plagues: A Note on New Scientific Evidence. Classical World 107(3): 393-397. DOI: http://dx.doi.org/10.1353/clw.2014.0001

Marshall L 2008 Religion and Epidemic Disease. In: Byrne, J P (ed.), Encyclopedia of Pestilence, Pandemics, and Plagues. Volume 2, N-Z. Westoport, CT and London: Greenwood Press. pp. 593-600.

Phang, S E 2001 The Marriage of Roman Soldiers (13 BC-AD 235): Law and Family in the Imperial Army. Leiden, Boston and Köln: Brill.

Scheidel, W 2013 Disease and Death. In: Erdkamp, P (ed.), The Cambridge Companion to Ancient Rome. Cambridge: Cambridge University Press. pp. 46-59.

Stathakopoulos, D 2008 Plagues of the Roman Empire. In: Byrne, J P (ed.), Encyclopedia of Pestilence, Pandemics, and Plagues. Volume 2, N-Z. Westoport, CT and London: Greenwood Press. pp. 536-538.

mercoledì 16 marzo 2016

Darwin Day 2016: Perché mai studiare la storia degli errori storiografici e scientifici? Uno studio di caso da settant'anni fa (e una digressione sugli spin-off televisivi)

Scheda bibliografica del volume Origini e diffusione della civiltà di P. Laviosa Zambotti (1947).
Fonte: Biblioteca comunale Passerini-Landi. Piacenza - Fondo Comunale

Ma che fine ha fatto Lakatos? Apologia pro blogo suo, tra spin-off e product placement

ResearchBlogging.org
Quando le serie televisive hanno successo, capita che la rete televisiva decida di investire espandendo l’universo narrativo all’interno del quale si svolgono le interazioni tra i personaggi, dando vita a quelli che in gergo televisivo si chiamano spin-off. Queste serie parallele solitamente focalizzano l’attenzione su quei personaggi secondari che sembrano avere un potenziale inespresso ma che solitamente vengono relegati sullo sfondo della narrazione. Spesso lo spin-off è un mero pretesto per lucrare facendo leva sul richiamo della serie principale, ma talvolta capita che la serie nata da un ramo narrativo collaterale, maggiormente libera dai vincoli di costi, produzione e aspettative cui è sottoposta la serie principale, sia capace di ritagliarsi una nicchia interessante e di successo...
... beh, non è di quest’ultimo caso che ci occupiamo ora. Questo articolo è un vile e imperdonabile spin-off del post precedente dedicato a Lakatos e alla metodologia dei programmi di ricerca scientifici, scritto sfruttando un blando richiamo al falsificazionismo. Come nelle peggiori tradizioni della tv-spazzatura, il presente contributo ospita anche uno dei più beceri product placement della storia di questo blog, perché riprende una sezione del mio libro pubblicato un anno fa, aggiornandola e riadattandola all’uopo. Se volete sapere di più, accattatevillo (o date almeno un’occhiata su Google Books)! Se invece vi aspettavate la continuazione promessa, lamentatevi con chi si sintonizza su queste frequenze aumentando lo share della serie (siamo quasi a quota 105.000 visite, che per questo blog è davvero un successo insperato!), ma sappiate che, se resisterete fino alla fine del post, verrete ricompensati: alla fine tutto torna. Anche la filosofia della scienza.

Buona lettura!

Ars longa, vita brevis

Falsificare una tesi nel mondo umanistico è impresa ardua. Non tanto per il lavoro metodologico ed epistemologico spesso carente, antiquato o inadeguato che, ahimè, caratterizza molta storiografia più o meno recente, quanto perché nel marasma editoriale di interpretazioni storiografiche discordanti a volte le interpretazioni del passato non vengono nemmeno sottoposte a revisione dall’ambiente degli addetti ai lavori, ma continuano a galleggiare per inerzia, almeno fino a quando cambiano i paradigmi umanistici di riferimento, oppure vengono gelosamente custodite e tramandate dalle singole scuole di pensiero in competizione.
In effetti, uno degli sport umanistici preferiti è esclamare senza ritegno che l’interpretazione di X, vecchia di 95 anni, è antesignana di modelli ben più recenti e che tutti i ricercatori attuali son dei tromboni che l’han seppellita anzitempo nelle note a pie’ di pagina. Oppure che Y, in una notarella pubblicata 48 anni fa, aveva già visto più lontano degli sfaccendati studiosi dell’attuale area disciplinare, troppo pigri per capirne la portata innovativa o troppo impegnati nel seguire pedestremente le mode disciplinari attuali, tutte ovviamente fallaci. O ancora, che tutto il problema era già stato chiarito chiaro 165 anni fa, quando Z, blasonato precursore di discipline accademiche ancora di là da venire, stabilì i paletti in un’opera fondamentale stampata in una dozzina di copie.
Ecco, ora prendete questi schemi dello storytelling disciplinare, aggiungete un pizzico di revanscismo antiscientifico, un etto di gusto localistico e provinciale, una manciata di autocompiacimento nello scovare materiali polverosi e dimenticati. Moltiplicate poi questo quadretto per un numero congruo di pubblicazioni esemplificative e approssimato per difetto, nell’arco delle centinaia di migliaia a occhio e croce, e avrete un bell’esempio del marasma apocalittico e del rumore epistemico che può essere l’ecosistema delle ipotesi umanistiche da sottoporre adeguatamente a revisione.
Ars longa, vita brevis: riunioni, impegni, application, corsi, concorsi, ricorsi, peer review, pubblicazioni, vita quotidiana e tanti saluti alla disamina critica delle tonnellate di materiale accademico disponibile. Fare ricerca in modo scientifico significa svolgere una complessa operazione sociale, si diceva a suo tempo, i cui cardini fondamentali sono la revisione paritaria e la condivisione di saldi e chiari principi deontologici ed epistemologici. Per svariati motivi, alcuni dei quali certamente poco edificanti, non sempre è possibile passare al vaglio tutta la produzione in ogni campo accademico. Si fa quel che si può e molta produzione finisce nell’oblio senza che le ipotesi siano state giustamente testate o verificate.
Dato che è diritto di ogni studio accademico pubblicato avere un giusto processo, ogni tanto vale comunque la pena di riprendere l’opera di qualche studioso del passato per vedere un po’ lo stato della questione e fare un po’ di ordine tra gli innumerevoli fascicoli accademici. Anche solo per testare quanto abbiano ragione o meno i sedicenti scopritori contemporanei di antiche e prestigiose verità accademiche. Chiariamoci subito: molto spesso ci si trova davanti a lavori semplicemente imbarazzanti che gridano alla falsificazione. Ma a volte ci si imbatte in studi assolutamente notevoli per vastità di vedute, il cui riesame critico può portare giovamento all’intera disciplina storiografica (se solo prestasse attenzione a questo lavoro di verifica: un giudizio, per quanto sensato possa essere, non basta e resta una mera opinione). E quand’anche si dovesse poi ammettere che da salvare c’è ben poco o niente, la storia degli errori, se sostenuti comunque da prove sufficienti,
«è non meno rilevante, e certo non meno interessante da studiare, delle affermazioni e delle scoperte della verità» [1]. 
Presentismo, omologia e diffusionismo nel 1947

Copertina di Laviosa Zambotti, P. 1947. Origini e diffusione della civiltà. Milano: Marzorati.
Uno dei fascicoli più interessanti nei quali mi sia imbattuto durante la mia carriera accademica è quello composto dai lavori di Pia Laviosa Zambotti, paletnologa e archeologa trentina (nata Pia Virginia Zambotti; 25 gennaio 1898, Fondo, TN – 10 novembre 1965, Milano).
Non mi soffermerò qui né sui particolari biografici né sui lavori della studiosa trentina (per questo c’è il mio libro). Lascerei da parte anche le relazioni professionali, i paletti metodologici, le radici intellettuali, le scuole di riferimento e gli scambi epistolari con alcuni tra i maggiori studiosi dell’epoca nel medesimo ambito (anche per questo ci sarebbe il mio libro). Vorrei invece soffermarmi sulla sua pubblicazione più audace, quella che le diede forse maggiore notorietà all’estero, grazie all’affascinante ritratto dei tempi profondi della storia umana (anche per questo, comunque sia, ci sarebbe tutto un capitolo del mio libro!). L’opera, intitolata Origini e diffusione della civiltà, pone nel 1947 le fondamenta per i lavori successivi dell’archeologa, ed è considerato tuttora il coronamento della sua opera. È la stessa autrice ad introdurre il tema della ricerca:
«si tratta […] del primo tentativo inteso a dimostrare l’origine monogenica della civiltà agricola universale seguendo un metodo storico ben definito, che speriamo valga ad orientare sempre più gli studi paletnografici ed etnografici internazionali [“scienze destinate a divenire indispensabili integratrici l’una dell’altra”, aggiunge poco oltre] verso il suo perfezionamento» [2].
Abbiamo di fronte nientemeno che l’ambizioso tentativo di rintracciare l’origine unica e comune della civiltà agricola, poi diffusasi in tutto il globo da un unico centro di origine. Il quadro di riferimento è enorme, e parte dalla preistoria per collocare lo sviluppo della cultura umana tout court in una chiave spaziale e temporale evolutiva. In pratica, un esercizio di evoluzione culturale ante litteram (ah, vedete che casco anch’io nei clichés umanistici delle etichette facili!).
Secondo la studiosa, sarebbero esistiti quattro epicentri principali nel processo di acculturazione dell’umanità:
  • il primo viene individuato nel Vicino Oriente dei “Neanderthaliani” palestinesi del Paleolitico medio;
  • il secondo, originatosi direttamente dal primo, dovrebbe essere quello dei cacciatori franco-cantabrici del Paleolitico superiore;
  • il terzo epicentro avrebbe segnato il decisivo passo in avanti nel progresso culturale come principale depositario e promotore di miti, leggende, invenzioni e tecniche, ed è rintracciato in quello degli agricoltori sedentari mediorientali dell’area mesopotamica, con i quali entriamo nella storia scritta;
  • questi ultimi, dopo seimila anni di propagazione culturale e sviluppo ininterrotto, avrebbero passato il testimone all’ultimo centro, ossia la civiltà tecnica dell’Europa occidentale [3]. 
Sembra semplice, descritta così, ma le cartine che la studiosa acclude nel suo volume esemplificano la minuziosa quanto complessa ricostruzione spazio-temporale, in un susseguirsi di prestiti culturali e di “centri derivati”:

La diffusione della civiltà agricola secondo Laviosa Zambotti.
Cliccare per ingrandire.
Legenda: I. Centro di genesi egiziano; II. Centro derivato iberico; III. Centro derivato nordico; IV. Centro derivato della Nubia; V. Cultura etnografica congolese-guineana; 1. Centro di genesi babilonese-elamico; 2. Centro derivato dellʼIndo; 4. Centro derivato transcapisco; 5. Centro derivato balcanico; 6. Centro derivato centro-europeo; 7. Centro derivato caucasico; 8. Centro derivato cinese; 9. Centro derivato indocinese; 10. Sfera etnografica indonesiana; 11. Sfera etnografica melanesiana; 12. Sfera etnografica polinesiana; 13. Sfera etnografica azteco-arcaica; 14. Sfera etnografica dellʼAmazzonia; 15. Sfera etnografica del Mississippi.
Mappa rielaborata da Laviosa Zambotti, P. (1947). Origini e diffusione della civiltà.  Milano: Marzorati; carta n.1, tavole illustrate fuori testo. Cartina da Wikimedia commons, modificata.
Opera dellautore. CC-BY-NC-ND 3.0
Il secondo argomento che contraddistingue la monografia è che alcune popolazioni umane siano costitutivamente destinate a rimanere bloccate nel loro stadio socio-culturale primigenio. Siamo all’interno di quel modello evolutivo teorico chiamato ortogenesi «coniato nel 1893 dallo zoologo tedesco Wilhelm Haacke, per significare […] che l’evoluzione è rettilinea e orientata» [4]. Non di rado, il modello ortogenetico prevedeva diverse velocità lungo l’asse temporale, e al progresso orientato si accompagnava la stasi (i celeberrimi “fossili viventi”) e il regresso devolutivo. Tutte e tre le istanze sono state falsificate dall’avanzamento delle conoscenze biologiche e paleontologiche.
Torniamo a Laviosa Zambotti. Ricapitolando i temi trattati nella monografia, otto anni dopo scrive quanto segue:
«fu un errore aver creduto che l’agricoltura razionale e le scoperte che ne sottolineano l’importanza (l’allevamento, la tessitura, la ceramica) abbiano potuto sorgere indipendentemente in più luoghi: sarebbe come asserire che il treno, l’automobile, l’aeroplano poterono scoprirsi al di fuori della sfera europea occidentale che è l’unica parte del mondo potenziata in senso tecnico (e dell’America da essa generata); così, è ovvio, la civiltà tecnica non avrebbe potuto nascere in Cina o al centro dell’Africa o in India e così via» [5].
Ora, in entrambi i temi, si può leggere in filigrana l’annoso problema tipico delle scienze storiche relativo alla distinzione tra analogia (sviluppo indipendente ma esito simile) e omologia (sviluppo simile dovuto a origine comune), che qui appare fortemente influenzato dai discorsi razziali ereditati dal primo Novecento.
Epistemologicamente e con il senno di poi, l’intera ricostruzione è un esempio di falso positivo: si individua un pattern tramite dati preistorici frammentari, si ritiene questi ultimi espressione di una realtà effettiva, e si re-immagina quest’ultima, colmando le lacune e unendo i puntini, interpretando il passato alla luce del presente, e ponendo in chiave teleologica l’Europa come apogeo della civiltà globale. Ignorando in modo abbastanza sciovinistico i vincoli geografici, la reale storia della tecnologia (quella cinese, ad esempio), e le contingenze storiografiche (temi studiati in modo ineccepibile da Jared Diamond). Su tutto ciò viene innesta un diffusionismo che annulla le innovazioni locali e subordina tout court la cultura umana  a una storia di prestiti a partire da un unico, prestigioso centro di diffusione. Pur profondamente consapevole del fatto che cultura ed origine etnica non sono mai sovrapponibili, tanto da farne uno dei paletti fondativi dei suoi studi paletnologici (e per tutti i riferimenti vi rimando ancora al mio libro), Laviosa Zambotti cade insomma nella fallacia del presentismo, uno dei peccati capitali delle ricostruzioni storiografiche.
La pars destruens dell’articolo mi impone di notare puntigliosamente che la stessa idea di monogenesi culturale dell’agricoltura è stata falsificata da tempo. Difatti, è stata comprovata l’origine indipendente delle tecniche agricole (e dell’allevamento, che in Laviosa Zambotti rimane un po’ in ombra come mero corollario della tecnologia agricola) in nove principali centri geografici (probabilmente qualcuno di più) tra 11.000 e 3.000 anni fa circa [6].
Concludendo, Laviosa Zambotti aveva intravisto un’omologia in uno schema che però si è rivelato essere in gran parte analogico, perlopiù escludendo in modo drastico la potenziale coesistenza di diffusione dai centri principali e di successiva miscela lamarckiana, per così dire, delle conoscenze tecnologiche (soprattutto presso le zone di confine). A partire da questi schemi, aveva anche dato una chiara, quanto fallace, impronta determinista, Eurocentrica e teleologica al suo studio. Ad ogni modo, il fatto che le stesse conoscenze agricole si siano poi diffuse, unito all’osservazione che presso le zone di confine le conoscenze tecnologiche si sono comunque trasmesse e mescolate, dovrebbe contribuire a rendere almeno l’onore delle armi alla visione d’insieme della studiosa trentina.

Le principali zone dove si sono sviluppate in modo indipendente la tecnologia e le conoscenze agricole, segnate in verde (in ordine grosso modo cronologico: Mezzaluna Fertile; Yang-tze e Fiume Giallo; altipiani della Nuova Guinea; Messico centrale; America meridionale; Africa subshariana; America del Nord). Le frecce blu segnalano la diffusione delle stesse e le relazioni culturali tra di esse.
Si confronti con la mappa precedente, dove la diffusione prendeva le mosse da un unico centro (quello mesopotamico sopra tutti).
Fonte: Wikipedia.
Dati da Diamond & Bellwood (2003; vedasi bibliografia più sotto).
«Il più perfetto tra i mammiferi»: Homo sapiens tra ortogenesi e ideologia

Come avevo annunciato nel paragrafo precedente, il quadro concettuale dell’opera laviosana va molto a ritroso nel tempo, dimostrando una vastità di vedute interdisciplinari che ben pochi colleghi/e potevano vantare a quel tempo. Purtroppo, questo aspetto mostra anche i limiti forse più evidenti della ricostruzione avanzata dalla studiosa trentina.
Abbiamo visto che Laviosa Zambotti inserisce la storia della cultura umana all’interno degli schemi del tempo profondo, ma si tratta di schemi dove l’origine coincide sic et simpliciter con giudizi di valore (una trappola intellettuale della quale ho trattato qui). Per la studiosa, il «centro steppico dell’Asia» sarebbe «il più probabile focolare dell’antropogenesi» [7]. Era un’idea assai in voga all’epoca, condivisa ad esempio dal paleontologo Henry Fairfield Osborn (1857-1935) [8], l’influente direttore dell’American Museum of Natural History di New York le cui idee antropologiche erano intrise un’ideologia razzista contraria all’identificazione dei parenti filogenetici dell’uomo nelle antropomorfe africane.
Per Laviosa Zambotti l’antenato comune più recente di Homo è l’uomo di Neanderthal, che la studiosa descrive, secondo i cliché tardo-ottocenteschi, come un «individuo vigoroso, ma di mediocre altezza» [9], di «aspetto scimmiesco» e «particolarmente brutal[e]» [10] (ossia, primitivo) nelle caratteristiche del viso. A ritroso, nell’indagine laviosiana compaiono anche alcuni taxa un tempo cruciali, ma che oggi non hanno resistito ai progressi scientifici. Tra questi spicca, per l’importante ruolo di àncora filogenetica dello schema laviosiano, la frode del cosiddetto Uomo di Piltdown (noto con il binomiale linneano Eoanthropus dawsoni), che la studiosa include in buona fede, nonostante i primi dubbi sulla genuinità del reperto fossero già stati espressi agli inizi degli anni Quaranta. [11]. Eccolo quindi comparire con la sua associazione bizzarra tra «mandibola scimmiesca» e «calotta umana […] di gerarchia progredita» (difatti la mandibola apparteneva ad un orango e il cranio era quello di un uomo), e il Sinantropo o uomo di Pechino, attualmente considerato H. erectus, «stirpe possente, d’aspetto […] bestioide» [12]. Laviosa Zambotti chiude la serie fino ad allora nota di ominidi fossili con il Pitecantropo asiatico (taxon poi confluito anch’esso in H. erectus), definito l’ultimo dei «protoantropi», e pone l’uomo di Neanderthal sotto l’etichetta dei «paleoantropi» all’inizio della graduale conquista culturale (e religiosa) del mondo da parte del genere Homo [13].
Se il centro del continente asiatico è la culla dei blasonati progenitori culturali ed evolutivi, oggigiorno, scrive la studiosa, sarebbero l’Australia e l’Asia del Sud-Est ad aver conservato la cultura del Paleolitico superiore e del Mesolitico. Ipotizza persino che nel Paleolitico medio la zona di diffusione neanderthaliana si estendesse in tutta l’area dell’Asia meridionale dal Mediterraneo all’Indonesia [14]. Per Laviosa Zambotti l’Australia, in particolare, 
«è il continente periferico meglio di ogni altro idoneo a ricevere e serbare il patrimonio della comune civiltà in uno stadio primordiale […] perché le arcaicissime culture situate nell’Asia sud-orientale vi si rifugiano abbastanza per tempo, grazie alla pressione di culture più giovani che si venivano ivi insediando» [15]. 
Il giudizio di valore e la scala naturæ sono qui palesi. Si tratta di posizioni razziali assai comuni all’epoca: i giudizi di valore tarati su un’ottica occidentale venivano spesso dati per scontati (come nel caso già esaminato dei «fossili viventi»), e le popolazioni considerate ai margini classificate come primitivi rimasugli di un’umanità preistorica. Tanto per renderci conto: un ipotetico albero della filogenesi umana di Osborn, risalente al 1926, ritraeva gli odierni Nativi australiani come ben distanti dall’uomo “occidentale”, graficamente rappresentati con una capacità cranica fittiziamente ridotta [16]. Nonostante si sapesse già dall’inizio del Novecento della fallace comparazione scientifica tra esseri umani preistorici estinti e determinate popolazioni moderne.

Comparazione osteologica tra H. neanderthalensis (a) e H. sapiens nativo austrialiano (b), che Marcelin Boule usò nel 1913 per dimostrare quanto fossero primitivi i Neanderthal. Siamo forse di fronte a una decostruzione delle comparazioni razziali che volevano le popolazioni native australiane come arcaici fossili viventi, vieta interpretazione pregiudiziale prodotta e/o sfruttata in ambito colonialista? Non proprio: il pensiero di Boule non era scevro da intenti razziali veicolati da una scala naturæ, anzi. Semplicemente, Neanderthal, come taxon ominide, era ritenuto più primitivo di qualunque popolazione vivente o passata di H. sapiens. Non fate troppo caso all’andatura gobba e alle gambe da cavaliere cosacco malato che si accompagna spesso alle raffigurazioni tardo-ottocentesche e primo-novecentesche dei Neanderthal; è una lunga storia fatta di bias tafonomici e contingenze interpretative, ma è stata falsificata anchessa.
Fonte dell’immagine: Boule 1913, p. 233, ripreso in Sommer 2006, p. 215 [17] (vedasi bibliografia più sotto).
Le ideologie, purtroppo, sono sempre state più forti della ragione e delle prove empiriche, e tra queste l’indocentrismo e l’asiatismo, con il loro esotico richiamo religiosamente primordiale e prestigioso decantato dagli scrittori romantici come De Quincey e Leopardi, hanno sempre esercitato un fascino notevole sulla moderna cultura europea. Per essere chiari, no, i Neanderthal non c’entrano praticamente nulla con quelle che Laviosa Zambotti definisce le «arcaicissime culture» del Sud-Est asiatico, non erano diffusi dal Mediterraneo all’Indonesia, e non erano nemmeno antenati primordiali di Homo sapiens (tutt’al più, cugini di primo grado, in chiave filogenetica). Studi genetico-molecolari e paleoantropologici hanno confermato che le popolazioni di quelle zone sono le eredi attuali di una tra le molteplici migrazioni Out of Africa del moderno H. sapiens, giunte poi in Nuova Guinea e in Australia attraverso una serie di tappe asiatiche, come l’India meridionale, dove alcuni gruppi considerati autoctoni condividerebbero parte della loro storia genetica più recente con i Nativi australiani... [18] insomma, una direzione delle migrazioni umane contraria e opposta rispetto a quanto sostenuto da Laviosa Zambotti e altri suoi ben più blasonati colleghi.
Quando le ideologie sono forti, in buona o cattiva fede, persino a parità di prove si scelgono le tesi più accattivanti dal punto di vista emotivo. Nonostante le osservazioni di Darwin sulle antropomorfe africane come potenziali rappresentanti della linea evolutiva ominine, la corrente volta ad identificare un’origine asiatica per Homo sapiens, capitanata dal naturalista Ernst Haeckel e confortata dalle scoperte di Eugène Dubois, ebbe maggior fortuna e diffusione disciplinare (prima o poi torneremo su questi argomenti con un post dedicato... ma se proprio non potete aspettare, ci sarebbe sempre il mio libro, dove il tema è abbondantemente trattato). Questo nonostante il paleontologo australiano Raymond Arthur Dart (1893-1988) avesse descritto il dirimente taxon africano Australopithecus africanus nel 1924. Non si trattava quindi di lacune nella documentazione: il suo collega Robert Broom (1866-1951) quasi quindici anni più tardi, con la descrizione di Paranthropus robustus dal Sudafrica avrebbe portato nuove prove in merito ad un’origine africana, destinate a crescere esponenzialmente negli anni a seguire [19].
Ma il ruolo paleoantropologico dell’Africa nell’opera di Laviosa Zambotti? Nella sua rassegna le scoperte africane di Dart e Broom passano inosservate, e negli anni a seguire la studiosa non modificò né aggiornò in modo sostanziale il suo quadro di indagine. Eppure, nello stesso anno della pubblicazione del volume laviosiano persino uno dei principali oppositori di Dart, Arthur Keith, l’uomo che fu uno dei protagonisti dell’impostura scientifica di Piltdown, asse portante degli ipotizzati origine e sviluppo eurasiatici dell’evoluzione umana, ammise di essersi sbagliato nel giudicare Australopithecus un taxon non dirimente per la filogenesi umana [20].

Riflessioni finali su Piltdown


Si può menare per il naso una generazione di valenti studiosi, ma con la scienza alla fin fine non la si fa franca.
Uomo di Piltdown (Eoanthropus dawsoni); ricostruzione del suo cranio chimerico (ossia, frutto della fraudolenta unione di due reperti differenti).
Da Thomson, A. 1922. The Outline of Science.
Fonte: Wikipedia.  
Nonostante i fiumi di inchiostro già versati, mi piacerebbe concludere questo excursus spendendo due parole sulla frode di Piltdown. Abbiamo visto che esso ricoprì un ruolo basilare all’interno delle ricostruzioni laviosiane per centrare sull’Eurasia lo sviluppo ab origine del genere Homo. La storia della scienza è spesso legata a doppio filo a quella socio-politica, e l’esempio di Piltdown non fa eccezione. La scoperta di importanti fossili sul suolo britannico, come il reperto attribuito a Eoanthropus, nobilitava i natali dell’Impero inglese e azzerava i complessi di inferiorità scientifico-antropologica nei confronti di Francia e Germania. Nel contempo, sembrava vendicare certa antropologia dell’epoca, secondo la quale il volume cranico dell’uomo preistorico non poteva essere troppo dissimile da quello attuale e che solo alcuni suoi particolari anatomici restavano evoluzionisticamente “scimmieschi” e perfettibili. Una posizione utile anche per i fautori del “salto ontologico” tra uomo e animale, salvaguardando l’intelligenza come baluardo antievoluzionistico. In questo gioco di scatole cinesi, per cui politica, scienza, pregiudizi intellettuali e contraffazione dei reperti formano un insieme inestricabile, come ha scritto Stephen Jay Gould, 
«[n]on possiamo semplicemente ridere e dimenticare. Piltdown assorbì l’attenzione professionale di molti bravi scienziati. Condusse milioni di persone fuori strada per quarant’anni. Gettò una luce sbagliata sui processi fondamentali dell’evoluzione umana. Le carriere degli scienziati sono troppo brevi e troppo preziose per poter considerare con indulgenza un tale spreco» [21]. 
Chiaramente, la frode di Piltdown e la ricostruzione di Laviosa Zambotti stanno su due livelli differenti. Ad ogni modo, e questo vale per entrambi i casi citati, la storia degli errori nella scienza e nella storia non è un futile gioco buono, al massimo, per riempire un vuoto nel CV, per ottemperare a un mero obbligo professionale e presentare qualche curiosità in un ozioso convegno accademico, ma è una necessità epistemologica inderogabile se davvero vogliamo costruire su quegli errori una conoscenza più salda e sicura e contestualizzare le carriere degli studiosi del passato. Testando e falsificando le tesi che contengono un qualche appoggio epistemico probatorio, come ricordava Darwin, «si chiude un sentiero che conduce all’errore e la strada del vero viene sovente nel tempo stesso dischiusa» [22]. Ovviamente per fare questo abbiamo bisogno di maggiore conoscenza scientifica, e su questo torneremo ancora - e sempre - ad insistere nei prossimi post.

Buon Darwin Day 2016!

[1] Rossi, P. (2003). I segni del tempo. Storia della Terra e storia delle nazioni da Hooke a Vico. Milano: Feltrinelli (19791), p. 17.

[2] Laviosa Zambotti, P. (1947). Origini e diffusione della civiltà. Milano: Marzorati, p. vi.

[3] Ibi, 463.

[4] Barsanti, G. (2005). Una lunga pazienza cieca. Storia dell’evoluzionismo. Torino: Einaudi, p. 336.

[5] Laviosa Zambotti, P. (1955). Unità della storia e della preistoria. Nuova Antologia (1856, agosto): 541-550; p. 548.

[6] Diamond, J. & Bellwood, P. (2003). Farmers and Their Languages: The First Expansions Science, 300 (5619), 597-603 DOI: 10.1126/science.1078208. Per una panoramica aggiornata sui centri che videro le nascite indipendenti delle tecniche agricole cfr. Price, T., & Bar-Yosef, O. (2011). The Origins of Agriculture: New Data, New Ideas Current Anthropology, 52 (S4) DOI: 10.1086/659964.

[7] Laviosa Zambotti, Origini e diffusione della civiltà, cit., p. 82.

[8] Si veda Beard, C. (2004). The Hunt for the Dawn Monkey: Unearthing the Origins of Monkeys, Apes, and Humans. Berkeley, Los Angeles and London: University of California Press, pp. 282-284.

[9] Laviosa Zambotti, Origini e diffusione della civiltà, cit., p. 85.

[10] Ibidem.

[11] Si veda Gould, S. J. (2009). Una nuova versione del caso Piltdown. Ne Il pollice del panda. Milano: il Saggiatore, pp. 99-114: 105 (prima ed. Editori Riuniti, Milano 1984; Pubbl. orig. in The Panda’s Thumb. London and New York: Norton & Co. 1980). Art. pubbl. orig. come Piltdown Revisited. Natural History. 1979: 86-97. Nonostante i molti dubbi che il reperto sollevò fin dalla sua scoperta, il presunto fossile venne scientificamente smascherato soltanto all’inizio degli anni Cinquanta del secolo scorso. Si veda Weiner, J., & Oakley, K. (1954). The Piltdown Fraud: Available Evidence Reviewed. American Journal of Physical Anthropology, 12 (1), 1-8 DOI: 10.1002/ajpa.1330120115.

[12] Laviosa Zambotti, Origini e diffusione della civiltà, cit., p. 84.

[13] Ibi, pp. 85-89 .

[14] Ibi, p. 116.

[15] Ibi, p. 37.

[16] Cfr. Beard, The Hunt for the Dawn Monkey, cit., p. 284, fig. n. 47.

[17] Cfr. Sommer, M. (2006). Mirror, Mirror on the Wall: Neanderthal as Image and 'Distortion' in Early 20th-Century French Science and Press. Social Studies of Science, 36 (2), 207-240 DOI: 10.1177/0306312706054527: 214-215, ove l’autrice riprende Boule, M. (1913). L’homme fossile de la Chapelle-aux-Saints. Annales de Paléontologie (8): 209-279. Si veda inoltre Gould, R., Koster, D., & Sontz, A. (1971). The Lithic Assemblage of the Western Desert Aborigines of Australia American Antiquity, 36 (2) DOI: 10.2307/278668.

[18] Cavalli Sforza, L. L., Menozzi, P., & Piazza, A. (2009). Storia e geografia dei geni umani. Milano: Adelphi, pp. 654-695 (prima ed. 1997). Pubbl. orig. nel 1994 come The History and Geography of Human Genes. Princeton: Princeton University Press; Kumar, S., Ravuri, R., Koneru, P., Urade, B., Sarkar, B., Chandrasekar, A., & Rao, V. (2009). Reconstructing Indian-Australian Phylogenetic Link. BMC Evolutionary Biology, 9 (1) DOI: 10.1186/1471-2148-9-173; Tuniz, C., Gillespie, R., & Jones, C. (2010). I lettori di ossa. Prefazione di Giorgio Manzi e Telmo Pievani, Introduzione all’edizione italiana di Claudio Tuniz. Milano: Springer-Verlag Italia. pp. 201-204 (ed. australiana The Bone Readers: Atoms, Genes and the Politics of Australia’s Deep Past. Crows Nest: Allen & Unwin 2009; ed. statunitense The Bone Readers: Science and Politics in Human Origins Research. Walnut Creek: Left Coast Press 2009).

[19] Dart, R. (1925). Australopithecus africanus: The Man-Ape of South Africa. Nature, 115 (2884), 195-199 DOI: 10.1038/115195a0; ripubblicato in Garwin, L. & Lincoln, T. (eds.), A Century of Nature: Twenty-One Discoveries that Changed Science and the World. Chicago and London: The University of Chicago Press, 10-20; Broom, R. (1938). The Pleistocene Anthropoid Apes of South Africa. Nature, 142 (3591), 377-379 DOI: 10.1038/142377a0. Per un’analisi approfondita dello state of the art paleoantropologico si rimanda a Maclatchy, L. M. et al. (2010). “Hominini”. in Werdelin, L. & Sanders, W. J. (eds.). Cenozoic Mammals of Africa. Berkeley, Los Angeles and London: University of California Press, pp. 471-545.

[20] Ciò non impedì a Keith di sottrarsi, a ottantun’anni, ad un’ultima amara derisione nei confronti di Dart: Keith, A. (1947). Australopithecinae or Dartians. Nature, 159 (4037) PMID: 20295216; cfr. Thomas, H. (2002). Le mystère de l’homme de Piltdown. Une extraordinaire imposture scientifique. Paris: Belin.

[21] Gould, S. J. (2008). La cospirazione di Piltdown. In Quando i cavalli avevano le dita. Misteri e stranezze della natura, Feltrinelli, Milano, pp. 203-228; 228 (prima ed. 1984; ed. orig. Hen’s Teeth and Horse’s Toes. New York: Norton & Co. 1983). Art. pubbl. orig. come The Piltdown Conspiracy. Natural History (89) 1980: 8-28.

[22] Darwin, C. R. (1872). L’origine dell’uomo e la scelta in rapporto col sesso. Prima traduzione italiana col consenso dell’autore. Trad. it. di M. Lessona. Torino e Napoli: Unione Tipografico Editrice. p. 567. Pubbl. orig. nel 1871 come The Descent of Man, and Selection in Relation to Sex. London: John Murray. http://dx.doi.org/10.1037/12293-000.