domenica 1 settembre 2013

Di balene, elefanti e cespugli: Written in Stones: Evolution, the Fossil Record, and Our Place In Nature [repost 2010]

Due edizioni del testo di Brian Switek Written in Stones: da sinistra, Bellevue Literary Press (2010) e Icon Books Ltd (2011).
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In questo post riprendiamo e aggiorniamo una sintesi dei temi presentati da Brian Switek nel suo primo libro, intitolato Written in Stones: Evolution, the Fossil Record, and Our Place In Nature e pubblicato per i tipi di Farrar, Straus & Giroux nel 2010. Il post originale è stato precedentemente pubblicato on line il 23 ottobre 2010. Presso questo link si può invece leggere l'intervista rilasciata all'autore da Switek in quello stesso anno.

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ResearchBlogging.orgL'introduzione è interamente dedicata al fossile battezzato come Darwinius masillae nel 2009, e noto ai media con il nomignolo di Ida. Prendendo spunto dalla scoperta di Ida, Switek propone una riflessione in merito al recente amalgama di media, pubblicità e paleontologia che ha preso piede nel contesto statunitense – peraltro da sempre attento alla spettacolarizzazione delle scoperte paleontologiche allo scopo di ottenere i finanziamenti privati o giustificare un tornaconto dell'investimento effettuato. L'importante reperto, un primate risalente a circa 47 milioni di anni fa, era stato propagandato come il primate antropoideo più antico (e perciò il taxon cronologicamente più distante ma filogeneticamente più vicino a Homo sapiens), ossia una vera e propria pietra miliare della paleontologia dei primati. Il motivo di tale pubblicità è reperibile nei motivi meramente economici che stanno a monte della storia del reperto: il fossile era stato acquistato a carissimo prezzo da un rivenditore intermediario, e come controparte per la spesa erano stati pianificati documentari e un battage pubblicitario degno di Hollywood. Purtroppo la fretta alimentata dalle scadenze e dalle pressioni finanziarie non ha giovato alla descrizione del fossile e la vicinanza filogenetica di Darwinius agli antropoidi (ipotesi già piuttosto debole in partenza) è stata in seguito contestata; attualmente il taxon è riposizionato con Afradapis sul "ramo" che porta ai lemuri attuali. Parenti sì, ma più lontani di quanto ipotizzato. Il contributo di Switek ha il merito di considerare l'importante e decisivo contributo dei blog scientifici nella diatriba seguita alla presentazione pubblica del fossile, e perora la causa di una più equilibrata ed informata valutazione delle notizie, spesso scorrette, diffuse dai media giornalistici [1].

I due capitoli che seguono affrontano invece la storiografia della biologia evoluzionistica e della paleontologia, ripartendo dalla scarsa rilevanza riservata al tema evoluzionistico e selezionista verso la metà dell'Ottocento nel contesto inglese. L'esempio di Patrick Matthew è esemplare: per quanto in modo incompleto, Matthew aveva grosso modo preceduto editorialmente sia Darwin che Wallace nella sua succinta trattazione del tema evoluzionistico in chiave proto-selezionista, ma questa era stata relegata in un'appendice del testo On Naval Timber and Arboricolture (1831; p. 63. Darwin incluse poi una trattazione delle idee di Matthew nella terza edizione dell'Origin of Species, 1861). La stessa fredda accoglienza delle idee di Darwin e di Wallace da parte della Linnean Society nel 1858 aveva dimostrato la silenziosa inerzia che regnava in quel clima culturale, diviso tra un vitalismo evolutivo e teleologico e l'accettazione del creazionismo teologico (con svariate sfumature tra le due posizioni). Dopo la pubblicazione dell'Origin of Species (24 novembre 1859), però, questo tiepido benvenuto lasciò spazio ad una veemente reazione: gli studiosi, perlopiù attaccati ai due modelli testé ricordati, non tardarono a far sentire la propria voce. A libro ancora caldo di stampa, il biologo e paleontologo Sir Richard Owen dalle colonne dell'Edinbugh Review, protetto da un malcelato quanto riconoscibile anonimato, fu il primo a lamentarsi dell'impostazione gradualistica delle idee darwiniane. Persino i più fervidi sostenitori di Darwin, come il fedele Thomas Henry Huxley e il geologo Charles Lyell, rimasero insoddisfatti della trattazione darwiniana della documentazione fossile, il primo preferendo mutazioni su larga scala per mezzo di salti evolutivi, il secondo essendo rimasto turbato dalla prospettiva sull'evoluzione umana (p. 68). La frustrazione di Darwin è sottolineata da queste parole contenute in una lettera indirizzata al paleontologo statunitense Joseph Leidy:
«Molti paleontologi (con davvero poche buone eccezioni) disprezzano interamente il mio lavoro; di conseguenza la sua approvazione mi ha molto gratificato. Tutti i geologi più anziani (con l'eccezione del solo Lyell, che considero però come un  intero esercito) sono persino più veementi contro le modifiche delle specie di quanto non lo siano i paleontologi» (1861; p. 68). 
Paradossalmente, la critica paleontologica e demolitrice mossa da Owen all'opera di Darwin gettò alcune delle basi teoriche per quanto riguardava il sostegno documentario fossile del paradigma evolutivo darwiniano.

I capitoli che seguono, e che elenchiamo per punti, trattano delle transizioni evolutive che permisero il "passaggio" contingente tra quelli che un tempo erano riconosciuti come i linneani compartimenti stagni della vita sulla terra. Non si devono però confondere questi "passaggi" con il desueto concetto degli "anelli mancanti". Essendo la variabilità individuale la base sulla quale si innesta il motore dell’evoluzione, qualunque organismo potrebbe benissimo essere un "anello di congiunzione" tra qualcosa di precedente e qualcosa di successivo: la concezione dell'"anello mancante", frutto di un vetusto costrutto intellettuale, ha oggi esaurito la sua funzione euristica ed è stata sostituita (per così dire) dalla ricerca paleontologica e genetica dell’ultimo antenato comune, un territorio esplorato dalla sistematica filogenetica. Inoltre i processi di speciazione non cancellano l'esistenza degli antenati di un nuovo clade, i quali continuano ad evolversi, magari conservando grosso modo il bauplan di partenza (ossia la morfologia anatomica di base).
  • pesci-tetrapodi (From Fins to Finger)
In questo capitolo vengono passate in rassegna le implicazioni del rifiuto di una singola uscita dall'acqua come modello univoco per spiegare la colonizzazione delle terre emerse da parte dei tetrapodi acquatici. In breve, la cooptazione di elementi del bauplan dei tetrapodi per la vita sulla terraferma non corrisponde ad una progressione lineare di forme teleologicamente indirizzate alla "conquista della terra", poiché la radiazione evolutiva dei primi tetrapodi acquatici testimonia un pattern ramificato, fatto di molteplici "entrate" e "uscite" dall'acqua. L'aspetto storiografico resta prominente: le discussioni ottocentesche su Archegosaurus, un temnospondile ritenuto da Owen vicino ai tetrapodi che effettuarono il passaggio definitivo dall'acqua alla terra, conducono fino al recente Tiktaalik (descritto da Daeschler, Shubin e Jenkins nel 2006), un fossile particolarmente importante per comprendere la cooptazione evolutiva di elementi scheletrici ancora utili in un ambiente acquatico (ad esempio, la struttura del cinto scapolare, un tempo legata esclusivamente alla progressione evolutiva verso gli anfibi).
  • dinosauri-uccelli (Footprints and Feathers on the Sands of Time)
Si prosegue con le impronte tridattile di Edward Hitchcock nel Massachusetts ottocentesco, impresse da dinosauri teropodi (ma interpretate come aviane da Hitchcock), per giungere agli stupefacenti fossili di dinosauri piumati cinesi scoperti a partire dalla metà del Novecento e alle più recenti ricerche sui sacchi aerei nei dinosauri saurischi (ossia il complesso sistema di ventilazione collegato ai polmoni presente oggi negli uccelli). Il legame tra dinosauri e uccelli attuali è sottolineato incontrovertibilmente dalle più recenti ricerche paleontologiche: Switek, come esempio tra i molti possibili, cita il curioso caso degli agenti patogeni aviari che affliggevano i teropodi, ereditati dai loro discendenti, gli uccelli (come dimostra il caso dell'analogia tra segni di infezioni nei fossili di teropodi e i segni lasciati sugli individui infettati dall'attuale Trichomonas gallinae).
  • rettili-mammiferi (The Meek Inherit the Earth)
Si giunge poi alla storia evolutiva dei mammiferi, forse quella più bistrattata dal grande pubblico e la meno nota in assoluto. Basti pensare al vituperato Dimetrodon, l'iconico "dinosauro-intruso" presente in qualunque pubblicazione divulgativa di basso livello e nei bustoni estivi colmi di pupazzetti di plastica destinati ad allietare i pomeriggi in spiaggia del pubblico infantile. Dimetrodon non è un dinosauro, bensì un sinapside più antico dei dinosauri, ovvero un taxon più vicino ai mammiferi (e a noi) che ai rettili [2]. Uno dei modi per illustrare le differenze filogenetiche che si sono accumulate nelle generazioni che separano i rettili dai mammiferi è quello di ripercorrere la differente organizzazione dell'orecchio interno nei mammiferi rispetto ai rettili, con la graduale cooptazione nel sistema uditivo di strutture ossee in precedenza coinvolte nei processi di masticazione. Switek utilizza dunque questo schema divulgativo, usando come case-study la discussione dell'orecchio interno di Yanocodon allini (taxon istituito nel 2007).
Nonostante l'impegno dei divulgatori, il Dimetrodon continua purtroppo a troneggiare tra i rappresentanti dei dinosauri. Alcuni luoghi comuni sulla scienza sono molto difficili da contestare. Se in una prospettiva filogenetica e paleontologica è chiaro che le suddivisioni tra le categorie platonico-linneane, relative a una biologia intuitiva e statica (e pertanto fallace), non esistono e perdono di significato nel tempo profondo, anche le convenzioni iconografiche tradiscono prospettive diffuse ma scientificamente del tutto fuorvianti. L'esempio iconoclasta forse più rilevante in tal senso, e trattato in questo capitolo, è costituito da Repenomamus robustus (descritto nel 2000), un mammifero di grande taglia (relativamente all'epoca e alla zona) proveniente dall'attuale territorio cinese. Repenomanus ha rovesciato i cliché iconografici sui voraci dinosauri carnivori sempre illustrati alle prese con la caccia di piccoli e modesti mammiferi – il reperto si contraddistingue infatti per la presenza dei resti di un piccolo dinosauro nello stomaco.
  • mammiferi terrestri-cetacei (As Monstrous as a Whale)
Si arriva così al capitolo dedicato alla storia evolutiva dei cetacei, che contiene alcune delle pagine più vivaci dell'intero volume, dedicate alla descrizione delle peripezie di Albert Koch e del suo baraccone fossile ambulante, una sorta di Circo Barnum itinerante dell'intrattenimento fossile. I suoi scheletri fossili chimerici (Missourium theristrocaulodon e Hydrarcos sillimani) fecero notizia all'epoca per la loro fantasiosa spettacolarità. Se il primo non era altro che un mastodonte ingigantito grazie all'aggiunta di ulteriori vertebre, il rettile marino Hydrarcos avrebbe riservato invece un'interessante sorpresa. Comprato da Guglielmo IV di Prussia per il museo reale di Berlino, il cranio di Hydrarcos si sarebbe rivelato essere quello di una balena. L'identità dei resti fossili del cranio della chimera di Koch si sarebbe palesata anche grazie ad altre scoperte. Nel 1832 e negli stessi sedimenti fossiliferi dai quali venne estratto ciò che sarebbe confluito nella ricostruzione posticcia di Hydrarcos, erano stati recuperati i resti di un curioso nuovo taxon battezzato Basilosaurus: i denti, in particolare, presentavano somiglianze peculiari con quelli dei rettili marini mesozoici. Interpellato in merito, Owen, all'epoca astro nascente dell'anatomia comparata, ristudiò i resti di Basilosaurus, riconobbe lo statuto mammaliano del taxon (la somiglianza dei denti con i rettili marini era il semplice frutto di convergenza evolutiva) e lo ribattezzò Zeuglodon - oggi però, per motivi di priorità di nomenclatura, il primo nome "rettiliano" è quello ufficiale.
Ad ogni modo, la storia evolutiva dei cetacei restava perlopiù ignota: Basilosaurus e le forme affini scoperte più tardi erano già pienamente acquatiche. In assenza di prove paleontologiche rilevanti, in una lettera inviata a Lyell nel 1859 l'antenato comune dei cetacei era stato immaginato da Darwin come un orso (p. 156). Nel 1883, invece, William Henry Flower aveva posto in evidenza le somiglianze osteologiche di Basilosaurus con gli ungulati. Benché già a partire dagli anni Settanta del Novecento nuovi fossili hanno cominciato a chiarire il quadro della storia risalente dei cetacei, solamente le nuove scoperte paleontologiche dei primissimi anni 2000 e i nuovi studi genetico-molecolari hanno potuto confermare l'ipotesi di Flower: dal punto di vista filogenetico, i cetacei sono attualmente collocati vicini agli ippopotami, con i quali, assieme ad una pletora di forme estinte, formano il clade Cetancodontamorpha all'interno degli artiodattili.
  • elefanti (Behemoth)
Il capitolo che segue è dedicato alla storia evolutiva degli elefanti e offre il pretesto per una curiosa incursione storiografica nella vita di Thomas Jefferson (1743-1826), terzo presidente degli Stati Uniti d'America. I resti fossili dei proboscidati americani erano da tempo inseriti nella geomitologia dei Nativi della Virginia e Jefferson, come altri, ritenne che le leggende su animali di enorme taglia testimoniate dai resti fossili potessero trovare il loro fondo di verità in animali ancora vivi, ma ignoti alla scienza, nello sterminato e ancora misterioso Ovest del continente nordamericano.
Dal punto di vista biologico-evoluzionistico, invece, il capitolo comprende una trattazione della teoria degli equilibri punteggiati esposta da Stephen J. Gould e Niles Eldredge a partire dal 1972: un ritmo accelerato della speciazione in determinati casi, che prevede periodi di stasi più o meno lunghi alternati a rapidi processi di speciazione. L'espansione dei proboscidati nel Pleistocene su tutto il globo (ad eccezione dell'Australia e dell'Antartide), viene inquadrata in un contesto puntuazionista, mentre la loro (relativamente) improvvisa scomparsa conduce Switek al tema dell'overkill hypothesis. Questa tesi, sostenuta in particolare da Paul S. Martin, sostiene l'esistenza di una correlazione tra espansione geografica di Homo sapiens e l'estinzione delle megafaune (ossia, le associazione di animali dal peso superiore ai quarantacinque chilogrammi circa): in effetti, le date della colonizzazione delle terre emerse da parte di H. sapiens coincidono grosso modo con la drastica riduzione delle faune locali di mammiferi e di animali di grossa taglia.
Il capitolo si conclude con una riflessione critica sul tema del Pleistocene Rewilding, sostenuta sempre da Martin nel suo recente Twilight of the Mammoth: Ice Age Extinctions and the Rewilding of America (2010). Secondo tale posizione lo squilibrio degli ecosistemi nordamericani, dovuto alla scomparsa della megafauna pleistocenica, potrebbe essere minimizzato con l'importazione nei biomi locali di animali strettamente imparentati con le forme estinte (ad esempio, elefanti, cammelli, grandi felini, ecc.). Ad ogni modo, l'assenza incolmabile di animali estinti senza parenti filogenetici in vita occupanti nicchie equivalenti oggi (come i bradipi terricoli giganti) costituisce il difetto principale della tesi ecologista. Trova spazio inoltre la discussione sulle possibilità di ottenere esemplari di mammut non tanto tramite clonazione quanto per selezione artificiale di esemplari di Elephas maximus (elefante indiano), filogeneticamente vicino al mammut.
  • cavalli (On a Last Leg)
Un grosso tronco principale di successo che arriva fino ad oggi, con alcuni rami secchi collaterali da tempo estinti, surclassati nella competizione ecologica: questa l'idea ortogenetica di un'evoluzione rettilinea e orientata che regnava nel primo Novecento. L'esempio cardine di tale impostazione metodologica era rappresentato dalla storia evolutiva del cavallo, e i suoi ideatori principali furono Othniel Charles Marsh, il grande padre-padrone della nascente paleontologia statunitense, e Thomas Henry Huxley. Tra i sostenitori dell'idea si distinsero, tra gli altri, W.D. Matthew (in un suo studio del 1924) e soprattutto George Gaylord Simpson (negli anni Cinquanta del secolo scorso). Ogni genere fossile di equide scoperto  all'epoca veniva collocato in una elegante successione di forme poste in diretta continuità l'uno con l'altra e guidate verso la produzione, per così dire, delle caratteristiche oggi presenti nel cavallo. Oggi però possiamo affermare con sicurezza che la serie di caratteristiche associate allo sviluppo del cavallo (per es., la riduzione delle dita, il progressivo aumento di stazza dei taxa, l'evoluzione di denti dalla corona alta, l'allungamento del muso, ecc.) non fu armonicamente coordinata per un fine che coincide con il nostro punto di vista contemporaneo, e che i vari generi prima pensati come gradini ordinati di una successione ascendente erano invece sconnessi e sovrapposti: il cavallo attuale non è il punto di arrivo presente di una storia teleologica, poiché non esiste alcun tronco la cui direzione verso l'alto è predeterminata all'origine. Esiste piuttosto un cespuglio o, meglio, un corallo di varianti delle quali il cavallo attuale rappresenta solamente l'ultimo rappresentante in vita.
  • ominidi (Through the Looking Glass)
L'ultimo capitolo è destinato a ribadire quest'ultimo concetto: non esiste una monolitica e prestabilita direzione escatologica dell'evoluzione quanto piuttosto un variegato cespuglio evolutivo. L'esempio di H. sapiens rappresenta in questo senso un caso ancora più emblematico di EquusH. sapiens è solo l'ultimo rappresentante di una folta schiera di generi e specie assai diverse che hanno convissuto per milioni di anni fianco a fianco, nessuno dei quali è considerabile superiore al precedente in senso assoluto, né maggiormente perfetto (l'evoluzione non produce mai "perfezione", qualunque cosa significhi all'interno di un contesto ideologico). La presa di coscienza della nostra storia evolutiva conduce inevitabilmente ad un ripensamento del nostro ruolo nel mondo:
«Non c'è mai stata un' "ascesa dell'uomo", per quanto possiamo disperatamente desiderarla, così come non c'è mai stata una "discesa degenerativa dell'uomo" a partire da un nobile antenato. Non siamo che un tremolante ramoscello, ultimo vestigio di un più ricco albero genealogico. Stupidamente abbiamo interpretato questo nostro isolamento come se fossimo i veri trionfatori nell'implacabile battaglia della vita [...]. La storia ci racconta che non  siamo i discendenti né di un'antropomorfa che si è intenzionalmente impegnata per raggiungere i rami più elevati dello sviluppo cerebrale, né di una coppia divina creata per volere divino. Siamo piuttosto gli eredi di una rara intelligenza capace di sondare i delicati meccanismi della natura ma che teme ciò che vi può trovare. Non c'è alcuna ragione per avere timore. La vita è ancora più preziosa quando la sua unità e rarità sono riconosciute, e noi siamo tra le cose più preziose » (p. 264).
Conclude il volume un epilogo finale dall'atmosfera gouldiana, intitolato Time and Chance, incentrato sulla contingenza e sui vincoli la cui interazione ha modellato la storia della vita sulla Terra, irriducibile ad un modello te(le)ologico o ortogenetico.

Written in Stones costituisce una lettura affascinante e solidamente costruita, corredata da illustrazioni spesso inedite su carta stampata (oltre alle illustrazioni scientifiche tratte da riviste accademiche, tra gli autori presenti annoveriamo Mark Witton, Matt Celeskey dell'Hairy Museum of Natural History e Brett Booth). Nella recente bibliografia storiografica dedicata alla storia della paleontologia e della biologia evoluzionistica – esplosa con il bicentenario darwiniano del 2009 – Switek ha saputo ritagliarsi uno spazio proprio e affrontare un tema, per quanto già noto e trattato, con un piglio nuovo e con uno stile fresco.

[1]
Switek, Brian. (2010). Ancestor or Adapiform? Darwinius and the Search for Our Early Primate Ancestors. Evolution: Education and Outreach, 3 (3), 468-476 DOI: 10.1007/s12052-010-0261-x

[2]
Angielczyk, Kenneth D. (2009). Dimetrodon Is Not a Dinosaur: Using Tree Thinking to Understand the Ancient Relatives of Mammals and their Evolution. Evolution: Education and Outreach, 2 (2), 257-271 DOI: 10.1007/s12052-009-0117-4

mercoledì 28 agosto 2013

Myth and Geology: estratto da una recensione geomitologica


(c) 2007, The Geological Society, London 

ResearchBlogging.org
Risale al 2007 la pubblicazione del primo volume collettivo peer-reviewed dedicato alla geomitologia (per ulteriori informazioni sull'argomento cfr. il link qui indicato), Myth and Geology, curato da Luigi Piccardi, ricercatore presso l’Istituto di Geoscienze e Georisorse (CNR) di Firenze, e W. Bruce Masse del Los Alamos National Laboratory (New Mexico, USA), per conto della Geological Society di Londra. Si tratta di un volume molto ricco, che si compone di un testo introduttivo curato da Dorothy Vitaliano, da una precisa introduzione al tema e da altri ventitré contributi, i cui temi trattati coprono grosso modo tutti i continenti. Si spazia dai fenomeni geologici mediterranei, ai terremoti lungo le faglie tettoniche attive nell’area pacifica tra Giappone e America del Nord, all’attività vulcanica nel continente sudamericano, agli tsunami nell’area oceanica, ai massi erratici piemontesi, ai fossili di proboscidati siciliani e alla litologia dell’isola d’Elba. L’abbondanza del materiale presentato ci vieta di prendere in considerazione tutti gli aspetti meritevoli di approfondimento. Ci concentreremo pertanto su alcuni punti di  interesse generale proponendo alcune considerazioni generali tratte dal corposo secondo capitolo.

Il primo capitolo in esame porta la firma dei due curatori e di E. Wayland Barber e P.T. Barber, autori di un ambizioso testo pubblicato nel 2004 nel quale venivano elencati i principi cognitivi fondamentali grazie ai quali i miti si svilupperebbero e si conserverebbero [1]. Il capitolo propone una storia introduttiva essenziale dello studio accademico della religione, della mitologia e della nascita dei concetti geologici nell’ambito scientifico-occidentale. Viene innanzitutto proposta una griglia dei vari termini inerenti al tema trattato: le folk-tales, ossia storie fittizie non religiose e non storiche, la leggenda, cioè un racconto semi-storico preso per vero, dove vengono miscelati realismo e sovrannaturale (come nell’epica) e infine il mito, che contiene relazioni o resoconti culturali degli eventi più importanti che hanno avuto luogo nel passato remoto di una data cultura.
Nel corso del tempo i contenuti mitici vengono però sottoposti ad una distorsione sistematica, a causa della medesima struttura cognitiva che soggiace all’espressione del mito. In casi specifici questa struttura può essere risolta e ricostruita per giungere al substrato originario [2]. Una definizione preliminare di mito che viene avanzata nel capitolo è la seguente:
«il mito è un racconto articolato, derivato in generale dalla trasmissione orale, e tipicamente creato, o assemblato, e perpetuato da specialisti della conoscenza. Questi ultimi fanno uso di elementi e immagini sovrannaturali allo scopo di classificare e spiegare l’osservazione di fenomeni ed eventi naturali percepiti di vitale importanza, o di speciale rilevanza, per l’ordine sociale e il benessere di una data cultura» [3].
Per comprendere la mitologia nelle sue varie sfaccettature, che è una «funzione della trasmissione orale di dati cifrati linguisticamente» [4], è necessario fare riferimento ad una serie di discipline, ossia le scienze cognitive, l’antropologia, la psicologia evoluzionistica e la neuropsicologia. Ad ogni modo, il mito racchiude anche e soprattutto precetti fondamentali per l’esistenza, quando non addirittura cruciali per la sopravvivenza stessa del gruppo.
L’esempio proposto dagli autori è in tal senso illuminante: quando il devastante tsunami del 26 dicembre 2004 si abbatté nell’Oceano Indiano, alcuni organi di stampa riportarono che certe piccole popolazioni nelle isole Andamane erano sopravvissute grazie ad un mito tramandato di generazione in generazione. Questo mito riguardava “un’onda che mangia la gente” (in realtà, sette onde nel mito) causata dalla rabbia degli spiriti degli antenati e che poteva essere evitata raggiungendo immediatamente un’altura non appena si fosse osservato l’oceano ritirarsi velocemente dalla battigia [5]. Il mito locale può quindi preservare notizie utili in determinate occasioni osservate su una scala temporale molto lunga e codificate secondo stilemi accessibili solo attraverso la struttura integrale della cultura originaria [6]. Non sempre però è possibile risalire all’informazione originaria in forma integrale che ha animato all’origine un mito, a causa di una serie di princìpi che costituisce il nucleo del contributo e che ci limitiamo ad elencare con brevi descrizioni, omettendo le discussioni e gli esempi forniti nel testo:
  1. principio del silenzio: ciò che si ritiene che tutti conoscano viene dato per scontato e perciò o non viene spiegato nei dettagli o viene omesso [7];
  2. invenzione cinematografica: si possiedono solo alcuni fotogrammi e da questi si (ri)costruisce un’intera pellicola. Ci si concentra cioè sulla spiegazione del fenomeno osservato solo a “spezzoni” piuttosto che sul suo sviluppo integrale [8];
  3. principio di analogia: «se due entità o fenomeni recano alcune somiglianze in un qualche aspetto allora queste devono essere collegate tra loro» [9];
  4. fallacia argomentativa dell’affermazione del conseguente: dall’asserzione di un effetto si evince l’esistenza di una causa (ma non è detto che l’implicazione sia sempre vera se inversa: “se piove il prato è bagnato” è senz’altro vero, ma lo potrebbe essere anche con la rugiada dell’alba, se nella notte un vicino affluente ha esondato, o se qualcuno ha innaffiato il prato, ecc.) [10];
  5. principio dell’intenzionalità: si tratta di un punto fondamentale stabilito dalla ricerca delle scienze cognitive, che assume l’esistenza di una volontà, più o meno latente, dietro un avvenimento indipendente ed esterno all’attività umana. In sostanza, poiché gli uomini agiscono volontariamente sulle cose, se qualcosa succede in natura deve essere stata voluta [11];
  6. principio di affinità o di parentela: «poiché i familiari si somigliano l’un l’altro, i fenomeni che si somigliano devono essere imparentati» [12];
  7. principio degli aspetti multipli: «un fenomeno può essere spiegato miticamente tante volte quanti sono gli aspetti differenti e significativi che lo compongono» [13];
  8. principio dell’angolo di ripresa: diretta conseguenza del precedente, in quanto per comprendere di che cosa tratta una storia bisogna osservare la situazione da uno o più punti di vista particolari [14];
  9. principio dell’attrazione: una volta che le storie riguardanti qualcosa o qualcuno raggiungono una massa critica sufficiente, quella particolare cosa o persona attrarrà altre storie, tramite qualsiasi punto di somiglianza significativa, per quanto vago possa essere (i punti di attrazione includono il medesimo tipo di evento, di luogo, di nome, di carica ricoperta [come i faraoni nella Bibbia, che tendono tutti ad essere riassunti in un’unica figura], ecc.) [15];
  10. principio della prospettiva: man mano che ci si allontana da un evento, la nostra prospettiva si schiaccia e non è più possibile distinguere cronologicamente in modo agevole gli eventi che hanno avuto luogo prima da quelli che sono successi più tardi (ad un certo punto tutto tende ad essere sussunto sotto l’etichetta “a quei tempi…”) [16];
  11. principio della foto istantanea: «talvolta la narrazione del mito viene creata durante o immediatamente dopo l’osservazione di un importante evento naturale» [17];
  12. principio della competenza: i miti sono stati probabilmente creati (e allo stesso tempo perpetuati) da esperti qualifi cati, professionali e capaci [18];
  13. principio della rappresentazione: la trasmissione del mito non si limita ad una comunicazione orale, ma viene condotta e guidata all’interno di una performance; la trama del mito viene sistematicamente recitata durante determinati rituali facendo appello ad una vasta gamma di mezzi espressivi, volti a rafforzare il messaggio negli spettatori per mezzo di accorgimenti mnemonici [19];
  14. principio di ridondanza: «aspetti chiave delle trame mitiche sono spesso ripetuti più volte per rafforzare l’importanza di una data parte della storia e la capacità degli spettatori di ricordarli» [20].
Come aveva già segnalato lo storico Jan Vansina, uno dei metodi per uscire dall’impasse cognitivo sarebbe quello di ancorare i dati mitici, nei casi ove ciò fosse possibile, alle conoscenze astronomiche e geologiche delle zone in questione [21]. Ad ogni modo, questi princìpi sono applicabili ovunque e in ogni caso? Come ammettono gli autori, la risposta non è così facile come potrebbe sembrare a prima vista. Essa può essere affermativa, perché questi criteri sono riferibili a numerose zone del globo le cui culture sono molto differenti tra loro, e possono aiutare a comprendere alcuni dei principali meccanismi che hanno agito nel passato. Eppure si potrebbe anche rispondere negativamente, perché esistono differenti modalità di trasmissione che agiscono contemporaneamente nel corso delle generazioni. Un conto è la trasmissione culturale verticale, a base familiare, di determinate popolazioni la cui religione è etichettabile come sciamanica (ammesso che lo siano sempre state in un determinato luogo), un altro sono le elaborazioni sociali orizzontali che si intrecciano e si rifrangono in una focalizzazione esterna multipla nella quale coesistono molti punti di vista. Come riconoscono gli autori, esistono oggettive difficoltà in determinati contesti, responsabili «almeno parzialmente della
mancata comprensione da parte della scienza occidentale dei fondamenti storici delle osservazioni raccolte e raccontate nel mito» [22]. Ad ogni modo gli autori ritengono anche che «gli antropologi, i folkloristi e altri studiosi del mito non abbiano esaminato con attenzione questo problema e che possono aver fatto confusione tra queste distinte tipologie di trasmissione mitica» [23] .
Un passaggio tratto da un articolo di Robert Segal, che riportiamo in parte di seguito, introduce la sezione conclusiva del testo:
«[…] la principale sfida moderna al mito, comunque, è giunta dalle scienze naturali, le quali fanno benissimo ciò che il mito si riteneva facesse: spiegare le origini e il funzionamento del mondo fisico […]. Accettare la spiegazione scientifica del mondo equivale a rendere quella mitica sia superflua che apertamente falsa – superflua perché resa antiquata dalla spiegazione scientifica, falsa perché incompatibile con quella scientifica» [24].
La risposta articolata dagli autori elude in parte la dicotomia delineata da Segal, poiché il mito rappresenterebbe in primo luogo «la sorprendente opportunità di ricavare dalla documentazione storica e culturale di molte regioni un punto di vista straordinario sull’impatto di eventi e processi geologici e astronomici nel corso dei millenni passati» [25]. In conclusione, sono due i fattori positivi fondamentali che si impongono a seguito dello studio della geomitologia. Innanzitutto, i miti gettano luce su aspetti cognitivi, storici, sociali e letterari del pensiero umano, sui quali è necessario insistere maggiormente: ammesso e non concesso che il mito abbia rappresentato un vantaggio competitivo per certi gruppi culturali, per organizzare la propria esistenza rispetto ad altri gruppi, è compito delle scienze cognitive e di altre discipline scientifiche indagare il guadagno sociale, ossia i vantaggi psicologici, la riduzione della tensione emotiva o mentale, la migliore organizzazione riguardo una più complessa articolazione sociale, ecc. [26]. In secondo luogo, l’analisi dei fenomeni geologici codificati nel mito in zone scarsamente studiate dal punto di vista geologico, o nelle altre zone dove la documentazione scientifica in merito non può risalire oltre un certo limite cronologico, può aiutare a comprendere meglio e a prevenire i rischi geofisici di specifiche regioni.

[Estratto e modificato dall'art. dell'autore intitolato Tempi profondi. Geomitologia, storia della natura e studio della religione, in SMSR 79 (1/2013) 152-214]

[1]  Wayland Barber, E. & P.T. Barber, When They Severed Earth From Sky: How the Human Mind Shapes Myth, Princeton University Press, Princeton - Oxford 20062 (20041).
[2] Masse, Wayland Barber, Piccardi & Barber, Exploring the Nature of Myth and Its Role in Science, in Piccardi -
Masse (eds.), Myth and Geology, cit., pp. 9-28: 10.
[3] Ibi, p. 17
[4] Ibi, p. 18.
[5] Ibidem.
[6] Ibi, p. 19.
[7] Ibi, p. 18.
[8] Ibi, p. 19.
[9] Ibidem.
[10] Ibi, p. 20.
[11] Ibidem.
[12] Ibidem.
[13] Ibidem.
[14] Ibidem.
[15] Ibi, p. 21.
[16] Ibi, p. 22.
[17] Ibi, p. 23.
[18] Ibi, p. 24.
[19] Ibidem.
[20] Ibi, p. 25.
[21] Cfr. J. Vansina, Oral Tradition: A Study in Historical Methodology, Aldine Transaction. A Division of Transaction Publishers, Rutgers - The State University, New York 2006 (19611); Id., Oral Tradition As History, University of Wisconsin Press, Madison 1985.
[22] Masse et al., Exploring the Nature of Myth and Its Role in Science, cit., p. 25.
[23] Ibidem.
[24] Ibidem. Cit. tratta da R.A. Segal, Does Myth Have a Future?, in Patton L.L. & W. Doniger (eds.), Myth and Method, The University Press of Virginia, Charlottesville 1996, pp. 82-106: 82.
[25] Masse et al., Exploring the Nature of Myth and Its Role in Science, cit., p. 25.
[26] Ibi, p. 26.

Art. indicizzato in Research Blogging: W. Bruce Masse, Elizabeth Wayland Barber, Luigi Piccardi, & Paul T. Barber (2007). Exploring the nature of myth and its role in science Piccardi, L. & W.B. Masse. (eds.). Myth and Geology, (Geological Society Special Publication 273). London: The Geological Society., 9-28 DOI: 10.1144/GSL.SP.2007.273.01.02

venerdì 16 agosto 2013

Che cos'è la geomitologia? Breve storia bibliografica di una disciplina al femminile

Come ha scritto Paolo Rossi (1923-2012), «La natura stessa ha una storia e le “conchiglie” sono alcuni fra i documenti di questa storia» [1]. Immagine: Becks, da Wikipedia.
«Sebbene afflitta durante tutta la sua carriera da reumatismo cardiaco, Helen [Duncan] intraprese un'esplorazione sulle [Montagne] Rocciose e nel Bacino Grande, e avendo trovato (quando si sedette per fare una pausa che era per lei assolutamente indispensabile) dei fossili diagnostici in una formazione fino ad allora considerata priva di fossili, dimostrò senza alcun dubbio quanto folle sia mettere fretta a un paleontologo» [2].
ResearchBlogging.org
Il caso appena ricordato della geologa Helen Duncan (1910-1971) è stato recuperato nel 2009 da Pieranna Garavaso per introdurre i problemi di genere implicitamente o esplicitamente causati dalla limitata partecipazione femminile alle ricerca scientifica del Novecento. Duncan, ad esempio, era riuscita a «fare scoperte là dove altri non hanno visto nulla» [3]. In quale modo? Individuando un pattern scientificamente rilevante là dove gli altri studiosi non avevano rilevato nulla, ribaltando (faticosamente, dato il ritmo del fieldwork) la marginalità epistemica cui glass ceiling e androcentrismo avevano relegato le studiose. Senza entrare nel merito delle argomentazioni offerte da Garavaso, il quadro generale illumina, se ancora ce ne fosse bisogno, quanto sia stato dannoso e limitante per la conoscenza scientifica, nonché per le carriere individuali e per la società intera, l'esclusivo sistema di controllo accademico-epistemologico modellato dalla competizione maschile (escludendo la partecipazione femminile) e limitato dalla scarsa propensione all'interdisciplinarità. Un esempio forse ancora più significativo viene fornito dalla storia della disciplina nota come geomitologia, ossia lo studio delle conoscenze geologiche presenti nelle tradizioni orali, classiche e folkloriche.


Ora, per rispondere alla domanda che assolve alla funzione di titolo del post è necessario innanzitutto sgombrare il campo dagli equivoci: "che cosa non è la geomitologia" diventa il primo argomento da chiarire. Questa disciplina, infatti, non deve essere confusa con l’uso indipendente e prettamente geografico di questa etichetta per indicare contenuti mitici storicamente falsi o scientificamente falsificati ossia, nelle parole dello scrittore e studioso di letteratura fantastica Lyon Sprague de Camp (1907-2000),
«[…] le deliberate millanterie e menzogne degli eroi al ritorno dai viaggi d’esplorazione, le leggende orripilanti diffuse allo scopo di aumentare il valore delle mercanzie, le difficoltà di descrizione e traduzione, tutto ciò contribuì, nel corso dei secoli, a dare vita a una serie di mondi semi-mitici, situati nelle terre incognite che s’estendevano al di là dell’orizzonte, in una fascia che circondava il mondo conosciuto» [4].
La branca disciplinare che qui ci interessa viene invece anticipata in modo discontinuo da alcune felici intuizioni già tra fine Ottocento e primo Novecento [5], ma nasce ufficialmente solo alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso. Tornata in auge in tempi recenti, la geomitologia sta vivendo oggi il periodo di sua massima affermazione interdisciplinare. Un riepilogo da un punto di vista biobibliografico può forse contribuire a chiarire ambiti di indagine e prodotti della ricerca geomitologica.
Due personalità sono fondamentali nella storia della disciplina. La più importante è senza dubbio la geologa Dorothy Vitaliano (1916-2008), che rende pubblica la sua idea per la nuova disciplina durante un convegno di geologia tenuto presso la Indiana University l’otto maggio del 1967 (il testo viene pubblicato in forma riveduta l’anno successivo). Il termine indica l’applicazione in campo geologico dell’evemerismo allo scopo di identificare i reali eventi geologici alla base di determinati miti o leggende a prescindere dalla loro origine (sia essa moderna, folklorica, storico-mitologica, religiosa, ecc.) [6]. Nel 1973 Vitaliano pubblica il libro Legends of the Earth: Their Geologic Origins che sancisce la nascita ufficiale del nuovo indirizzo di studio. La geomitologia si inserisce quindi in una serie di materie prettamente interdisciplinari, tra cui geochimica, geofisica, geomorfologia, geoidrologia, geocronologia e geopolitica,
«coinvolge[ndo] geologia, storia, archeologia e folklore – in altre parole le scienze naturali, le scienze sociali e le discipline umanistiche. Perciò la geomitologia rappresenta senza dubbio la scienza della Terra maggiormente interdisciplinare tra tutte quelle elencate» [7].
Per una trentina d’anni il discorso accademico intorno alla geomitologia non registra contributi significativi, forse anche a causa del potenziale fraintendimento che si celerebbe nei temi trattati inizialmente dalla disciplina, considerati meramente letterari o addirittura esotericamente pseudoreligiosi, come l’identificazione di Atlantide nel Mar Egeo in connessione con un’eruzione vulcanica avvenuta a Santorini durante l’età del bronzo [8].

Il rilancio della disciplina avviene nel 2000 ad opera della classicista, foklorista e storica della scienza Adrienne Mayor (Stanford University) che con il suo The First Fossil Hunters: Paleontology in Greek and Roman Times corona un lavoro cominciato all’inizio degli anni Novanta. Rispetto all’originaria proposta di Vitaliano, maggiormente incentrata sugli eventi geologici e sui disastri naturali, il testo di Mayor sposta l’accento sui resti fossili e sulle dinamiche interpretative che hanno portato la cultura greco-romana e altre civiltà del mondo antico (figurano nel testo citato quella scitica e quella indiana) ad una comprensione del tempo profondo, all’interpretazione e ricostruzione dei resti fossili e ai processi geologici che hanno permesso la conservazione dei reperti [9]. Cinque anni più tardi Mayor dà alle stampe un volume volto allo studio dei sistemi di comprensione prescientifica della storia naturale nel mondo culturale nativo americano, e all’esame del ruolo e dell’uso dei fossili nelle cosmologie e nelle pratiche rituali delle religioni native del continente americano [10]. Nello stesso anno la studiosa sintetizza così l’ambito di studio della disciplina: la geomitologia è
«lo studio delle tradizioni orali eziologiche create dalle culture pre-scientifiche per spiegare – in metafore poetiche e attraverso il linguaggio immaginifico della mitologia – fenomeni geologici quali vulcani, terremoti, esondazioni, fossili e altre caratteristiche naturali dell’ambiente» [11]. 
Autrice di moltissimi articoli sull’argomento, Mayor ha dimostrato efficacemente come la figura mitologica del grifone fosse modellata sui resti fossili del dinosauro Protoceratops andrewsi, assai comuni nel territorio centro-asiatico [12], ha riproposto interpretazioni geomitologiche (ossia, basate sull’interpretazione di fossili) per i giganti dell’antichità classica e per le faune descritte nelle mitologie antiche [13], si è occupata del folklore religioso sorto intorno alle icnofaune fossili (le impronte fossili di animali estinti)  [14], ha stilato repertori ed analisi delle informazioni codificate nella religione e nel folklore locale nella civiltà classica greco-romana [15], e ha esaminato la radicale cancellazione delle conoscenze geologiche e paleontologiche dei Nativi americani da parte dei coloni europei, in un’epoca durante la quale gli stessi europei mettevano in dubbio con maggiore frequenza le spiegazioni naturalistiche bibliche (e con altrettanta forza uguale e contraria tentavano di mantenere lo status quo della teologia naturale) [16]. Un altro aspetto che Mayor ha indagato è legato all’uso delle conoscenze prescientifiche a scopi mantici o bellici nel mondo antico e moderno [17], filone nel quale può trovare posto l’ultima ricerca su Mitridate Eupatore, intitolata Il re veleno, che rappresenta anche il suo debutto nel panorama editoriale italiano [18].

Nel 2011 la stessa Mayor ha fornito una eccellente disamina aggiornata della ricerca in campo geomitologico nel decennio 2000-2010, proponendo una rassegna ragionata nella prefazione della nuova edizione di The First Fossil Hunters [19]. Nel primo decennio del nuovo millennio vedono la luce molti interessanti studi che contribuiscono ad allargare la gamma di possibilità offerte dalla disciplina. Tra questi ci limitiamo a ricordare alcuni risultati particolarmente rilevanti. Andrea Baucon ha illuminato la nascita del pensiero occidentale moderno in merito al rapporto tra tempo profondo e fossili, occupandosi di Ulisse Aldrovandi e Leonardo da Vinci, precursori del pensiero paleontologico e acuti interpreti della nascente icnologia, ossia lo studio delle tracce fossili lasciate da organismi viventi o estinti [20]. Alexandra van der Geer e Michael Dermitzakis hanno delineato una sintetica storia dell’uso dei fossili nelle culture folkloriche e religiose a scopi medico-curativi (un tema che già Mayor aveva tracciato nel suo Fossil Legends of the First American); gli stessi autori, insieme a John de Vos, hanno dimostrato che le guerre epiche narrate nel poema indiano Mahâbhârata hanno probabilmente avuto origine dall'osservazione dei sedimenti plio-pleistocenici della catena montuosa sub-himalayana del Siwalik, ricchissimi di fossili di mammiferi e di manufatti umani provenienti da livelli più recenti [21]. Un gruppo di ricerca, che contava tra i membri Mayor, ha recentemente illustrato la storia dettagliata del folklore cinese, talvolta ancora vivo al giorno d’oggi, sorto intorno alle impronte fossili di dinosauri [22]. Ancora, un interessante volume italiano nel quale una leggenda medievale trentina relativa alla presenza di un basilisco viene legata alla probabile interpretazione folklorica locale delle impronte di dinosauri e arcosauri triassici [23]. Da ultimo, segnaliamo la recente e imponente "storia delle idee nell'icnologia" condotta un team internazionale, tra le cui file si annovera la presenza di Andrea Baucon e di Adrienne Mayor, pubblicata nel 2012 [24].

[1]  Paolo Rossi, I segni del tempo. Storia della Terra e storia delle nazioni da Hooke a Vico, Feltrinelli, Milano 2003, p. 23 (1979 1a ed.).
[2] R.H. Fowler e J.M. Beardan, Memorial to Helen Duncan 1910-1971, GSA Memorials, 5 , 1977, cit. in M.W. Rossiter, Women Scientists in America: Before Affirmative Action 1940-1972, John Hopkins University Press, Baltimore 1995, p. 491 nota n. 36 (trad. da Pieranna Garavaso, Scienza, in Nicla Vassallo, Donna m'apparve, Codice edizioni, Torino 2009, pp. 117-130; p. 127)
[3] P. Garavaso, Scienza, cit., p. 127.
[4] Cfr. L. Sprague de Camp, Geomythology, in «Nature» 362, 6421 (15 April 1993), pp. 665-666, ove si fa riferimento a Id. - W. Ley, Le terre leggendarie, Bompiani, Milano 1962 (ed. or. Lands Beyond, Rinehart & Company, New York 1954), da cui la cit. (ivi, p. 7).
[5] Cfr. ad es. B. Kendall Emerson, Geological Myths, in «Science» 4,89 (September, 11, 1896), pp. 328-344; E.M. Kindle, American Indian Fossil Discoveries of Vertebrate Fossils, in «Journal of Paleontology» 9,5 (1935), pp. 449-452. Per approfondimenti storiografici cfr. Mayor, The First Fossil Hunters: Paleontology in Greek and Roman Times, Princeton University Press, Princeton - Oxford 2000; Ead., Fossil Legends of the First Americans, Princeton University Press, Princeton - Oxford 2005.
[6] D. Vitaliano, Geomythology: The Impact of Geologic Events on History and Legend, With Special Reference To Atlantis, in «Journal of the Folklore Institute (Indiana University)» 5 (1968), pp. 5-30.
[7] Ead., Legends of the Earth: Their Geologic Origins, Indiana University Press,Bloomington - London, 1973, p. 3.
[8] C. Clendenon, Hydromythology and the Ancient Greek World: An Earth Science Perspective Emphasizing Karst Hydrology, Fineline Science Press, Lansing 2009, p. 7.
[9] Mayor, The First Fossil Hunters, cit.
[10] Ead., Fossil Legends of the First Americans, cit.
[11] Ead., Geomythology, in R.C. Selley - L.R.M. Cocks - I.R. Plimer (eds.), Encyclopedia of Geology, vol. III, Elsevier Academic Press, Oxford 2005, pp. 96-100: 96.
[12] Ead., Griffin Bones: Ancient Folklore and Paleontology, in «Cryptozoology» 10 (1991), pp. 16-41; Ead. - M. Heaney, Griffins and Arimaspeans, in «Folklore» 104, 1-2 (1993), pp. 40-66. Uno dei primi resoconti della proposta di Mayor nell’ambito storico-religioso e antropologico italiano è reperibile in C. Deaglio, Considerazioni su alcune raffigurazioni di animali presso antiche civiltà: realtà o fantasia?, in A. Bongioanni - E. Comba (eds.), Bestie o dei? L’animale nel simbolismo religioso, Ananke, Torino 1996, pp. 201-215.
[13] Cfr. ad es., oltre ai suoi due volumi dedicati all’argomento, A. Mayor, The ‘Monster of Troy’ Vase: The Earliest Artistic Record of a Vertebrate Fossil Discovery?, in «Oxford Journal of Archaeology» 19 (2000), pp. 57-63.
[14] A. Mayor. - W.A.S. Sarjeant, The Folklore of Footprints in Stone: From Classical Antiquity to Present, in «Ichnos» 8,2 (2001), pp. 143-163.
[15] A. Mayor, Bibliography of Classical Folklore Scholarship: Myths, Legends, and Popular Beliefs of Ancient Greece and Rome, in «Folklore» 111 (2000), pp. 123-183; Ead. - N. Solounias, Ancient References to the Fossils in the Land of Pythagoras, in «Earth Sciences History» 23,2 (2004), pp. 183-196.
[16] Ead., Suppression of Indigenous Fossil Knowledge: From Claverack, New York, 1705, to Agate Springs, Nebraska, 2005, in R.R. Proctor - L. Schiebinger (eds.), Agnotology: The Making and Unmaking of Ignorance, Stanford University Press, Stanford 2008, pp. 163-182.
[17] Ead., Mad Honey!, in «Archaeology» (November-December 1995), pp. 32-40; Ead., The Nessus Shirt in the New World: Smallpox Blankets in History and Legend, in «The Journal of American Folklore» 108, 427 (1995), pp. 54-77; M. Maskiell - A. Mayor, Killer Khilats, Part 1: Legends of Poisoned Robes of Honour in India, in «Folklore» 112 (2001), pp. 23-45; Eaed., Killer Khilats, Part 2: Imperial Collecting of Poison Dress Legends in India, in «Folklore» 112 (2001), pp. 163-182; Eaed., Early Modern Legends of Poison Khil’ats in India, in S. Gordon (ed.), Robes of Honour: Khil’at in Pre-Colonial and Colonial India, Oxford University Press, New Delhi-Oxford-New York 2003, pp. 95-124; A. Mayor, Ancient Warfare and Toxicology, in P. Wexler (ed.), Encyclopedia of Toxicology, Elsevier, Oxford, 20052, pp. 117-121; Ead., Greek Fire, Poison Arrows & Scorpion Bombs: Biological and Chemical Warfare in the Ancient World, Overlook Press, New York 2008 (2003, 1a ed.).
[18] Ead., Il re veleno. Vita e leggenda di Mitridate, acerrimo nemico di Roma, Einaudi, Torino 2010 (ed. or. The Poison King: The Life and Legend of Mithradates the Great, Rome’s Deadliest Enemy, Princeton University Press, Princeton-Oxford 2010).
[19] Ead., The First Fossil Hunters: Dinosaurs, Mammoths, and Myth in Greek and Roman Times. With a New Introduction by the Author, Princeton University Press, Princeton - Oxford 20112. Cfr. in part. Introduction to the 2011 Edition, pp. XIII-XXIII.
[20] A. Baucon, Italy, the Cradle of Ichnology: The Legacy of Aldrovandi and Leonardo, in «Studi Trentini di Scienze Naturali. Acta Geologica» 83 (2008), pp. 15-29; Id., Ulisse Aldrovandi (1522-1605): The Study of Trace Fossils During the Renaissance, in «Ichnos» 16 (2009), pp. 245-256; Id., Leonardo da Vinci, the Founding Father of Ichnology, in «Palaios» 25 (2010), pp. 361-367.
[21] A. van der Geer - M. Dermitzakis, Fossil Medicines From “Snake Eggs” to “Saint’s Bones”; An Overview, in «Calicut Medical Journal» 6,1 (2008), e8. A. van der Geer - M. Dermitzakis - J. De Vos. Fossil Folklore from India: The Siwalik Hills and the Mahâbhârata, in «Folklore» 119,1 (2008), pp. 71-92.
[22] L. Xing et al., The Folklore of Dinosaur Trackways in China: Impact on Paleontology, in «Ichnos» 18,4 (2011), pp. 213-220.
[23] M. Avanzini et al., Le orme dei dinosauri del Castello di San Gottardo a Mezzocorona con cenni alla storia del castello (Collana «La vicinia», 7), Comune di Mezzocorona - Museo Tridentino di Scienze Naturali, Mori 2010.
[24] A. Baucon et al., A History of Ideas in Ichnology, in Knaust, D. & R.G. Bromle (2012). Trace Fossils as Indicators of Sedimentary Environments, Elsevier, Amsterdam-London, pp. 3-43.

[Estratto e modificato dall'art. dell'autore intitolato Tempi profondi. Geomitologia, storia della natura e studio della religione, in SMSR 79 (1/2013) 152-214; ulteriormente modificato il 18 novembre 2014]



Artt. indicizzati in Research Blogging:
de Camp, L. Sprague (1993). Geomythology. Nature, 362 (6421), 665-666 DOI: 10.1038/362665a0 Vitaliano, Dorothy (1968). Geomythology: The Impact of Geologic Events on History and Legend, With Special Reference To Atlantis. Journal of the Folklore Institute (Indiana University) (5), 5-30 DOI: 10.2307/3813842 Mayor, Adrienne (2005). Geomythology. R.C. Selley - L.R.M. Cocks - I.R. Plimer (eds.), Encyclopedia of Geology. Oxford: Elsevier Academic Press, III, 96-100 DOI: 10.1016/B0-12-369396-9/00366-X Mayor, A.- Heaney, M. (1993). Griffins and Arimaspeans. Folklore, 104 (1-2), 40-66 DOI: 10.1080/0015587X.1993.9715853 Mayor, A. (2000). The ‘Monster of Troy’ Vase: The Earliest Artistic Record of a Vertbrate Fossil Discovery? Oxford Journal of Archaeology, 19 (1), 57-63 DOI: 10.1111/1468-0092.00099 Mayor, A. - Sarjeant, W.A.S. (2001). The folklore of footprints in stone: From classical antiquity to the present. Ichnos: An International Journal for Plant and Animal Traces, 8 (2) DOI: 10.1080/10420940109380182 Mayor, A. (2000). Bibliography of Classical Folklore Scholarship: Myths, Legends, and Popular Beliefs of Ancient Greece and Rome. Folklore, 111 (1), 123-138 DOI: 10.1080/001558700360924 Mayor, A. (1995). The Nessus Shirt in the New World: Smallpox Blankets in History and Legend. The Journal of American Folklore, 108 (427), 54-77 DOI: 10.2307/541734 Maskiell, M. - Mayor, A. (2001). Killer Khilats, Part 1: Legends of Poisoned "Robes of Honour" in India. Folklore, 112 (1), 23-45 DOI: 10.1080/00155870120037920 Maskiell, M. - Mayor, A. (2001). Killer Khilats, Part 2: Imperial Collecting of Poison Dress Legends in India. Folklore, 112 (2), 163-182 DOI: 10.1080/00155870120082218 Mayor, A. (2005). Ancient Warfare and Toxicology. Wexler, P. (ed.). Encyclopedia of Toxicology. Oxford: Elsevier, 117-121 DOI: 10.1016/B0-12-369400-0/10012-2 Baucon, A. (2009). Ulisse Aldrovandi (1522–1605): The Study of Trace Fossils During the Renaissance. Ichnos: An International Journal for Plant and Animal Traces, 16 (4), 245-256 DOI: 10.1080/10420940902953205 Baucon, A. (2010). Leonardo da Vinci, the Founding Father of Ichnology. Palaios, 25 (6), 361-367 DOI: 10.2110/palo.2009.p09-049r van der Geer, A. - Dermitzakis, M. - de Vos, J. (2008). Fossil Folklore from India: The Siwalik Hills and the Mahâbhârata. Folklore, 119 (1), 71-92 DOI: 10.1080/00155870701806225 Xing, L., et al. (2011). The Folklore of Dinosaur Trackways in China: Impact on Paleontology. Ichnos: An International Journal for Plant and Animal Traces, 18 (4), 213-220 DOI: 10.1080/10420940.2011.634038 Baucon, A., et al. (2012). A History of Ideas in Ichnology. Knaust, D. & R.G. Bromle. Trace Fossils as Indicators of Sedimentary Environments, Amsterdam-London: Elsevier, 3-43 DOI: 10.1016/B978-0-444-53813-0.00001-0 Emerson, B.K. (1896). Geological Myths. Science, 4 (89), 328-344 DOI: 10.1126/science.4.89.328

venerdì 9 agosto 2013

Cospirazioni globali? No, grazie (fino a razionale prova contraria). Ancora su un sito antiscientista e antidarwinista

La classica sequenza dell'evoluzione del clade Equidae, presso il Museo di Storia Naturale di Firenze 2013 _ CC BY-NC-ND 3.0 [riproduzione concessa senza fini di lucro solo previo consensuale e cortese accordo con l'autore]. Per quanto si possa scientificamente discutere di tempo e di modo dell'evoluzione (come si è fatto per il caso degli Equidae), questa è un fatto, completamente svincolato dalle varie ideologie te(le)ologiche e/o ortogenetico-reazionarie che vorrebbero (s)piegare l'evoluzione dogmaticamente.
(Poco) tempo fa ho scritto un post preliminare intitolato Darwin Day 2013: sterili polemiche antievoluzioniste come commento alle iniziative di un sito tristemente ricolmo di pensieri antiscientifici e antidarwiniani (che evito di citare allo scopo di non fornire pubblicità gratuita; rimando piuttosto a www.pikaia.eu). Auspicavo allora un'operazione decostruzionista volta a smascherarne le latenti posizioni ideologiche, criptopolitiche e criptoreligiose che animavano (e animano) un tripudio insulso di ridicola conoscenza (pseudo)scientifica (ingiustificabile e intollerabile da parte di chi dovrebbe insegnare materie scientifiche nelle scuole paritarie, riconosciute dallo stato come equivalenti rispetto all'insegnamento pubblico).
Reputo che tale operazione sia ora diventata inutile: la maschera di "rispettabilità della critica scientifica" (utile solo per abbindolare il grande pubblico scevro di conoscenze disciplinari approfondite) è stata divelta dal palesarsi di bizzarre ideologie fantapolitiche e pro-reazionarie (ossia di allineamento ai vetusti dogmi religiosi in merito a materie morali, sociali e personali).

E' ora evidente il richiamo paranoico ad una rete invisibile di significati simbolici nascosti nella politica e nella società, tipica di chi risponde prontamente all'HADD (Hypersensitive Agency Detection Device). Data la propensione a creare falsi positivi riguardo all’attribuzione dell’intenzionalità di agenti intenzionali intorno a noi, questo meccanismo cognitivo non farebbe differenza nel valutare le prove a carico dell’esistenza di agenti sovrannaturali, nell’attribuire volontà ad un computer in panne o al rumore del vento tra gli alberi. La combinazione di tale meccanismo con la cosiddetta patternicity, ossia la tendenza a reperire strutture di significato in un contesto che può anche essere casuale, produce lo scivolamento in tendenze cognitivamente naturali ma solitamente del tutto fallaci.
In tale ottica, la costruzione/"scoperta" di cospirazioni nascoste ai più (ma evidentemente ovvie all'occhio paranoide di chi collega fatti sociali altrimenti slegati) diventa affrontabile solamente impugnando un dogma (religioso e/o politico) la cui forza è direttamente proporzionale alla sua inconsistenza. Il bias di conferma opporrà poi una strenua, quanto vana, resistenza all'ascolto di voci razionali. Nel caso in questione, se la paventata cospirazione è "tecnocratica", "scientista-darwinista[spenceriana]-razzista" e "immoralmente disumana" (!), la risposta dovrà essere "popolare", "religiosa-reazionaria" e "moralmente umana", in accordo con un Eden teocratico vagheggiato e ricondotto in un passato ideale, che corrisponde teleologicamente ed escatologicamente ad un futuro idealizzato da "recuperare".
Ammesso e non concesso che lo 0,001% di quanto colà esposto si possa rivelare veritiero (dacché non si può sempre escludere a priori che la cospirazione ipoteticamente proposta sia vera, come sono stati reali svariati complotti e congiure politiche), la (ignominiosa) sicumera che traspare dal caso in questione rende facilissima una sua classificazione all'interno del decalogo ideato da Michael Shermer ed esposto nel suo The Believing Brain (2012: 246 ss.). Questa lista è stata proposta per elencare le caratteristiche secondo le quali una tesi cospirazionista pan-globale (sia condotta da potenti macchinazioni tecnocratiche, alieni, gruppi politici occulti, ecc. ecc.) nel suo complesso è quasi certamente falsa:

  1. viene ignorato un pattern alternativo più plausibile;
  2. gli agenti che stanno dietro all'ipotetica cospirazione possiedono poteri decisionali e di azione quasi sovraumani, usati allo scopo di agire a livelli globali in modo quasi infallibile;
  3. la complessità della cospirazioni richiede il coinvolgimento di molteplici agenti: maggiore il numero di agenti coinvolti, minore il livello di veridicità;
  4. l'elevatissimo numero di persone coinvolte non può corrispondere al segreto esoterico rispetto alla pubblica opinione spesso invocato dai cospirazionisti;
  5. più la cospirazione viene ingigantita a livello globale, minori sono le possibilità fattuali di realizzazione;
  6. più vengono coinvolti nella spiegazione eventi minimi ed estranei allo scopo di inserirli forzatamente in uno schema mondiale, minori sono le possibilità che la tesi corrisponda alla realtà dei fatti;
  7. più si attribuiscono significati sinistri e portentosi a fatti altrimenti innocui o insignificanti, maggiori diventano le possibilità che la tesi sia costruita ad arte;
  8. la miscela inestricabile di fatti/dati e interpretazioni, senza attribuire ad alcuna di esse gradi di probabilità o di discussione razionale, depone a favore della costruzione artefatta;
  9. l'ostilità anche violenta nei confronti delle azioni dei governi nazionali o delle organizzazioni private (sovranazionali) indica l'incapacità di distinguere tra cospirazioni reali (ad es., il Watergate) e fasulle da parte di coloro i quali propongono tali tesi;
  10. la difesa ad oltranza della cospirazione (immaginaria) di fronte alle evidenze contrarie, così come la ricerca smodata di fatti che si confanno esclusivamente all'idea pregiudiziale già assunta in partenza (senza mai valutare le prove contrarie), dimostrano infine l'immaginazione all'opera del cospirazionista.
Ritengo quindi che ulteriori post non siano né necessari né desiderabili a questo punto, onde evitare inutili e forzosi dibattiti dogmatici. La conclusione è che nessun confronto potrà sperare di modificare tale forma mentis (a meno che non si decida personalmente di ovviare ristudiando da capo un po' di filosofia della scienza e di biologia evoluzionistica, tanto per cominciare), né tantomeno potrà incidere significativamente sui pregiudizi razionalmente ingiustificabili di chi ritiene possibili tali ingenue attribuzioni di significato a pattern casuali non riconducibili all'intenzionalità degli agenti invocati.
Infine, il fatto che tutto ciò sia presente in un sito diretto da chi ha il compito di insegnare materie scientifiche fa assumere all'evento una portata ancora più grottesca e scontertante. In coda, mi limito a segnalare la pericolosità di tali posizioni ricordando le pagine sinteticamente magistrali dedicate al triste padre di tutti i "complotti" contemporanei (quello fabbricato, diffuso ad hoc e cucito addosso ai cittadini europei di origine o religione ebraica), presentate in Luzzatto Voghera 1994 e Shermer e Grobman 2002.

Refs.

Luzzatto Voghera, Gadi. 1994
L'antisemitismo. Domande e risposte, Feltrinelli, Milano.

Shermer, Michael e Alex Grobman. 2002
Negare la storia. L’olocausto non è mai avvenuto: chi lo dice e perché, Editori Riuniti, Roma (ed. orig. Denying History: Who Says the Holocaust Never Happened and Why Do They Say So?, University of California Press, Berkeley-Los Angeles-London 2000).

Shermer, Michael. 2012
The Believing Brain: From Spiritual Faiths to Political Convinctions. How We Construct Beliefs and Reinforce Them as Truths, Robinson, London (ed. orig. The Believing Brain: From Ghosts and Gods to Politics and Conspiracies. How We Construct Beliefs and Reinforce Them as Truths, Times Books - Henry Holt, New York 2011).

[NOTA: post scritto originariamente domenica 3 marzo 2013]

giovedì 8 agosto 2013

Darwin Day 2013: sterili polemiche antievoluzioniste

Charles Darwin @ NHM London 2012 _ CC BY-NC-ND 3.0 [riproduzione concessa senza fini di lucro solo previo consensuale e cortese accordo con l'autore]
So bene che non è possibile istituire un dialogo corretto e coerente se l'interlocutore ritiene di possedere quel tipo particolarmente pernicioso di Verità, quella con la maiuscola (quale che sia: ideologica, reazionaria, fideistica, ecc.) e non intende mettersi in ascolto delle ragioni altrui - specie se sorrette dalla conoscenza scientifica. Difatti non ho alcun interesse a perdere tempo dietro le infinite e inutili discussioni te(le)ologiche antiscientiste: sono già passato attraverso le forche caudine del confronto con sedicenti antievoluzionisti di ogni risma, ho constatato esterrefatto la totale inutilità di tale sforzo, mi sono vaccinato e nel contempo mi sono ripromesso di non sprecare più così il mio tempo. Si creda pure in ciò che si desidera.
Ma in alcuni casi, reputo necessario un post di servizio unilaterale per mettere al corrente gli abituali e curiosi navigatori della Rete degli scogli che possono trasformare un comodo viaggio verso i lidi noti della conoscenza in un incubo di ideologie retrograde inoculate a tradimento.

Il dodici febbraio scorso, in occasione della ricorrenza del Darwin Day 2013, è stato pubblicato un post breve, storiograficamente inesatto, metodologicamente impreciso e scientificamente scorretto da parte di un sito impegnato in un'operazione di metodica disinformazione scientifica (sito che, tra l'altro, ha goduto di un breve momento di notorietà grazie ad un recente confronto-scontro con www.pikaia.eu - e che non intendo pubblicizzare segnalandone eventuali link).

Che cosa affermava quel post? Elenco di seguito i punti fondamentali:
  • l’istituzione del Darwin Day è appropriata solo per ricordare che la teoria di Darwin ha avuto conseguenze drammatiche (evidenti nel darwinismo sociale) e ideologicamente orientate verso il razzismo;
  • Darwin non ha scoperto nulla;
  • la teoria di Darwin è inficiata dal fatto che suo figlio e un suo nipote furono sostenitori dell’eugenetica (da cui si evince il legame diretto di Darwin con un’ideologia politica nefasta);
  • l’aborto, la sterilizzazione forzata e la soppressione di coloro i quali sono stati considerati nel corso del Novecento come "inadatti" sono colpa delle giustificazioni prodotte da Darwin;
  • la darwiniana “lotta per la sopravvivenza del più adatto” condusse alle nefande ideologie che ispirarono le due Guerre Mondiali;
  • il colonialismo nelle sue peggiori manifestazioni dominatrici fu il risultato delle giustificazioni prodotte da Darwin;
  • prima delle motivazioni darwiniane tutto ciò poteva ancora passare come inaccettabile; dopo Darwin l’inaccettabile è diventato moralmente accettabile;
  • la teoria di Darwin, per di più, è sbagliata, ed è stata prontamente abbandonata nella seconda metà dell’800; la Sintesi Moderna (o "neodarwinismo") ha però risorto il darwinismo giustificandolo con il riferimento al “caso”;
  • oggi, una crescente insoddisfazione nei confronti del retaggio darwiniano è evidente da una (sparuta) serie di commenti (di utenti casuali) presenti in calce ad un articolo pubblicato on line sul sito del "Corriere della Sera" (!?);
  • ad ogni modo, Wallace era giunto alla formulazione della teoria dell’evoluzione prima di Darwin.
Talmente tanti deprecabili errori che non saprei da dove cominciare per commentare ulteriormente. Ad esempio, si potrebbe citare la confusione intenzionale delle tesi spenceriane-bergsoniane con quelle darwiniane allo scopo di screditare queste ultime, oppure la citazione a sproposito di Freud all’inizio del post suddetto, o ancora una serie di aporie ideologiche che vale la pena di riportare brevemente: che cosa dovrebbe mai dimostrare il fatto che terze parti, legate al nome di Darwin solo per comune discendenza familiare, hanno sposato idee eugenetiche? Perché si tira in ballo Wallace verso la fine del post? Ma non era comunque sbagliata quella tesi che si vorrebbe tanto demolire (secondo il punto di vista espresso dall’autore)? O forse di Wallace si apprezzano i risvolti teleologici per l’uomo presenti nella sua tesi, e si dovrebbe pertanto intendere il riferimento a Wallace – esposto con una grave manipolazione della sequenza dei fatti cronologici – come un altro argomento volto a screditare, una volta di più, Darwin?
Talmente tanta ignoranza delle basilari concezioni di storiografia e di storia della scienza è scioccante e sconvolgente, tanto più se si considera che queste gravi affermazioni provengono da chi dovrebbe ricoprire il ruolo di docente paritariamente riconosciuto nell'insegnamento superiore. Ad esempio, è un’ingenuità ciclopica sostenere (così come si intuisce dal contesto esplicito ed implicito dei riferimenti semplicistici ed allusivi) che prima di Darwin il mondo europeo-occidentale fosse un Eden misericordioso e sorretto dalla pietà religiosa (!), così come è un’operazione storiograficamente insensata ridurre surrettiziamente la nascita dei movimenti di estrema destra e del razzismo moderno all’affermazione di alcune idee scientifiche.
Talmente tanto livore mal indirizzato sembra pertanto palesare la deliberata costruzione di una mistificazione apologetica, in chiave aprioristica e te(le)ologicamente orientata, e che dovrebbe richiedere un attento esame decostruzionistico per svelare l'architettura giustificatrice e revanchista che anima tali impostazioni.
Non so quanto tali idee possano rivelare un franco livello creazionista letteralista (ideologico e aprioristico) ma, ad esempio, è chiara l’esistenza di un background per cui «la base morale del comportamento umano dipende da ciò che pensiamo su ciò che siamo – e ciò che siamo dipende in grande misura dalla nostra origine» (come ha ricordato Niles Eldredge).
Si tratta di una posizione tipica di certi ambiti ideologici e che ricalcherebbe il “degrado animale” a cui saremmo approdati nella “modernità darwiniana” (per cui “uomo = scimmia = tutto è lecito”); essa è stata confutata dai più recenti studi di etologia cognitiva sulla moralità nelle antropomorfe (e anche in cladi assai distanti), e non vale la pena di ritornarvi sopra. La confusione voluta tra presunto scadimento della morale nella contemporaneità (un vieto topos codificato fin dai primi testi scritti noti nella storia dell'umanità) ed evoluzionismo indica perciò una breccia significativa per iniziare un'ipotetica analisi decostruzionista mirante a scardinare la metafisica soggiacente a tale visione reazionaria e anacronistica (tipica per altro dei molti portavoce dei movimenti creazionisti o fondamentalisti).

Che cosa si evince da post persi nel mare magnum di Internet come questo?
Si può solamente (e mestamente) constatare la presenza di un guazzabuglio di critiche, che si sottraggono in modo abilmente retorico ed infondato alla proposta fattuale di idee testabili scientificamente e storiograficamente. Difatti, il sedicente "biologo" autore del blog non produce mai indagini approfondite (si veda il riferimento ai commenti degli utenti visitatori del “Corriere della sera” come se avessero valore accademico!), non ammette mai di avere sbagliato, e soprattutto persiste nella crociata (l’uso del termine religiosamente connotato sottolinea il valore antiscientifico e ideologico dell'operazione) contro il mondo moderno. Siamo in pratica già nell’ambito della pseudoscienza denunciata da Carl Sagan, ove «le ipotesi vengono spesso formulate in modo tale da non poter essere confutate da alcun esperimento, cosicché non le si può invalidare neppure in linea di principio. Coloro che la praticano hanno invariabilmente un atteggiamento difensivo e sospettoso e si oppongono a ogni esame critico. Quando un’ipotesi pseudoscientifica non riesce a suscitare l’interesse degli studiosi, si tirano in ballo cospirazioni miranti a sopprimerla». Dalle premesse false (e fideistiche) che il sito suddetto presenta ad ogni pie’ sospinto (salvo poi difendersi fallacemente e ipocritamente affermando che non si tratta di “fede” ma di ponderata critica ai problemi posti o lasciati irrisolti dalla teoria darwiniana), diventa (il)logicamente conseguente addossare tutta la colpa di tutto ciò di nefando esiste nella “modernità” a Darwin.

[NOTA: post scritto originariamente giovedì 21 febbraio 2013]