martedì 3 giugno 2014

Ma la storia non si può mica fare in laboratoROTFL”!

Stanchi di sentir dire che la scienza è il male assoluto che vuole distruggere la resistenza umanistica e ridurci tutti a bit e DNA? Stufi di lottare contro i cliché te(le)ologici in voga nella storiografia? Allora siete pronti a mettere via e riporre in cantina un bel po' di ciarpame storiografico.
Immagine dell'utente HornM201 da Wikimedia Commons.
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Se avete letto gli ultimi due articoli della serie dedicata alla storia della storiografia, dovreste ormai aver cominciato a riporre in una scatolone di quelli da trasloco, grandi e capienti, le nostre intuitive limitazioni cognitive che individuano antropomorfismo e agentività nel mondo naturale e che assegnano senso e significato trascendente negli eventi umani. Forse vi siete già lasciati alle spalle le ovvie (e false) teleologie edificanti, i progressionismi trionfali, quei punti Omega verso cui tenderebbe il cammino dell’universo, o i fumosi fideismi che assegnano alla spiritualità mistica (qualunque cosa si voglia intendere) il senso dell’evoluzione umana.
Benissimo! Ora dovreste essere pronti a ritornare alla ricerca storica fatta come si deve. Con i documenti e con la minuscola, perché le maiuscole sono abusate e sottolineano troppo di frequente magniloquenti vaniloqui (che tra l’altro è una notevole allitterazione). Il problema principale – sul quale insisto – è che molti storici si sono opposti all’uso dei metodi scientifici nelle analisi storiche, sostenendo che questi non sono adatti per la comprensione del comportamento umano, troppo complesso per essere posto sotto la lente “riduzionista” della scienza [1]. Quante volte mi è capitato di sentire in dipartimento frasi come la seguente: “Ma la storia non si può mica fare in laboratorio!”. Oppure, “Ma la mente umana non si può mica ridurre al cervello! La storia è libera dalle imposizioni biologiche!” /facepalm/... Ci sono in ballo dei fraintendimenti su che cosa diamine è la scienza grandi quanto un kaijū di Pacific Rim. E forse la lezione delle Annales non è bastata. Via quindi con un breve vademecum di chiarimento ad uso e consumo storiografico.

Le scienze fisiche e la biologia molecolare studiano i rispettivi campi di indagine attraverso l’esperimento in laboratorio, uno dei metodi più efficaci mai escogitati nella storia dell’umanità per studiare le relazioni di cause ed effetto in un setting controllato e sottoposto alla ripetizione dei risultati. Ciò nonostante, altri campi chiaramente scientifici e che hanno a che fare con il passato non possono permettersi tale privilegio: come hanno sottolineato Jared Diamond e James Robinson «non si può manipolare il passato» [2]. Anche quando questo fosse possibile, i mezzi per ottenere i risultati desiderati sarebbero immorali o quantomeno discutibili (come fondere un ghiacciaio per uno studio geologico [3], oppure far esplodere una stella [4]). In tale situazione si trovano tutte quelle discipline che in un modo o nell’altro hanno a che fare con la storia, ossia «la biologia evoluzionistica, la paleontologia, l’epidemiologia, la geologia storica e l’astronomia» [5].
L’unico modo per ovviare a queste limitazioni e “fare scienza” è quello di «osservare, descrivere e spiegare il mondo reale, e includere le spiegazioni individuali in una cornice più ampia», attraverso «l’esperimento naturale», ovvero un rinnovato «metodo comparativo» [6]. innestato su coordinate scientifiche e biologiche [7]. Questo metodo, continuano Diamond e Robinson, «consiste nel confrontare – preferibilmente in modo quantitativo e con l’aiuto di analisi statistiche – sistemi diversi che siano simili fra loro sotto molti aspetti ma che differiscono in relazione ai fattori dei quali si vuole studiare l’influenza» [8]. Di fatto, in quest’ottica, le società umane del passato e del presente diventano esperimenti naturali in corso.
Occorrerebbe inoltre affondare le radici in una storia profonda milioni di anni, ed essere avvezzi allo studio primatologico e paleoantropologico per inquadrare evolutivamente la storia dei comportamenti umani, distinguendo attentamente (o ponendo l’analisi in termini critici in tutti i casi ove ciò sia possibile), tra omologia comportamentale veicolata dalla storia profonda in comune, e analogia dovuta all’attivazione convergente delle medesime risposte in ambienti simili. La comparazione scientifica del comportamento e della cultura degli esseri umani con l’universo primatologico, paleoantropologico e zoologico in senso lato modifica di per sé alcuni assunti disciplinari e umanistici ritenuti indiscutibili (quale una discontinuità più o meno assoluta tra uomo e animali), richiamando una rinnovata attenzione specifica nei confronti dei modelli e delle rappresentazioni culturali. Per essere adeguatamente spiegati, i pattern emergenti andrebbero quindi compresi in una più ampia cornice biologico-evoluzionista che si fondi sui presupposti delle ricerche cognitive (ma con la dovuta cautela, dato che «esistono tre o quattro specie idonee [al paragone] e queste sono filogeneticamente distanti sia le une dalle altre sia da noi» [9]). A loro volta, se inseriti nel contesto dei variabili network dell’organizzazione socio-politica, tali pattern possono rivelare peculiari strategie adottate dagli agenti storici e contribuire a chiarire la storia culturale, formando così l’oggetto di studio di una storiografia empiricamente verificabile grazie alle retrodizioni, ossia predizioni basate sul metodo scientifico e rintracciate in conseguenze già accadute nel passato (verificabili sulla base di nuovi documenti – o di dati già noti ma rianalizzati) [10].
Daniel Lord Smail ha ricordato in un recente articolo imperniato sull’accumulo patologico (o disposofobia), che questa storia profonda è anche una neurostoria, ossia uno studio della plasticità del sistema nervoso e di quello endocrino umano su di un livello temporale di lunga e lunghissima durata. Una plasticità dovuta alla continua niche construction da parte di Homo sapiens volta a modulare e modificare, non sempre intenzionalmente, il sistema corpo/cervello secondo le coordinate socio-culturali [11]. Nelle icastiche parole di Telmo Pievani,
«Gli organismi cambiano gli ambienti, che a loro volta cambiano gli organismi. Questo intreccio vale soprattutto per la storia naturale degli ominidi, che a un certo punto della loro storia, nelle varie specie del genere Homo, cominciano ad avere e a trasformare una nicchia non più soltanto biologica ma anche culturale» [12].
Questa è una posizione che evita le insidie delle storie a prova di falsificazione (che non è mai un bene) e ideate tautologicamente a tavolino dagli psicologi evoluzionisti della prima ora, senza rinunciare all’obiettivo di studiare il rapporto co-evolutivo tra natura e cultura [13].

Andando ancora più in profondità, lo studio multicausale e scientifico dei fenomeni storici [14] farà emergere pattern sempre più peculiari. Ciò è possibile perché non cambiano solo le domande con le quali la scienza si deve confrontare, ma con l’incremento delle conoscenze possono cambiare anche «i tipi di domande attraverso i quali si definisce l’indagine scientifica», ed è questa ciò che Mauro Ceruti aveva definito come la «sfida della complessità» [15]. Alcuni pattern emergenti difatti richiederanno una ristrutturazione sostanziale delle premesse generali del quadro di indagine o, quanto meno, un’attenzione rinnovata nei confronti di certe basi euristiche date per scontate o scartate a priori. Come ha scritto il paleontologo Niles Eldredge in una sua profonda riflessione sul ruolo della storia nell’ambito dei processi scientifici,
«Eventi storici ripetuti, che accadono nell’ordine dei secondi o in quello dei milioni di anni, accomunati da incredibili similarità sono i pattern – i fenomeni, i dati reali – di tutta la scienza. Sono i pattern che pongono le domande. E forse, controintuitivamente, sono ancora loro che per molti aspetti suggeriscono le risposte – le ipotesi esplicative, le teorie – a quelle domande. La scienza è un modo di vedere il mondo materiale e la percezione dei pattern ne è il cuore» [16].
Solo da pochi anni si è cominciato a porre un’attenzione particolare nei confronti della storia che lega i nostri vincoli comportamentali e le contingenze storico-culturali alla profondità temporale dell’evoluzione, e da ancora meno tempo si è cominciato a insegnare la Big History (sì, ha le maiuscole, ma solo perché è un titolo ed è in inglese! Quando il termine verrà utilizzato in italiano allora una minuscola non gliela leverà nessuno), una cornice narrativa scientificamente coerente con le scoperte più recenti che sfrutta l’attrazione naturale di H. sapiens per lo storytelling allo scopo di raccontare la storia del nostro taxon come una piccola casella nella griglia cosmologica del tempo che ha avuto inizio con il Big Bang, tredici miliardi di anni fa. «I racconti del passato che si focalizzano soprattutto sulle divisioni tra nazioni, religioni e culture stanno cominciando ad apparire provinciali e anacronistici – persino pericolosi», ha scritto David Christian, il principale sostenitore della Big History, «[p]ertanto, non è vero che la storia diventa vacua se considerata su vaste scale temporali. Oggetti familiari possono svanire, ma nuovi e importanti oggetti e problemi diventano visibili. E la loro presenza può solo arricchire la disciplina» [17]. Poi, se gli astrofisici sono riusciti a venire a capo di immani problemi per studiare la loro materia senza far esplodere nemmeno una stella, non venitemi a dire che la storia umana è comunque più complessa! Senza contare che le stelle non lasciano nemmeno documenti scritti dietro di loro…

Purtroppo, come ha acutamente notato Massimo Pigliucci a proposito del programma di ricerca diamondiano basato sugli esperimenti naturali di storia (in parte erede, dicevamo, della lezione delle Annales), «la ricerca storica potrebbe non svilupparsi lungo le linee suggerite da Diamond non perché non si possa fare, ma perché gli storici stessi – perlomeno, quelli appartenenti alla presente generazione – sembrano essere ostili all’idea di testare le loro ipotesi su basi empiriche» [18].
Ovviamente dietro la mente c’è l’evoluzione a fare capolino, e come sappiamo biologia e scienze naturali vengono viste con il fumo (umanistico) negli occhi: le distorsioni in chiave progressionista (no! Evoluzione non equivale a progresso!), il sempre presente movimento anticognitivista denunciato da Rita Astuti e Maurice Bloch per quanto riguarda l’antropologia (di cui abbiamo parlato qui), la questione della tabula rasa culturale nel mondo umanistico (di cui si discuteva a queste coordinate), e il postmodernismo storiografico (le cui tracce avevamo individuato qui), forniscono al quadro tinte forse ancora più fosche e tristi.
Come ha detto l’opossum Pogo, protagonista di una nota striscia a fumetti statunitense scritta e disegnata da Walt Kelly, forse un numero nutrito di storici dovrebbe cominciare a fare autocritica e ammettere che «abbiamo incontrato il nemico, e il nemico siamo noi».

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Epilogo sulla neurofobia
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L’ultimo numero di Isis, una blasonata rivista accademica peer-reviewed fondata nel 1912 e dedicata alla storia della scienza (per dire, al 2011 classificata ottava su 50 per Impact Factor nella categoria “History and Philosophy of Science”) [19], contiene una sezione speciale interamente dedicata alla neurostoria. Dei cinque contributi pubblicati (tra cui l’articolo di Daniel Lord Smail precedentemente citato), due assurgono a paradigma esemplificativo di quella patologia che potremmo definire come “neurofobia” [20], ossia il terrore umanistico (senza fondamento, sia chiaro) di essere ridotti, fagocitati ed eliminati dalle scienze cognitive e dalle neuroscienze.
Il primo, dall’eloquente titolo retorico Neurohistory Is Bunk? (La neurostoria è una fesseria?), decostruisce la storia della ricerca storiografica influenzata dalle neuroscienze rintracciandone le radici nei movimenti cibernetici californiani della seconda metà del Novecento – con l’attuale agente letterario John Brockman come maître à penser dietro le quinte dell’intera operazione, impegnato nel diffondere la sua ignominiosa agenda di conquista del mondo umanistico [21] – mentre il secondo, citando Foucault a spron battuto, conclude appellandosi in modo apocalittico alla comune levata di scudi contro l’ennesimo assalto scientifico e riduzionista alla cittadella umanistica. Riporto in extenso l’explicit perché è un eloquente esempio di quella storiografia post-strutturalista che vede la scienza come agente negativo da combattere senza quartiere:
«[…] gli storici della scienza verranno marginalizzati se dovessero accettare in modo non critico questa neuro-svolta [neuro-turn], a causa della sua tendenza (in quanto prodotto e specchio dell’ordine neoliberale) volta a dissolvere gli esistenti confini disciplinari. Accettare la neuro-svolta equivale sia ad uscire da una prospettiva critica sia volgersi contro di essa (anche se impercettibilmente, poiché la neuro-svolta utilizza sia il linguaggio sia i vecchi tropi postmoderni). Pertanto, da tale prospettiva, la neuro-svolta è una tecnologia che lavora per rimodellare noi stessi, o per rimodellare il cuore delle nostre vecchie abitudini. Non dovrebbe essere respinta con leggerezza; coloro i quali possiedono l’esperienza per criticarla hanno il dovere professionale di farlo. Nessun impegno può essere considerato più vitale e urgente. La sopravvivenza della storia della scienza dipende da ciò» [22].
Perché superare gli steccati disciplinari secondo una prospettiva scientifica sarebbe un male? Quale giustificazione empirica avrebbe l’evocazione di una vieta distinzione tra cuore (fuor di metafora, la vecchia affidabile storiografia) e cervello (ossia la fredda e calcolatrice macchina cognitivista)? Perché mai individuare fantasmi capitalistici all’opera come longa manus dell’apparato tecnopolitico? Perché poi accettare la scienza dovrebbe equivalere a gettare il diritto di critica alle ortiche? Molte domande, nessuna risposta. Non mi sognerei mai di usare un acronimo derisorio nei confronti di questi ranghi serrati contro quel comune male riduzionista reo di mettere a repentaglio la sopravvivenza stessa della ricerca storiografica ma, dato che il Guardian ha da pochissimo dedicato un articolo speciale al quarto di secolo compiuto dall’acronimo LOL con il consueto understatement britannico [23], si potrebbe anche essere tentati di farlo. Invece no, perché se nel titolo ho adottato un tono scherzoso (riguardante la prima parte di questo post), qui invece la questione è molto seria, ma esattamente per il motivo opposto e contrario a quello vagheggiato nel contributo testé citato.
Nessuno dei due articoli ricordati ha notato che Smail è uno storico di professione (specializzato nella medievistica di area franco-italiana), né che non si sognerebbe mai di ridurre o tantomeno di eliminare la ricerca storiografica (perché poi?). Nessuno dei due contributi alla discussione si è poi premurato di consolidare le posizioni critiche esposte con veemenza attraverso asserzioni scientifiche, e io non sono nemmeno riuscito a capire cosa c’entrasse Brockman (che nel libro del 2008 e nell’articolo di Smail pubblicato sulla stessa rivista non è nemmeno citato!). Ecco emergere quindi un doppio caso da manuale della fallacia dello straw man, o uomo di paglia: si prepara un feticcio da attaccare inventandosi nefaste ascendenze ideologiche, si confondono i piani (interpretazione dei documenti storici e storia contemporanea della storiografia), si collegano le asserzioni in modo non verificabile, si proietta il tutto sull’obiettivo da delegittimare, et voilà! Pronto per la rottamazione.
Pigliucci docet*. QED.

*: ve la ricordate questa citazione, vero? La ripetiamo? Ripetiamola: «La ricerca storica potrebbe non svilupparsi lungo le linee suggerite da Diamond non perché non si possa fare, ma perché gli storici stessi – perlomeno, quelli appartenenti alla presente generazione – sembrano essere ostili all’idea di testare le loro ipotesi su basi empiriche » [24].

[1] Sulloway 1998: 326.
[2] Diamond e Robinson 2011: 3.
[3] Ibidem.
[4] Sagan 2001: 310.
[5] Diamond e Robinson 2011: 3. Cfr. Sulloway 1998: 326-327.
[6] Diamond e Robinson 2011: 3.
[7] Sagan 2001: 309-310.
[8] Diamond e Robinson 2011: 3.
[9] Pigliucci 2010: 45.
[10] Eldredge 2002: 252, nota n. 13. Cfr. Turchin 2008: 35.
[11] Smail 2014: 113-114.
[12] Pievani 2014: 167.
[13] Ibi: passim.
[14] Diamond e Robinson 2011: 4-5.
[15] Ceruti 2009: 39.
[16] Eldredge 2002: 18.
[17] Christian 2011: 8.
[18] Pigliucci 2010: 53.
[19] Journals Ranked by Impact: History and Philosophy of Science. 2011 Journal Citation Reports. Web of Science (Science ed.). Thomson Reuters. 2012.
[20] Cfr. Macleod, Simpson e Pal: Preface, dove la neurofobia è descritta come il timore condiviso dagli studenti e dai neo-medici in neurologia riguardo al fatto di dover valutare le malattie neurologiche dei propri pazienti.
[21] Stadler 2014.
[22] Cooter 2014.
[23] Heritage 2014.
[24] Pigliucci 2010: 55

Ceruti, Mauro. (2009). Il vincolo e la possibilità. Milano: Raffaello Cortina Editore

Cooter, R. (2014). Neural Veils and the Will to Historical Critique: Why Historians of Science Need to Take the Neuro-Turn Seriously Isis, 105 (1), 145-154 DOI: 10.1086/675556

Diamond, Jared e James A. Robinson. (2011). Prologo, in iid. (a cura di), Esperimenti naturali di storia. Torino: Codice edizioni, pp. 3-14 (ed. orig. 2010. Natural Experiments of History. Cambridge-London: Belknap Press of Harvard University Press)

DiMaggio, Paul. (1997). Culture and Cognition. Annual Review of Sociology. (23) 263-287

Eldredge, Niles. (2002). Le trame dell’evoluzione. Milano: Raffaello Cortina Editore (ed. orig. 1999. The Pattern of Evolution. New York: W.H. Freeman & Co.)

Heritage, Stuart. (2014). 25 Years of LOL – The Good and Bad Bits. The Guardian. 28, May. http://www.theguardian.com/technology/2014/may/28/25-years-lol-good-bad-bits

Macleod, Malcolm, Marion Simpson e Suvankar Pal. (2011). Neurology: Clinical Cases Uncovered. Oxford: Wyley-Blackwell.

Pievani, Telmo. (2014). Evoluti e abbandonati. Sesso, politica, morale: Darwin spiega proprio tutto? Torino: Einaudi

Pigliucci, Massimo. (2010). Nonsense on Stilts: How to Tell Science from Bunk. Chicago-London: The University of Chicago Press

Sagan, Carl. (2001). Il mondo infestato dai demoni. La scienza e il nuovo oscurantismo. Milano: Baldini e Castoldi (1a ed. 1997; ed. orig. 1996. The Demon-Haunted World: Science as a Candle in the Dark. New York: Ballantine Books. A Division of Random House)

Smail, Daniel Lord. (2008). On Deep History and the Brain. Berkeley-Los Angeles-London: University of California Press

Smail, D.L. (2014). Neurohistory in Action: Hoarding and the Human Past Isis, 105 (1), 110-122 DOI: 10.1086/675553

Stadler, M. (2014). Neurohistory Is Bunk?: The Not-So-Deep History of the Postclassical Mind Isis, 105 (1), 133-144 DOI: 10.1086/675555

Sulloway, Frank J. (1998). Fratelli maggiori, fratelli minori. Come la competizione tra fratelli determina la personalità. Milano: Mondadori (ed. orig. 1996. Born to Rebel: Birth Order, Family Dynamics, and Creative Lives. New York: Pantheon Books, New York)

Turchin, Peter. (2008). Arise ‘Cliodynamics’. Nature 454: 34-35

sabato 31 maggio 2014

Et voilà! Il coniglio dal cappello, ovvero a cosa fare attenzione quando si tratta di metodologia nella ricerca storica

«Venghino signori, venghino! Le mirabolanti imprese di magia, prestidigitazione e relativismo storico postmodernista!».
Ok, forse la didascalia originale non recitava proprio così...
Immagine originale datata 1899 e restaurata digitalmente dagli utenti trialsanderrors e Morn di Wikipedia.
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Alla fine del post precedente (se non l’avete letto, eccolo qui), ci eravamo lasciati pensando a come il modello di studio storiografico invocato dal gruppo delle Annales si possa considerare ipso facto una scienza. Secondo alcuni commentatori, la questione è fuori discussione già in partenza. Immanuel Wallerstein, ad esempio, ha descritto nel modo seguente il modello braudeliano di una storiografia scientifica:
«la storia per Braudel era una scienza. Non aveva timore del termine “scienza”, premesso che uno sia in grado di comprendere come vada fatta la scienza, ossia in relazione con i dati reali. Si deve procedere dalla teoria ai dati e poi di nuovo alla teoria. Si deve continuare ad andare avanti e indietro fino a che, alla fine, non ne esce fuori qualcosa di plausibile» [1].
Attenzione, però, perché plausibile non significa veritiero o empiricamente fondato. Limitarsi ad una immane raccolta di dati non equivale a sperare che il pattern plausibile emerga da sé, come il proverbiale coniglio dal cappello: quali sarebbero i criteri precisi per arginare il wishful thinking mediato dagli apriorismi epistemologici e metodologici o dai bias psicologici che tendono a confermare la propria visione dei dati? Non è detto che il proprio punto di vista sia quello giusto.

Prima delle Annales, in effetti, la storiografia in quanto disciplina accademica esaminava i dati e giudicava i fatti storici sulla base di criteri aprioristicamente monocausali. John Arnold, nel suo breve volume introduttivo alla concezione disciplinare della storia (o, per dirla altrimenti, un libro dedicato alla storia della storia), ha scritto che lo studio della mentalité tipico delle Annales «è sorto come una via di fuga dal senso comune che informava l’approccio della storia politica, il quale assumeva che i re, i consiglieri e i governanti decidessero sulla base delle medesime basi razionali dello storico» [2]. Ora, se c’è una cosa che le scienze cognitive hanno confermato e dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio è proprio la decostruzione del mito dell’agente sociale (economico o storico) che opera sulla base della scelta razionale. E fin qui non ci piove, con buona pace di chi ancora usa la rational choice theory come paravento per giustificare la legittimità razionale di particolari scelte ideologiche o teologiche. Così come è palese affermare (con il senno di poi) che la storiografia ottocentesca dei primordi, presa tra gli strascichi del romanticismo misticheggiante e l’invenzione (e il furore) delle identità nazionali, non fosse poi molto oggettiva – e d’altra parte si può discutere quanto quella disciplina in fasce fosse piuttosto una Geistwissenschaft, nella quale la revisione dei dati rimane confinata all’interno dell’arena dei dibattiti e delle discussioni tipicamente umanistiche, che una Naturwissenschaft, ossia una ricerca basata sulla verifica matematica dei dati empirici e sulla costruzione di modelli [3].

Il punto è che nel periodo press’a poco coevo alla svolta delle Annales (fondate nel 1929) ha cominciato a far presa un certo relativismo storico che ha considerato come un miraggio quell’oggettività cui aspirava la storiografia fin dalla sua nascita come disciplina accademica. Insomma, cercare il fatto accaduto ed asseverarne la veridicità sarebbero una fata morgana: esistono i documenti che descrivono i fatti, non i fatti stessi, irrintracciabili, né tantomeno la “verità oggettiva”. Forse l’esempio più eclatante è quello fornito dalla storia delle religioni la quale, dopo un promettente inizio sotto l’egida dell’analisi empirica dei dati, è scivolata velocemente verso un approccio metodologico che, secondo Luther H. Martin, si è tradotto nell’«assemblaggio di un corpus fenomenologico di dati culturali troncati e decontestualizzati, la cui temporalità è stata scartata a favore di affermazioni sulla presunta manifestazione di una sacra realtà sui generis» [4]. Se il documento attesta che il santo ha levitato, allora il santo ha levitato, e se viene descritto che lo sciamano ha proiettato il suo corpo spirituale nell’aldilà (qualunque cosa significhi), allora l’analisi deve riportare il dato filologicamente. Che poi questa filologia abbia rappresentato la breccia per l’ingresso nell’accademia di ogni sorta di fideismi criptote(le)ologici, o di simpatie per il paranormale, è oggi un fatto appurato [5]. In questo caso, il matrimonio entusiastico con quei bias cognitivi tipici del senso comune, e che la ricerca storiografica dovrebbe invece sforzarsi costantemente di arginare e controllare, continua ancora oggi – e non a caso la sottodisciplina storiografica è entrata in una crisi probabilmente irreversibile [6]. Per quanto sorprendente, questo è solo un caso storiografico tra i molti.

Dopo la seconda metà del Novecento l’esplosione del modello post-strutturalista ha condotto alla diffusione intellettuale del variegato ambito postmodernista, i cui sviluppi più estremi hanno condotto a interpretare la scienza come lo strumento privilegiato dall’Occidente per gestire le relazioni di potere con il mondo intero, e l’immagine degli scienziati è diventata quella di agenti profondamente condizionati dai vincoli sociali e dalla cultura loro contemporanea. Lo studio scientifico del dato storico e la lezione delle Annales sono così naufragati.
Certo, anche nella scienza sono possibili manomissioni ideologiche, teologiche, fideistiche o politiche più o meno palesi, ma rendersi conto degli errori umani (anche di quelli commessi dagli scienziati, soggetti come tutti gli esseri umani a errori di valutazione) e, di conseguenza, decostruire e correggere le manipolazioni intenzionali non vuol però dire che la scienza sia da rifiutare tout court, come vorrebbero invece certe frange intellettuali postmoderniste. La sociologia della scienza, ossia il ritenere che le idee nascono e si diffondono in un determinato contesto sociale che le vincola e le veicola, è ormai un dato acquisito nelle analisi storiografiche, ma non si può sminuire il fatto che la maggior parte del post-strutturalismo umanistico abbia colpevolmente condotto agli eccessi questa tematizzazione, arrivando a ritenere tutta la scienza come una creazione intellettuale condizionata e perciò ontologicamente discutibile, non veritiera o del tutto superflua, e revisionando o negando la validità analitica degli schemi storiografici (e scientifici).

Ora, la revisione dei dati e dei modelli acquisiti non è solo legittima ma necessaria; senza scomodare Popper e Kuhn (per ora), si può semplicemente affermare che la revisione non deve travalicare i confini delle prove documentarie valutate con raziocinio scientifico (ossia, controllando i bias psicologici impliciti cui tutti, bene o male, siamo soggetti) e ricordando, come ha affermato Carl Sagan, che affermazioni straordinarie richiedono prove straordinarie. Le quali, spesso e volentieri, mancano. Volere ardentemente che un determinato fatto abbia avuto luogo, anteponendo fede o apriorismi ideali e ideologici ai dati che si possiedono, non equivale a inverarlo! Come ha scritto Eva Cantarella a proposito dell’ipotesi di Marjia Gimbutas in merito ad un (idilliaco) matriarcalismo preistorico eurasiatico, «[…] la storia non è fatta di desideri. È scritta su documenti, su prove, o quantomeno su indizi, molti e concomitanti. Che nella fattispecie, purtroppo, sembrano insufficienti» [7].

Invece, molto più di quanto non abbia fatto il relativismo storico precedente, la breccia aperta dal postmodernismo si è rivelata difficilmente sanabile. Tutto questo, come hanno notato Michael Shermer e Alex Grobman in un volume lodevolmente impegnato nella demolizione scientifica dei fallaci presupposti epistemologici propugnati dai negazionisti della Shoah, è stato il “terreno di coltura” dei negazionismi storiografici più deleteri e vergognosi, dello scetticismo umanistico nei confronti della scienza (prendiamo solo la sconcertante diffusione dell’antivaccinismo) e del credito intellettuale concesso a quelle che altrimenti sarebbero pseudostorie e vaneggiamenti fanta-cospirazionisti senza diritto di cittadinanza nel sapere accademico [8]. Il quadro si è fatto molto confuso, e nel calderone postmodernista c’è finito tutto e il contrario di tutto.

Pensiamo all’intreccio nefasto tra le legittime e necessarie rivendicazioni dei diritti politico-sociali e le ideologie più retrograde (come quelle creazioniste e negazioniste). Le idee dell’antropologo nativo statunitense Vine Deloria Jr. rappresentano bene questo filone: secondo Deloria la creazione divina attestata nelle mitologie locali confermerebbe la presenza delle popolazioni native sul suolo americano da sempre (dove avrebbero convissuto con i dinosauri) e, dato che le mitologie sono tutte ugualmente valide, la scienza occidentale sarebbe una mitologia come le altre [9]. Chiaro, c’è dietro tutta una disgustosa pagina di sopraffazione, sterminio e conquista, ma perché reagire confondendo il doveroso impegno sociale con la negazione della scienza? Alan Sokal, citando un altro lavoro, ha commentato nel migliore dei modi possibili: «Non c’è nulla di veritiero, saggio, umano» nel garbuglio intenzionale dell’avversione contro ogni forma di ingiustizia e di oppressione con «l’ostilità verso la scienza e la razionalità (che è nonsense)» [10]. Ancora, la frangia più antiscientista del femminismo postmodernista ha reagito contro il maschilismo che ancora funesta la società occidentale affermando che la scienza sarebbe uno strumento di dominio androcentrico e niente di più (ne avevamo parlato qui qualche tempo fa). Richard Dawkins ha condensato bene l’eventuale risposta nei seguenti termini: «No, la ragione e la logica non sono strumenti maschili di oppressione, e ipotizzare che lo siano è un’offesa alle donne» [11]. Infine, si prenda il modello di Jared Diamond che recupera e aggiorna l’intuizione braudeliana e della scuole delle Annales riguardo all’analisi dei vincoli fisico-geografici e la riadatta in chiave ecologico-evoluzionista, evitando la trappola dell’essenzialismo e puntando sulla contingenza storica [12]. Anche qui, l’accusa postmodernista si è scagliata contro il determinismo ambientale (che negli ambiti storiografici dominati dall’idea della tabula rasa risuona nella stessa nota negativa che connota il determinismo genetico, come ha correttamente sintetizzato Massimo Pigliucci [13]), fino a raggiungere la veemenza spropositata di una recensione all’ultimo libro di Diamond intitolata con uno sconcertante turpiloquio [14], e ove le tesi di Diamond vengono retoricamente rilette (e distorte) alla luce della giustificazione scientifica della disuguaglianza mondiale imposta dal dominio borghese. Senza la minima pretesa di fornire contro-argomentazioni scientificamente valide (tra parentesi, la domanda non è come diamine sia possibile che un editoriale accademico venga intitolato con un insulto ad personam, quanto cosa può succedere quando si adottano i criteri delle pubblicazioni scientifiche per adornarsi del prestigio intellettuale senza però avere alcuna padronanza del processo di revisione).

Ovviamente il quadro descritto è una collazione generalizzante e discontinua di esempi non edificanti (e di certo anche il modello di analisi di Diamond non è del tutto esente da critiche, benché su di un livello scientificamente fondato [15]). Come dicevamo altrove, l’autocritica scaturita dal post-strutturalismo è stata un toccasana contro molti vieti preconcetti diffusi nel mondo umanistico per auctoritas imposta, per accondiscendente fiducia o per inerte pigrizia. Il decostruzionismo ha anche fornito gli strumenti intellettuali per smascherare le strategie di potere che si instaurano tra dominanti e dominati, per mettere a nudo certi schemi sociali relativi alla gestione dei rapporti di forza intellettuale e per disarmare le rivendicazioni metafisiche di determinate correnti ideologiche che possono infiltrarsi anche nella ricerca accademica. Il decostruzionismo, specialmente nell’analisi letteraria, si è poi rivelato utile per effettuare un’operazione di reverse engineering sui documenti del passato che possediamo: non sempre la realtà descritta nei documenti può essere presa per buona così come ci è stata tramandata, ma può essere stata manipolata intenzionalmente o inconsciamente. Quindi anche nel relativismo storiografico c’è certamente qualcosa da salvare.

Ma allora, qual è il rapporto corretto tra storia, ciò che è accaduto nel passato, e storiografia, ossia la descrizione di quanto è accaduto, e in quale modo è possibile superare la dicotomia tra pretesa di oggettività assoluta e relativismo degli agenti storici?
Questa volta la risposta è più facile e immediata, perché ci viene in soccorso uno schema sintetico prodotto da Shermer e Grobman, che riportiamo di seguito:
  1. «La storia esiste sia all’interno della mente degli storici che al di fuori di essa;
  2. «Gli storici scoprono e descrivono il passato, esattamente allo stesso modo in cui gli scienziati della natura scoprono e descrivono i fenomeni naturali;
  3. «Gli storici (e gli scienziati della natura) possono scoprire e descrivere una determinata frazione del passato tramite i dati che hanno a disposizione;
  4. «Poiché gli storici, come gli altri esseri umani, non possono liberarsi dai pregiudizi, il problema diventa la qualità e la quantità del pregiudizio. Con che metodi e con quali testimonianze gli scienziati – storici o sperimentali – giungono a particolari conclusioni? E in quale contesto culturale? Con i fondi di chi?
  5. «Dato il presupposto scientifico di fondo secondo cui tutti gli effetti nell’universo hanno una causa anche gli eventi incerti del passato devono avere una struttura causale;
  6. «Riconosciuta la natura oggettiva della scoperta e la natura soggettiva della descrizione, gli storici possono scoprire e descrivere questa struttura causale;
  7. «Il mestiere degli storici consiste nel presentare il passato come un’interpretazione provvisoria di “cosa effettivamente è avvenuto”, in base alle prove attualmente a disposizione, in maniera molto simile a ciò che fanno gli scienziati della natura con le prove del mondo naturale» [16].
A garanzia dell’eptalogo che dovrebbe adornare l’ingresso di ogni dipartimento universitario di storia che si rispetti (nelle cui aule troppo spesso risuonano interpretazioni apodittiche e just-so stories tautologiche) sta la valutazione scientifica della convergenza delle prove (o, se preferite la terminologia utilizzata dal filosofo della scienza William Whevell, “concordanza di induzioni”), che non è altro che la medesima tecnica impiegata da tutti gli altri scienziati che si occupano del passato per dimostrare che un dato avvenimento ha avuto luogo, quando è accaduto e in quale modo si è svolto [17].
Ferma tutto un momento! Allora esistono altri scienziati che si occupano del passato? Forse possono aiutarci con l’annosa questione delle previsioni basate su calcoli scientifici! Forse sì, e ce ne occuperemo nel prossimo post.

[1] Wallerstein 2009: 169-170.
[2] Arnold 2000: 99.
[3] Shermer e Grobman 2002: 60.
[4] Martin 2012: 156.
[5] Coyne 2014.
[6] Martin 2012: 166; Martin e Wiebe 2012.
[7] Cantarella 2010: 21.
[8] Shermer e Grobman 2002: 64.
[9] Cfr. Shermer, Grobman 2002: 309; Sokal 2010: 108-109.
[10] Sokal 2010: xv, nota n. 13; cit. da Albert 1996: 69.
[11] Dawkins 2002: 175.
[12] Pievani 2014: 215-234.
[13] Pigliucci 2010: 50.
[14] Correia 2013. Il libro è Diamond 2014.
[15] Pievani 2014: 219.
[16] Shermer e Grobman 2002: 68-69.
[17] Ibi: 70.

Albert, Michael. (1996). Science, Postmodernism and the Left. Z magazine (9) 7-8: 64-69

Arnold, John. (2000). History: A Very Short Introduction. Oxford: Oxford University Press

Cantarella, Eva. (2010). Passato prossimo. Donne romane da Tacita a Sulpicia. Milano: Feltrinelli (1a ed. 1996)

Correia, D. (2013). F**k Jared Diamond Capitalism Nature Socialism, 24 (4), 1-6 DOI: 10.1080/10455752.2013.846490

Coyne, Jerry. (2014). Science is Being Bashed by Academics Who Should Know Better. New Republic, April 3. http://www.newrepublic.com/article/117244/jeffrey-kripals-anti-materialist-argument-promotes-esp

Dawkins, Richard. (2002). L’arcobaleno della vita. La scienza di fronte alla bellezza dell’universo. Milano: Mondadori (1a ed. 2001; ed. orig. 1998. Unweaving the Rainbow: Science, Delusion and the Appetite for Wonder. Boston: Houghton Mifflin)

Diamond, Jared. (2013). Il mondo fino a ieri. Cosa possiamo imparare dalle società tradizionali? Torino: Einaudi (ed. orig.  2012. The World until Yesterday: What Can We Learn from Traditional Societies? New York: Viking Press)

Martin, Luther H. (2014). The Future of the Past: The History of Religions and Cognitive Historiography. Deep History, Secular Theory Deep History, Secular Theory: Historical and Scientific Studies of Religion. Boston- Berlin: De Gruyter, 343-357 DOI: 10.1515/9781614515005.343 (1a ed. (2012). Religio. Revue pro religionistiku. (XX) 2: 155-172)

Martin, L.H., & Wiebe, D. (2012). Religious Studies as a Scientific Discipline: The Persistence of a Delusion. Journal of the American Academy of Religion, 80 (3), 587-597 DOI: 10.1093/jaarel/lfs030

Pievani, Telmo. (2014). Evoluti e abbandonati. Sesso, politica, morale: Darwin spiega proprio tutto? Torino: Einaudi

Pigliucci, Massimo. (2010). Nonsense on Stilts: How to Tell Science from Bunk. Chicago-London: The University of Chicago Press

Shermer, Michael e Alex Grobman. (2002). Negare la storia. L’olocausto non è mai avvenuto: chi lo dice e perché. Roma: Editori Riuniti (ed. orig. 2000. Denying History: Who Says the Holocaust Never Happened and Why Do They Say So? Berkeley-Los Angeles-London: University of California Press).

Sokal, Alan. (2010). Beyond the Hoax: Science, Philosophy and Culture. Oxford-New York: Oxford University Press (1a ed. 2008).

Wallerstein, Immanuel. (2009). Braudel on the Longue Durée: Problems of Conceptual Translation. Review (Fernand Braudel Center) (32) 2: 155-170

giovedì 29 maggio 2014

1958, o quando la storia cercò di diventare una scienza

Placca parigina commemorativa dedicata a Fernand Braudel, che non è in Rue Fernand-Braudel ma al n° 59 di rue Brillat-Savarin, Paris 13 (l'arrondissement è però lo stesso, nell'improbabile caso ve lo steste domandando).
Fotografia dell'utente Mu da Wikipedia.
ResearchBlogging.org
Cosa c’entrano il Brasile e la Francia con il 1958 e con l’idea di studiare quantitativamente i dati storici? No, la risposta non è il 5 a 2 subito dalla nazionale francese ad opera del Brasile di Didi, Garrincha e Pelé, durante la semifinale del campionato mondiale di calcio svedese di quello stesso anno e disputatasi presso il Råsundastadion di Solna alle h. 19:00 del 24 giugno (per la cronaca, e per la gioia dei 27.100 spettatori presenti, con tanto di tripletta di Pelé al 52’, al  64’ e al 75’).
Per rispondere dobbiamo partire da una citazione.

Come ha ricordato poco tempo fa Massimo Pigliucci, «La storia, dicono alcuni, è una dannata cosa dopo l’altra. Ma è davvero così? Di tanto in tanto vengono proposti tentativi per rendere la storia più scientifica attraverso l’introduzione di teorie generali che spieghino il suo sviluppo» [1]. Il bilancio del rapporto tra storia e scienza è però quasi tutto in negativo. I modelli “scientifici” risalenti al primo Novecento e applicati alla storia sono stati giustamente demoliti da Karl Popper: dati alla mano, tutte le teleologie ideologiche di stampo politico (per tacere dei fideismi teologici) e la psicoanalisi nelle sue varie reincarnazioni hanno sonoramente fallito come metodologie di analisi storiografica. Insomma, fermo restando la validità di alcuni assunti economici nello studio dei rapporti sociali, se prendiamo come discrimine il confine tra scienza e pseudoscienza questi metodi si sono collocati fermamente sul secondo versante. Alcuni modelli di analisi storiografica più recenti promettono comunque risultati ben più consistenti dal punto di vista scientifico, tra cui citiamo quelli portati avanti da Jared Diamond, Peter Turchin [2] e Daniel Lord Smail [3].

Alla fine degli anni Venti del secolo scorso, ben prima delle armi, dell’acciaio e delle malattie di Diamond, e ben prima della cliodinamica di Turchin e della neurostoria/storia profonda di Smail, però, c’era una rivista che si chiamava Annales d’histoire économique et sociale. E les Annales erano il regno della storia totale.
E la storia totale era l’ingegnoso tentativo di scavalcare la tradizionale scansione evenemenziale e nazionalista dei fatti storici come una sequenza interminabile e inossidabile di personaggi politici in bilico tra l’arte della diplomazia e l’esercizio della guerra. Per fare ciò, gli studiosi afferenti alla scuola delle Annales (in pratica il non plus ultra dei manuali di storia: Marc Bloch, Lucien Febvre e Fernand Braudel) chiamarono in soccorso geografia, sociologia, psicologia e, soprattutto, i dati quantitativi e la costruzione di modelli. Il tutto incentrato sullo studio della lunga durata, ossia sugli eventi a lungo e lunghissimo termine piuttosto che su sui singoli eventi, un “tempo antropologico”, secondo la definizione di André Burguière, «composto da sovrapposizioni, nuovi inizi e talvolta innovazioni improvvise» [4]. (2009: 61). Questa idea della storia come lunga durata è difatti una “storia della/delle mentalità”, come era in voga dire verso la metà del Novecento, e che oggi in parte potremmo tradurre con evoluzione culturale ed epidemiologia delle rappresentazioni. Chi più di tutti ha perfezionato teoricamente questo approccio è stato Braudel, il quale – come ha ricordato Immanuel Wallerstein – non aveva timore di impiegare il termine “scienza” per definire la sua idea di storia basata sull’analisi quantitativa dei dati allo scopo di individuare pattern e di costruire modelli euristici esplicativi [5].

La controparte di questa imponente e ambiziosa revisione dell’approccio storiografico d’antan è stata, nell’impostazione braudeliana, l’erezione di uno steccato deterministico, le note prisons de la longue durée, ossia i «quadri mentali» che bloccherebbero il tempo storico-culturale in una «semi-immobilità» intorno alla quale graviterebbero tutti gli altri livelli di analisi [6].
All’epoca, correva il 1958, l’espressione era stata utilizzata da Braudel per indicare una struttura, ossia
«una realtà che il tempo stenta a logorare e che porta con sé molto a lungo. Talune strutture, vivendo a lungo, diventano elementi stabili per un’infinità di generazioni: esse ingombrano la storia, ne impacciano, e quindi ne determinano il corso. Altre si sgretolano più facilmente, ma tutte sono al tempo stesso dei sostegni e degli ostacoli. Come ostacoli, esse si caratterizzano come dei limiti, in senso matematico, dei quali l’uomo e le sue esperienze non possono in alcun modo liberarsi. Si pensi alla difficoltà di spezzare certi quadri geografici, certe realtà biologiche, certi limiti della produttività, ovvero questa o quella costrizione spirituale: anche i quadri mentali sono delle prigioni di lunga durata» [7].
A queste prigioni mentali si assocerebbero i limiti imposti dalle condizioni fisico-geografiche (evidente nel suo magnum opus intitolato Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II) [8]. Ad esempio, lo storico francese afferma che il «condizionamento geografico» è un carcere fatto di «climi, di vegetazioni, di popolazioni animali, di culture, in un equilibrio costruito lentamente dal quale [l’uomo] non si può allontanare senza rischiare di rimettere tutto in discussione» [9]. Lo studio dei vincoli naturali con cui ciascuna società umana ha dovuto e deve confrontarsi è la strada percorsa anche nelle analisi di Jared Diamond (il quale non a caso cita Braudel nella bibliografia al termine di Armi, acciaio e malattie), e che in sostanza si ricollega alla vituperata questione della tabula rasa e dell’assoluta libertà umana in voga nel mondo umanistico e nelle scienze sociali. Pigliucci riassume molto efficacemente la questione:
«Gli esseri umani hanno certamente la capacità di decidere e alterare il corso delle proprie azioni, ma né le decisioni né le azioni possono essere indipendenti dalla costituzione genetica dell’umanità o dalle condizioni ambientali nelle quali gli esseri umani vengono a trovarsi. Per dirla altrimenti, gli esseri umani non sono esenti dalle leggi standard della causalità» [10].
Il problema grosso modo non è questo, bensì l’idea braudeliana dei vincoli mentali come prigioni, vale a dire i «vecchi modi di pensare e di agire», e «gli schemi resistenti, duri a morire, talvolta contro ogni logica» [11]. Allora, se l’accento cade sulla stasi culturale, quando, come e perché cambiano le idee, a parità di tutti gli altri vincoli? Dove trovare e come giustificare quelle «innovazioni improvvise» ricordate più sopra? Di fronte a una prospettiva storica di lunghissima durata non si può certo affermare che la stasi sia l’elemento caratterizzante. Siamo quindi ancora nei limiti degli altri modelli denunciati da Popper? Risposta difficile: sì, perché se intese in un senso assoluto queste idee di staticità assoluta e ingabbiante sono imprecise, e no, perché lo storico aveva comunque intuito una possibile strada da percorrere.

Arrivato a comprendere che «Ogni “attualità” racchiude dei movimenti di origine e ritmo diversi: il tempo di oggi risale nel contempo a ieri, ad un passato più lontano e ad uno remotissimo» [12], Braudel non poteva però trovare accordo con l’analisi del «tempo breve» condotta dalle sociologia, psicologia e economia del suo tempo [13] innanzitutto perché quelle discipline non erano scientificamente attrezzate all’epoca per poter sostenere il confronto desiderato, ma anche a causa dell’atteggiamento strutturalista condiviso dallo storico che in sostanza svalutava il singolo o l’evento per concentrarsi su lunghissime catene evenemenziali [14] (talvolta sposando le tesi psicologico-psicoanalitiche legate a una non meglio definita «psiche collettiva, presa di coscienza, mentalità o attrezzatura mentale») [15]. L’unica possibilità futura per l’analisi del «tempo breve» e delle sue interazioni con le «prigioni della lunga durata» era promessa della «scienza della comunicazione, una formulazione matematica di strutture quasi atemporali. Quest’ultimo procedimento, il più nuovo di tutti, è evidentemente l’unico che possa veramente interessarci» [16]. Ma che cosa intendeva Braudel con questo nuovo «procedimento» matematico caratterizzato da «strutture quasi atemporali»?

Per capire ci dobbiamo spostare nel Brasile. Non per i mondiali di calcio del 2014, ma negli anni ’30 del secolo scorso, e più specificamente in quel dell’Università di San Paolo, dove Braudel aveva conosciuto Claude Lévi-Strauss [17].
Laggiù Lévi-Strauss aveva iniziato a studiare le mitologie locali, i cui componenti avrebbe poi scomposto e ricondotto alla ricerca del soggiacente sistema elementare e atemporale, considerato dall’antropologo strutturalista come la manifestazione della cognizione umana funzionante con il minor numero di vincoli esterni e culturali e perciò, nella sua ottica, la più adatta a rivelare le strutture neurofisiologiche soggiacenti [18]. In pratica, a partire dagli output culturali, Lévi-Strauss intendeva comprendere la struttura neurocognitiva di base e universale (ossia, secondo l’ipotesi strutturalista, l’organizzazione dei codici binari elementari che starebbero a monte dello storytelling mitografico mondiale, del tipo arcinoto crudo/cotto, freddo/caldo, ecc.), e ciò era esattamente il contrario di quanto avrebbero fatto le neuroscienze a partire dalla metà del Novecento. Non a caso il modello proto-cognitivo binario lévi-straussiano è stato falsificato ma, come ha scritto di recente Pascal Boyer, i precursori delle scienze cognitive «possono essere curiosamente scorretti nelle loro conclusioni e del tutto ammirevoli nelle loro ipotesi. Lévi-Strauss è stato certamente entrambi» [19].
Ecco, oltre all’elaborazione statistica e quantitativa dei dati d’archivio, quando Braudel scrive dei quadri “matematici” egli si riferisce anche a simili modelli strutturalisti. Quindi, per riprendere la doppia risposta di poc’anzi: la teoria cognitiva a monte del modello strutturale braudeliano rischia di fallire come gli altri tentativi volti a spiegare la storia in modo scientifico, ma nel contempo ha fallito in modo interessante, per così dire, ossia indicando una intrigante possibilità. Lo stesso si può dire di Lévi-Strauss. Come ha scritto Darwin nel 1871 al termine dell’Origine dell’uomo, «Notizie false sono nocive ai progressi della scienza, poiché spesso si sono credute per lungo tempo; ma ipotesi erronee, se surrogate da qualche prova, fanno poco danno, in quanto chiunque si può prendere il piacere di dimostrare la loro falsità; e ciò fatto, si chiude un sentiero che porta all’errore, mentre contemporaneamente si apre spesso la via alla verità» [20].

Ora, appurato che il quadro braudeliano relativo alla cognizione umana è giocoforza desueto, si può dire che questa idea di studiare la stasi culturale sulla base della cronologia storiografica e delle costanti psicologiche delle menti umane con tutti  loro vincoli, abbia passato oggi il testimone (mutatis mutantis) alle scienze cognitive [21]. Queste discipline si fanno le moderne portatrici e innovatrici di quella longue durée che fu tipica dell’impostazione storiografica novecentesca delle Annales, le cui note “prigioni” potremmo tradurre oggi concettualmente, sulla scorta di un’intuizione di Anders Lisdorf, con “vincoli (co)evolutivi della cognizione umana” [22] e leggere come il livello mesostorico teorizzato da Jesper Sørensen di cui si parlava in quest’altro post.

Resta però da valutare attentamente un importate corollario del lascito braudeliano, ossia il fatto stesso che la storia possa essere considerata ipso facto una scienza. Ma di quale tipo sarebbe? Quale possibilità di fare previsioni scientifiche avrebbe un orientamento storiografico secondo la prospettiva braudeliana? La storia può fare previsioni sulla base di regole fisse? O, per dirla altrimenti, davvero tutte le scienze possono fare previsioni? E in quale modo? Di tutto questo, e di altro ancora, ci occuperemo nei prossimi post.

Insomma, quando inizieranno le partite di calcio del mondiale brasiliano, in televisione a orari impossibili (causa fuso orario), potrete fare gli snob, seguire questo blog e leggervi un bel post di questa serie, per di più con la coscienza calcistica a posto, sapendo che anche Lévi-Strauss ha commentato di pallone [23].

[1] Pigliucci 2010: 46
[2] Ibi: 54.
[3] Smail 2008.
[4] Burguièr 2009: 61.
[5] Wallerstein 2009: 169-170.
[6] Braudel 1973: 68.
[7] Ibi: 64.
[8] Wiebe 2011: 167-168.
[9] Braudel 1973: 64.
[10] Pigliucci 2010: 50.
[11] Braudel 1973: 67.
[12] Ibi: 69.
[13] Ibi: 71.
[14] Cfr. Wiebe 2011: 168.
[15] Braudel 1966: 35.
[16] Braudel 1973: 70.
[17] Wallerstein 2009: 159.
[18] Martin 2008: 313.
[19] Boyer 2013: 175.
[20] Darwin 2013: 1312.
[21] Cfr. Lisdorf 2011: 89.
[22] Ibidem.
[23] Lévi-Strauss 2010: 43.

Boyer, Pascal. 2013. Explaining Religious Concepts: Lévi-Strauss the Brilliant and Problematic Ancestor. In Xygalatas, Dimitris e William W. McCorkle Jr. (eds.). 2013. Mental Culture: Classical Social Theory and the Cognitive Science of Religion. Durham and Bristol, CT: Acumen, pp. 164-175

Braudel, Fernand. 1973. Storia e scienze sociali. La “lunga durata”, in id., Scritti sulla storia. Milano: Mondadori, pp. 57-74 (ed. orig. Braudel, F. (1958). Histoire et Sciences sociales : La longue durée Annales. Histoire, Sciences Sociales, 13 (4), 725-753 DOI: 10.3406/ahess.1958.2781 ; poi raccolto in 1969. Écrits sur l’histoire. Paris: Flammarion)

Braudel, Fernand. 1966. Il mondo attuale, vol. 1. Torino: Einaudi (ed. orig. 1963. Le monde actuel, en collaboration avec S. Baille, R.Philippe, Paris: Belin)

Burguièr, André. 2009. The Annales School: An Intellectual History. Ithaca: Cornell University Press (ed. orig. 2006. Lécole des Annales: une histoire intellectuelle. Paris: Odile Jacob)

Darwin, Charles Robert. 2013. L’origine delluomo e la selezione sessuale. In id., Lorigine delle specie, Lorigine dell'uomo e altri scritti sull'evoluzione. Roma: Newton Compton (1994 1a ed.; ed. orig. 1871. The Descent of Man, and Selection in Relation to Sex. London: John Murray)

Lisdorf, Anders. 2011. Prisons of the Longue Durée: The Circulation and Acceptance of Prodigia in Roman Antiquity, in Martin, Luther H. e Jesper Sørensen (eds.), Past Mids: Studies in Cognitive Historiography. London-Oakville: Equinox, pp. 89-106

Lévi-Strauss, Claude. 2010. Il pensiero selvaggio. Milano: il Saggiatore. (1965 1a ed.; ed. orig. 1962. La pensée sauvage. Paris: Plon)

Martin, Luther H. 2008. Do Rituals Do? And How Do They Do It? Cognition and the Study of Ritual. In Braun, Willi e Russell T. McCutcheon (eds.), Introducing Religion: Essays in Honor of Jonathan Z. Smith. London-Oakville: Equinox, pp. 311-325

Pigliucci, Massimo. 2010. Nonsense on Stilts: How to Tell Science from Bunk. Chicago-London: The University of Chicago Press

Smail, Daniel Lord. 2008. On Deep History and the Brain. Berkeley-Los Angeles-London: University of California Press

Wallerstein, Immanuel. 2009. Braudel on the Longue Durée: Problems of Conceptual Translation. Review (Fernand Braudel Center) (32) 2: 155-170

Wiebe, Donald. 2011. Beneath the Surface of History?, in Martin, Luther H. e Jesper Sørensen (eds.), Past Minds: Studies in Cognitive Historiography. London-Oakville: Equinox, pp. 167-177

lunedì 14 aprile 2014

Il mio amato brontosauro. Un'intervista con Brian Switek sui ricordi d'infanzia, sui dinosauri e sulla profondità del tempo

La copertina italiana dell'ultimo libro di Brian Switek (2014. Torino: Codice edizioni).
Copertina riprodotta con il gentile consenso delleditore.
In occasione della pubblicazione dell’ultimo libro di Brian Switek, intitolato Il mio amato brontosauro. Vecchie ossa e nuova scienza, per l’edizione congiunta di Codice edizioni e de Le Scienze, sono molto contento di presentarvi la traduzione in italiano della mia intervista all’autore (qui trovate la versione originale).
Buona lettura!

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Grazie alla cortesia di Brian Switek e all’efficienza del suo agente presso l’editore Farrar, Straus & Giroux, ho avuto l’opportunità di leggere in anteprima la sua ultima avventura nel mondo della storia della scienza e della paleontologia intitolata Il mio amato brontosauro, ufficialmente disponibile in libreria a partire da oggi [era il 16 aprile 2013. N.d.A.]. Dopo l’intervista del 2010, Brian ha quindi accettato ancora una volta di condividere con noi alcuni pensieri sull’atteso seguito di Written in Stones.
In occasione del lancio editoriale del volume sono felice di presentarvi questa nuova intervista (quella risalente al 2010 la trovate cliccando qui).

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Leonardo Ambasciano: Le sale e le esposizioni temporanee dedicate ai dinosauri in mostra nei musei di tutto il mondo riescono non di rado a incuriosire gli spettatori più giovani e a motivare un certo interesse, talvolta per tutta la vita, nei confronti della paleontologia. In alcuni casi questo fascino può persino condurre a intraprendere una carriera nella paleontologia o nella divulgazione scientifica.
Ancora oggi riesco a ricordare quel magico senso di stupore provato quando venti anni fa, ancora bambino, ebbi modo di visitare una mostra temporanea che proponeva come attrazione principale gli scheletri colossali (perlomeno agli occhi del bambino che ero) di Mamenchisaurus hochuanensis e di Tsintaosaurus spinorhinus, risorgenti dalle profondità abissali del tempo grazie a un sapiente gioco scenografico di luci su uno sfondo nero. Non erano però le dimensioni di quei titani ad affascinarmi. L’anno precedente, in un freddissimo tardo pomeriggio invernale, ero rimasto ammaliato dal calco di uno scheletro di un minuto Hypsilophodon foxii ospitato in una teca di vetro in una grande piazza centrale della mia città. Ciò che mi meravigliava era il poter assistere alla trasformazione di qualcosa che già conoscevo su carta, sotto forma di illustrazione o fotografia, a un oggetto in tre dimensioni carico di una storia lunga decine, se non centinaia, di milioni di anni. Alieni, ma su questa Terra e in un altro tempo. Era un’esperienza da mozzare il fiato.
Questa è la materia di cui è fatto il tuo libro, Il mio amato brontosauro: hai preso tutti i sogni e l’ispirazione possibile dai ricordi dell’infanzia e hai reso omaggio a tutti quei bambini incantati e pieni di stupore di fronte a un dinosauro, senza rinunciare a una prosa chiara e a un occhio scettico e razionale mai offuscato dal tuo entusiasmo. In quanto testimonianza di affetto, chiaro a partire dal titolo fino all’ultima pagina, il tuo libro è anche una narrazione molto personale, densa di ricordi autobiografici – senza citare la tua decisione di trasferirti nello Utah per essere più vicino alle formazioni geologiche ricche di fossili di dinosauro e alle istituzioni scientifiche che li studiano.
Potresti riassumere brevemente i tuoi primi incontri infantili con i dinosauri e con i fossili?

Figura 1. La mostra che nel 1992 portò in Italia alcuni dei più stupefacenti scheletri originali di dinosauri cinesi noti all’epoca (“Dinosaurs: Il mondo dei dinosauri: Italia 1991/1993” – in collaborazione con Natural History Museum, Shangai; Museo Tridentino di Scienze Naturali, Trento; Museo Friulano di Storia Naturale di Udine, Udine; Presidenza della Facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali dell’Università “La Sapienza” di Roma).
Brian Switek: Mi piacerebbe tanto ricordare di più. I miei genitori mi raccontano che iniziai molto presto ad essere attratto dai dinosauri, ma non ricordo molto, almeno non fino ai cinque anni di età. Il primo giorno della scuola materna scarabocchiai una balena e uno pterosauro (non un dinosauro, ma ci siamo vicini!). Quasi ogni animale che fosse grande, imponente o bizzarro scatenava la mia immaginazione. Giocavo con i giocattoli di creature preistoriche, leggevo libri su di esse, guardavo i documentari e passavo ore a scarabocchiare dinosauri sui cartoncini colorati. Ciò che però ha cristallizzato il mio amore per i dinosauri è stata la mia prima visita all’American Museum of Natural History di New York. Era il 1988, credo, e mancava ancora un decennio prima che le grandi sale dedicate ai fossili venissero rinnovate. La Sala dei dinosauri giurassici era scura e polverosa e la vecchia installazione dello scheletro di “Brontosaurus” ne occupava il centro. La coda del sauropode penzolava inerte e un cranio di un altro animale spuntava dal collo, appeso al soffitto e tenuto basso. Eppure il “Brontosaurus” era magnifico, principalmente perché allora non immaginavo quanto vi fosse di sbagliato nella sua ricostruzione. Moltissimi dei libri che avevo all’epoca erano obsoleti e mostravano i dinosauri proprio così, e io mi trovavo di fronte alle loro vere ossa. Lo scheletro del “Brontosaurus” era davvero grande e squisito in ogni minimo dettaglio. Non potei fare a meno di immaginare come sarebbe dovuto apparire da vivo. Vedere le ricostruzioni o giocare con i modellini dei sauropodi nella sabbionaia del parco giochi era una cosa, ma trovarsi di fronte le ossa reali di quell’animale cementò la mia passione per i dinosauri. Non dimenticherò mai come mi sentii a camminare da bambino sotto le ossa del mio dinosauro preferito.

L.A.: «La conoscenza inizia con lo stupore» e, come afferma Keith M. Parsons, «quando pensiamo ai dinosauri, l’immaginazione deve quindi integrare i fatti» (2001: 75). Dall’ingarbugliata storia del cranio sbagliato usato per il “Brontosaurus alle proboscidi proposte per i sauropodi, dall’idea di W.D. Matthews secondo la quale alcuni dinosauri (come i sauropodi) invece di deporre le uova sarebbero stati capaci di partorire i loro piccoli come i mammiferi, dall’assenza totale di clavicole ipotizzata dal paleoartista G. Heilmann ai lambeosaurini subacquei, la storia della ricostruzione dei dinosauri si annoda sia con le teorie paleobiologiche più all’avanguardia sia con le ipotesi più bizzarre. Si tratta un intreccio affascinante tanto quanto le teorie più tradizionali registrate nei manuali canonici di biologia evoluzionistica e di paleontologia. Molte proposte stravaganti, che hanno avuto fortune alterne, si trovano nel tuo libro.
Qual è la tua idea “eretica” paleontologica o paleobiologica preferita?

Figura 2. Il trio di Parasaurolophus subacquei ricordato nel volume di Switek. Dall’album Panini intitolato Animali preistorici, di R. D’Ami e C. Porciani, p. 12. © Riproduzioni Editoriali D’Ami, 1992 (prima ed. 1974); stampato da Panini.
B.S.: Ce ne sono davvero tante per sceglierne solo una! La paleontologia è il luogo dove si incontrano la scienza e l’immaginazione, e una qualche dose di speculazione è sempre parte integrante della ricerca scientifica. Cerchiamo sempre di spingerci un po’ più in là quando si tratta di sapere come vivessero i dinosauri. Non dobbiamo quindi sorprenderci dell’esistenza di idee più o meno eccentriche sulla vita dei dinosauri.
Se dovessi fare solamente un esempio, penso che sceglierei il Parasaurolophus della mia infanzia. Quando per la prima volta ho incontrato i dinosauri, gli adrosauri erano sempre raffigurati mentre sguazzavano intorno ai laghi oppure mentre erano intenti a setacciare le alghe di cui si nutrivano dalle paludi. Tutto ciò aveva un senso considerando il nome con il quale erano conosciuti, “dinosauri a becco d’anatra” (credo che la definizione di “becco a vanga” sia molto più appropriata, ma non vedo molto consenso o diffusione intorno al nuovo termine, nonostante io l’abbia adoperato nel libro e sui miei blog). Come aveva notato il paleontologo John Ostrom negli anni Sessanta, gli adrosauri non possedevano alcuna evidente arma di difesa come spine o corna. In un tempo dominato dai tirannosauri l’unica possibilità per gli adrosauri di salvarsi era di fuggire nell’acqua. O almeno così si era soliti sostenere.
La cresta di alcuni adrosauri giocò a favore di quest’ultima interpretazione. In un ambiente acquatico la lunga cresta cava del Parasaurolophus sembrava un serbatoio di aria o una specie di bocchettone che potesse estendersi al di sopra della superficie dell’acqua. La credenza infondata che gli adrosauri dovessero essere animali anfibi condusse a queste interpretazioni. Solamente quando i paleontologi iniziarono a considerare la cresta come struttura indipendente altre possibilità divennero ovvie – un mezzo di esibizione specifico oppure uno strumento per produrre suoni. A partire dagli anni Ottanta, l’idea che la cresta dovesse servire come mezzo di segnalazione visiva o acustica aveva sostituito le altre spiegazioni, nonostante io continuassi ancora a vedere Parasaurolophus a nuoto nei libri e nei film. Penso che ormai quell’immagine sia fortunatamente passata di moda, anche se ci è voluto un bel po’ di tempo per sradicarla.
Quello citato è un buon esempio dei puzzle che le caratteristiche più bizzarre dei dinosauri rappresentano per i paleontologi. Creste stravaganti, sfilze di corna, file di corazze non compaiono senza motivo. Sono il risultato dell’evoluzione, ma determinare la funzione di tali strutture è un’operazione spossante quando non possiamo osservare gli animali da vivi, e persino immaginare la funzione di una qualche struttura non ci dice necessariamente come quella peculiarità si sia evoluta. Possiamo solo immaginare il modo in cui le idee che abbiamo ora su queste particolarità anatomiche cambieranno in seguito alle ricerche dei paleontologi.

L.A.: Ne Il mio amato brontosauro sottolinei l’innegabile valore della paleontologia dei dinosauri per la comprensione della storia della vita sulla Terra e per la teoria dell’evoluzione. La storia della disciplina è un campo in continuo cambiamento, denso di scoperte impreviste. Oggi il ritmo della ricerca è aumentato in modo vertiginoso e studi specialisti e fondamentali vengono pubblicati sulle riviste accademiche con cadenza quasi giornaliera. E tutto ciò non fa altro che rendere ancora più intrigante questo campo di studi.
Ora, se dovessi citare e ricapitolare i tre maggiori risultati di quello che il paleontologo Thomas Holtz Jr. ha etichettato come l’Illuminismo della paleontologia dei dinosauri, e i tre problemi ancora insoluti (ma che, si spera, verranno risolti nel futuro imminente), cosa sceglieresti?

B.S.: I traguardi raggiunti dall’Illuminismo dei dinosauri sono stati principalmente nei campi dell’applicazione di nuove tecniche per testare idee e per sviluppare nuove ipotesi. Il precedente Rinascimento dei dinosauri [collocato tra la fine degli anni Sessanta circa e la metà degli anni Ottanta. N.d.A.] ha spronato gli studiosi ad adottare un cambiamento nello studio dell’immagine dei dinosauri basato sulla loro anatomia complessiva, allo scopo di trattarli come animali piuttosto che come un ammasso di vecchie ossa, ma ci sono voluti parecchi anni prima che i paleontologi sviluppassero gli strumenti necessari per la verifica delle idee prodotte in quel precedente contesto. Per esempio, l’incremento nell’accesso generale alle tecnologie informatiche e l’aumento delle capacità di calcolo dei software hanno permesso ai paleontologi di produrre simulazioni nelle quali si è potuto esaminare sia la velocità della corsa sia la gamma dei movimenti possibili per vedere quanto in realtà i dinosauri fossero agili o veloci. Ci sono stati anche dei risvolti tanto positivi quanto inaspettati, come il fatto di essersi resi conto che i melanosomi presenti nelle piume dei dinosauri possono essere paragonati con quelli degli attuali uccelli per ricostruire il loro antico colore. I paleontologi stanno ora applicando nuove tecniche e nuove tecnologie provenienti dai campi della geochimica e dell’istologia, dal metodo degli elementi finiti (FEM), dalla biomeccanica, dalla computer grafica in 3D e da altri campi ancora per ricavare un numero maggiore di informazioni dalle ossa fossili come mai prima d’ora. Nel contempo, le nuove prove e i risultati ottenuti aprono nuovi scenari di indagine. Insomma, il successo dell’Illuminismo dei dinosauri è una combinazione dell’entusiasmante e rinnovato interesse che i paleontologi dimostrano quando considerano i dinosauri come animali reali (scaturito in origine dal Rinascimento dei dinosauri), con l’uso ponderato di quell’entusiasmo per affrontare razionalmente le domande alle quali mai avremmo pensato si potesse rispondere.
Certamente, gran parte della biologia dei dinosauri resta senza risposta. Non sappiamo ancora come fosse esattamente la loro fisiologia. Il peso delle prove in merito suggerisce che, in generale, i dinosauri fossero animali molto attivi che mantenevano temperature corporee elevate e più simili agli uccelli e ai mammiferi che ai rettili, ma oltre a questo livello generale di conoscenza c’è ancora molto che ignoriamo. In questo senso la questione fondamentale che stava al cuore del Rinascimento dei dinosauri, ossia la loro fisiologia, aspetta ancora una risposta definitiva. Un altro problema spinoso è rappresentato dal dubbio riguardo al dimorfismo sessuale. Differenze osservabili tra i due sessi sono state proposte più volte in passato, ma mai in un modo pienamente convincente. Questo accade perché i dinosauri non esibivano uno spiccato dimorfismo sessuale oppure perché ci sono imperfezioni nei nostri campioni ed errori nelle nostre tecniche di analisi? Forse la questione più grande di tutte resta il motivo della scomparsa dei dinosauri non-aviani [termine con il quale si indicano tutti i dinosauri eccetto gli uccelli. N.d.L.A.] alla fine del Cretaceo. Cosa li ha spazzati via, insieme ad altre forme di vita, e cosa ha permesso ai dinosauri aviani [ossia, gli uccelli. N.d.L.A.] di sopravvivere? Tutti concordano sull’identità degli attori principali – eruzioni vulcaniche, cambiamenti climatici e l’impatto di un asteroide – ma non conosciamo ancora il modo in cui quelle pressioni ecologiche si sono tradotte effettivamente nella loro estinzione. Alcuni dei più classici misteri dei dinosauri persistono ancora oggi.

L.A.: A giudicare dalla formidabile quantità di informazioni che hai raccolto in tutti questi anni di divulgazione scientifica sui tuoi blog, immagino che tu abbia fatto uno sforzo considerevole per la scelta dei materiali da trattare ne Il mio amato brontosauro.
C’è un argomento particolare che pensi sia rimasto escluso dalla redazione finale del libro?

B.S.: C’è sempre molto da dire sui dinosauri, molto più di quanto non possa essere ospitato in un qualunque libro. Mi sarebbe piaciuto scrivere di più sulle scoperte più nuove – gli spinosauridi, i rebbachisauridi e cose simili – ma sentivo che avrei dovuto concentrarmi sui dinosauri “classici” per poter fornire ai lettori un terreno più solido allo scopo di affrontare insieme la discussione dei concetti che volevo presentare. Avrei voluto scrivere di più sulla fisiologia dei dinosauri ma il capitolo non è venuto esattamente come avrei sperato. Secondo le intenzioni originali in quel capitolo avrei dovuto trattare dei dinosauri polari, e mi dispiace di averli lasciati fuori. Adoro immaginare i dinosauri piumati alle prese con la neve! Ma sapevo che aggiungendo quell’argomento poi non sarei riuscito a includere tutti i temi che desideravo. Volevo scegliere degli esempi specifici che potessero dimostrare quanto è cambiata la nostra comprensione dei dinosauri negli ultimi venticinque anni e penso che il libro abbia raggiunto questo obiettivo.

L.A.: «Abbiamo bisogno dei dinosauri» è il messaggio più importante del tuo libro. Abbiamo bisogno di questi animali principalmente per due ragioni molto importanti.
Il primo punto in ballo riguarda la storiografia dell’evoluzione, poiché fino a poco tempo fa i dinosauri sono stati considerati con sufficienza alla Tavola Alta della storia della vita [nelle università inglesi la High Table è il luogo dove prendono posto professori e ospiti illustri. N.d.A.]. Da qui la loro sostanziale esclusione dai libri di testo classici sull’evoluzione, dominati dagli invertebrati e dai mammiferi come protagonisti degli studi evoluzionistici più importanti. Ciò nonostante, come hanno notato recentemente Kevin Padian e Elise K. Burton (2012), i dinosauri sono stati un fattore chiave nei case studies più importanti per il progresso del pensiero macroevoluzionistico durante il XIX secolo, e questo perché hanno rappresentato i soggetti di studio preferiti dagli evoluzionisti più eterodossi dell’epoca (che amavano fare riferimento a tipologie evolutive ortogenetiche, degenerative o teleologiche per spiegare le bizzarrie delle forme animali fossili, tesi successivamente testate e falsificate). Non possiamo capire quel periodo senza una conoscenza aggiornata e profonda dei dinosauri.
In secondo luogo, come ha ricordato Scott D. Sampson, le persone impegnate nella divulgazione scientifica dovrebbero approfittare della fama dei dinosauri (come hai fatto nel tuo libro) per «reinserirci all’interno della struttura del tempo [sul pianeta Terra], per ricavare un senso dal nostro passato e per contemplare la nostra responsabilità nei confronti delle generazioni future» (2009: 277), così come per insegnare la «Grande storia» non teleologica della vita (276-277) e i concetti basilari del nostro background evolutivo sulla Terra.
Ora che hai terminato il tuo lavoro sui dinosauri (almeno per il momento), di quali capitoli della storia della vita pensi di occuparti nella tua prossima impresa letteraria, per collocare correttamente la nostra imprevedibile e stupefacente storia evolutiva?

B.S.: I dinosauri sono un punto di riferimento importante per la nostra comprensione del passato. I numeri sono talmente grandi che non riusciamo nemmeno a capire pienamente cosa significhino, ma dire che i dinosauri si sono evoluti 245 milioni di anni fa e che le forme non-aviane si sono estinte 66 milioni di anni fa ci aiuta a contestualizzare i miseri sei milioni di anni di evoluzione degli esseri umani. Quando discutiamo di preistoria è un luogo comune per gli scrittori dire che quella particolare creatura è vissuta prima o dopo il regno dei dinosauri – usiamo sempre i dinosauri per calibrare i riferimenti alla storia profonda.
Non direi però di aver chiuso con i dinosauri: voglio usare la conclusione de Il mio amato brontosauro come punto di partenza per un altro dei miei progetti. La documentazione fossile è una fonte ricca di informazioni sul modo in cui gli organismi hanno reagito ai cambiamenti climatici e come continuano a reagire. I fossili non documentano semplicemente il passato, ma possono fornirci alcuni indizi sulle forme future che potrebbe assumere la vita. Se le stime sull’attuale riscaldamento globale sono corrette, per esempio, significa che ci stiamo avvicinando a un effetto serra simile a quello visto l’ultima volta 55 milioni di anni fa durante il Massimo termico del Paleocene-Eocene (circa 10 milioni di anni dopo la scomparsa degli ultimi dinosauri non-aviani). Forse attraverso lo studio di come gli insetti, i mammiferi e le piante hanno reagito a qual periodo particolarmente caldo gli scienziati possono delineare come reagiranno gli organismi di oggi al cambiamento climatico indotto dalle attività umane e, pertanto, pianificare strategie di tutela e salvaguardia dell’ambiente.
Gli indizi sul futuro potrebbero benissimo celarsi nel passato.

Bibliografia citata:

Padian, K., & Burton, E.K. (2012). Dinosaurs and Evolutionary Theory, 1057-1072. In Brett-Surman, M.K., Holtz, T.R., Jr. & Farlow, J.O. (2012). (eds.). The Complete Dinosaur. Second Edition. Bloomington & Indianapolis: Indiana University Press.

Parsons, K.M. (2001). Drawing Out Leviathan: Dinosaurs and the Science Wars. Bloomington & Indianapolis: Indiana University.

Sampson, S.D. (2009). Dinosaur Odyssey: Fossil Threads in the Web of Life. Berkeley, Los Angeles & London: University of California Press.