lunedì 14 aprile 2014

Il mio amato brontosauro. Un'intervista con Brian Switek sui ricordi d'infanzia, sui dinosauri e sulla profondità del tempo

La copertina italiana dell'ultimo libro di Brian Switek (2014. Torino: Codice edizioni).
Copertina riprodotta con il gentile consenso delleditore.
In occasione della pubblicazione dell’ultimo libro di Brian Switek, intitolato Il mio amato brontosauro. Vecchie ossa e nuova scienza, per l’edizione congiunta di Codice edizioni e de Le Scienze, sono molto contento di presentarvi la traduzione in italiano della mia intervista all’autore (qui trovate la versione originale).
Buona lettura!

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Grazie alla cortesia di Brian Switek e all’efficienza del suo agente presso l’editore Farrar, Straus & Giroux, ho avuto l’opportunità di leggere in anteprima la sua ultima avventura nel mondo della storia della scienza e della paleontologia intitolata Il mio amato brontosauro, ufficialmente disponibile in libreria a partire da oggi [era il 16 aprile 2013. N.d.A.]. Dopo l’intervista del 2010, Brian ha quindi accettato ancora una volta di condividere con noi alcuni pensieri sull’atteso seguito di Written in Stones.
In occasione del lancio editoriale del volume sono felice di presentarvi questa nuova intervista (quella risalente al 2010 la trovate cliccando qui).

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Leonardo Ambasciano: Le sale e le esposizioni temporanee dedicate ai dinosauri in mostra nei musei di tutto il mondo riescono non di rado a incuriosire gli spettatori più giovani e a motivare un certo interesse, talvolta per tutta la vita, nei confronti della paleontologia. In alcuni casi questo fascino può persino condurre a intraprendere una carriera nella paleontologia o nella divulgazione scientifica.
Ancora oggi riesco a ricordare quel magico senso di stupore provato quando venti anni fa, ancora bambino, ebbi modo di visitare una mostra temporanea che proponeva come attrazione principale gli scheletri colossali (perlomeno agli occhi del bambino che ero) di Mamenchisaurus hochuanensis e di Tsintaosaurus spinorhinus, risorgenti dalle profondità abissali del tempo grazie a un sapiente gioco scenografico di luci su uno sfondo nero. Non erano però le dimensioni di quei titani ad affascinarmi. L’anno precedente, in un freddissimo tardo pomeriggio invernale, ero rimasto ammaliato dal calco di uno scheletro di un minuto Hypsilophodon foxii ospitato in una teca di vetro in una grande piazza centrale della mia città. Ciò che mi meravigliava era il poter assistere alla trasformazione di qualcosa che già conoscevo su carta, sotto forma di illustrazione o fotografia, a un oggetto in tre dimensioni carico di una storia lunga decine, se non centinaia, di milioni di anni. Alieni, ma su questa Terra e in un altro tempo. Era un’esperienza da mozzare il fiato.
Questa è la materia di cui è fatto il tuo libro, Il mio amato brontosauro: hai preso tutti i sogni e l’ispirazione possibile dai ricordi dell’infanzia e hai reso omaggio a tutti quei bambini incantati e pieni di stupore di fronte a un dinosauro, senza rinunciare a una prosa chiara e a un occhio scettico e razionale mai offuscato dal tuo entusiasmo. In quanto testimonianza di affetto, chiaro a partire dal titolo fino all’ultima pagina, il tuo libro è anche una narrazione molto personale, densa di ricordi autobiografici – senza citare la tua decisione di trasferirti nello Utah per essere più vicino alle formazioni geologiche ricche di fossili di dinosauro e alle istituzioni scientifiche che li studiano.
Potresti riassumere brevemente i tuoi primi incontri infantili con i dinosauri e con i fossili?

Figura 1. La mostra che nel 1992 portò in Italia alcuni dei più stupefacenti scheletri originali di dinosauri cinesi noti all’epoca (“Dinosaurs: Il mondo dei dinosauri: Italia 1991/1993” – in collaborazione con Natural History Museum, Shangai; Museo Tridentino di Scienze Naturali, Trento; Museo Friulano di Storia Naturale di Udine, Udine; Presidenza della Facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali dell’Università “La Sapienza” di Roma).
Brian Switek: Mi piacerebbe tanto ricordare di più. I miei genitori mi raccontano che iniziai molto presto ad essere attratto dai dinosauri, ma non ricordo molto, almeno non fino ai cinque anni di età. Il primo giorno della scuola materna scarabocchiai una balena e uno pterosauro (non un dinosauro, ma ci siamo vicini!). Quasi ogni animale che fosse grande, imponente o bizzarro scatenava la mia immaginazione. Giocavo con i giocattoli di creature preistoriche, leggevo libri su di esse, guardavo i documentari e passavo ore a scarabocchiare dinosauri sui cartoncini colorati. Ciò che però ha cristallizzato il mio amore per i dinosauri è stata la mia prima visita all’American Museum of Natural History di New York. Era il 1988, credo, e mancava ancora un decennio prima che le grandi sale dedicate ai fossili venissero rinnovate. La Sala dei dinosauri giurassici era scura e polverosa e la vecchia installazione dello scheletro di “Brontosaurus” ne occupava il centro. La coda del sauropode penzolava inerte e un cranio di un altro animale spuntava dal collo, appeso al soffitto e tenuto basso. Eppure il “Brontosaurus” era magnifico, principalmente perché allora non immaginavo quanto vi fosse di sbagliato nella sua ricostruzione. Moltissimi dei libri che avevo all’epoca erano obsoleti e mostravano i dinosauri proprio così, e io mi trovavo di fronte alle loro vere ossa. Lo scheletro del “Brontosaurus” era davvero grande e squisito in ogni minimo dettaglio. Non potei fare a meno di immaginare come sarebbe dovuto apparire da vivo. Vedere le ricostruzioni o giocare con i modellini dei sauropodi nella sabbionaia del parco giochi era una cosa, ma trovarsi di fronte le ossa reali di quell’animale cementò la mia passione per i dinosauri. Non dimenticherò mai come mi sentii a camminare da bambino sotto le ossa del mio dinosauro preferito.

L.A.: «La conoscenza inizia con lo stupore» e, come afferma Keith M. Parsons, «quando pensiamo ai dinosauri, l’immaginazione deve quindi integrare i fatti» (2001: 75). Dall’ingarbugliata storia del cranio sbagliato usato per il “Brontosaurus alle proboscidi proposte per i sauropodi, dall’idea di W.D. Matthews secondo la quale alcuni dinosauri (come i sauropodi) invece di deporre le uova sarebbero stati capaci di partorire i loro piccoli come i mammiferi, dall’assenza totale di clavicole ipotizzata dal paleoartista G. Heilmann ai lambeosaurini subacquei, la storia della ricostruzione dei dinosauri si annoda sia con le teorie paleobiologiche più all’avanguardia sia con le ipotesi più bizzarre. Si tratta un intreccio affascinante tanto quanto le teorie più tradizionali registrate nei manuali canonici di biologia evoluzionistica e di paleontologia. Molte proposte stravaganti, che hanno avuto fortune alterne, si trovano nel tuo libro.
Qual è la tua idea “eretica” paleontologica o paleobiologica preferita?

Figura 2. Il trio di Parasaurolophus subacquei ricordato nel volume di Switek. Dall’album Panini intitolato Animali preistorici, di R. D’Ami e C. Porciani, p. 12. © Riproduzioni Editoriali D’Ami, 1992 (prima ed. 1974); stampato da Panini.
B.S.: Ce ne sono davvero tante per sceglierne solo una! La paleontologia è il luogo dove si incontrano la scienza e l’immaginazione, e una qualche dose di speculazione è sempre parte integrante della ricerca scientifica. Cerchiamo sempre di spingerci un po’ più in là quando si tratta di sapere come vivessero i dinosauri. Non dobbiamo quindi sorprenderci dell’esistenza di idee più o meno eccentriche sulla vita dei dinosauri.
Se dovessi fare solamente un esempio, penso che sceglierei il Parasaurolophus della mia infanzia. Quando per la prima volta ho incontrato i dinosauri, gli adrosauri erano sempre raffigurati mentre sguazzavano intorno ai laghi oppure mentre erano intenti a setacciare le alghe di cui si nutrivano dalle paludi. Tutto ciò aveva un senso considerando il nome con il quale erano conosciuti, “dinosauri a becco d’anatra” (credo che la definizione di “becco a vanga” sia molto più appropriata, ma non vedo molto consenso o diffusione intorno al nuovo termine, nonostante io l’abbia adoperato nel libro e sui miei blog). Come aveva notato il paleontologo John Ostrom negli anni Sessanta, gli adrosauri non possedevano alcuna evidente arma di difesa come spine o corna. In un tempo dominato dai tirannosauri l’unica possibilità per gli adrosauri di salvarsi era di fuggire nell’acqua. O almeno così si era soliti sostenere.
La cresta di alcuni adrosauri giocò a favore di quest’ultima interpretazione. In un ambiente acquatico la lunga cresta cava del Parasaurolophus sembrava un serbatoio di aria o una specie di bocchettone che potesse estendersi al di sopra della superficie dell’acqua. La credenza infondata che gli adrosauri dovessero essere animali anfibi condusse a queste interpretazioni. Solamente quando i paleontologi iniziarono a considerare la cresta come struttura indipendente altre possibilità divennero ovvie – un mezzo di esibizione specifico oppure uno strumento per produrre suoni. A partire dagli anni Ottanta, l’idea che la cresta dovesse servire come mezzo di segnalazione visiva o acustica aveva sostituito le altre spiegazioni, nonostante io continuassi ancora a vedere Parasaurolophus a nuoto nei libri e nei film. Penso che ormai quell’immagine sia fortunatamente passata di moda, anche se ci è voluto un bel po’ di tempo per sradicarla.
Quello citato è un buon esempio dei puzzle che le caratteristiche più bizzarre dei dinosauri rappresentano per i paleontologi. Creste stravaganti, sfilze di corna, file di corazze non compaiono senza motivo. Sono il risultato dell’evoluzione, ma determinare la funzione di tali strutture è un’operazione spossante quando non possiamo osservare gli animali da vivi, e persino immaginare la funzione di una qualche struttura non ci dice necessariamente come quella peculiarità si sia evoluta. Possiamo solo immaginare il modo in cui le idee che abbiamo ora su queste particolarità anatomiche cambieranno in seguito alle ricerche dei paleontologi.

L.A.: Ne Il mio amato brontosauro sottolinei l’innegabile valore della paleontologia dei dinosauri per la comprensione della storia della vita sulla Terra e per la teoria dell’evoluzione. La storia della disciplina è un campo in continuo cambiamento, denso di scoperte impreviste. Oggi il ritmo della ricerca è aumentato in modo vertiginoso e studi specialisti e fondamentali vengono pubblicati sulle riviste accademiche con cadenza quasi giornaliera. E tutto ciò non fa altro che rendere ancora più intrigante questo campo di studi.
Ora, se dovessi citare e ricapitolare i tre maggiori risultati di quello che il paleontologo Thomas Holtz Jr. ha etichettato come l’Illuminismo della paleontologia dei dinosauri, e i tre problemi ancora insoluti (ma che, si spera, verranno risolti nel futuro imminente), cosa sceglieresti?

B.S.: I traguardi raggiunti dall’Illuminismo dei dinosauri sono stati principalmente nei campi dell’applicazione di nuove tecniche per testare idee e per sviluppare nuove ipotesi. Il precedente Rinascimento dei dinosauri [collocato tra la fine degli anni Sessanta circa e la metà degli anni Ottanta. N.d.A.] ha spronato gli studiosi ad adottare un cambiamento nello studio dell’immagine dei dinosauri basato sulla loro anatomia complessiva, allo scopo di trattarli come animali piuttosto che come un ammasso di vecchie ossa, ma ci sono voluti parecchi anni prima che i paleontologi sviluppassero gli strumenti necessari per la verifica delle idee prodotte in quel precedente contesto. Per esempio, l’incremento nell’accesso generale alle tecnologie informatiche e l’aumento delle capacità di calcolo dei software hanno permesso ai paleontologi di produrre simulazioni nelle quali si è potuto esaminare sia la velocità della corsa sia la gamma dei movimenti possibili per vedere quanto in realtà i dinosauri fossero agili o veloci. Ci sono stati anche dei risvolti tanto positivi quanto inaspettati, come il fatto di essersi resi conto che i melanosomi presenti nelle piume dei dinosauri possono essere paragonati con quelli degli attuali uccelli per ricostruire il loro antico colore. I paleontologi stanno ora applicando nuove tecniche e nuove tecnologie provenienti dai campi della geochimica e dell’istologia, dal metodo degli elementi finiti (FEM), dalla biomeccanica, dalla computer grafica in 3D e da altri campi ancora per ricavare un numero maggiore di informazioni dalle ossa fossili come mai prima d’ora. Nel contempo, le nuove prove e i risultati ottenuti aprono nuovi scenari di indagine. Insomma, il successo dell’Illuminismo dei dinosauri è una combinazione dell’entusiasmante e rinnovato interesse che i paleontologi dimostrano quando considerano i dinosauri come animali reali (scaturito in origine dal Rinascimento dei dinosauri), con l’uso ponderato di quell’entusiasmo per affrontare razionalmente le domande alle quali mai avremmo pensato si potesse rispondere.
Certamente, gran parte della biologia dei dinosauri resta senza risposta. Non sappiamo ancora come fosse esattamente la loro fisiologia. Il peso delle prove in merito suggerisce che, in generale, i dinosauri fossero animali molto attivi che mantenevano temperature corporee elevate e più simili agli uccelli e ai mammiferi che ai rettili, ma oltre a questo livello generale di conoscenza c’è ancora molto che ignoriamo. In questo senso la questione fondamentale che stava al cuore del Rinascimento dei dinosauri, ossia la loro fisiologia, aspetta ancora una risposta definitiva. Un altro problema spinoso è rappresentato dal dubbio riguardo al dimorfismo sessuale. Differenze osservabili tra i due sessi sono state proposte più volte in passato, ma mai in un modo pienamente convincente. Questo accade perché i dinosauri non esibivano uno spiccato dimorfismo sessuale oppure perché ci sono imperfezioni nei nostri campioni ed errori nelle nostre tecniche di analisi? Forse la questione più grande di tutte resta il motivo della scomparsa dei dinosauri non-aviani [termine con il quale si indicano tutti i dinosauri eccetto gli uccelli. N.d.L.A.] alla fine del Cretaceo. Cosa li ha spazzati via, insieme ad altre forme di vita, e cosa ha permesso ai dinosauri aviani [ossia, gli uccelli. N.d.L.A.] di sopravvivere? Tutti concordano sull’identità degli attori principali – eruzioni vulcaniche, cambiamenti climatici e l’impatto di un asteroide – ma non conosciamo ancora il modo in cui quelle pressioni ecologiche si sono tradotte effettivamente nella loro estinzione. Alcuni dei più classici misteri dei dinosauri persistono ancora oggi.

L.A.: A giudicare dalla formidabile quantità di informazioni che hai raccolto in tutti questi anni di divulgazione scientifica sui tuoi blog, immagino che tu abbia fatto uno sforzo considerevole per la scelta dei materiali da trattare ne Il mio amato brontosauro.
C’è un argomento particolare che pensi sia rimasto escluso dalla redazione finale del libro?

B.S.: C’è sempre molto da dire sui dinosauri, molto più di quanto non possa essere ospitato in un qualunque libro. Mi sarebbe piaciuto scrivere di più sulle scoperte più nuove – gli spinosauridi, i rebbachisauridi e cose simili – ma sentivo che avrei dovuto concentrarmi sui dinosauri “classici” per poter fornire ai lettori un terreno più solido allo scopo di affrontare insieme la discussione dei concetti che volevo presentare. Avrei voluto scrivere di più sulla fisiologia dei dinosauri ma il capitolo non è venuto esattamente come avrei sperato. Secondo le intenzioni originali in quel capitolo avrei dovuto trattare dei dinosauri polari, e mi dispiace di averli lasciati fuori. Adoro immaginare i dinosauri piumati alle prese con la neve! Ma sapevo che aggiungendo quell’argomento poi non sarei riuscito a includere tutti i temi che desideravo. Volevo scegliere degli esempi specifici che potessero dimostrare quanto è cambiata la nostra comprensione dei dinosauri negli ultimi venticinque anni e penso che il libro abbia raggiunto questo obiettivo.

L.A.: «Abbiamo bisogno dei dinosauri» è il messaggio più importante del tuo libro. Abbiamo bisogno di questi animali principalmente per due ragioni molto importanti.
Il primo punto in ballo riguarda la storiografia dell’evoluzione, poiché fino a poco tempo fa i dinosauri sono stati considerati con sufficienza alla Tavola Alta della storia della vita [nelle università inglesi la High Table è il luogo dove prendono posto professori e ospiti illustri. N.d.A.]. Da qui la loro sostanziale esclusione dai libri di testo classici sull’evoluzione, dominati dagli invertebrati e dai mammiferi come protagonisti degli studi evoluzionistici più importanti. Ciò nonostante, come hanno notato recentemente Kevin Padian e Elise K. Burton (2012), i dinosauri sono stati un fattore chiave nei case studies più importanti per il progresso del pensiero macroevoluzionistico durante il XIX secolo, e questo perché hanno rappresentato i soggetti di studio preferiti dagli evoluzionisti più eterodossi dell’epoca (che amavano fare riferimento a tipologie evolutive ortogenetiche, degenerative o teleologiche per spiegare le bizzarrie delle forme animali fossili, tesi successivamente testate e falsificate). Non possiamo capire quel periodo senza una conoscenza aggiornata e profonda dei dinosauri.
In secondo luogo, come ha ricordato Scott D. Sampson, le persone impegnate nella divulgazione scientifica dovrebbero approfittare della fama dei dinosauri (come hai fatto nel tuo libro) per «reinserirci all’interno della struttura del tempo [sul pianeta Terra], per ricavare un senso dal nostro passato e per contemplare la nostra responsabilità nei confronti delle generazioni future» (2009: 277), così come per insegnare la «Grande storia» non teleologica della vita (276-277) e i concetti basilari del nostro background evolutivo sulla Terra.
Ora che hai terminato il tuo lavoro sui dinosauri (almeno per il momento), di quali capitoli della storia della vita pensi di occuparti nella tua prossima impresa letteraria, per collocare correttamente la nostra imprevedibile e stupefacente storia evolutiva?

B.S.: I dinosauri sono un punto di riferimento importante per la nostra comprensione del passato. I numeri sono talmente grandi che non riusciamo nemmeno a capire pienamente cosa significhino, ma dire che i dinosauri si sono evoluti 245 milioni di anni fa e che le forme non-aviane si sono estinte 66 milioni di anni fa ci aiuta a contestualizzare i miseri sei milioni di anni di evoluzione degli esseri umani. Quando discutiamo di preistoria è un luogo comune per gli scrittori dire che quella particolare creatura è vissuta prima o dopo il regno dei dinosauri – usiamo sempre i dinosauri per calibrare i riferimenti alla storia profonda.
Non direi però di aver chiuso con i dinosauri: voglio usare la conclusione de Il mio amato brontosauro come punto di partenza per un altro dei miei progetti. La documentazione fossile è una fonte ricca di informazioni sul modo in cui gli organismi hanno reagito ai cambiamenti climatici e come continuano a reagire. I fossili non documentano semplicemente il passato, ma possono fornirci alcuni indizi sulle forme future che potrebbe assumere la vita. Se le stime sull’attuale riscaldamento globale sono corrette, per esempio, significa che ci stiamo avvicinando a un effetto serra simile a quello visto l’ultima volta 55 milioni di anni fa durante il Massimo termico del Paleocene-Eocene (circa 10 milioni di anni dopo la scomparsa degli ultimi dinosauri non-aviani). Forse attraverso lo studio di come gli insetti, i mammiferi e le piante hanno reagito a qual periodo particolarmente caldo gli scienziati possono delineare come reagiranno gli organismi di oggi al cambiamento climatico indotto dalle attività umane e, pertanto, pianificare strategie di tutela e salvaguardia dell’ambiente.
Gli indizi sul futuro potrebbero benissimo celarsi nel passato.

Bibliografia citata:

Padian, K., & Burton, E.K. (2012). Dinosaurs and Evolutionary Theory, 1057-1072. In Brett-Surman, M.K., Holtz, T.R., Jr. & Farlow, J.O. (2012). (eds.). The Complete Dinosaur. Second Edition. Bloomington & Indianapolis: Indiana University Press.

Parsons, K.M. (2001). Drawing Out Leviathan: Dinosaurs and the Science Wars. Bloomington & Indianapolis: Indiana University.

Sampson, S.D. (2009). Dinosaur Odyssey: Fossil Threads in the Web of Life. Berkeley, Los Angeles & London: University of California Press.

mercoledì 12 marzo 2014

Siamo tutti piccioni di Skinner, ovvero di becchime, gabbiette (mentali) e magia

Sua Maestà, il piccione (Columba livia). Dopo aver letto questo post «scommetto che non guarderete più gli uccelli con gli stessi occhi» (cit. - vid.). Fotografia dell'utente Alpsdake, da Wikipedia.
ResearchBlogging.org
Immaginiamo la seguente scena, sopperendo alle lacune documentarie con una buona dose cinematografica di licenze interpretative.
Interno giorno. Laboratorio. Anni Quaranta del secolo scorso.
Piano americano, uno studioso che guarda una gabbietta. Lo studioso è Burrhus Frederic Skinner (1904-1990). Nella gabbietta, un piccione. Lo studioso (o un meccanismo a tempo) ha la possibilità di rilasciare delle granaglie nella gabbietta, a intervalli specifici ma slegati dal contesto o dalle azioni del piccione. Passato un certo periodo di tempo, e una determinata quantità di mangime beccato, lo studioso nota che il piccione ha assunto comportamenti bizzarri, quali «saltellare da una parte all’altra o volteggiare in senso antiorario» (Skinner 1947; Shermer 2012: 74). Perché d’un tratto il piccione sembra sotto effetto di sostanze stupefacenti? Perché lo studioso non ha controllato il mangime prima della somministrazione? Cosa diamine è capitato?
Niente paura: nessuna somministrazione di droghe aviane al malcapitato pennuto. Nessun riferimento agli esperimenti sci-fi di Walter Bishop, il coprotagonista del telefilm Fringe interpretato magistralmente da John Noble dal 2008 al 2013. Nulla di tutto ciò. Il piccione ha solamente messo in relazione l’ultima azione compiuta prima dell’introduzione del cibo con la fuoriuscita delle granaglie, associandole in una relazione di causa-effetto. O, per dirla altrimenti, il piccione ha assunto comportamenti stereotipati diventando superstizioso, ossia stabilendo un rapporto scorretto di causa ed effetto (Vallortigara 2008: 63. Cfr. Foster & Kokko 2009).
Ciò ha avuto luogo grazie a un condizionamento operante attraverso le contingenze di rinforzo, secondo cui «le conseguenze di un comportamento che vengono rinforzate sono le cause determinanti del comportamento che segue» (Buss 2012: 16); il condizionamento probabilmente non avrebbe avuto luogo se il piccione fosse stato punito o se si fosse drasticamente intervenuti su modi e tempi relativi alla somministrazione del cibo. Semplicemente, il rilevatore mentale di causalità del piccione ha agito mettendo in relazione un’azione specifica, ossia quella che il piccione stava compiendo prima che gli venisse somministrato il cibo, con la fuoriuscita del cibo. Data la sequenza degli intervalli, accade nuovamente e abbastanza presto che le due azioni si trovino ad essere ravvicinate: viene così creata una patternicity stabile, ossia una serie di pattern ritenuti in rapporto causale diretto, e ciò avrà l’effetto di rinforzare man mano il comportamento (Vallortigara 2008: 66.). Ragion per cui, secondo quanto stabilito implicitamente dal piccione, ripetendo quel gesto dovrebbe ripetersi la somministrazione del cibo.
Non vi ricorda nulla questo comportamento? Non richiama qualcosa di straordinariamente umano? 
Come ha notato in modo brillante Michael Shermer,
«se dubitate della potenza [della patternicity] nel comportamento umano, fate una visita a Las Vegas e osservate le persone che giocano alle slot machine e i loro svariati tentativi di trovare un pattern tra (a) l’azione di tirare la leva della slot machine e (b) il premio. I piccioni possono avere un cervello da gallina [in inglese la locuzione è più generale: bird brain. N.d.A.], ma quando si tratta delle patternicity basilari i nostri cervelli non sono molto diversi» (Shermer 2012: 75).
In effetti l’esperimento delle slot machine (modificate) è stato condotto da Koichi Ono sugli esseri umani nelle seguenti condizioni: un contatore dispensava punti da accumulare, in media ogni trenta o sessanta secondi, in modo del tutto slegato dai modi e dai tempi dell’azione sulla leva. In modo sorprendentemente simile al piccione di Skinner, i partecipanti all’esperimento che pure avevano compreso la non consequenzialità causale tra la ricompensa e l’azione sulla leva assunsero altri e ancor più bizzarri comportamenti (ibidem).
Esattamente come il piccione di Skinner, taluni atleti mettono in relazione una vittoria nella loro disciplina con un comportamento contingente avvenuto in contemporanea o poco prima prima dell’evento, e ripetono quel gesto all’entrata in campo; così gli studenti assumono determinati comportamenti, o indossano certi indumenti, poiché questi erano stati casualmente assunti o indossati in concomitanza con il loro exploit di successo. Da qui la coazione a ripetere quel gesto, a indossare quel capo di vestiario, nella convinzione che vi sia un implicito nesso causale ed efficace tra i due eventi, e da cui è dipeso il successo finale. Grazie a un ulteriore bias di conferma si tenderà a scartare i casi successivi che ledono la validità dell’assunto generalizzatore (ossia gli insuccessi), e ci si concentrerà solo sugli eventuali successi, un po’ come fa lo scaramantico tifoso Patrizio Solitano Sr. con la sua squadra di football americano (un personaggio interpretato da Robert De Niro ne Il lato positivoSilver Linings Playbook, U.S.A. 2012)
Eppure tutto ciò ha un risvolto evolutivamente adattativo, a patto che il costo della credenza in un pattern falso sia minore del costo del non credere in un pattern reale (Shermer 2012: 72; Foster & Kokko 2009). Stante questa premessa, la selezione operante nel tempo profondo avrebbe favorito le associazioni del primo tipo, fintantoché queste hanno anche sostenuto strategie di successo per la sopravvivenza e la riproduzione.
Lo stesso avviene nella magia che, come ha efficacemente analizzato István Czachesz basandosi su precedenti indagini cognitiviste di Jesper Sørensen e Illkka Pyysiäinen (Sørensen 2002, 2007; Pyysiäinen 2004, 2009), non è altro che «lo sviluppo spontaneo di un comportamento ritualizzato come risposta a un rinforzo positivo e indipendente dal responso» (Czachesz 2011: 149), secondo il condizionamento operativo. Questo pattern viene poi rafforzato dal bias di conferma, sostenuto dalle prospettive probabilistiche che quell’evento voluto capiti indipendentemente dalle azioni compiute (si pensi alle danze per ottenere la pioggia, dove la pioggia gioca lo stesso ruolo del becchime nella gabbietta di Skinner), e diffuso grazie al fatto che spesso le operazioni magiche hanno a che fare con racconti che sollecitano i nostri meccanismi cognitivi di empatia e di disgusto, rendendoli più memorizzabili e trasmissibili. La magia quindi è un caso di perfetto ragionamento circolare: è irrefutabile in quanto «funziona solo quando tutte le condizioni vengono soddisfatte, e sappiamo che tutte le condizioni sono state soddisfatte solo se la magia funziona» (ibi: 159).
Tra l’altro, la magia è una forma di pseudoscienza e, in quanto tale, non ha alcun interesse a individuare, elaborare o adottare metodi di disamina scientifica: nella pseudoscienza, come ci ricorda un celebre passaggio di Carl Sagan,
«le ipotesi vengono spesso formulate in modo tale da non poter essere confutate da alcun esperimento, cosicché non le si può invalidare neppure in linea di principio. Coloro che la praticano hanno invariabilmente un atteggiamento difensivo e sospettoso e si oppongono a ogni esame critico. Quando un’ipotesi pseudoscientifica non riesce a suscitare l’interesse degli studiosi, si tirano in ballo cospirazioni miranti a sopprimerla» (Sagan 2001: 61).
In quanto pseudoscienza, però, come delinea Gilberto Corbellini, la magia «non è che lo stato di default del modo di funzionare della nostra mente, in assenza di un’istruzione che la guidi a confrontarsi con i fatti». Da una prospettiva cognitivista,
«Il pensiero magico si sviluppa come un modo spontaneo di categorizzare i cambiamenti nell’ambiente sulla base dell’imprinting cognitivo che ci induce ad attribuire, in assenza di esperienze correttive, cause invisibili e animate nello scenario circostante. Il nostro cervello è facilmente ingannabile, funziona sulla base di illusioni e autoinganni» (Corbellini 2013: 48-49).
Si tratta in fin dei conti del surplus di capacità computazionale che è frutto dell’evoluzione, in quanto riserva di continui e possibili adattamenti, e che pur sbagliando profondamente sulla qualità e sulla quantità di pattern individuati nel mondo (dai fatti insignificanti che sarebbero legati a un destino ultramondano, fino alle inesistenti cospirazioni globali più o meno occulte), ha permesso nonostante tutto di cercare «cause non direttamente percepibili attraverso processi di astrazione e manipolazione dell’esperienza» (ibi: 49), grazie all’esercizio del «pensiero astratto stabilendo collegamenti tra diversi domini e sottodomini cognitivi» (ibi: 51) e facendo appello alla metacognizione, ossia «operazioni mentali su processi che sono essi stessi operazioni mentali» (ibi: 57).
La prossima volta che acquisterete un biglietto della lotteria aspettando trepidanti i risultati con il vostro maglione fortunato preferito addosso, o che guarderete la partita di calcio avvolti nella sciarpa da tifosi che avevate comprato l’anno in cui la vostra squadra del cuore vinse il campionato, pensate al piccione di Skinner. E sentitevi pure liberi di saltellare e di volteggiare in senso antiorario.

Buss, D.M. (2012). Psicologia evoluzionistica. Milano-Torino: Pearson Italia (ed. orig. 2012. Evolutionary Psychology: The New Science of the Mind. Boston: Pearson. 4a ed.)

Corbellini, G. (2013). Scienza. Torino: Bollati Boringhieri.

Czachesz, I. (2011). Explaining Magic: Earliest Christianity as a Test Case, in Martin, L. H. & Sørensen, J. (Eds.). Past Minds: Studies in Cognitive Historiography, (pp. 141-166). London-Oakville, Equinox

Foster KR, & Kokko H (2009). The evolution of superstitious and superstition-like behaviour. Proceedings. Biological sciences / The Royal Society, 276 (1654), 31-7 PMID: 18782752

Pyysiäinen, I. (2004). Magic, Miracles, and Religion: A Scientist’s Perspective. Walnut Creek: AltaMira Press

Pyysiäinen, I. (2009). Supernatural Agents: Cognitive Science of Supernatural Agency. Oxford-New York: Oxford University Press

Sagan, C. (2001). Il mondo infestato dai demoni. La scienza e il nuovo oscurantismo. Milano: Baldini e Castoldi,  (1997 1a ed.; ed. orig. 1996. The Demon-Haunted World: Science as a Candle in the Dark. New York: Ballantine Books)

Shermer, M. (2012). The Believing Brain: From Spiritual Faiths to Political Convictions. How We Construct Beliefs and Reinforce Them as Truths. London: Robinson. (Times Books - Henry Holt, New York 2011)

Sørensen, J. (2002). ‘The Morphology and Function of Magic’ Revisited. In Pyysiäinen, I. & Anttonen, V. (Eds.). Current Approaches in the Cognitive Science of Religion, (pp. 177-202). Continuum, London-New York: Continuum

Sørensen, J. (2007). A Cognitive Theory of Magic. Walnut Creek: AltaMira Press

SKINNER BF (1948). Superstition in the pigeon. Journal of experimental psychology, 38 (2), 168-72 PMID: 18913665

Vallortigara, G. (2008). La causa prima? In Girotto, V., Pievani, T., &  Vallortigara, G. Nati per credere. Perché il nostro cervello sembra predisposto a fraintendere la teoria di Darwin, (pp. 63-82). Torino: Codice edizioni

venerdì 7 marzo 2014

Sulla piaga del benaltrismo nelle discipline umanistiche

Immagine dell'utente Thegreenj (2007), da Wikipedia.
BENALTRISMO. sost. m. Patologia cognitiva e accademica che comporta l'acquartierarsi sempre a debita distanza, e in modo antiscientifico e anti-epistemologico, dalla verifica delle proprie asserzioni allo scopo di delegittimare in modo pretestuoso la posizione scientifica dell'interlocutore.
Dato che "c'è sempre dell'altro", che "ci vuole ben altro", che "ma è più complicato di così", che "la questione è un altra", che "il dossier è già stato aperto da...", che "mah, non mi convince", la versione cronica della malattia accademica comporta la progressiva necrotizzazione dei tessuti umanistici e la fine del clade umanistico tout court. Le discipline infette sono condannate.
Il ricorso al postmodernese più spinto, all'escamotage religionistico-paranormale, ai sofismi filoteologici, sono semplici palliativi che, per mero effetto placebo, possono aumentare l'aspettativa di vita dei singoli rami disciplinari ma che, per lo stesso motivo dell'aumento di sopravvivenza nel breve periodo, tendono purtroppo a diffondere epidemiologicamente il morbo.

Unica cura efficace: la scienza, in posologie adeguate allo stato di avanzamento del benaltrismo.
Al prossimo "mah, sarà; però è più complicato, e d'altra parte...ecc. ecc." si risponderà dunque con "Hai l'onere della prova: fornisci dati quantitativi e qualitativi". In caso contrario, si dovranno evitare immantinente ulteriori contatto e dialogo. Nel caso dovessero aumentare gli sproloqui metafisici da postmodernese in salsa te(le)ologica, ricordatevi di indossare la mascherina della scienza: è dimostrato che, se usata correttamente, la mascherina scientifica aumenta le difese immunitarie del 100% .
Oppure, si può provare a rispondere allo stesso modo, usando le medesime strategie adottate dal morbo del benaltrismo: il soggetto malato coinvolto reagirà sbraitando e sarà lui stesso ad andarsene.

Come hanno scritto Rita Astuti e Maurice Bloch di recente (2012), "è inutile che gli scienziati cognitivisti facciano lo sforzo di cooperare" con chi "disprezza la storia evolutiva di Homo sapiens". Semplicemente perché, come scrivono i due autori succitati, "Quegli studiosi [refrattari al metodo e all'epistemologia scientifica] non si stanno occupando degli esseri umani ma delle creature provenienti dal pianeta Zog". Ecco, forse il modo migliore per limitare e contenere il morbo è isolare i pazienti, lasciandoli liberi di giocare con le loro affezionate creaturine del pianeta immaginario Zog (ma non dite loro che sono solo fantasie e giocattolame!).

Astuti, R. & Bloch, M. (2012). Anthropologists as cognitive scientists. In Topics in Cognitive Science, 4 (3). 453-461. ISSN 1756-8757.

domenica 2 marzo 2014

Network, code-switching e schemi cognitivi. Ricette per ovviare all'antiscientismo sociologico

Porzione per un taxon: 2 kg. di evoluzione, 1 kg e mezzo ca. di reti neurali, 500 gr. di cognizione e 500 gr. di storia profonda. Tagliate gli ingredienti a fette sottili e fate marinare il tutto per ca. 200.000 anni nell'evoluzione culturale. Al termine della marinatura cuocere a fuoco lento sulla griglia dell'epidemiologia delle rappresentazioni q.b.
Foto dell'utente liz west, da Wikimedia Commons.
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Da qualche mese stiamo seguendo il fil rouge delle incomprensioni e dei pregiudizi  che le discipline umanistiche nutrono (da sempre) nei confronti della scienza. A dicembre abbiamo commentato l’antidarwinismo antropologico e l’idea della tabula rasa, a febbraio ci siamo occupati delle sempiterne, ed eternamente fallaci, te(le)ologie storiografiche. Per essere equi e solidali, oggi tocca all’anticognitivismo sociologico (con i dovuti correttivi).

Allo stesso modo degli storici, i sociologi del passato recente impegnati negli studi culturali hanno prodotto analisi che, per quanto interessanti, non sono riuscite a implementare uno standard euristico basato su criteri scientifici. Però esattamente come gli storici, citando le parole del sociologo Paul DiMaggio, «i sociologi che scrivono sulle modalità in cui la cultura entra nella vita di tutti i giorni fanno assunzioni sui processi cognitivi. Se assumiamo che un simbolo condiviso evochi un senso di identità comune […], che una certa cornice stimoli le persone a pensare in un modo nuovo un tema sociale […], che le lezioni sulla struttura dello spazio e del tempo imparate a scuola siano generalizzate nelle attività lavorative […], o che i sondaggi possano misurare la coscienza di classe [sociale], stiamo facendo delle potenti supposizioni cognitive» (DiMaggio 1997: 265). Ciò nonostante, fino a tempi piuttosto recenti queste supposizioni sono sempre rimaste metateoriche, ossia non esplicitate, e talvolta poste in termini contraddittori (ibidem). Come nel caso degli antropologi appena ricordato, inoltre, lo stesso concetto di “cultura” appariva ancorato al tema dell’acquisizione tramite socializzazione, volta alla costruzione di una «rete senza cuciture» come espressione paradigmatica di una coerente ed integrata visione complessiva che costituirebbe la «soggiacente variabile latente», rinvenibile tautologicamente in qualunque materiale culturale di una specifica cultura (ibi: 264. Cfr. Bloch & Sperber 2002: 726).
Rispetto alla stragrande maggioranza delle scuole antropologiche di stampo umanistico, però la svolta teorica sociologica ispirata dal poststrutturalismo della seconda metà del Novecento ha permesso sia di riconsiderare come «i testi esercit[i]no potere, autorità, dominio, resistenza, e qualunque tipo di relazione sociale che può o non può essere stata presente nell’autocoscienza dell’autore» (Kraemer 2011: 9), sia di prendere coscienza del modo in cui le trame delle simbologie sociali e della connessa gestione del potere conducono a un uso strategico della cultura in vista di obiettivi specifici. Questo cambiamento di scenario disciplinare ha permesso di innestare un rinnovato e più promettente paradigma sociologico del concetto di cultura (anche senza dover adottare il nonsense del linguaggio postmodernese; cfr. Sperber 2010). Nelle parole di DiMaggio, «una volta che abbiamo riconosciuto che la cultura è inconsistente [rispetto alla monolitica definizione precedente. N.d.A.] – ossia che le norme delle persone possono deviare da ciò che i media [sociali] rappresentano come normale, o che le nostre immagini preconsce e i resoconti discorsivi di un fenomeno possono differire, diventa cruciale identificare le unità di analisi culturale e focalizzare l’attenzione sulle relazioni che intercorrono tra questi elementi» (DiMaggio 1997: 265). Inoltre, continua il sociologo, occorre riconsiderare la variabilità come nuovo asse portante dell’analisi culturale, all’interno di una cultura vista ora come «un insieme di rappresentazioni, un repertorio di tecniche, [e] una cassetta degli attrezzi strategici» (ibi: 267) vincolata dagli schemi cognitivi (ossia, le «rappresentazioni di conoscenza e i meccanismi di computazione dell’informazione»; ibi: 269), e legata all’accesso alle rappresentazioni e al modo in cui gli agenti sociali «attribuiscono accuratezza o plausibilità alle asserzioni di fatti e opinioni» (ibi: 267).
A livello sovra-individuale, lo studio cognitivo si salda con quello sociologico in particolare per quanto riguarda tre temi di rilevanza storiografica:
  • l’identità dei collettivi umani;
  • la memoria collettiva;
  • il cambiamento culturale.
Il primo punto riguarda le rappresentazioni soggette a intensa elaborazione intenzionale e condivise dalla collettività, sottoposte a contestazioni frequenti a causa del fatto che «i gruppi competono per produrre rappresentazioni sociali capaci di evocare schemi cognitivi favorevoli ai loro interessi ideali o materiali» (ibi: 275). La memoria collettiva si può invece intendere come «il risultato dei processi che riguardano, rispettivamente, l’informazione alla quale gli individui hanno accesso, gli schemi cognitivi attraverso i quali le persone comprendono il passato e i simboli o i messaggi esterni che informano questi schemi» (ibidem). L’ultimo punto concerne invece un tema che affronteremo in dettaglio prossimamente, ovvero il cambiamento culturale. L’acquisizione, la diffusione e l’estinzione delle culture dipende da un lato dall’interazione dell’ambiente, sociale o naturale, con le logiche dell’azione, ossia con «i set di rappresentazioni o di vincoli che influenzano l’azione in un particolare dominio» (ibi: 277), e dall’altro dall’influenza reciproca tra le modifiche o i cambiamenti del codice culturale a livello sociale (code-switching) e i modelli cognitivi che spiegano la diffusione e la stasi delle rappresentazioni e dei modelli culturali (ibi: 280). Le modifiche del codice culturale, lente (come nei processi di acculturazione) o rapide (ad esempio, il caso dell’adozione del capitalismo o la risorgenza di determinate religiosità nei territori post-sovietici) vanno intese nell’ottica di quella “cultura frammentata” che trova il suo baricentro nell’interazione dei network in quanto «ambienti cruciali per l’attivazione di schemi cognitivi, logiche [dell’azione] e cornici [sociali]» (ibi: 283).
«Il successo empirico, la prevedibilità, la semplicità e il controllo indipendente dei risultati sono fattori che aumentano le possibilità per la ricerca di giungere a conclusioni affidabili» (Sulloway 1998: 327), e questo è lo scenario che sta emergendo al crocevia dell’incontro tra scienze cognitive, neuroscienze, biologia evoluzionistica, e quei saperi antropologici, sociologici e storiografici che non si sono tirati indietro di fronte alla contemporanea «sfida della complessità» scientifica (Ceruti 2009. Cfr. Martin 1997; Martin 2000).

Bloch, M. & Sperber, D. (2002). Kinship and Evolved Psychological Dispositions: The Mother’s Brother Controversy Reconsidered. In Current Anthropology, 43 (5): 723-748

Ceruti, M. (2009). Il vincolo e la possibilità. Milano: Raffaello Cortina Editore.

DiMaggio, P. (1997). Culture and Cognition Annual Review of Sociology, 23 (1), 263-287 DOI: 10.1146/annurev.soc.23.1.263

Kraemer, R.S. (2011). Unreliable Witnesses: Religion, Gender, and History in the Greco-Roman Mediterranean. Oxford-New York: Oxford University Press.

Martin, L.H. (1997). Biology, Sociobiology and the Study of Religion: Two Lectures. In Religio. Revue pro religionistiku, V (1): 21-35.

Martin, L.H. (2000). Kingship and the Consolidation of Religio-Political Power during the Hellenistic Period. In Religio. Revue pro religionistiku, VIII (2): 151-160.

Sperber, D. (2010). The Guru Effect. In Review of Philosophy and Psychology, 1 (4): 583-592.

Sulloway, F.J. (1998). Fratelli maggiori, fratelli minori. Come la competizione tra fratelli determina la personalità. Milano: Mondadori. (ed. orig. 1996. Born to Rebel: Birth Order, Family Dynamics, and Creative Lives. New York: Pantheon Books).

venerdì 28 febbraio 2014

E «Il più grande storico di tutti i tempi» è…

Autore: Amada44. Da Wikipedia.
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... No, non ve lo dico subito.
La risposta la trovate più avanti, forse la conoscete già (se siete aficionados del blog la ricorderete senz'altro) e, se proprio desiderate spoilerarvi tutto il post, potete andare direttamente all'ultima riga e buonanotte. Ma se invece volete seguirmi un momento, concedetemi di aprire con una banalità bella e buona:
Gli storici hanno sempre utilizzato modelli psicologici e sociologici per spiegare e comprendere l’intenzionalità, i desideri e le azioni dei soggetti studiati.
Bene. E allora, direte voi?
Allora, in quella frase scontata c’è un problema ingombrante quanto un elefante in un negozio di cristalli. Fino ad oggi i modelli di analisi storiografica utilizzati sono stati perlopiù impliciti, o “ingenui”, ossia non sostenuti dalla conoscenza del corretto funzionamento dei meccanismi cognitivi. Vale la pena chiarire di sfuggita che la definizione di “sociologia ingenua”, coniata dall’antropologo Larry Hirschfeld, viene utilizzata per descrivere le interpretazioni antropomorfiche che gli esseri umani applicano inconsciamente quando devono rappresentare le relazioni personali che intercorrono con soggetti collettivi inanimati (come il villaggio, lo stato, la repubblica, ecc.), con elementi naturali animati o inanimati o con soggetti inesistenti ed invisibili come gli dèi. Perché il lettore non cada nella trappola dell’assegnazione di etichette di valore alla suddetta definizione, ricordiamo, seguendo Pascal Boyer, che
«“ingenua” non significa che l’interpretazione sia primitiva o sciatta, ma solo che si sviluppa spontaneamente, in assenza della formazione sistematica necessaria per l’acquisizione di concetti scientifici» (Boyer 2010: 302).
Ora, il compito degli storiografi, come avviene in qualunque altra classe di studiosi impegnata con pattern storici (geologi, paleontologi, biologi evoluzionisti, astronomi, ecc.), è quello di «ricostruire un evento storico unendo i puntini rappresentati dalle evidenze frammentarie nel modo più plausibile» (Martin 2012: 159). Però, come ha notato Luther H. Martin sulla scorta di un importante e recente volume di Daniel Lord Smail, nel campo storiografico-culturale, tale compito è solitamente dipeso più dall’impegno nei confronti di determinati giudizi aprioristici (ideologici, fideistici, teologici, teleologici, politici, antiscientisti in senso lato, ecc.), che dalla valutazione critica, razionale ed epistemologicamente fondata del materiale a disposizione. Campione in negativo di questo modo di procedere è stato lo studio storico-religioso del passato recente, campo nel quale i puntini che rappresentano le informazioni ricavate dai documenti a disposizione sono stati connessi in modo molto spesso arbitrario, producendo «svariati diagrammi privi di senso – una soluzione che ha caratterizzato davvero troppa storiografia» (ibi: 168).
A monte di tutto sta l’impostazione tipica delle narrazioni ingenue (sensu Hirschfeld) che hanno prodotto anche i vetusti modelli di “storia sacra” o teleologica (Smail 2008). Si tratta di un modello dato per scontato fino a tempi relativamente recenti, e che talora fa ancora capolino in testi blasonatissimi senza destare nemmeno un sopracciglio aggrottato tra i lettori. Le radici moderne di tale idea sono reperibili nelle storiografie nazionalistico-teleologiche tipiche dell’Ottocento e contraddistinte dallo sforzo ideologico volto a irreggimentare il processo storico sotto la lente dell’ontogenesi e dell’ortogenesi, ossia evolutivamente incardinate su un percorso rettilineo e orientato a priori (un esame soggetto a molteplici errori di valutazione, talvolta ingenui o incoscienti; cfr. Barsanti 2005: 336). Tale modello si inseriva implicitamente nelle manipolazioni storico-antropologiche antidarwiniane, poiché sostituiva l’idea di un’assenza di progresso teleologico verso una perfezione maggiore con una complessa dialettica della storia e della cultura nella quale coincidevano e coesistevano escatologia, teleologia e direzioni ortogenetiche.
Come in un gioco di scatole cinesi, questo modello conteneva a sua volta tre differenti moduli di velocità lungo l’asse dell’ortogenesi biologica e storico-culturale, antropologica e religiosa: uno sviluppo orientato verso un fine, sovente impiegato per spiegare escatologicamente anche il destino dell’uomo nel cosmo, una stasi di questo processo (chi non ricorda i cosiddetti «fossili viventi»?) e una degenerazione come semplificazione di una complessità precedente. In questa prospettiva ciò che era ritenuto importante è il punto primigenio di «concepimento o di germinazione», per cui l’origine coincide escatologicamente con il massimo del prestigio e delle supposte potenzialità culturali o biologiche nazionali: «nella narrazione della storia sacra [è] il giardino dell’Eden» (Smail 2008: 80). Non penso ci sia bisogno di chiarire ulteriormente il paragone illecito tra sviluppo, progresso, ideologie politico-religiose e nazionalistici rapporti di forza tra le potenze europee dell'Ottocento e del primo Novecento (ove lo sviluppo teleologico era esplicitamente tradotto con un giudizio di valore ideologico), né di aggiungere che le basi biologiche di tale paragone sono state falsificate da tempo.
Ora, Martin definisce questo tipo di modello di indagine storiografica come un «pensiero storico [definito] da un processo ordinario della cognizione umana», basato a sua volta sul senso comune dei bias cognitivi (Martin 2012: 160), ossia sui vincoli innati che agiscono sulla computazione pregiudiziale delle informazioni (gli stessi, per dire, che fanno sembrare naturale e ovvio il geocentrismo e la fissità delle specie). Benché biologicamente efficace per la costruzione conformista dell’identità in un ambito creato dalla distribuzione del potere sociale, si tratta di un sistema chiaramente fallace, di parte e del tutto inadatto per condurre un’analisi scientifica. Come ha scritto Gilberto Corbellini,
«Le scienze sociali, dall’economia alla sociologia, all’antropologia culturale, alla filosofia, sono […] in ritardo, perché chi le pratica tende spontaneamente e in concorso con i colleghi a deformare la realtà, in primo luogo nel definire i tratti della natura umana da cui si appresta a derivare le descrizioni dei fenomeni di studio, a vantaggio di chi ha o mira ad averne un controllo sociale» (Corbellini 2013: 137-138).
Inoltre, questo modo di procedere offre il fianco, volente o nolente, alle letture propriamente teologiche della storia, poiché si sposa perfettamente con le ipotetiche intenzionalità di invisibili agenti sovrannaturali che muovono i fili delle vicende umane. Anche questo modo di pensare è un riflesso di default della cognizione umana, frutto di un'evoluzione eminentemente fondata sui processi sociali. Il pensiero storiografico dovrebbe invece cercare incessantemente di correggere questi bias impliciti, alla luce dell’autoconsapevolezza scientifica di tali vincoli. Solo in questo modo il meccanismo della correzione degli errori grazie all’impresa collettiva può aspirare all’incremento delle conoscenze razionali. Altrimenti ci si limita a costruire una storiografia ingenua in stile Whiggish, ossia una narrazione di parte, forzata e fallace nella quale i fatti vengono astratti dal contesto generale e ordinati in un modo preciso poiché si sa già, consciamente o inconsciamente, dove si vuole andare a parare nella conclusione (Martin 2012: 160. Sulla responsabilità dello storico cfr. Sagan 2001: 308-309).

Arriviamo ora – finalmente! – al «il più grande storico di tutti i tempi»  cui si alludeva nel titolo.
Bando alle ciance, quindi: si tratta di Charles Robert Darwin. Avevate dubbi a riguardo?
Di certo non ne ha avuti lo storico della scienza e biologo Frank J. Sulloway quando ha sostenuto questa tesi, dati quantitativi e carte alla mano (Sulloway 1998: 326), sulla base di due motivi fondamentali legati al tema che stiamo trattando in questo post.
Innanzitutto, Darwin aveva unito «il suo grande impegno nella valutazione delle ipotesi» all’uso degli strumenti comunemente utilizzati dagli storici, come ad esempio «la descrizione dettagliata degli oggetti che studiava, unita a un costante interesse per il contesto» (ibi: 326-327). In pratica, il naturalista di Shrewsbury (la città natale di Darwin) era consapevole del bias di conferma (cfr. Shermer 2012: 304 ss.), il processo cognitivo e intuitivo per cui tendiamo a minimizzare le prove e le evidenze che emergono come incongruità rispetto alle nostre aspettative e al pattern narrativo sociale dominante accettato (magari supinamente), tanto da annotare nella sua Autobiografia l’abitudine di segnare negli anni tutti i casi e gli elementi che sembravano contraddire le sue idee (Sulloway 1998: 327). Per questo motivo Darwin ha atteso due decenni raccogliendo materiale scientifico: per testare, verificare, costruire e sostanziare la sua idea (per approfondire cfr. Pievani 2013). Il metodo di lavoro di Darwin, così come il suo programma di ricerca (cliccate su questo link per saperne di più), metteva implicitamente in crisi un modello ben più diffuso, allora come oggi bloccato nel bias di conferma: come ha segnalato il giornalista Adam Gopnick,
«In genere, il teorico che ha previsto che tutti i cigni siano bianchi, messo di fronte a un cigno nero, non risponderà dicendo: “Ma guarda un po’! La mia idea era sbagliata!” bensì “E quello tu lo chiami cigno?”» (Gopnick 2013: 132. Per un confronto con il mondo scientifico si veda invece Dawkins 2011: 279).
In secondo luogo con Darwin, alla fine dell’epoca delle esplorazioni geografiche, le colonne d’Ercole della conoscenza venivano spostate più lontano di quanto si potesse mai immaginare: la storia dell’uomo, del pianeta e, più tardi, quella del cosmo si spalancavano così di fronte alla ricerca scientifica come nuove terre incognite da esplorare, ma infinitamente più vaste di quanto il pensiero storico precedente abbia mai potuto immaginare (Shermer 2012: 359-360).
La morale, allora, è che occorre cercare di ovviare ai vincoli cognitivi nella misura in cui ciò è possibile grazie alla loro conoscenza e al seguente autocontrollo cosciente. Come si traduce tutto ciò per il campo di studio storiografico? Secondo Jesper Sørensen,
«la discrepanza tra la prospettiva dello storico e la limitata conoscenza degli attori storici evidenzia la necessità di una comprensione adeguata dell’accesso alla conoscenza dei medesimi attori [delle rappresentazioni culturali e della loro trasmissione] e di come quella conoscenza ha informato le azioni che costituiscono gli eventi storici» (Sørensen 2011: 193).
Abbiamo quindi sul tavolo agenti storici che interagiscono sulla base di intenzioni e desideri, impegnati nel figurarsi e proiettare automaticamente intenzionalità e desideri su altri agenti. Questi agenti producono informazioni, vi hanno accesso e le trasmettono in vario modo a seconda di vincoli culturali e competitivi, mentali e sociali, materiali e ambientali. Il modo in cui gestiamo e manipoliamo le rappresentazioni culturali è il risultato della nostra risalente storia evolutiva di primati sociali, competitivi e cooperativi, a volte ingannatori e a volte altruisti. Insomma, per farla breve, abbiamo di fronte il variegato mondo della cognizione. Nel 1964 il genetista e biologo evoluzionista Theodosius Dobzhansky (1900-1975) ha affermato che «nulla ha senso nella biologia se non alla luce dell’evoluzione» (Dobzhansky 1964: 449). Parafrasando questa  celeberrima frase a nostro uso e consumo, potremmo dire che nulla ha senso nella cognizione se non alla luce dell'evoluzione*. Se non si conoscono i modi in cui la mente funziona, difficilmente si può essere obiettivi nell'analisi dei processi storiografici.
Tale prospettiva (sulla quale avremo modo di tornare prossimamente) permette, se si agisce con discernimento, di evitare i vicoli ciechi dei vari determinismi umanistici che hanno tentato in qualche modo di spiegare l’interazione tra vincoli storici strutturali ed eventi contingenti. Si pensi al determinismo sociale, ove la mente è stata spesso considerata una tabula rasa sulla quale la cultura viene inscritta attraverso la socializzazione (ibi: 182-183), o al determinismo psicologico, nel quale sia la storia sia i sistemi socio-culturali sono ritenuti completamente contingenti (ibi: 183-185). Un’ottica scientificamente pluralistica e coevoluzionistica, ove gli esseri umani influenzano le pressioni selettive modificando il proprio ambiente in modo non sempre adattativamente favorevole (la cosiddetta niche construction), permette invece di incrociare le spiegazioni multicausali a seconda del quadro temporale di riferimento inscritto nella storia profonda di Homo sapiens (ibi: 185 ss.).
Seguendo la brillante sistematizzazione offerta da Jesper Sørensen, tanto per limitarci a un esempio tra i modelli attualmente disponibili, si può così parlare di
  • un livello macrostorico, all’interno del quale si può avvertire l’impatto dei cambiamenti storico-culturali sulla neurochimica e l’uso deliberato di stratagemmi culturali per alterare neurochimicamente cognizione ed emozioni (si pensi ai «rituali, alle manifestazioni sportive, alla lettura, al canto, agli strumenti musicali, e al raccontare storie, [attività] che possiedono tutte l’obiettivo esplicito di modificare la neurochimica del cervello e in tal modo il nostro funzionamento cognitivo ed emotivo»);
  • un livello microstorico, nella cui analisi predominano le scienze cognitive per spiegare la trasmissione, o epidemiologia, delle rappresentazioni culturali (idee o memi che dir si voglia);
  • infine, di un livello mesostorico, dove ad essere indagati sono l’immunologia delle rappresentazioni (ovvero, la resistenza al cambiamento nelle rappresentazioni culturali), i periodi di stasi, gli stili di apprendimento culturale (ossia come si apprende ad imparare) e l’interazione con gli utensili, ossia come questi modificano ulteriormente i processi di ragionamento (ibi: 187-190).
In tutti i casi descritti la costante fondamentale è l’aspetto biologico-evoluzionistico della storia: «la storia profonda è importante […] perché può essere usata come una mappa per la continua narrazione della coevoluzione tra geni e cultura» (ibi: 190).
Non solo la metodologia della ricerca storica ma anche l'epistemologia storiografica devono allora a Darwin molto più di quanto solitamente non riconoscano. 
E quindi, ricapitolando: sì, il più grande storico di tutti i tempi è Darwin.

Darwin da giovane. Perché, a dispetto delle immagini comunemente usate nei media, anche Darwin ha avuto un'adolescenza e una maturità prima della vecchiaia (altri lo hanno già fatto notare altrove in passato, ma è sempre bene ripeterlo). Opera di George Richmond (1809-1896), da Wikipedia.
*:  In un’elaborazione successiva in merito al medesimo concetto, Dobzhansky (1973: 129) fa riferimento esplicito al pensiero del prete gesuita, paleontologo e filosofo Pierre Teilhard de Chardin (1881-1955). Questi viene citato come esempio di convivenza tra fede personale ed evoluzione, che il genetista ritiene preferibile, in quel particolare contesto statunitense dell’epoca e nell’ambito di un certo dibattito, al creazionismo letterale fondamentalista.  Peccato che il prete gesuita fosse fautore di quello che oggi etichetteremmo correttamente come un Intelligent Design  (letteralmente “progetto intelligente”) ortogenetico, teleologico ed escatologico di matrice teologica cristiana. Tradotto altrimenti, Teilhard de Chardin sosteneva l’esistenza di una pianificazione divina agente nei processi evolutivi, teleologicamente orientata verso l’evoluzione dell’uomo e la sua storia e culminante cosmologicamente nella propria religione di afferenza. Una “storia sacra”, insomma, e una risposta altrettanto fallace di quella che il genetista avrebbe voluto controbattere, probabilmente ispirata dalle credenze personali di Dobzhansky (Ayala 1976).
Come ha notato sagacemente Telmo Pievani (2011: 134), «la tentazione del finalismo pervade anche le menti degli scienziati». Motivo in più per essere sempre coscienti dei vincoli cognitivi in modo tale da potervi ovviare anzitempo.

Ayala, F. (1976). Theodosius Dobzhansky: The Man and the Scientist Annual Review of Genetics, 10 (1), 1-7 DOI: 10.1146/annurev.ge.10.120176.000245

Barsanti, G. (2005). Una lunga pazienza cieca. Storia dell’evoluzionismo. Torino: Einaudi.

Boyer, P. (2010). E l’uomo creò gli dei. Come spiegare la religione. Bologna: Odoya (ed. orig. 2001. Et l’homme créa les dieux. Comment expliquer la religion. Paris: Éditions Robert Laffont; 2003. Paris: Gallimard. Ed. ingl. 2002. Religion Explained: The Evolutionary Origins of Religious Thought, New York: Basic Books).

Dawkins, R. (2011). L’illusione di Dio. Le ragioni per non credere. Milano: Mondadori (2007; ed. orig. 2006 The God Delusion. London: Bantam Press).

Dobzhansky, T. (1964). Biology, molecular and organismic. Integrative and Comparative Biology, 4 (4), 443-452 DOI: 10.1093/icb/4.4.443

Dobzhansky, T. (1973). Nothing in Biology Makes Sense except in the Light of Evolution The American Biology Teacher, 35 (3), 125-129 DOI: 10.2307/4444260

Gopnick, A. (2013). Il sogno di una vita. Lincoln e Darwin. Parma: Guanda (ed. orig. 2009. Angels and Ages: A Short Book About Darwin, Lincoln, and Modern Life. New York: Alfred A. Knopf. A Division of Random House).

Corbellini, G. (2013). Scienza. Torino: Bollati Boringhieri.

Martin, L.H. (2012). The Future of the Past: The History of Religions and Cognitive Historiography. Religio. Revue pro religionistiku. (XX) 2: 155-172.

Pievani, T. (2011). La vita inaspettata. Il fascino di un’evoluzione che non ci aveva previsto. Milano: Raffaello Cortina Editore.

Pievani, T. (2013). Anatomia di una rivoluzione. La logica della scoperta scientifica di Darwin. Milano-Udine: Mimesis.

Sagan, C. (2001). Il mondo infestato dai demoni. La scienza e il nuovo oscurantismo. Milano: Baldini e Castoldi (1997; ed. orig. 1996. The Demon-Haunted World: Science as a Candle in the Dark. New York: Ballantine Books. A Division of Random House).

Shermer, M.. (2012). The Believing Brain: From Spiritual Faiths to Political Convinctions. How We Construct Beliefs and Reinforce Them as Truths. London: Robinson (ed. orig. 2011. The Believing Brain: From Ghosts and Gods to Politics and Conspiracies. How We Construct Beliefs and Reinforce Them as Truths. New York: Times Books - Henry Holt).

Smail, D.L.. (2008). On Deep History and the Brain. Berkeley-Los Angeles-London: University of California Press.

Sørensen, J. (2011). Past Minds: Present Historiography and Cognitive Science. In Martin, L.H., Sørensen, J. (eds.). Past Minds: Studies in Cognitive Historiography (179-196). London-Oakville: Equinox.

Sulloway, F.J. (1998). Fratelli maggiori, fratelli minori. Come la competizione tra fratelli determina la personalità. Milano: Mondadori. (ed. orig. 1996. Born to Rebel: Birth Order, Family Dynamics, and Creative Lives. New York: Pantheon Books).

mercoledì 12 febbraio 2014

Darwin Day 2014. L’appetito vien mangiando: le tesi di Richard Wrangham tra cibo, cognizione ed evoluzione

Wrangham; Richard. (2011a). L’intelligenza del fuoco. l’invenzione della cottura e l’evoluzione dell’uomo. Torino: Bollati Boringhieri (2009. Catching Fire: How Cooking Made Us Human. Profile Books: London / New York: Basic books)
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«[Le persone] non hanno bisogno di cuocere il cibo: lo fanno per ragioni simboliche, per dimostrare che sono uomini, non bestie» (Leach 1970: 92; cit. in Wrangham 2011: 17).
Così l’antropologo Edmund Leach, ricapitolando una posizione già esposta da Claude Lévi-Strauss nel celebre Il crudo e il cotto (1966), ha sintetizzato il ruolo della cucina nell’ambito della cultura umana. Insomma, cucinare, preparare e cuocere gli alimenti sono attività prettamente culturali la cui analisi biologico-evolutiva non avrebbe molto senso dal punto di vista antropologico. L’ambito è quello del modello umanistico che vuole l’uomo completamente avulso e libero dal contesto naturale poiché, come hanno scritto Maurice Bloch e Dan Sperber, «gli esseri umani possono trasmettere informazioni tra gli individui attraverso qualsiasi comunicazione simbolica», e quindi sarebbero «liberi da qualunque vincolo naturale […] differenziandosi essenzialmente dagli altri animali, i quali trasmettono l’informazione perlopiù, se non completamente, in modo genetico» (Bloch e Sperber 2002: 725).
Nulla di più sbagliato. «Noi esseri umani siamo le scimmie che sanno cucinare, le creature del fuoco». Queste sono invece le parole di Richard Wrangham (2011a: 20), antropologo a Harvard e studioso dei primati non umani presso il Peabody Museum, che introducono il tema della monografia intitolata L’intelligenza del fuoco, dedicata interamente al ruolo della preparazione e della cottura del cibo dal punto di vista dell’evoluzione e della cognizione umana.

La tesi di Wrangham è che la dieta alimentare, attraverso le innovazioni legate alla manipolazione e alla cottura degli alimenti, abbia profondamente influenzato la storia profonda del taxon Homo. I nostri antenati ominini, mangiando prima cibi più morbidi, lavorati a freddo, e più ricchi dal punto di vista dell’apporto energetico, avrebbero imposto un vincolo per la selezione di denti più piccoli e di un intestino meno elaborato perché non era più necessario masticare e digerire vegetali o carne cruda (alimenti più duri e fibrosi). In secondo luogo, la cottura avrebbe «aumentato la quantità di energia che il nostro corpo ricava dal cibo» (Wrangham 2011a: 19; cfr. Carmody et al. 2011), con conseguenze decisive sull’organizzazione sociale e infine, in una serie di ricadute a cascata, sulla cognizione.
Wrangham si spinge ancora più in là. Secondo la sua ricostruzione, i metodi e le tecniche per cucinare non solo sarebbero i principali responsabili dell’aumento delle dimensione del cervello nel genere Homo, ma sarebbero da retrodatare significativamente. La cottura pertanto ricoprirebbe un ruolo evolutivo strategico pari a quello della manipolazione degli utensili e dell’interazione sociale, e questa rappresenterebbe solamente uno stadio all’interno di un più complesso e risalente processo di innovazione culturale. Innanzitutto, Wrangham riprende una tesi avanzata da Leslie C. Aiello e Peter Wheeler (1995) definita expensive tissue hypothesis (ossia l’«ipotesi del tessuto costoso»; Wrangham 2011a: 129), per cui esisterebbe una relazione inversamente proporzionale tra dimensioni dell’apparato digerente e quelle cerebrali nei primati. Questo perché il cervello è un organo che consuma molta energia, come l’apparato digerente, e la cui espansione nel tempo profondo può avere luogo solo a scapito delle dimensioni del secondo e solo stante l’adozione di abitudini alimentari comprendenti cibo energeticamente molto ricco. Insomma, più semplicemente, il corpo è un sistema composto dalla relazione tra gli elementi che lo compongono e gli organi sono parti correlate che vanno studiate in rapporto le une con le altre, specialmente dal punto di vista della scala temporale evolutiva.
Rispetto alla tesi di Aiello e Wheleer, però, Wrangham ritiene che per quanto concerne la situazione di Homo l’expensive tissue hypothesis vada posta in relazione con le tecniche di preparazione del cibo e con l’esistenza di contesti sociali particolarmente competitivi e basati sulla cooperazione. Pertanto, l’antropologo sostiene una decisa retrodatazione degli eventi evolutivi.
La prima soglia evolutiva all’interno del panorama ricostruito da Wrangham (2011a: 9 ss.) è incentrata su un gruppo chiave dell’evoluzione umana, le habilines (ca. 2,3 milioni di anni fa), che precedono H. erectus (ca. 1,9 milioni di anni fa) e seguono alle australopitecine (ca. 3 milioni di anni fa). Le habilines testimoniano un aumento del volume cerebrale del 36% rispetto alle precedenti australopitecine e a parità di peso corporeo (rispettivamente 612 cc. vs. 450 cc.; Wrangham 2011: 130). Sulla base dell’analisi di dati paleoantropologici, fisiologici, primatologico-comparativi e morfologici, Wrangham ritiene che con questo gruppo abbia avuto inizio una significativa riduzione dei costi di digestione attraverso l’implementazione e il continuo miglioramento di tecniche di lavorazione a freddo, come la macinazione, la miscelazione, o battere la carne per renderla più morbida (ibid.: 133).
Il passo successivo è rappresentato dalla cottura del cibo attraverso il controllo del fuoco, che Aiello e Wheeler riservavano a H. heidelbergensis (ca. 800.000/600.000 anni fa) mentre Wrangham retrodata di un milione di anni ca., attribuendolo a H. erectus. In termini di volume cerebrale siamo a ca. 950 cc. contro 1200 cc. rispettivamente per H. erectus e H. heidelbergensis (Wrangham 2011a: 130, 133). Rispetto ai taxa precedenti, H. erectus avrebbe quindi subito un aumento del volume cerebrale del 55% se paragonato alle habilines (e del 111% rispetto alle australopitecine), mentre H. heidelbergensis un 96% rispetto a H. erectus (e addirittura un 166% rispetto alle australopitecine).

Wrangham lega la expensive tissue hypothesis alla tesi secondo la quale il cervello dei primati non umani si sia evoluto innanzitutto per fronteggiare la complessità dei rapporti sociali. Il tempo impiegato nella gestione delle interazioni sociali dei primati è sempre una delle costanti basilari di cui tenere conto durante le speculazioni e le ricostruzioni paleoantropologiche. Proprio sulla base della valutazione dei tempi da dedicare alle attività di gruppo, l’antropologo Robin Dunbar ha sostenuto che il linguaggio, tra le altre possibili concause, abbia assolto alla funzione socialmente essenziale della toelettatura (grooming) in gruppi man mano più numerosi:
«c’è un limite […] alla quantità di tempo che un individuo può passare a spulciare la pelliccia dei suoi amici; bisogna anche andare in cerca di cibo, accoppiarsi e fare attenzione ai predatori […] Quindi, questa pratica può tenere insieme solo gruppi relativamente piccoli»  (Ehrlich 2005: 193. Cfr. Dunbar 1998; Wrangham 2011a: 119-123).
Il linguaggio avrebbe pertanto funzionato come surrogato neurofisiologico della medesima attività sociale riuscendo a coinvolgere più individui contemporaneamente e nello stesso intervallo di tempo. Come scrive Wrangham,
«il risultato è una soap opera di affetti, alleanze, inimicizie in perenne trasformazione e una spinta costante a battere in astuzia gli altri» (2011a: 132).
Sulla scia di questa tesi Wrangham aggiunge il contributo delle valutazioni dei tempi di masticazione, delle calorie introdotte e del consumo energetico: una madre scimpanzé consuma ca. 1800 calorie al giorno, e mastica per sei ore ca. In pratica, sono 300 calorie all’ora. Un individuo adulto di H. sapiens (stante attività fisica e possibilità di approvvigionamento) dovrebbe consumare ca. 2000 calorie, ma mastica per una sola ora al giorno in totale. Significa aver liberato circa cinque ore al giorno dalla masticazione (ibid.: 156). Nel 2012 Karina Fonseca-Azevedo e Suzana Herculano-Houzel hanno dimostrato che per sostenere il consumo metabolico di un organo come il cervello di H. sapiens sulla base di soli alimenti crudi sarebbe necessario disporre di un numero spropositato di ore da dedicare alla ricerca del cibo e alla masticazione. L’evoluzione lineare del volume cerebrale e del numero di neuroni nei nostri antenati avrebbe quindi beneficiato anche, o soprattutto, dal passaggio a un’alimentazione composta da cibi cotti già dai tempi di H. erectus (Fonseca-Azevedo & Herculano-Houzel 2012). Ovviamente, questo è il punto d’arrivo di un risalente processo graduale di lavorazione del cibo – e poi di cottura – cominciato con le habilines.

Secondo Wrangham, inoltre, la cucina avrebbe anche vincolato i rapporti tra i sessi contribuendo a fissare la subordinazione degli individui di sesso femminile all’interno dei rapporti di coppia di H. sapiens:
«La cottura comportò incredibili benefici dal punto di vista nutritivo, ma per le donne l’avvento della cottura si tradusse in maggior vulnerabilità all’autorità maschile. […] La cottura creò e perpetuò un nuovo sistema di superiorità culturale del maschio» (Wrangham 2011a: 194).
Come ha potuto aver luogo tutto ciò? A seguito di una rassegna antropologico-culturale, Wrangham descrive quello che avrebbe potuto essere un «primitivo racket di protezione» (ibid.: 170), per cui i maschi avrebbero offerto protezione alle donne impegnate nei processi di preparazione del cibo e di cottura da altri maschi, interessati al furto degli alimenti. In quest’ottica, la cooperazione e il controllo dei free-rider si uniscono nel tempo profondo alla vulnerabilità di chi è impegnato a cucinare.
Ancora, l’uso del fuoco come strumento di illuminazione notturna e mezzo di dissuasione contro gli animali può aver vincolato anche la selezione di arti posteriori più lunghi e la perdita della capacità di arrampicarsi e di dormire sugli alberi (come riparo da competitori e da altri animali), sempre a partire da H. erectus (ibid.: 114).

 Indicator "albirostris" (Indicator indicator).
Temminck, C.J. (1838). Nouveau recueil de planches coloriées d'oiseaux: pour servir de suite et de complément aux planches enluminées de Buffon, édition in-folio et in-4⁰ de l'Imprimerie royale. Paris & Strasbourg: F.G. Levrault/Amsterdam: Chez Legras Imbert et Comp. P. 526. Fonte: Wikipedia
Una delle prove più recenti che Wrangham ha aggiunto al novero delle tesi già presentato nella sua monografia verte su un peculiare rapporto ecologico tra un uccello africano, l’indicatore dalla gola nera (Indicator indicator), e H. sapiens. Questo uccello è attratto dai rumori e dalle attività umane, e attira l’attenzione degli abitanti locali per condurli, tramite richiami, fino agli alveari ricchi di miele che ha già individuato in precedenza. Le persone coinvolte fanno poi solitamente evacuare l’alveare attraverso il fumo, e lo aprono per raggiungere il miele e le larve. L’indicatore dalla gola nera può così raggiunge la cera e le api per cibarsene. Ora, si pensa che questo interessante rapporto di coevoluzione abbia interessato l’indicatore e il tasso del miele (Mellivora capensis), e che l’uomo abbia solamente approfittato di questo interazione ecologica stabilitasi nel tempo profondo tra gli altri due taxa.
Wrangham invece sostiene che il partner evolutivo dell’antenato dell’indicatore dalla gola nera sia stato un ominine. Per affermare ciò, l’antropologo si appoggia a recenti studi genetici che, calibrando il tasso di mutazione sulla base del DNA mitocondriale, hanno stabilito che la divergenza tra due specie attuali di indicatore (la prima che nidifica sugli alberi, la seconda a terra) abbia come termine a quo 3 milioni di anni fa ca. (Wrangham 2011b; cfr. Wong 2013). Si tratta ovviamente di una stima e quel peculiare comportamento può essersi fissato anche successivamente, ma nondimeno ciò offre lo spunto a Wrangham per confortare provvisoriamente la sua ipotesi sull’uso del fuoco: anche le antropomorfe sanno che il fuoco si spegne e gli esemplari che sono stati a contatto con l’uomo o in cattività sanno come servirsene e come tenerlo acceso (Wrangham 2011a: 207-208). Inoltre, le antropomorfe preferiscono cibi cotti (ibid.: 105). Non dovrebbe stupire quindi che il fuoco (e il suo prodotto collaterale, il fumo) sia stato sfruttato pur in assenza di una conoscenza diretta della sua produzione, magari già al tempo delle australopitecine, ossia a partire da ca. 3 milioni di anni fa (ibid.: 208-209). D’altra parte, la produzione del fuoco può essere stata attivata proprio a seguito della fabbricazione e l’uso di utensili litici, beneficiando di un processo di trial and error e di implementazione evolutivo-culturale a partire dalla constatazione dei risultati dello sfregamento di pirite (minerale composto da ferro e zolfo) contro selce (ibid.: 209).

Video dal sito ufficiale del documentario The Hadza: Last of the First (2012)

Mancano ancora prove genetiche per sostenere l’adattamento alla cottura alla base dell’ipotesi della relazione evolutiva tra manipolazione del cibo, cottura ed evoluzione della cognizione in Homo. Tuttavia, come ha affermato Wrangham in una recente intervista,
«una questione di grandissimo interesse sarà vedere se riusciremo o meno a trovare nel genoma umano prove di una selezione per geni legati all’uso di cibi cotti. Potrebbero riguardare il metabolismo o il sistema immunitario. O potrebbero riguardare le risposte ai composti di Meillard [la cui presenza è “facilmente riconoscibile nel colore bruno della cotenna di maiale arrostita o nella crosta di pane”; da Wrangham 2011a: 63], che sono sostanze potenzialmente pericolose prodotte durante la cottura» (Wong 2013: 51).
Perdere abitudini parzialmente arboricole per dormire la notte, tenere lontano i competitori e gli altri animali non-umani, influire sulla conformazione di denti e intestini, influenzare il rapporto culturale di subordinazione sessuale e sociale, sfruttare un by-product del fuoco come il fumo per raggiungere cibi altamente energetici come il miele, ottenere cibi più digeribili e più calorici, riduzione dei tempi di masticazione. Secondo Wrangham tutto questo, e altro ancora, avrebbe permesso ai nostri antenati di intraprendere fortuitamente la strada che avrebbe condotto alle attuali capacità cognitive del genere Homo.
Darwin aveva scritto che «La scoperta del fuoco, probabilmente la maggiore mai compiuta dall’uomo, tranne il linguaggio, precede l’alba della storia», e la sua importanza fondamentale starebbe proprio nella capacità di rendere digeribili «radici dure e fibrose» e di far diventare «innocue» erbe velenose (Darwin 1990: 75; cfr. Wrangham 2011a: 140). Secondo Wrangham il legame tra cibo, evoluzione e cognizione sembra essere ancora più profondo e significativo di quanto Darwin abbia immaginato. E questo, a Darwin, sarebbe probabilmente piaciuto moltissimo.
Buon Darwin Day 2014!

Aiello, L.C. & P. Wheeler (1995). The Expensive-Tissue Hypothesis: The Brain and the Digestive System in Human and Primate Evolution. Current Anthropology, 36 (2), 199-221 DOI: 10.1086/204350

Bloch, M. & D. Sperber (2002). Kinship and Evolved Psychological Dispositions. Current Anthropology, 43 (5), 723-748 DOI: 10.1086/341654

Carmody RN, Weintraub GS, & Wrangham RW (2011). Energetic consequences of thermal and nonthermal food processing. Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America, 108 (48), 19199-19203 PMID: 22065771

Darwin, Charles Robert (1990). L’origine dell’uomo. Roma: Newton Compton (ed. orig. 1871. The Descent of Man, and Selection in Relation to Sex. London: Murray)

Dunbar, Robin. (1998). Dalla nascita del linguaggio alla Babele delle lingue. Milano:  Longanesi, (ed. orig. 1996. Grooming, Gossip and the Evolution of Language. Cambridge-MA: Harvard University Press)


Ehrlich, Paul. (2005). Le nature umane. Geni, Culture e prospettive. Ed. it. a cura di Telmo Pievani, Torino: Codice edizioni (ed. orig. 2000. Human Natures: Genes, Cultures, and the Human Prospect. Washington: Island Press)

Fonseca-Azevedo K, & Herculano-Houzel S (2012). Metabolic constraint imposes tradeoff between body size and number of brain neurons in human evolution. Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America, 109 (45), 18571-18576 PMID: 23090991

Leach, Edmund. (1970). Lévi-Strauss. London: Fontana

Lévi-Strauss, Claude. (1966). Mitologica I. Il crudo e il cotto. Milano: il Saggiatore (ed. orig. 1964. Mythologiques I. Le cru et le cuit.  Paris: Librairie Plon)

Wong, Kate (2013). Il primo barbecue. [Intervista a Richard Wrangham]. Le Scienze. Edizione italiana di Scientific American 543: 48-51 (The First Cookout. Scientific American (309) 3: 66-69)

Wrangham; Richard. (2011a). L’intelligenza del fuoco. l’invenzione della cottura e l’evoluzione dell’uomo. Torino: Bollati Boringhieri (2009. Catching Fire: How Cooking Made Us Human. Profile Books: London / New York: Basic books)

Wrangham, Richard (2011b). Honey and Fire in Human Evolution. In Casting the Net Wide: Papers in Honor of Glynn Isaac and His Approach to Human Origins, edited by Jeanne Sept, Jeanne & David Pilbeam. 149-169. Oxford: Oxbow Books