sabato 28 maggio 2016

Potenziatori culturali, uccelli giardinieri e sense of beauty. Ipotesi sugli inizi della religione a quarant'anni da Il gene egoista

Copertina dell'edizione italiana del libro di Richard Dawkins intitolato Il gene egoista.
ResearchBlogging.org
Per il quarantennale della pubblicazione de Il gene egoista di Richard Dawkins, ho deciso di omaggiare l’idea di evoluzione culturale attraverso i memi in questo e nel prossimo post [1]. Tenuti a battesimo proprio in quel volume, i memi sono elementi culturali sottoposti a immagazzinamento mnemonico e diffusione attraverso modalità imitative. Nei modelli tratti della memetica dawkinsiana i “memi” vengono intesi come «atomi discreti di informazione ereditaria in competizione tra loro», sulla base di un parallelo tra cambiamento genetico e modifiche culturali nel corso del tempo [2]. Come ha scritto Luigi Luca Cavalli Sforza, da questa prospettiva l’«autoriproduzione delle idee» è resa possibile dal fatto che «le idee […] sono oggetti materiali in quanto hanno bisogno di corpi e cervelli in cui essere prodotte per la prima volta e riprodotte nel processo di trasmissione: come il DNA sono materiali, anche se di natura diversa» [3]. Nonostante l'idea di partenza non fosse originale, in quanto influenzata in origine dalle tesi che furono già di Cavalli Sforza (tra gli altri), la portata e l'appeal della proposta dawkinsiana fu semplicemente enorme [4]. Bene o male, il merito di Dawkins sta nell'aver confezionato e semplificato un potenziale modello di ricerca per renderlo fruibile a livello divulgativo. Coniando un'etichetta di grande successo.

Il battesimo dei memi.
Fonte: Dawkins, Richard. 2010. Il gene egoista. Milano: Mondadori. p. 201.
In questo e nel prossimo post, senza alcuna velleità o pretesa di esaustività, riprendo alcune interessanti pubblicazioni recenti di cui mi sono occupato nella mia tesi di dottorato e nel mio librone, tagliando, aggiornando e correggendo dove necessario. Il punto di partenza e il pretesto provengono dall’idea che tratti culturali socialmente accettati e ampiamente diffusi, come i comportamenti religiosi, siano giocoforza e in qualche modo adattativi. Iniziamo allora in medias res con un bel libro pubblicato nel 2012, scritto dal biologo evoluzionista Mark Pagel e intitolato Wired for Culture: The Natural History of Human Cooperation.
In questo libro, Pagel ritiene che all’interno dei meccanismi di co-evoluzione culturale, elementi quali religione, arte e musica abbiano agito come potenziatori culturali (cultural enhancers), volti a massimizzare il successo dei replicatori (gli esseri umani) all’interno dei veicoli di sopravvivenza culturali. Però, secondo l’interessante (e talvolta problematica) prospettiva memetica sposata da Pagel, la religione o, meglio, i vari componenti di una religione possono essere adattativamente neutrali o persino essere deleteri per i singoli o per i gruppi, indipendentemente dalla diffusione di quel potenziatore culturale:
«la proposta secondo la quale abbiamo curato le arti e la religione poiché ci sono utili deve essere confrontata con la più semplice idea che questi elementi culturali possano esistere per nessun’altra ragione al di fuori del fatto che si sono evoluti per essere capaci di manipolare, sfruttare o approfittarsi di noi al fine di diffondersi – non per aiutarci» [5].
Il concetto di potenziatore culturale non è molto lontano dall’ipotesi di Luther H. Martin per cui la religione avrebbe funzionato agli inizi come elemento di selezione sessuale, come dispiego e sfoggio di caratteristiche individuali valide per indicare la propria fitness, sulla scorta del darwiniano sense of beauty, ossia dell’estetica e delle relative capacità valutative esibite da un sesso per giudicare la fitness dell'altro. Nel suo contributo Martin descrive i meccanismi cognitivi, le strabilianti abilità architettoniche e l’esistenza di tratti culturali condivisi a livello regionale dagli uccelli giardinieri dell'Australia e Nuova Guinea (fam. Ptilonorhynchidae) per paragonarli allo storytelling umano e alla narrazione affabulatoria come display orale nella selezione sessuale umana.

«Proprio in prossimità del sentiero, mi trovai in presenza dell'opera più bella che ingegno di animale abbia mai saputo costruire. Era una capanna in mezzo a un praticello smaltato di fiori. Il tutto in miniatura. [...] Mi contentai di esaminare superficialmente per il momento quella meraviglia e proibii severamente a' miei cacciatori di scomporla». Da Beccari, Odoardo. 1877. Le capanne ed i giardini dell'Amblyornis inornata. Genova: Annali del Museo Civico di Storia Naturale di Genova, vol. IX; testo e immagine riprese da Mazzotti, Stefano. 2011. Esploratori perduti. Storie dimenticate di naturalisti italiani di fine Ottocento. Torino: Codice, risp. pp. 114 e 216. Immagine resa disponibile dall'editore qui.



Martin si basa su quanto concluso da Geoffrey Miller nel suo Uomini, donne e code di pavone: la selezione sessuale e l’evoluzione della natura, secondo cui la capacità di cooptare controintuitivamente determinati concetti all’interno delle narrazioni religiose può avere avuto effetti sulla fitness riproduttiva degli individui [6]. Secondo la prospettiva cognitiva milleriana, «molti degli adattamenti mentali che guidano i nostri comportamenti [sono] intuitivamente accurati». Però, come l'autore suggerisce, «i “fuochi d’artificio mentali che costellano lo spettacolo del corteggiamento” indeboliscono la nostra epistemologia evoluzionistica, “trasformando le nostre facoltà cognitive da seguaci della verità in pubblicità ornamentali per la propria fitness”» [7].
Per un esempio di pubblicità ornamentale come sviluppo esagerato di tratti potenzialmente inutili o addirittura nocivi alla sopravvivenza degli individui si pensi alle melodie degli uccelli canori che ne segnalano la presenza ai potenziali predatori. Ma, come la coda del pavone, si tratta di uno sfoggio di qualità che esagera la fitness dell'individuo sia per scoraggiare eventuali predatori (indicandone la salute e la prestanza) sia per incoraggiare eventuali compagne (idem). D'altra parte Mick Jagger, con il suo repertorio di abilità artistiche immortalate nel testo e nel videoclip di una canzone recente, ha avuto sette figli da quattro compagne – e non stiamo nemmeno a fare la conta delle possibili partner a livello non ufficiale.
«Gli inglesi le hanno chiamate playbing o sporting places, halls, play houses, ma più specialmente Bowers, nome che io tradurrei in italiano in quello di pergolati, gallerie o capanne; Bower birds sono chiamati gli uccelli che costruiscono».
Testo: Beccari, Le capanne ed i giardini dell'Amblyornis inornata, cit.; ripreso da Mazzotti, Esploratori perduti, cit., p. 114. Immagine: BBC Earth (Tim Laman / naturepl.com)
Ogni mezzo è lecito, dunque, e fare sfoggio di tratti esagerati diventa parte integrante di un processo a cascata (runaway effect) per cui domanda e offerta dei potenziali partner si rincorrono nel tempo profondo dell'evoluzione fino a fissare elementi potenzialmente nocivi alla fitness. In un apparentemente paradossale scarto di logica, la difficoltà di espletare funzioni normali e/o l'apprendimento di comportamenti costosi e inutili diventa essa stessa vincolo selettivo [8].

In questo senso, raccontare storie esagerate alimenta la diffusione di elementi narrativi che fanno presa cognitiva proprio a causa degli temi inaspettati che esse contengono. Non è difficile intravedere qui in filigrana l'innesco di narrazioni mitologiche vorticosamente controintuitive che diventano vincolo selettivo per nuove storie sempre più mirabolanti. D'altra parte, un'attenzione innata rivolta ai particolari contenuti che violano le nostre aspettative ontologiche nei confronti del mondo esterno è un fattore potenzialmente adattativo. Chiaramente, una storia fatta di dèi che lanciano fulmini quando sono arrabbiati non ha molto valore adattativo di per sé, ma sapere che i fulmini possono colpire gli alberi perché sacri a quella divinità – e quindi starsene ben lontani quando diluvia – non è poi tanto male. Senza contare l'effetto neuroendocrinologico di soddisfazione epistemica conseguente alla condivisione di una bella e piacevole storia. Chiaro, c'è dell'altro. Ma quello che voglio sottolineare qui è che allora lo storytelling mitologico sarebbe in nuce  una sorta di prodotto collaterale, un by-product, poi ripreso e sfruttato anche a fini adattativi [9].
Ma son tutte fole, direte voi. Eppure, dal fingere di credere al credere nella finzione il passo non è poi così incolmabile come si potrebbe pensare di primo acchito. Se si ha cura di collocarsi nella prospettiva dei tempi profondi, ovvio. In effetti, Robert Trivers ha suggerito che
«la logica dell’inganno pervade la storia della vita sulla Terra, dalla competizione all’interno dei genomi ai rapporti familiari e sociali, e che per rendere efficaci strategie di inganno e manipolazione degli altri si è evoluta a sua volta la capacità di autoingannarsi» [10].
Autoingannarsi come prerequisito per competere meglio, quindi? Questa tesi sollevi alcune interessanti e spinose questioni dal punto di vista cognitivo ed evoluzionistico (sulle quali non possiamo soffermarci in questo post), e permette di considerare in un’ottica di lungo periodo il rapporto tra competizione intra- ed inter-sessuale (ossia all'interno e tra i sessi) e uso del linguaggio.

Alcune ricerche di sociolinguistica riprese da Anne Campbell, ad esempio, hanno individuato una correlazione positiva tra questi due elementi negli adolescenti di sesso maschile del genere Homo sapiens, per i quali
«[...] il fattore importante non è il contenuto del discorso, quanto ciò che attraverso di esso si può raggiungere. Parlare equivale a reclamare, mantenere o contestare lo status sociale. Per i ragazzi mantenere l’attenzione di un pubblico è un vero talento perché, a differenza di quanto avviene con le ragazze, l’oratore non può contare su un pubblico paziente e comprensivo: “Narrare storie [storytelling], raccontare barzellette [joke telling] e altre perfomance narrative sono caratteristiche comuni dell’interazione sociale dei ragazzi… Il narratore deve affrontare di frequente la derisione, le sfide e i commenti sulla sua storia. Una delle maggiori abilità sociolinguistiche che un ragazzo deve apprendere per interagire con i suoi pari è superare questa serie di sfide, mantenere l’attenzione del pubblico e arrivare con successo alla fine della sua storia» [11].
La prossima volta che qualcuno tra i vostri amici e conoscenti si mette svergognatamente in mostra in pizzeria, raccontando storie assurde o barzellette penose pensando di essere divertente, attirando l'attenzione di tutti i commensali, non riuscirete a non pensare ad una coda di pavone. O a un pergolato degli uccelli giardinieri.
Metti un Amblyornis inornata in pizzeria... Illustrazione di John Gould.
FonteWikipedia

[continua...]

[1] Dawkins, R. (2010). Il gene egoista. Milano: Mondadori (1992 1a ed.). Ed. orig. The Selfish Gene, Oxford and New York: Oxford University Press, 1976; ristampato nel 1989 e  nel 2006).

[2] Pievani, Telmo. 2010. Introduzione alla filosofia della biologia. Roma-Bari: Laterza, p. 73 (2005 1a ed.). Si veda Dawkins, Il gene egoista, cit., pp. 198-210 (cap. Memi: i nuovi replicatori). Passaggio rielaborato da Ambasciano, L. (2014). Sciamanesimo senza sciamanesimo. Le radici intellettuali del modell osciamanico di Mircea Eliade tra evoluzionismo, psicoanalisi, te(le)ologia. Roma: Nuova cultura, p. 495.

[3] Cavalli Sforza, L.L. (2010). L’evoluzione della cultura. Torino: Codice edizioni, p. 131 (2004 1a ed.).

[4] Dawkins ricorda Cavalli Sforza (Il gene egoista, cit., 200), e due suoi testi: Cavalli Sforza, L.L. (1971). "Similarities and Dissimilarities of Sociocultural and Biological Evolution". In Mathematics in the Archaeological and Historical Sciences, edited by Hodson, F.R., Kendall, D.G., and Tăutu, P., 535-541. Edinburgh: Edinburgh University Press, e Cavalli Sforza, L.L. and Feldman, M.W. (1981). Cultural Transmission and Evolution: A Quantitative Approach. Princeton: Princeton University Press (cit. risp. in Dawkins, Il gene egoista, cit.,pp. 336 e 337).

[5] Pagel, M. (2013). Wired Culture: The Natural History of Human Cooperation, Penguin Books, London-New York: Penguin, p. 135 (pubbl. orig. da Allen Lane, London & New York 2012; W.W. Norton & Co., New York 2012).

[6] Miller, G. (2000). The Mating Mind: How Sexual Choice Shaped the Evolution of Human Nature. New York: Random House. Trad. in italiano nel 2002 come Uomini, donne e code di pavone: la selezione sessuale e l’evoluzione della natura. Torino: Einaudi. Si veda inoltre Bartalesi, Lorenzo (2012). Estetica evoluzionistica. Darwin e l'origine del senso estetico. Roma: Carocci.

[7] Martin, L.H. (2013). “The Origins of Religion, Cognition and Culture: The Bowerbird Syndrome”. In Origins of Religion, Cognition and Culture, edited by Geertz, A.W. 178-202; p. 197. Routledge: London and New York. Originally published by Acumen: Durham and Bristol, CT. Citazioni da Miller, G., The Mating Mind, cit., p.p. 423-424.

[8] Cf. Luzzatto, M. (2008). Preghiera darwiniana. Milano: Cortina. p. 48: «E se uno dimostra di sapere a memoria mille poesie, tre lingue, parla bene e sa inventare belle storie, non è forse più attraente agli occhi di un partner? Non potrebbe essere una coda di pavone anche quello?».

[9] Girotto, G., Pievani, T., Vallortigara, G. (2014). Supernatural beliefs: Adaptations for social life or by-products of cognitive adaptations? Evolved Morality: The Biology and Philosophy of Human Conscience, edited by Frans B.M. de Waal, Patricia Smith Churchland, Telmo Pievani, and Stefano Parmigiani. Leiden and Boston: Brill. , 249-266 DOI: 10.1163/9789004263888_019.


[10] Corbellini, G. (2011). Scienza, quindi democrazia. Torino: Einaudi, p. 136. Cfr. Trivers, R. (2011). Deceit and Self-Deception: Fooling Yourself the Better to Fool Others. London: Allen Lane. Trad. in italiano nel 2013 come La follia degli stolti. La logica dell'inganno e dell'autoinganno nella vita umana. Torino: Bollati Boringhieri.

[11] Campbell, A. (2013). A Mind of Her Own: The Evolutionary Psychology of Women. Second Edition, p. 117. Oxford and New York: Oxford University Press (2002 1a ed.). Citazione da (cit. da 208). Maltz, D. and Borker, R. (1982). "A Cultural Approach to Male-Female Miscommunication". In Language and Social Identity, edited by Gumperz, J., pp. 197-216: 208. Cambridge and New York: Cambridge University Press.

giovedì 19 maggio 2016

The Fate of a Healing Goddess _ Supplementary Material: Was the Antonine Plague really that bad?

My name is Antonine plague, queen of epidemics: Look on my (few remaining) documents, ye mighty historian, and despair!
Image: screenshot from Centurion: Defender of Rome, © 1990-1991, Magic Bits / EA.

My peer-reviewed paper The Fate of a Healing Goddess: Ocular Pathologies, the Antonine Plague, and the Ancient Roman Cult of Bona Dea was published in the Open Library of Humanities less than ten days ago. The contribution is included in a Special Collection entitled ‘Healing Gods, Heroes and Rituals in the Graeco-Roman World’ and edited by Panayotis Pachis (Aristotle University, Thessaloniki). If you still haven't check that issue out, you definitely should: it looks nothing short of amazing (added bonus: everything is available without paywall).
In the true spirit of open access, I am delighted to provide here an extended discussion on the reliability (or the lack thereof) of the ancient sources cited in my paper. You may consider this post as a sort of (quite informal) Supplementary material.
Comments are welcome!

I love this vintage poster! Next step: steampunk digital humanities.
Please be sure to check the OLH website!
Source: OLH
Was the Antonine plague really that bad? This banal question lays bare a crucial point. As noted lucidly by Christer Bruun, there are some persistent problems (2012). First of all, we should consider that in-group religious norms tend to strengthen belonging to any community against free-riders whose behaviour risks undermining the established moral code and subverting social relationship within the community and between the community and the god/s. The theodicic short-circuit between so many different cognitive domains, heuristics, and biases usually urges believers to undertake socially sanctioned - and possibly violent - actions. In the words of Richard P. Duncan-Jones, ‘Societies with no effective medical explanation for plague could easily blame it on human agency’ (Duncan-Jones 1996: 115). If the Antonine Plague was really that terrible, where are the ancient documents linking the outbreak of the plague to the persecution of scapegoats chosen among minorities?

Women, for instance, had already been the object of manic repression during the mid-Republic (331 BCE) when, after the death of some eminent men, the Senate sentenced 170 women to death because of the usual Roman obsession with female pudicitia plus paranoid concerns regarding conspiracy plots to poison high-ranking men with veneficia – which were probably just medicinal potions (Livy, Ab Urbe Condita Libri VIII 17; Pliny, Naturalis Historia, XXXIII vi 17; Valerius Maximus, Facta et Dicta Memorabilia, II v 3; see Cantarella 2010a: 70-73; venena were cited also as charge in the Bacchanalia affaire). As noted by Phyllis Culham, ‘It could simply be that an outbreak of illness was blamed on human agents and that women healers [i.e., initially two patrician, Cornelia and Sergia] were targeted’ (Culham 2004: 149). This precedent, expiated as a prodigium, set the route for other similar and more recent events in 180 BCE and 153 BCE (Cantarella 2010a: 70-75; Cantarella 2010b: 189-192). As far as I know, there is no mention whatsoever of women as scapegoats during the outbreak of the Antonine plague nor of the Bona Dea cult, which might be of interest if we consider that herbal medicines prepared by the priestess of the cult are attested (see Macrobius’ account in my paper). This absence, however, could be easily explained by the sheer scale of the disease and by a radically different social milieu (see Cantarella 1999).

Specifically regarding religious minorities, there is a handful of ancient sources (the most pertinent being the martyrdom in Lyon of a group of Christians, in 177 CE) of which, unfortunately, none is proven beyond reasonable doubt to be relevant (Bruun 2012: 153; the case of Lyon has been explained by a senatus consultum which allowed the use of criminals in the arena to cut down the cost of professional gladiatorial fights; ibid., 157). Yet, in a later and much different socio-political milieu, religious minorities (i.e., Christians) were struck by repression during the following outbreak of the so-called plague of Cyprian, from the name of the bishop of Carthage who described the symptomatology of this (probable) second wave of smallpox (ca. 251-270; see Stathakopoulos 2008; for the Christian theodicic explanation of this plague see Marshall 2008: 597). Interestingly, Bruun highlighted a consistent bias among historians to prefer the most catastrophic sources, which usually come from a much later date: Eutropius, Orosius, the sections of the Historia Augusta dedicated to Lucius Verus and Marcus Aurelius, and an epitome of Dio Cassius’ Ῥωμαϊκὴ Ἱστορία (LXXII xxiv 3-4), where he is reported to have famously written that ‘2,000 people often died at Rome in a single day’ during a new outbreak of the same plague (?) in ca. 189 (a guess ‘at least theoretically possible for the very large capital’ that was Rome; Scheidel 2013: 52).

When coeval sources are available, they are incomplete or not directly interested in covering the topic. Lucian of Samosata, for instance, wrote about the plague only when merely concerned to deplore the style chosen by two historians for their description of the disease (Crepereius Calpurnianus and, possibly, Callimorphus; see Πῶς δεῖ ἱστορίαν συγγράφειν 15-16, in Fowler and Fowler 1905: 109-136; cf. Bruun 2012: 129). Even the accounts of Galen might be doubted, for lack of precision: he wrote two different stories concerning the reason why he left the city of Rome, and only the later account clearly links the concern for leaving the city as soon as possible with the epidemic (see Bruun 2012: 145-146). Gilliam (1961) pinpointed the presence of Salus and Pietas in the numismatic record, without being able to detect any significant pattern (see Bruun 2012: 133). There is a significant amount of coeval legislation concerning peculiar situations which may recall the exceptional setting of an epidemics from the Digest, yet there are close to zero citations of the expected seriousness (Bruun 2012: 138-143).

Civil and religious documents possibly from the same period seem to be equally impervious to an unambiguous identification with the Antonine plague. Bruun lists three categories of relevant archaeological documents:
  1. six Eastern oracular responsa from Claros dealing with plagues (λοιμός), whose dating remains highly controversial;
  2. eleven Western inscriptions (one of which in Greek) with the same text (by imperial decree?), dedicated diis deabusque secundum interpretationem oraculi Clari Apollinis which an older generation of scholars ascribed to Caracalla’s concern for his own psychological and physical health, while more recent scholarship is inclined to identify with the consultation of Alexander of Abonuteichos by Marcus Aurelius himself. Interestingly, Alexander was the prophet behind the cult of the snake-god Glycon, and he was responsible for the diffusion of an oracle against the plague in the whole empire (cf. Lucian, Ἀλέξανδρος ἢ Ψευδομάντις, 36; in ibid. 48, however, the reason for the consultation might have been only the military campaign on the Germanic limes; Bruun 2012: 134, note n. 58);
  3. four bilingual inscriptions from the Roman Forum ex oraculo and dedicated to Athena, Zeus and the Ἀπωσίκακοι θεοί, possibly as a consequence of (2) (see Bruun 2012: 136-137 for discussion and bibliography; however, did the Ἀπωσίκακοι θεοί include Bona Dea? Was it possible not to think of her in the Roman Forum?).
It is well beyond the purview of this post to delve deeper into the analysis of these and other sources, which have already been assessed and discussed in the past. Suffice it to remark here that any rebuttal of these sources against a relation with the Antonine plague should take into consideration that the only reliable document dating from the well-attested Justininiac plague (dated 544 CE) merely concerns prices and salaries (Bruun 2012: 143).

Screenshot from the OLH homepage.
Source: OLH
To the list of possibly converging evidence, albeit questionable, we could add the increased recruitment of castris to ensure a flux of new soldiers after 168 CE (the Historia Augusta relate about the decision of Marcus Aurelius to enrol ‘freedmen, gladiators, Dalmatian and Dardanian bandits, and German tribesmen as soldiers’; Phang 2001: 342). Unfortunately no direct mention of the plague in the relevant sources, as usual. A matter of cultural sensibility, perhaps?
On the other hand, the terminus a quo for the rise of Christian apologetics is exactly the reign of Marcus Aurelius, and this fact may provide another clue to spot a significant change in the coeval mindscape (Bruun 2012: 155). Did Marcus Aurelius really mention simply en passant the plague in his Meditations because of its unimportance (Τὰ εἰς ἑαυτόν IX 2; but see also the reference to physicians and astrologers in ibid., IV 48)? Yet, he was a Stoic who was supposed to endure such dire situations.
Moreover, it could possibly be that the epidemic did not infect the whole empire. Duncan-Jones (1996), for instance, excluded Africa. However, we know from the available African inscriptions described in the paper that local military settlements were significantly devoted to Bona Dea, to Asclepius and Hygieia, and this for decades to come (Phang 2001: 342, note n. 77). Additionally, notwithstanding an approximate dating, the Roman African inscriptions testify to a significant devotion to Asclepius under the reigns of Marcus Aurelius and Commodus (Cadotte 2002; cf. Bruun 2012: 137 for an evaluation). Since the army was reputed the main vehicle of the epidemic since antiquity, a proposographical network analysis of the legions and their movements could provide us with the most interesting results.

It has also been noted that previous statistical analysis concerning the imperial building activity in Italy cannot yield definitive or convincing results of a decline from the 2nd century onward (Duncan-Jones 1996; Horster 2001). Bruun, who re-run the analyses to check them, argues that ‘the material lends itself to different conclusions, depending on the pattern one wants to see and the periods one construes’, not to mention the other factors at play which might swamp any identification such as ideological acts like ‘imperial self-glorification’ (Bruun 2007: 213). He also ‘underlined the fragility of this kind of proof by statistics’, while suggesting that the ‘dearth of projects under Marcus [Aurelius]’ might be an artefact due to the fact that many projects built under Hadrian might have been dedicated by Antoninus Pius (ibid.), therefore saturating the local demand (if any).

It could not be denied that, when approximate and fragmentary data rule, there could hardly be salvation in statistics. Yet, this is the only data available. In cases like this one, as ancient historians, we should be concerned with providing the most statistically plausible reconstruction at the time being, even if the data are nothing more than a historiographical cullender. This is a common theme in other historical natural sciences (palaeontology, palaeoclimatology, epidemiology, evolutionary biology, historical geology, cosmology). As Carol E. Cleland and Sheralee Brindell have observed, the causal connection of localised events studied by these sciences is characterised by an overdetermination of causes and an underdetermination of effects. As in our case, the main goal is to look for ‘telling traces’, or smoking guns, that ‘when added to the prior body of evidence establish that one (or more) of the hypotheses being entertained provides a better explanation for the total body of evidence now available than the other’ (Cleland and Brindell 2013: 194).

Contrary to what has been ascertained beyond any reasonable doubt for the spread of the Justinianic plague (Harbeck et al. 2013), in the case of the Antonine plague we still lack microbiological material from skeletal remains which might help researchers in narrowing the focus for further investigations. Unfortunately, we still rely on symptomatological descriptions from contemporary sources. Sure enough, a definitive answer will come from the recovery of microbiological analysis of samples from multiple, comparable, and trustworthy evidence, e.g., burial sites from the 2nd century CE in good taphonomic conditions. Yet, given that scientific results might still not yield definitive answers (see Manley 2014: 395), interdisciplinary historiographical research might unexpectedly contribute to uncover some distinct patterns, possibly more epistemically reliable than before. In the meantime, we can continue to gather epistemically warranted evidence in the framework of a consilience of induction, which, is consistently pointing to a pattern of anomalies from different historical sources.
Until proven otherwise, of course.

References

Bruun, C 2007 The Antonine Plague and the ‘Third-Century Crisis’. In: Hekster O, de Kleijn, G and Slootjes, D (eds.), Crises and the Roman Empire: Proceedings of the Seventh Workshop of the International Network Impact of Empire (Nijmegen, June 20-24, 2006). Leiden and Boston: Brill. pp. 201-217.

Bruun, C 2012 La mancanza di prove di un effetto catastrofico della ‘peste antonina’ (dal 166 d.C. in poi). In: Lo Cascio, E (ed.), L’impatto della “peste antonina”. Bari: Edipuglia. pp. 123-165.

Cadotte, A 2002 Une double dédicace à Apollon et à Esculape en provenance de Mactar. Epigraphica. Periodico internazionale di epigrafia 64: 93-106.

Cantarella, E 1999 La vita delle donne. In: Giardina, A and Schiavone, A (eds.), Storia di Roma. Turin: Einaudi. pp. 867-894.

Cantarella, E 2010a (1996) Passato prossimo. Donne romane da Tacita a Sulpicia. Milan: Feltrinelli.

Cantarella, E 2010b (1995) Secondo natura. La bisessualità nel mondo antico. Milan: Rizzoli

Cleland, C E and Brindell, S 2013 Science and the Messy, Uncontrollable World of Nature. In: Pigliucci, M and Boudry, M (eds.), Philosophy of Pseudoscience: Reconsidering the Demarcation Problem. Chicago and London: The University of Chicago Press. pp. 183-202.

Culham, P 2004 Women in the Roman Republic. In: Flower, H I (ed.), The Cambridge Companion to the Roman Republic. Cambridge: Cambridge University Press. pp. 139-159.

Duncan-Jones, R P 1996 The Impact of the Antonine Plague. Journal of Roman Archaeology 9: 108-136. DOI: http://dx.doi.org/10.1017/S1047759400016524

Fowler, H W and Fowler, F G 1905 The Works of Lucian of Samosata, Complete with Exceptions Specified in the Preface, translated by H. W. Fowler and F.G. Fowler. In Four Volumes. Volume II. Oxford: Claredon Press.

Gilliam, J F 1961 The Plague under Marcus Aurelius. The American Journal of Philology 82(3): 225-251. DOI: http://dx.doi.org/10.2307/292367

Harbeck M, Seifert L, Hänsch S, Wagner D M, Birdsell D, Parise K L, Wiechmann, I, Grupe, G, Thomas, A, Keim, P, Zöller, L, Bramanti, B Riehm, J and Scholz, H G 2013 Yersinia pestis DNA from Skeletal Remains from the 6th Century AD Reveals Insights into Justinianic Plague. PLoS Pathogens 9(5): e1003349. DOI: http://dx.doi.org/10.1371/journal.ppat.1003349

Horster, M 2001 Bauinschriften römischer Kaiser: Untersuchungen zu Inschriftenpraxis und Bautätigkeit in Städten des westlichen Imperium Romanum in der Zeit des Prinzipats. Stuttgart: Steiner.

Manley, J 2014 Measles and Ancient Plagues: A Note on New Scientific Evidence. Classical World 107(3): 393-397. DOI: http://dx.doi.org/10.1353/clw.2014.0001

Marshall L 2008 Religion and Epidemic Disease. In: Byrne, J P (ed.), Encyclopedia of Pestilence, Pandemics, and Plagues. Volume 2, N-Z. Westoport, CT and London: Greenwood Press. pp. 593-600.

Phang, S E 2001 The Marriage of Roman Soldiers (13 BC-AD 235): Law and Family in the Imperial Army. Leiden, Boston and Köln: Brill.

Scheidel, W 2013 Disease and Death. In: Erdkamp, P (ed.), The Cambridge Companion to Ancient Rome. Cambridge: Cambridge University Press. pp. 46-59.

Stathakopoulos, D 2008 Plagues of the Roman Empire. In: Byrne, J P (ed.), Encyclopedia of Pestilence, Pandemics, and Plagues. Volume 2, N-Z. Westoport, CT and London: Greenwood Press. pp. 536-538.

mercoledì 16 marzo 2016

Darwin Day 2016: Perché mai studiare la storia degli errori storiografici e scientifici? Uno studio di caso da settant'anni fa (e una digressione sugli spin-off televisivi)

Scheda bibliografica del volume Origini e diffusione della civiltà di P. Laviosa Zambotti (1947).
Fonte: Biblioteca comunale Passerini-Landi. Piacenza - Fondo Comunale

Ma che fine ha fatto Lakatos? Apologia pro blogo suo, tra spin-off e product placement

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Quando le serie televisive hanno successo, capita che la rete televisiva decida di investire espandendo l’universo narrativo all’interno del quale si svolgono le interazioni tra i personaggi, dando vita a quelli che in gergo televisivo si chiamano spin-off. Queste serie parallele solitamente focalizzano l’attenzione su quei personaggi secondari che sembrano avere un potenziale inespresso ma che solitamente vengono relegati sullo sfondo della narrazione. Spesso lo spin-off è un mero pretesto per lucrare facendo leva sul richiamo della serie principale, ma talvolta capita che la serie nata da un ramo narrativo collaterale, maggiormente libera dai vincoli di costi, produzione e aspettative cui è sottoposta la serie principale, sia capace di ritagliarsi una nicchia interessante e di successo...
... beh, non è di quest’ultimo caso che ci occupiamo ora. Questo articolo è un vile e imperdonabile spin-off del post precedente dedicato a Lakatos e alla metodologia dei programmi di ricerca scientifici, scritto sfruttando un blando richiamo al falsificazionismo. Come nelle peggiori tradizioni della tv-spazzatura, il presente contributo ospita anche uno dei più beceri product placement della storia di questo blog, perché riprende una sezione del mio libro pubblicato un anno fa, aggiornandola e riadattandola all’uopo. Se volete sapere di più, accattatevillo (o date almeno un’occhiata su Google Books)! Se invece vi aspettavate la continuazione promessa, lamentatevi con chi si sintonizza su queste frequenze aumentando lo share della serie (siamo quasi a quota 105.000 visite, che per questo blog è davvero un successo insperato!), ma sappiate che, se resisterete fino alla fine del post, verrete ricompensati: alla fine tutto torna. Anche la filosofia della scienza.

Buona lettura!

Ars longa, vita brevis

Falsificare una tesi nel mondo umanistico è impresa ardua. Non tanto per il lavoro metodologico ed epistemologico spesso carente, antiquato o inadeguato che, ahimè, caratterizza molta storiografia più o meno recente, quanto perché nel marasma editoriale di interpretazioni storiografiche discordanti a volte le interpretazioni del passato non vengono nemmeno sottoposte a revisione dall’ambiente degli addetti ai lavori, ma continuano a galleggiare per inerzia, almeno fino a quando cambiano i paradigmi umanistici di riferimento, oppure vengono gelosamente custodite e tramandate dalle singole scuole di pensiero in competizione.
In effetti, uno degli sport umanistici preferiti è esclamare senza ritegno che l’interpretazione di X, vecchia di 95 anni, è antesignana di modelli ben più recenti e che tutti i ricercatori attuali son dei tromboni che l’han seppellita anzitempo nelle note a pie’ di pagina. Oppure che Y, in una notarella pubblicata 48 anni fa, aveva già visto più lontano degli sfaccendati studiosi dell’attuale area disciplinare, troppo pigri per capirne la portata innovativa o troppo impegnati nel seguire pedestremente le mode disciplinari attuali, tutte ovviamente fallaci. O ancora, che tutto il problema era già stato chiarito chiaro 165 anni fa, quando Z, blasonato precursore di discipline accademiche ancora di là da venire, stabilì i paletti in un’opera fondamentale stampata in una dozzina di copie.
Ecco, ora prendete questi schemi dello storytelling disciplinare, aggiungete un pizzico di revanscismo antiscientifico, un etto di gusto localistico e provinciale, una manciata di autocompiacimento nello scovare materiali polverosi e dimenticati. Moltiplicate poi questo quadretto per un numero congruo di pubblicazioni esemplificative e approssimato per difetto, nell’arco delle centinaia di migliaia a occhio e croce, e avrete un bell’esempio del marasma apocalittico e del rumore epistemico che può essere l’ecosistema delle ipotesi umanistiche da sottoporre adeguatamente a revisione.
Ars longa, vita brevis: riunioni, impegni, application, corsi, concorsi, ricorsi, peer review, pubblicazioni, vita quotidiana e tanti saluti alla disamina critica delle tonnellate di materiale accademico disponibile. Fare ricerca in modo scientifico significa svolgere una complessa operazione sociale, si diceva a suo tempo, i cui cardini fondamentali sono la revisione paritaria e la condivisione di saldi e chiari principi deontologici ed epistemologici. Per svariati motivi, alcuni dei quali certamente poco edificanti, non sempre è possibile passare al vaglio tutta la produzione in ogni campo accademico. Si fa quel che si può e molta produzione finisce nell’oblio senza che le ipotesi siano state giustamente testate o verificate.
Dato che è diritto di ogni studio accademico pubblicato avere un giusto processo, ogni tanto vale comunque la pena di riprendere l’opera di qualche studioso del passato per vedere un po’ lo stato della questione e fare un po’ di ordine tra gli innumerevoli fascicoli accademici. Anche solo per testare quanto abbiano ragione o meno i sedicenti scopritori contemporanei di antiche e prestigiose verità accademiche. Chiariamoci subito: molto spesso ci si trova davanti a lavori semplicemente imbarazzanti che gridano alla falsificazione. Ma a volte ci si imbatte in studi assolutamente notevoli per vastità di vedute, il cui riesame critico può portare giovamento all’intera disciplina storiografica (se solo prestasse attenzione a questo lavoro di verifica: un giudizio, per quanto sensato possa essere, non basta e resta una mera opinione). E quand’anche si dovesse poi ammettere che da salvare c’è ben poco o niente, la storia degli errori, se sostenuti comunque da prove sufficienti,
«è non meno rilevante, e certo non meno interessante da studiare, delle affermazioni e delle scoperte della verità» [1]. 
Presentismo, omologia e diffusionismo nel 1947

Copertina di Laviosa Zambotti, P. 1947. Origini e diffusione della civiltà. Milano: Marzorati.
Uno dei fascicoli più interessanti nei quali mi sia imbattuto durante la mia carriera accademica è quello composto dai lavori di Pia Laviosa Zambotti, paletnologa e archeologa trentina (nata Pia Virginia Zambotti; 25 gennaio 1898, Fondo, TN – 10 novembre 1965, Milano).
Non mi soffermerò qui né sui particolari biografici né sui lavori della studiosa trentina (per questo c’è il mio libro). Lascerei da parte anche le relazioni professionali, i paletti metodologici, le radici intellettuali, le scuole di riferimento e gli scambi epistolari con alcuni tra i maggiori studiosi dell’epoca nel medesimo ambito (anche per questo ci sarebbe il mio libro). Vorrei invece soffermarmi sulla sua pubblicazione più audace, quella che le diede forse maggiore notorietà all’estero, grazie all’affascinante ritratto dei tempi profondi della storia umana (anche per questo, comunque sia, ci sarebbe tutto un capitolo del mio libro!). L’opera, intitolata Origini e diffusione della civiltà, pone nel 1947 le fondamenta per i lavori successivi dell’archeologa, ed è considerato tuttora il coronamento della sua opera. È la stessa autrice ad introdurre il tema della ricerca:
«si tratta […] del primo tentativo inteso a dimostrare l’origine monogenica della civiltà agricola universale seguendo un metodo storico ben definito, che speriamo valga ad orientare sempre più gli studi paletnografici ed etnografici internazionali [“scienze destinate a divenire indispensabili integratrici l’una dell’altra”, aggiunge poco oltre] verso il suo perfezionamento» [2].
Abbiamo di fronte nientemeno che l’ambizioso tentativo di rintracciare l’origine unica e comune della civiltà agricola, poi diffusasi in tutto il globo da un unico centro di origine. Il quadro di riferimento è enorme, e parte dalla preistoria per collocare lo sviluppo della cultura umana tout court in una chiave spaziale e temporale evolutiva. In pratica, un esercizio di evoluzione culturale ante litteram (ah, vedete che casco anch’io nei clichés umanistici delle etichette facili!).
Secondo la studiosa, sarebbero esistiti quattro epicentri principali nel processo di acculturazione dell’umanità:
  • il primo viene individuato nel Vicino Oriente dei “Neanderthaliani” palestinesi del Paleolitico medio;
  • il secondo, originatosi direttamente dal primo, dovrebbe essere quello dei cacciatori franco-cantabrici del Paleolitico superiore;
  • il terzo epicentro avrebbe segnato il decisivo passo in avanti nel progresso culturale come principale depositario e promotore di miti, leggende, invenzioni e tecniche, ed è rintracciato in quello degli agricoltori sedentari mediorientali dell’area mesopotamica, con i quali entriamo nella storia scritta;
  • questi ultimi, dopo seimila anni di propagazione culturale e sviluppo ininterrotto, avrebbero passato il testimone all’ultimo centro, ossia la civiltà tecnica dell’Europa occidentale [3]. 
Sembra semplice, descritta così, ma le cartine che la studiosa acclude nel suo volume esemplificano la minuziosa quanto complessa ricostruzione spazio-temporale, in un susseguirsi di prestiti culturali e di “centri derivati”:

La diffusione della civiltà agricola secondo Laviosa Zambotti.
Cliccare per ingrandire.
Legenda: I. Centro di genesi egiziano; II. Centro derivato iberico; III. Centro derivato nordico; IV. Centro derivato della Nubia; V. Cultura etnografica congolese-guineana; 1. Centro di genesi babilonese-elamico; 2. Centro derivato dellʼIndo; 4. Centro derivato transcapisco; 5. Centro derivato balcanico; 6. Centro derivato centro-europeo; 7. Centro derivato caucasico; 8. Centro derivato cinese; 9. Centro derivato indocinese; 10. Sfera etnografica indonesiana; 11. Sfera etnografica melanesiana; 12. Sfera etnografica polinesiana; 13. Sfera etnografica azteco-arcaica; 14. Sfera etnografica dellʼAmazzonia; 15. Sfera etnografica del Mississippi.
Mappa rielaborata da Laviosa Zambotti, P. (1947). Origini e diffusione della civiltà.  Milano: Marzorati; carta n.1, tavole illustrate fuori testo. Cartina da Wikimedia commons, modificata.
Opera dellautore. CC-BY-NC-ND 3.0
Il secondo argomento che contraddistingue la monografia è che alcune popolazioni umane siano costitutivamente destinate a rimanere bloccate nel loro stadio socio-culturale primigenio. Siamo all’interno di quel modello evolutivo teorico chiamato ortogenesi «coniato nel 1893 dallo zoologo tedesco Wilhelm Haacke, per significare […] che l’evoluzione è rettilinea e orientata» [4]. Non di rado, il modello ortogenetico prevedeva diverse velocità lungo l’asse temporale, e al progresso orientato si accompagnava la stasi (i celeberrimi “fossili viventi”) e il regresso devolutivo. Tutte e tre le istanze sono state falsificate dall’avanzamento delle conoscenze biologiche e paleontologiche.
Torniamo a Laviosa Zambotti. Ricapitolando i temi trattati nella monografia, otto anni dopo scrive quanto segue:
«fu un errore aver creduto che l’agricoltura razionale e le scoperte che ne sottolineano l’importanza (l’allevamento, la tessitura, la ceramica) abbiano potuto sorgere indipendentemente in più luoghi: sarebbe come asserire che il treno, l’automobile, l’aeroplano poterono scoprirsi al di fuori della sfera europea occidentale che è l’unica parte del mondo potenziata in senso tecnico (e dell’America da essa generata); così, è ovvio, la civiltà tecnica non avrebbe potuto nascere in Cina o al centro dell’Africa o in India e così via» [5].
Ora, in entrambi i temi, si può leggere in filigrana l’annoso problema tipico delle scienze storiche relativo alla distinzione tra analogia (sviluppo indipendente ma esito simile) e omologia (sviluppo simile dovuto a origine comune), che qui appare fortemente influenzato dai discorsi razziali ereditati dal primo Novecento.
Epistemologicamente e con il senno di poi, l’intera ricostruzione è un esempio di falso positivo: si individua un pattern tramite dati preistorici frammentari, si ritiene questi ultimi espressione di una realtà effettiva, e si re-immagina quest’ultima, colmando le lacune e unendo i puntini, interpretando il passato alla luce del presente, e ponendo in chiave teleologica l’Europa come apogeo della civiltà globale. Ignorando in modo abbastanza sciovinistico i vincoli geografici, la reale storia della tecnologia (quella cinese, ad esempio), e le contingenze storiografiche (temi studiati in modo ineccepibile da Jared Diamond). Su tutto ciò viene innesta un diffusionismo che annulla le innovazioni locali e subordina tout court la cultura umana  a una storia di prestiti a partire da un unico, prestigioso centro di diffusione. Pur profondamente consapevole del fatto che cultura ed origine etnica non sono mai sovrapponibili, tanto da farne uno dei paletti fondativi dei suoi studi paletnologici (e per tutti i riferimenti vi rimando ancora al mio libro), Laviosa Zambotti cade insomma nella fallacia del presentismo, uno dei peccati capitali delle ricostruzioni storiografiche.
La pars destruens dell’articolo mi impone di notare puntigliosamente che la stessa idea di monogenesi culturale dell’agricoltura è stata falsificata da tempo. Difatti, è stata comprovata l’origine indipendente delle tecniche agricole (e dell’allevamento, che in Laviosa Zambotti rimane un po’ in ombra come mero corollario della tecnologia agricola) in nove principali centri geografici (probabilmente qualcuno di più) tra 11.000 e 3.000 anni fa circa [6].
Concludendo, Laviosa Zambotti aveva intravisto un’omologia in uno schema che però si è rivelato essere in gran parte analogico, perlopiù escludendo in modo drastico la potenziale coesistenza di diffusione dai centri principali e di successiva miscela lamarckiana, per così dire, delle conoscenze tecnologiche (soprattutto presso le zone di confine). A partire da questi schemi, aveva anche dato una chiara, quanto fallace, impronta determinista, Eurocentrica e teleologica al suo studio. Ad ogni modo, il fatto che le stesse conoscenze agricole si siano poi diffuse, unito all’osservazione che presso le zone di confine le conoscenze tecnologiche si sono comunque trasmesse e mescolate, dovrebbe contribuire a rendere almeno l’onore delle armi alla visione d’insieme della studiosa trentina.

Le principali zone dove si sono sviluppate in modo indipendente la tecnologia e le conoscenze agricole, segnate in verde (in ordine grosso modo cronologico: Mezzaluna Fertile; Yang-tze e Fiume Giallo; altipiani della Nuova Guinea; Messico centrale; America meridionale; Africa subshariana; America del Nord). Le frecce blu segnalano la diffusione delle stesse e le relazioni culturali tra di esse.
Si confronti con la mappa precedente, dove la diffusione prendeva le mosse da un unico centro (quello mesopotamico sopra tutti).
Fonte: Wikipedia.
Dati da Diamond & Bellwood (2003; vedasi bibliografia più sotto).
«Il più perfetto tra i mammiferi»: Homo sapiens tra ortogenesi e ideologia

Come avevo annunciato nel paragrafo precedente, il quadro concettuale dell’opera laviosana va molto a ritroso nel tempo, dimostrando una vastità di vedute interdisciplinari che ben pochi colleghi/e potevano vantare a quel tempo. Purtroppo, questo aspetto mostra anche i limiti forse più evidenti della ricostruzione avanzata dalla studiosa trentina.
Abbiamo visto che Laviosa Zambotti inserisce la storia della cultura umana all’interno degli schemi del tempo profondo, ma si tratta di schemi dove l’origine coincide sic et simpliciter con giudizi di valore (una trappola intellettuale della quale ho trattato qui). Per la studiosa, il «centro steppico dell’Asia» sarebbe «il più probabile focolare dell’antropogenesi» [7]. Era un’idea assai in voga all’epoca, condivisa ad esempio dal paleontologo Henry Fairfield Osborn (1857-1935) [8], l’influente direttore dell’American Museum of Natural History di New York le cui idee antropologiche erano intrise un’ideologia razzista contraria all’identificazione dei parenti filogenetici dell’uomo nelle antropomorfe africane.
Per Laviosa Zambotti l’antenato comune più recente di Homo è l’uomo di Neanderthal, che la studiosa descrive, secondo i cliché tardo-ottocenteschi, come un «individuo vigoroso, ma di mediocre altezza» [9], di «aspetto scimmiesco» e «particolarmente brutal[e]» [10] (ossia, primitivo) nelle caratteristiche del viso. A ritroso, nell’indagine laviosiana compaiono anche alcuni taxa un tempo cruciali, ma che oggi non hanno resistito ai progressi scientifici. Tra questi spicca, per l’importante ruolo di àncora filogenetica dello schema laviosiano, la frode del cosiddetto Uomo di Piltdown (noto con il binomiale linneano Eoanthropus dawsoni), che la studiosa include in buona fede, nonostante i primi dubbi sulla genuinità del reperto fossero già stati espressi agli inizi degli anni Quaranta. [11]. Eccolo quindi comparire con la sua associazione bizzarra tra «mandibola scimmiesca» e «calotta umana […] di gerarchia progredita» (difatti la mandibola apparteneva ad un orango e il cranio era quello di un uomo), e il Sinantropo o uomo di Pechino, attualmente considerato H. erectus, «stirpe possente, d’aspetto […] bestioide» [12]. Laviosa Zambotti chiude la serie fino ad allora nota di ominidi fossili con il Pitecantropo asiatico (taxon poi confluito anch’esso in H. erectus), definito l’ultimo dei «protoantropi», e pone l’uomo di Neanderthal sotto l’etichetta dei «paleoantropi» all’inizio della graduale conquista culturale (e religiosa) del mondo da parte del genere Homo [13].
Se il centro del continente asiatico è la culla dei blasonati progenitori culturali ed evolutivi, oggigiorno, scrive la studiosa, sarebbero l’Australia e l’Asia del Sud-Est ad aver conservato la cultura del Paleolitico superiore e del Mesolitico. Ipotizza persino che nel Paleolitico medio la zona di diffusione neanderthaliana si estendesse in tutta l’area dell’Asia meridionale dal Mediterraneo all’Indonesia [14]. Per Laviosa Zambotti l’Australia, in particolare, 
«è il continente periferico meglio di ogni altro idoneo a ricevere e serbare il patrimonio della comune civiltà in uno stadio primordiale […] perché le arcaicissime culture situate nell’Asia sud-orientale vi si rifugiano abbastanza per tempo, grazie alla pressione di culture più giovani che si venivano ivi insediando» [15]. 
Il giudizio di valore e la scala naturæ sono qui palesi. Si tratta di posizioni razziali assai comuni all’epoca: i giudizi di valore tarati su un’ottica occidentale venivano spesso dati per scontati (come nel caso già esaminato dei «fossili viventi»), e le popolazioni considerate ai margini classificate come primitivi rimasugli di un’umanità preistorica. Tanto per renderci conto: un ipotetico albero della filogenesi umana di Osborn, risalente al 1926, ritraeva gli odierni Nativi australiani come ben distanti dall’uomo “occidentale”, graficamente rappresentati con una capacità cranica fittiziamente ridotta [16]. Nonostante si sapesse già dall’inizio del Novecento della fallace comparazione scientifica tra esseri umani preistorici estinti e determinate popolazioni moderne.

Comparazione osteologica tra H. neanderthalensis (a) e H. sapiens nativo austrialiano (b), che Marcelin Boule usò nel 1913 per dimostrare quanto fossero primitivi i Neanderthal. Siamo forse di fronte a una decostruzione delle comparazioni razziali che volevano le popolazioni native australiane come arcaici fossili viventi, vieta interpretazione pregiudiziale prodotta e/o sfruttata in ambito colonialista? Non proprio: il pensiero di Boule non era scevro da intenti razziali veicolati da una scala naturæ, anzi. Semplicemente, Neanderthal, come taxon ominide, era ritenuto più primitivo di qualunque popolazione vivente o passata di H. sapiens. Non fate troppo caso all’andatura gobba e alle gambe da cavaliere cosacco malato che si accompagna spesso alle raffigurazioni tardo-ottocentesche e primo-novecentesche dei Neanderthal; è una lunga storia fatta di bias tafonomici e contingenze interpretative, ma è stata falsificata anchessa.
Fonte dell’immagine: Boule 1913, p. 233, ripreso in Sommer 2006, p. 215 [17] (vedasi bibliografia più sotto).
Le ideologie, purtroppo, sono sempre state più forti della ragione e delle prove empiriche, e tra queste l’indocentrismo e l’asiatismo, con il loro esotico richiamo religiosamente primordiale e prestigioso decantato dagli scrittori romantici come De Quincey e Leopardi, hanno sempre esercitato un fascino notevole sulla moderna cultura europea. Per essere chiari, no, i Neanderthal non c’entrano praticamente nulla con quelle che Laviosa Zambotti definisce le «arcaicissime culture» del Sud-Est asiatico, non erano diffusi dal Mediterraneo all’Indonesia, e non erano nemmeno antenati primordiali di Homo sapiens (tutt’al più, cugini di primo grado, in chiave filogenetica). Studi genetico-molecolari e paleoantropologici hanno confermato che le popolazioni di quelle zone sono le eredi attuali di una tra le molteplici migrazioni Out of Africa del moderno H. sapiens, giunte poi in Nuova Guinea e in Australia attraverso una serie di tappe asiatiche, come l’India meridionale, dove alcuni gruppi considerati autoctoni condividerebbero parte della loro storia genetica più recente con i Nativi australiani... [18] insomma, una direzione delle migrazioni umane contraria e opposta rispetto a quanto sostenuto da Laviosa Zambotti e altri suoi ben più blasonati colleghi.
Quando le ideologie sono forti, in buona o cattiva fede, persino a parità di prove si scelgono le tesi più accattivanti dal punto di vista emotivo. Nonostante le osservazioni di Darwin sulle antropomorfe africane come potenziali rappresentanti della linea evolutiva ominine, la corrente volta ad identificare un’origine asiatica per Homo sapiens, capitanata dal naturalista Ernst Haeckel e confortata dalle scoperte di Eugène Dubois, ebbe maggior fortuna e diffusione disciplinare (prima o poi torneremo su questi argomenti con un post dedicato... ma se proprio non potete aspettare, ci sarebbe sempre il mio libro, dove il tema è abbondantemente trattato). Questo nonostante il paleontologo australiano Raymond Arthur Dart (1893-1988) avesse descritto il dirimente taxon africano Australopithecus africanus nel 1924. Non si trattava quindi di lacune nella documentazione: il suo collega Robert Broom (1866-1951) quasi quindici anni più tardi, con la descrizione di Paranthropus robustus dal Sudafrica avrebbe portato nuove prove in merito ad un’origine africana, destinate a crescere esponenzialmente negli anni a seguire [19].
Ma il ruolo paleoantropologico dell’Africa nell’opera di Laviosa Zambotti? Nella sua rassegna le scoperte africane di Dart e Broom passano inosservate, e negli anni a seguire la studiosa non modificò né aggiornò in modo sostanziale il suo quadro di indagine. Eppure, nello stesso anno della pubblicazione del volume laviosiano persino uno dei principali oppositori di Dart, Arthur Keith, l’uomo che fu uno dei protagonisti dell’impostura scientifica di Piltdown, asse portante degli ipotizzati origine e sviluppo eurasiatici dell’evoluzione umana, ammise di essersi sbagliato nel giudicare Australopithecus un taxon non dirimente per la filogenesi umana [20].

Riflessioni finali su Piltdown


Si può menare per il naso una generazione di valenti studiosi, ma con la scienza alla fin fine non la si fa franca.
Uomo di Piltdown (Eoanthropus dawsoni); ricostruzione del suo cranio chimerico (ossia, frutto della fraudolenta unione di due reperti differenti).
Da Thomson, A. 1922. The Outline of Science.
Fonte: Wikipedia.  
Nonostante i fiumi di inchiostro già versati, mi piacerebbe concludere questo excursus spendendo due parole sulla frode di Piltdown. Abbiamo visto che esso ricoprì un ruolo basilare all’interno delle ricostruzioni laviosiane per centrare sull’Eurasia lo sviluppo ab origine del genere Homo. La storia della scienza è spesso legata a doppio filo a quella socio-politica, e l’esempio di Piltdown non fa eccezione. La scoperta di importanti fossili sul suolo britannico, come il reperto attribuito a Eoanthropus, nobilitava i natali dell’Impero inglese e azzerava i complessi di inferiorità scientifico-antropologica nei confronti di Francia e Germania. Nel contempo, sembrava vendicare certa antropologia dell’epoca, secondo la quale il volume cranico dell’uomo preistorico non poteva essere troppo dissimile da quello attuale e che solo alcuni suoi particolari anatomici restavano evoluzionisticamente “scimmieschi” e perfettibili. Una posizione utile anche per i fautori del “salto ontologico” tra uomo e animale, salvaguardando l’intelligenza come baluardo antievoluzionistico. In questo gioco di scatole cinesi, per cui politica, scienza, pregiudizi intellettuali e contraffazione dei reperti formano un insieme inestricabile, come ha scritto Stephen Jay Gould, 
«[n]on possiamo semplicemente ridere e dimenticare. Piltdown assorbì l’attenzione professionale di molti bravi scienziati. Condusse milioni di persone fuori strada per quarant’anni. Gettò una luce sbagliata sui processi fondamentali dell’evoluzione umana. Le carriere degli scienziati sono troppo brevi e troppo preziose per poter considerare con indulgenza un tale spreco» [21]. 
Chiaramente, la frode di Piltdown e la ricostruzione di Laviosa Zambotti stanno su due livelli differenti. Ad ogni modo, e questo vale per entrambi i casi citati, la storia degli errori nella scienza e nella storia non è un futile gioco buono, al massimo, per riempire un vuoto nel CV, per ottemperare a un mero obbligo professionale e presentare qualche curiosità in un ozioso convegno accademico, ma è una necessità epistemologica inderogabile se davvero vogliamo costruire su quegli errori una conoscenza più salda e sicura e contestualizzare le carriere degli studiosi del passato. Testando e falsificando le tesi che contengono un qualche appoggio epistemico probatorio, come ricordava Darwin, «si chiude un sentiero che conduce all’errore e la strada del vero viene sovente nel tempo stesso dischiusa» [22]. Ovviamente per fare questo abbiamo bisogno di maggiore conoscenza scientifica, e su questo torneremo ancora - e sempre - ad insistere nei prossimi post.

Buon Darwin Day 2016!

[1] Rossi, P. (2003). I segni del tempo. Storia della Terra e storia delle nazioni da Hooke a Vico. Milano: Feltrinelli (19791), p. 17.

[2] Laviosa Zambotti, P. (1947). Origini e diffusione della civiltà. Milano: Marzorati, p. vi.

[3] Ibi, 463.

[4] Barsanti, G. (2005). Una lunga pazienza cieca. Storia dell’evoluzionismo. Torino: Einaudi, p. 336.

[5] Laviosa Zambotti, P. (1955). Unità della storia e della preistoria. Nuova Antologia (1856, agosto): 541-550; p. 548.

[6] Diamond, J. & Bellwood, P. (2003). Farmers and Their Languages: The First Expansions Science, 300 (5619), 597-603 DOI: 10.1126/science.1078208. Per una panoramica aggiornata sui centri che videro le nascite indipendenti delle tecniche agricole cfr. Price, T., & Bar-Yosef, O. (2011). The Origins of Agriculture: New Data, New Ideas Current Anthropology, 52 (S4) DOI: 10.1086/659964.

[7] Laviosa Zambotti, Origini e diffusione della civiltà, cit., p. 82.

[8] Si veda Beard, C. (2004). The Hunt for the Dawn Monkey: Unearthing the Origins of Monkeys, Apes, and Humans. Berkeley, Los Angeles and London: University of California Press, pp. 282-284.

[9] Laviosa Zambotti, Origini e diffusione della civiltà, cit., p. 85.

[10] Ibidem.

[11] Si veda Gould, S. J. (2009). Una nuova versione del caso Piltdown. Ne Il pollice del panda. Milano: il Saggiatore, pp. 99-114: 105 (prima ed. Editori Riuniti, Milano 1984; Pubbl. orig. in The Panda’s Thumb. London and New York: Norton & Co. 1980). Art. pubbl. orig. come Piltdown Revisited. Natural History. 1979: 86-97. Nonostante i molti dubbi che il reperto sollevò fin dalla sua scoperta, il presunto fossile venne scientificamente smascherato soltanto all’inizio degli anni Cinquanta del secolo scorso. Si veda Weiner, J., & Oakley, K. (1954). The Piltdown Fraud: Available Evidence Reviewed. American Journal of Physical Anthropology, 12 (1), 1-8 DOI: 10.1002/ajpa.1330120115.

[12] Laviosa Zambotti, Origini e diffusione della civiltà, cit., p. 84.

[13] Ibi, pp. 85-89 .

[14] Ibi, p. 116.

[15] Ibi, p. 37.

[16] Cfr. Beard, The Hunt for the Dawn Monkey, cit., p. 284, fig. n. 47.

[17] Cfr. Sommer, M. (2006). Mirror, Mirror on the Wall: Neanderthal as Image and 'Distortion' in Early 20th-Century French Science and Press. Social Studies of Science, 36 (2), 207-240 DOI: 10.1177/0306312706054527: 214-215, ove l’autrice riprende Boule, M. (1913). L’homme fossile de la Chapelle-aux-Saints. Annales de Paléontologie (8): 209-279. Si veda inoltre Gould, R., Koster, D., & Sontz, A. (1971). The Lithic Assemblage of the Western Desert Aborigines of Australia American Antiquity, 36 (2) DOI: 10.2307/278668.

[18] Cavalli Sforza, L. L., Menozzi, P., & Piazza, A. (2009). Storia e geografia dei geni umani. Milano: Adelphi, pp. 654-695 (prima ed. 1997). Pubbl. orig. nel 1994 come The History and Geography of Human Genes. Princeton: Princeton University Press; Kumar, S., Ravuri, R., Koneru, P., Urade, B., Sarkar, B., Chandrasekar, A., & Rao, V. (2009). Reconstructing Indian-Australian Phylogenetic Link. BMC Evolutionary Biology, 9 (1) DOI: 10.1186/1471-2148-9-173; Tuniz, C., Gillespie, R., & Jones, C. (2010). I lettori di ossa. Prefazione di Giorgio Manzi e Telmo Pievani, Introduzione all’edizione italiana di Claudio Tuniz. Milano: Springer-Verlag Italia. pp. 201-204 (ed. australiana The Bone Readers: Atoms, Genes and the Politics of Australia’s Deep Past. Crows Nest: Allen & Unwin 2009; ed. statunitense The Bone Readers: Science and Politics in Human Origins Research. Walnut Creek: Left Coast Press 2009).

[19] Dart, R. (1925). Australopithecus africanus: The Man-Ape of South Africa. Nature, 115 (2884), 195-199 DOI: 10.1038/115195a0; ripubblicato in Garwin, L. & Lincoln, T. (eds.), A Century of Nature: Twenty-One Discoveries that Changed Science and the World. Chicago and London: The University of Chicago Press, 10-20; Broom, R. (1938). The Pleistocene Anthropoid Apes of South Africa. Nature, 142 (3591), 377-379 DOI: 10.1038/142377a0. Per un’analisi approfondita dello state of the art paleoantropologico si rimanda a Maclatchy, L. M. et al. (2010). “Hominini”. in Werdelin, L. & Sanders, W. J. (eds.). Cenozoic Mammals of Africa. Berkeley, Los Angeles and London: University of California Press, pp. 471-545.

[20] Ciò non impedì a Keith di sottrarsi, a ottantun’anni, ad un’ultima amara derisione nei confronti di Dart: Keith, A. (1947). Australopithecinae or Dartians. Nature, 159 (4037) PMID: 20295216; cfr. Thomas, H. (2002). Le mystère de l’homme de Piltdown. Une extraordinaire imposture scientifique. Paris: Belin.

[21] Gould, S. J. (2008). La cospirazione di Piltdown. In Quando i cavalli avevano le dita. Misteri e stranezze della natura, Feltrinelli, Milano, pp. 203-228; 228 (prima ed. 1984; ed. orig. Hen’s Teeth and Horse’s Toes. New York: Norton & Co. 1983). Art. pubbl. orig. come The Piltdown Conspiracy. Natural History (89) 1980: 8-28.

[22] Darwin, C. R. (1872). L’origine dell’uomo e la scelta in rapporto col sesso. Prima traduzione italiana col consenso dell’autore. Trad. it. di M. Lessona. Torino e Napoli: Unione Tipografico Editrice. p. 567. Pubbl. orig. nel 1871 come The Descent of Man, and Selection in Relation to Sex. London: John Murray. http://dx.doi.org/10.1037/12293-000.

mercoledì 16 dicembre 2015

Goodbye, pseudoscience! Ossia, dove si dà il benvenuto a Lakatos e a un po’ di sana filosofia della scienza

Imre Lakatos (1922-1974).
Immagine: London School of Economics
«Self-examination is a necessary step not only to personal redemption,
but also to objective historical research». 
Momigliano, A Hundred Years After Ranke [1]

Mugugno introduttivo


ResearchBlogging.org
Quando frequentavo i corsi di storia all’Università, durante il Medioevo postmoderno della penisola (post)crociana, tra le materie obbligatorie non erano previste né filosofia della scienza, né epistemologia della ricerca scientifica. A dir la verità, non erano nemmeno previste tra quelle facoltative, ad eccezione di un corso incentrato quasi ogni anno sull’Illuminismo francese.
Ecco, chiariamoci subito.
Va benissimo l’Illuminismo, ovvio, è una delle basi imprescindibili, e ci mancherebbe, ma diamine, c’è anche dell’altro. Sia prima che dopo… tipo, ad esempio, un Darwin o un Newton, tanto per dirne due. Ma l’Illuminismo, evidentemente, era stato accolto a Lettere e Filosofia come biglietto unico valido per tutta la storia della scienza. Un giro, una corsa. One size fits all. Che sarà mai tutta ’sta scienza, poi?
Meh.

Intanto, nelle aule dove si insegna la Storia, quella rigorosamente con la maiuscola, aleggia talvolta quella gravitas e quella sicumera prestigiosa, come se dietro a tutto quanto ci fosse un hegeliano Weltgeist oppure il drappello di potenti uomini politici che determina il corso della Storia come la immaginò Ranke (sempre con la maiuscola). Oppure si respira quel vacuo revisionismo postmoderno per cui tutto va sullo stesso piano, senza giudicare e senza separare il mito dalla realtà, l’esame critico dal negazionismo spinto (di come evitare entrambi i rischi se ne parlava a queste coordinate).
Sia chiaro, sto esagerando a fini illustrativi. Ci sono stati, e ci sono tuttora, professori e ricercatori che remano faticosamente contro queste nefaste correnti. Ma è per dare l’idea. E l’idea che vorrei dare è che in quelle blasonate aule ci vuole davvero poco per scivolare dal prestigioso passato disciplinare al “ce le cantiamo e ce le suoniamo!”, per giungere al meschino e opportunistico “siam meglio noi!”, un po’ come se la storia umana fosse tutt’altro rispetto alla scienza, e i metodi completamente differenti rispetto ai processi scientifici e a quelli preposti all’indagine del mondo biologico. Chi prova a cambiare le regole del gioco portando un po’ di scienza dentro la cittadella umanistica paga con l’ostracismo, come capitato purtroppo al talentuoso Jonathan Gottschall [2]. E se controvoglia la si deve proprio citare, questa strana e dannata bestia “rossa di zanne ed artigli”, o è qualcosa d’altro, che non ci compete in quanto storici, o è qualcosa da etichettare apotropaicamente, identificare, stigmatizzare e scacciare via lontano, a male parole e senza pietà. Ignorando tuttavia che esiste un’intera sequenza di discipline storiche nella scienza (paleontologia, paleoclimatologia, epidemiologia, biologia evoluzionistica, geologia storica, cosmologia, ecc.) le quali condividono con la storia umana e con i metodi storiografici molto più di quanto gli storici tradizionali non credano [3]. Gli aficionados del blog non hanno certo bisogno di bignami sulla questione.
Per tagliar la testa al toro, non ci sono giri di parole adeguati per descrivere una situazione che è – diciamolo pure – disperata.

Quando tutto sta discorsivamente sullo stesso piano, quando non troviamo più un’adeguata epistemologia
a guidare la ricerca storiografica, quando il mondo umanistico dichiara la secessione rispetto alla scienza, allora i libri di testo diventano un po’ così.
Nel cinema e nello storytelling funziona alla grande, ma nello studio del passato assolutamente no.
Immagine: fonte. © degli aventi diritto.
L’ignoranza è forza: il perpetuo 1984

Ma che cosa potrà mai succedere senza questi insegnamenti, direte voi? Quale mai sarà il danno, se di danno si tratta? Presto detto. Qui devo necessariamente superare la mia usuale reticenza. Direi che un paio di esempi tratti dalle vicissitudini personali e provenienti dal confronto con le due parti della barricata istituzione/studenti possono bastare.
Esempio A)
Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana (ma nemmeno poi tanto)… Interno giorno. Un tavolo in un bar del centro. Piano americano. Si parla del più e del meno durante un pranzo con colleghi dottorandi. Ad un certo punto si finisce a discutere della mia relazione di quella mattina, nella quale avevo introdotto un paio di argomenti di scienze cognitive di probabile utilità per le discipline storiografiche. Un nuovo dottorando di mezza età, con fare aggressivo, alza il tono di voce e mi zittisce a forza, coprendomi con il suo poderoso volume: per lui la mente è qualcosa di assolutamente altro rispetto al cervello; lo hanno detto anche gli scienziati che lui ha letto (“Quali?” domando; “Non ricordo, ma erano noti, eh!”, risponde piccato lui).
Scuote vigorosamente il capo quando spiego evoluzione, adattamento, maladattamento e vincoli vari, si trattiene a stento quando cerco di argomentare le risposte che lui stesso impetra freneticamente (“Contingenza? Ma calma, eh, che è una categoria filosofica da maneggiare con cautela...!”), ed esplode rabbiosamente (con tanto di mano tremante) quando rifiuto la “discontinuità tra uomo e animali” e azzardo il tema della “moralità” che precede la religione già nei nostri parenti filogenetici più prossimi. Argomenti per lui inconcepibili. Ma solo al suo grido de “La scienza non è, e non ha, l’assoluto!” riesco a comprendere l’arcano. Scopro difatti che è un teologo che ha già insegnato presso la locale Facoltà Teologica. QED. Con buona pace dei fallimentari NOMA gouldiani, i valori identitari teologici restano non negoziabili, impermeabili, onnicomprensivi e fagocitanti persino in un ambito quale dovrebbe essere l’università pubblica, laica e democratica. La cosa più buffa è che i colleghi commensali fanno fronte comune, chi più chi meno, e si sentono in dovere di difendere lo storico in pectore tirando in ballo le solite apologie umanistiche, dal classico spauracchio della scienza riduzionista (come sempre confuso con l’eliminativismo) [4], al più articolato “la scienza non spiega le culture, che restano molto di più della biologia!”, al peana postmodernista (per cui io avrei anche ragione, ma ha comunque ragione anche l’interlocutore), cercando di sigillare il confronto con sofisticati quanto vacui discorsi di logica spiccia. Tantum religio
Esempio B)
Qualche tempo prima, durante un vivace colloquio con un membro dell’ex Dipartimento di Storia ebbi modo di sentire che la scienza è “ideologica” e “dogmatica”, con tanto di citazione provvidenziale dei celebri lavori di Paul Feyerabend intitolati Addio alla ragione e Contro il metodo [5]. Purtroppo, la citazione aveva una mera funzione antiscientifica, stravolgendo il senso della provocazione feyerabendiana e usandola come puntello dimostrativo per una sorta di lezione (pseudo)epistemologica riguardo allo smascheramento filosofico dell’aggressiva e fallace ragione “scientista” e “positivista”, un po’ sulla falsariga dell’attacco al relativismo all’epoca in voga in certi ambienti religiosi nostrani. Mi permetto di dire “stravolgendo” perché l’anarchico filosofo della scienza aveva anteposto al suo secondo testo citato queste eloquenti parole: «Il lettore dovrebbe ricordare sempre che le dimostrazioni e la retorica usate non esprimono alcuna mia “profonda convinzione”. Esse si propongono solo di dimostrare quanto sia facile menare per il naso la gente in un modo razionale» [6]! Lasciando da parte il Newspeak e il doublethink orwelliani di chi usa ingenuamente la filosofia della scienza per dimostrare che la scienza non funziona bene senza un richiamo al trascendente (ne riparleremo nei prossimi post), e mettendo per ora in un cantuccio i danni provocati dall’anything goes feyerabendiano (un po’ come il Derrida di il n’y a pas de hors-texte [7]), occorre difatti considerare che l’opera di Feyerabend era stata originariamente pensata per accompagnare una sezione a favore del metodo firmata da Imre Lakatos…
Lakatos! Chi era costui?
Introduzione alla metodologia dei programmi di ricerca scientifici

Premessa doverosa: non esistono bacchette magiche per cambiare la situazione hic et nunc. Nossignore. Occorre invece investire a lungo termine nell’educazione scientifica delle nuove generazioni. Ed eccoci tornare, dopo il necessario quanto inascoltato pistolotto, al presente post, che nasce con una missione ben precisa: tappare questi dannati buchi epistemologici, cucire una toppa ontologica dopo gli strappi fideistici e postmodernisti e presentare la metodologia dei programmi di ricerca scientifici così come venne proposta dal filosofo della scienza Imre Lakatos. Questo come primo paletto per ricostruire quel legame tra le due culture disgregato irreparabilmente dagli agenti politici in ambito decisionale, dai letterati del passato recente, e dai media nellambito quotidiano.
Mettiamocelo nella zucca, una buona volta per tutte: è solo grazie a simili strumenti metodo-epistemologici che si può separare il grano dalla pula anche (e soprattutto) nella ricerca storiografica, ed evitare così di cedere ai suadenti negazionismi storiografici di varia natura e di essere abbindolati dalle pseudoscienze che dilagano nell’accademia e nella vita di tutti i giorni, dallantivaccinismo alle medicine alternative, dal terrore per gli OGM alle pericolose mode dietetiche, dallomeopatia al negazionismo del riscaldamento globale, dai cospirazionismi alle scie chimiche, dalla sindonologia alle teorie di Zacharias Sitchin, ecc. (tema sul quale avremo modo di riflettere più avanti).
Esigere la giustificazione epistemica e il supporto empirico onde valutare lattendibilità di una ricostruzione storiografica, con un lessico scientifico adeguato, deve diventare il pane quotidiano dei ricercatori. Lo facciamo già, noteranno schifati i più. Non credo proprio, rispondo io. Basti aprire certi imbarazzanti lavori storiografici con i loro rimandi a spiegazioni pseudoscientifiche e la loro folk psychology in bella mostra.
Oggi, tre decenni dopo che il filosofo Larry Laudan aveva decretato l’inutilità della demarcazione popperiana tra scienza e pseudoscienza e, non pago, dopo aver gettato nel cestino l’etichetta stessa di pseudoscienza perché ritenuta denigratoria, c’è un nuovo fermento negli studi filosofici sulla questione [8]. Direi che per quanto riguarda la questione cognitiva c’è ben poco da aggiungere dopo il mega-riassunto dedicato all’ultimo libro di Robert N. McCauley (al quale rimando per chi volesse compredere i bias cognitivi e le fallacie logiche messe in campo dal mio interlocutore di cui al precedente esempio A).
Vorre invece spendere due parole per aggiornare il quadro epistemologico.

Con la sua metodologia dei programmi di ricerca scientifici, Lakatos voleva ampliare e migliorare il progetto popperiano di demarcazione tra scienza e pseudoscienza, cercando di andare oltre i vincoli di un certo falsificazionismo, senza peraltro rifiutarlo, e rimettendo al centro dell’indagine epistemologica la storiografia e lo sviluppo sociale della scienza.

scheda #1. opera dell’autore (CC-BY-NC-ND 3.0)
In particolare, un programma di ricerca è costituito da un nucleo centrale (hard core) non falsificabile e assunto come promettente base di partenza teorica per ulteriori approfondimenti. Il modus tollens viene invece rivolto contro la cintura protettiva del programma (protective belt), costituita da ipotesi ausiliarie in crescita e continuamente sottoposte a miglioramenti, modifiche, cambiamenti anche radicali a seguito dei tentativi di analisi critica e di falsificazione.
Un programma di ricerca è detto progressivo nella misura in cui permette di predire o spiegare fatti nuovi con evidente successo empirico, quando cioè accetta le falsificazioni e le modifiche strutturali anche radicali suggerite dal confronto serrato con altri programmi di ricerca competitori.

scheda #2. opera dellautore (CC-BY-NC-ND 3.0).
Viene invece detto regressivo o in stagnazione «fin quando si limita a dare spiegazioni post hoc di scoperte casuali o di fatti anticipati, e scoperti, nell’ambito di un programma rivale» [9]. Se le falsificazioni vengono accantonate adducendo giustificazioni extra-epistemiche, se l’influenza dei fattori esterni (ad es., socio-politici o mode culturali) aumenta, se la sovrabbondanza di spiegazioni metodologiche ad hoc e di mere reinterpretazioni semantiche dei fatti offusca la scarsa tenuta epistemica del nucleo centrale attorno al quale queste spiegazioni sono cresciute, allora il programma di ricerca si avvia verso la degenerazione epistemica.
Descrivendo il modello atomico di Niels Bohr, Lakatos ha scritto che
«[…] la temerarietà nel proporre sfrenate incoerenze non pagava più. Il programma restava indietro rispetto alla scoperta dei ‘fatti’. Le anomalie non assimilate impantanavano il campo. Con incoerenze sempre più sterili e ipotesi sempre più ad hoc era incominciata la fase regressiva del programma: esso iniziò – per usare una delle frasi preferite di Popper – a ‘perdere il suo carattere empirico’» [10]
Quando il nucleo duro del progetto di ricerca non produce più spiegazioni epistemicamente adeguate per descrivere nuovi fatti, questo dovrebbe essere abbandonato e sostituito dal programma di ricerca competitore capace di spiegare con sufficiente giustificazione epistemica tutto ciò che era spiegato dal precedente più i fatti nuovi e le eventuali anomalie. Al contrario, la continua, ostinata negazione di palesi falsificazioni che minano la tenuta metodo-epistemologica del programma di ricerca, il proliferare di spiegazioni ad hoc, e la mancanza di potere predittivo sono gli elementi caratteristici – o i campanelli di allarme, se vogliamo – che segnalano lo scivolamento regressivo del programma di ricerca verso la pseudoscienza.

scheda #3. opera dellautore (CC-BY-NC-ND 3.0)
Ora, la metodologia dei programmi di ricerca scientifici rappresenta di fatto il tentativo di tollerare programmi potenzialmente bizzarri a breve termine, e di rendere conto sulla lunga durata della loro tenuta epistemica e dei risultati raggiunti. In effetti, la resistenza al falsificazionismo è un motore naturale per irrobustire la cintura protettiva e, a patto di essere condotta sotto la tutela di un modello di controverifica rigorosamente scientifico, può anche rivelarsi una strategia vincente per accumulare controprove sufficientemente robuste dal punto di vista epistemologico all’interno della serrata competizione nella ricerca scientifica.
Come sottolinea Lakatos stesso, «quando una scuola scientifica degenera in pseudoscienza, può valere la pena di imporre un dibattito metodologico nella speranza che gli scienziati militanti imparino da esso più di quanto non facciano i filosofi» [11]. Quando nulla può essere fatto per salvare la tenuta del nucleo di ricerca privato della sua cintura protettiva ormai falsificata, e in balia di un «oceano di anomalie» [12] rimaste inspiegate, l’abbandono del programma di ricerca in fase stagnante o regressiva resta di fatto deontologicamente e razionalmente l’unica soluzione possibile. In altri termini, il programma di ricerca regressivo diventa un filo di impaccio all’interno della rete epistemologica del sapere umano e che, non essendo più sostenuto dalla validità teorica e dal sostegno empirico, può essere reciso [13].
scheda #4. opera dellautore (CC-BY-NC-ND 3.0).
Un esempio di programma di ricerca progressivo, coronato da successo, è la teoria darwiniana dell’evoluzione, comprovata al di là di ogni ragionevole dubbio. La teoria dell’evoluzione ha mantenuto al suo interno e relativamente intatto il nucleo duro della formulazione originaria, sottoposto però ad un processo di estensione e controverifica «attraverso un continuo aggiornamento teorico e sperimentale […]» a partire dalla sintesi neodarwiniana [14]. Nel contempo, la teoria dell’evoluzione si è vista sostituire una parte significativa della cintura protettiva di partenza, che si è aperta alla pluralità multicausale di fattori interagenti nel tempo profondo del pianeta Terra, e che oggi comprende biologia evoluzionistica dello sviluppo, epigenetica, tassi di speciazione differenti, molteplici unità di selezione, costruzione della nicchia ecologica da parte degli organismi, ecc.
Al contrario, solo per fare due esempi in voga tra le aule di Lettere e Filosofia e in quelle di Storia (ricordate la maiuscola?), la psicoanalisi freudiana (e tutte le branche “eretiche” che essa ha generato ed egualmente fondate sul culto del fondatore, compresi Ferenczi e Jung), e la metodologia di ricerca storico-religiosa di marca fenomenologico-ermeneutica (ossia quella che si consolida con Rudolf Otto e Gerardus van der Leeuw) mostrano i segni inequivocabili di una degenerazione regressiva del programma di ricerca [15].

Come previsto dal modello lakatosiano, la valutazione di un programma di ricerca prevede tempi lunghi e tolleranza nell’attesa dell’accumulo di controprove e falsificazioni.
E allora, possiamo domandarci, a che punto siamo oggi per quanto riguarda le discipline appena citate? E soprattutto, quali sono i bias cognitivi impliciti e le fallacie logiche che vengono sfruttati, più o meno consciamente, da chi decide di arroccarsi nella difesa ad oltranza del proprio programma di ricerca? [CONTINUA…]

[1] Momigliano, A. (1954). A Hundred Years After Ranke Diogenes, 2 (7), 52-58 DOI: 10.1177/039219215400200704; ristampato nel 1979 in Primo contributo alla storia degli studi classici e del mondo antico, 367-373; p. 372. Roma: Edizioni di Storia e Letteratura.

[2] Wescott, D. (2015). “Survival of the Fittest in the English Department: Jonathan Gottschall tried to save literary studies. Instead he ruined his career”. The Chronicle of Higher Education, May 1. Accessed 15 December. http://chronicle.com/article/Jonathan-Gottschalls-Fighting/229763/.

[3] Cleland, C.E., & Brindell, S. (2013). Science and the Messy, Uncontrollable World of Nature. Pigliucci, M. & Boudry, M. (eds.). Philosophy of Pseudoscience: Reconsidering the Demarcation Problem. Chicago and London: The University of Chicago Press, 183-202 DOI: 10.7208/chicago/9780226051826.003.0011.

[4] McCauley, R.N. (2013). “Explanatory Pluralism and the Cognitive Science of Religion: Why Scholars in Religious Studies Should Stop Worrying about Reductionism”. In Mental Culture: Classical Social Theory and the Cognitive Science of Religion, edited by Xygalatas, D. & W.W. McCorkle Jr, 1-10. Durham - Bristol, CT: Acumen.

[5] Feyerabend, P. (1979 [1975]). Contro il metodo: Abbozzo di una teoria anarchica della conoscenza, trad. di Libero Sosio, Feltrinelli, Milano: Feltrinelli (pubbl. orig. come Against Method: Outline of an Anarchistic Theory of Knowledge, New Left Books: London and Humanities Press: Atlantic Highlands (NJ), 1975); id. (1990 [1987]). Addio alla Ragione, trad. di Marcello De Agostino. Roma: Armando (pubbl. orig. come A Farewell to Reason. London and NewYork: Verso).

[6] Feyerabend, Contro il metodo, cit., p. 29.

[7] Derrida, J. (1969 [1967]). Della grammatologia. Milano: Jaca Book, 219-220. Jaca Book, Milano. Ristampato nel 1998 (pubbl. orig. come De la grammatologie. Paris: Minuit). Si veda anche la successive correzione successivo, ma altrettanto complicata, second cui «nulla esiste fuori dal contesto», in id. (1997). Limited Inc., Raffaello Cortina Editore, Milano, 203 (ed. orig. Limited Inc., Northwestern University Press, Evanston 1988). Per contestualizzazione e commento cfr. Ferraris, M. (2006). “Il filosofo-figlio”. In id. (2006). Jackie Derrida. Ritratto a memoria. Torino: Bollati Boringhieri, 41-61 (art. pubbl. orig. «in aut-aut. Rivista di filosofia e di cultura» 237, luglio-settembre 2005, pp. 55-67).

[8] Pigliucci & Boudry, Philosophy of Pseudoscience, cit.

[9] Lakatos, I. (1970). History of Science and Its Rational Reconstructions. Boston Studies in the Philosophy of Science, PSA: Proceedings of the Biennial Meeting of the Philosophy of Science Association, 8, 91-136 DOI: 10.1007/978-94-010-3142-4_7; cit. da id. (1996 [1989]). La storia della scienza e le sue ricostruzioni razionali. In La metodologia dei programmi di ricerca scientifici, a cura di Matteo Motterlini, trad. di Marcello D’Agostino, 135-179; p. 144. Milano: il Saggiatore (orig. raccolto in The Methodology of Scientific Research Programmes. Philosophical Papers. Volume I, edited by John Worrall and Gregory Currie, 102-138. Cambridge: Cambridge University Press 1978, 1989).

[10] Lakatos. I. (1970). Falsification and the Methodology of Scientific Research Programmes. Lakatos, I. & A. Musgrave (eds.). Criticism and the Growth of Knowledge. Cambridge: Cambridge University Press , 91-196 DOI: 10.1017/CBO9781139171434.009; cit. da id. (1996 [1989]). La falsificazione e la metodologia dei programmi di ricerca. In La metodologia dei programmi di ricerca scientifici, a cura di Matteo Motterlini, trad. di Marcello D’Agostino, 19-134; p. 76 (orig. raccolto in The Methodology of Scientific Research Programmes. Philosophical Papers. Volume I, edited by John Worrall and Gregory Currie, 8-101. Cambridge: Cambridge University Press, 1978, 1989). In merito all’opinione di Lakatos sul programma di ricerca istituito da Bohr si veda però Kragh, H. (2012). “Appendix: The Philosophers’ Atom”. In Niels Bohr and the Quantum Atom: The Bohr Model of Atomic Structure 1913-1925, 364-370. Oxford University Press, Oxford and New York.

[11] Lakatos, La storia della scienza e le sue ricostruzioni razionali, cit., p. 167.

[12] Lakatos, La storia della scienza e le sue ricostruzioni razionali, cit., p. 163.

[13] Pigliucci, M. (2013). The Demarcation Problem: A (Belated) Response to Laudan. Pigliucci, M. & Boudry, M. (eds.). Philosophy of Pseudoscience: Reconsidering the Demarcation Problem. Chicago and London: The University of Chicago Press, 2013, 9-28 DOI: 10.7208/chicago/9780226051826.003.0002

[14] Pievani, T. (2011). An Evolving Research Programme: The Structure of Evolutionary Theory from a Lakatosian Perspective. Fasolo, A. (ed.). The Theory of Evolution and Its Impact. Milan: Springer-Verlag. , 211-228 DOI: 10.1007/978-88-470-1974-4_14

[15] Cfr. rispettivamente Orbecchi, M. (2015). Biologia dell’anima. Teoria dell’evoluzione e psicoterapia. Torino: Bollati Boringhieri; Martin, L., & Wiebe, D. (2012). Religious Studies as a Scientific Discipline: The Persistence of a Delusion. Journal of the American Academy of Religion, 80 (3), 587-597 DOI: 10.1093/jaarel/lfs030 (pubblicato anche in Religio: revue pro religionistiku (20) 1: 9-18. Article Stable URL: http://hdl.handle.net/11222.digilib/125392).