mercoledì 16 marzo 2016

Darwin Day 2016: Perché mai studiare la storia degli errori storiografici e scientifici? Uno studio di caso da settant'anni fa (e una digressione sugli spin-off televisivi)

Scheda bibliografica del volume Origini e diffusione della civiltà di P. Laviosa Zambotti (1947).
Fonte: Biblioteca comunale Passerini-Landi. Piacenza - Fondo Comunale

Ma che fine ha fatto Lakatos? Apologia pro blogo suo, tra spin-off e product placement

ResearchBlogging.org
Quando le serie televisive hanno successo, capita che la rete televisiva decida di investire espandendo l’universo narrativo all’interno del quale si svolgono le interazioni tra i personaggi, dando vita a quelli che in gergo televisivo si chiamano spin-off. Queste serie parallele solitamente focalizzano l’attenzione su quei personaggi secondari che sembrano avere un potenziale inespresso ma che solitamente vengono relegati sullo sfondo della narrazione. Spesso lo spin-off è un mero pretesto per lucrare facendo leva sul richiamo della serie principale, ma talvolta capita che la serie nata da un ramo narrativo collaterale, maggiormente libera dai vincoli di costi, produzione e aspettative cui è sottoposta la serie principale, sia capace di ritagliarsi una nicchia interessante e di successo...
... beh, non è di quest’ultimo caso che ci occupiamo ora. Questo articolo è un vile e imperdonabile spin-off del post precedente dedicato a Lakatos e alla metodologia dei programmi di ricerca scientifici, scritto sfruttando un blando richiamo al falsificazionismo. Come nelle peggiori tradizioni della tv-spazzatura, il presente contributo ospita anche uno dei più beceri product placement della storia di questo blog, perché riprende una sezione del mio libro pubblicato un anno fa, aggiornandola e riadattandola all’uopo. Se volete sapere di più, accattatevillo (o date almeno un’occhiata su Google Books)! Se invece vi aspettavate la continuazione promessa, lamentatevi con chi si sintonizza su queste frequenze aumentando lo share della serie (siamo quasi a quota 105.000 visite, che per questo blog è davvero un successo insperato!), ma sappiate che, se resisterete fino alla fine del post, verrete ricompensati: alla fine tutto torna. Anche la filosofia della scienza.

Buona lettura!

Ars longa, vita brevis

Falsificare una tesi nel mondo umanistico è impresa ardua. Non tanto per il lavoro metodologico ed epistemologico spesso carente, antiquato o inadeguato che, ahimè, caratterizza molta storiografia più o meno recente, quanto perché nel marasma editoriale di interpretazioni storiografiche discordanti a volte le interpretazioni del passato non vengono nemmeno sottoposte a revisione dall’ambiente degli addetti ai lavori, ma continuano a galleggiare per inerzia, almeno fino a quando cambiano i paradigmi umanistici di riferimento, oppure vengono gelosamente custodite e tramandate dalle singole scuole di pensiero in competizione.
In effetti, uno degli sport umanistici preferiti è esclamare senza ritegno che l’interpretazione di X, vecchia di 95 anni, è antesignana di modelli ben più recenti e che tutti i ricercatori attuali son dei tromboni che l’han seppellita anzitempo nelle note a pie’ di pagina. Oppure che Y, in una notarella pubblicata 48 anni fa, aveva già visto più lontano degli sfaccendati studiosi dell’attuale area disciplinare, troppo pigri per capirne la portata innovativa o troppo impegnati nel seguire pedestremente le mode disciplinari attuali, tutte ovviamente fallaci. O ancora, che tutto il problema era già stato chiarito chiaro 165 anni fa, quando Z, blasonato precursore di discipline accademiche ancora di là da venire, stabilì i paletti in un’opera fondamentale stampata in una dozzina di copie.
Ecco, ora prendete questi schemi dello storytelling disciplinare, aggiungete un pizzico di revanscismo antiscientifico, un etto di gusto localistico e provinciale, una manciata di autocompiacimento nello scovare materiali polverosi e dimenticati. Moltiplicate poi questo quadretto per un numero congruo di pubblicazioni esemplificative e approssimato per difetto, nell’arco delle centinaia di migliaia a occhio e croce, e avrete un bell’esempio del marasma apocalittico e del rumore epistemico che può essere l’ecosistema delle ipotesi umanistiche da sottoporre adeguatamente a revisione.
Ars longa, vita brevis: riunioni, impegni, application, corsi, concorsi, ricorsi, peer review, pubblicazioni, vita quotidiana e tanti saluti alla disamina critica delle tonnellate di materiale accademico disponibile. Fare ricerca in modo scientifico significa svolgere una complessa operazione sociale, si diceva a suo tempo, i cui cardini fondamentali sono la revisione paritaria e la condivisione di saldi e chiari principi deontologici ed epistemologici. Per svariati motivi, alcuni dei quali certamente poco edificanti, non sempre è possibile passare al vaglio tutta la produzione in ogni campo accademico. Si fa quel che si può e molta produzione finisce nell’oblio senza che le ipotesi siano state giustamente testate o verificate.
Dato che è diritto di ogni studio accademico pubblicato avere un giusto processo, ogni tanto vale comunque la pena di riprendere l’opera di qualche studioso del passato per vedere un po’ lo stato della questione e fare un po’ di ordine tra gli innumerevoli fascicoli accademici. Anche solo per testare quanto abbiano ragione o meno i sedicenti scopritori contemporanei di antiche e prestigiose verità accademiche. Chiariamoci subito: molto spesso ci si trova davanti a lavori semplicemente imbarazzanti che gridano alla falsificazione. Ma a volte ci si imbatte in studi assolutamente notevoli per vastità di vedute, il cui riesame critico può portare giovamento all’intera disciplina storiografica (se solo prestasse attenzione a questo lavoro di verifica: un giudizio, per quanto sensato possa essere, non basta e resta una mera opinione). E quand’anche si dovesse poi ammettere che da salvare c’è ben poco o niente, la storia degli errori, se sostenuti comunque da prove sufficienti,
«è non meno rilevante, e certo non meno interessante da studiare, delle affermazioni e delle scoperte della verità» [1]. 
Presentismo, omologia e diffusionismo nel 1947

Copertina di Laviosa Zambotti, P. 1947. Origini e diffusione della civiltà. Milano: Marzorati.
Uno dei fascicoli più interessanti nei quali mi sia imbattuto durante la mia carriera accademica è quello composto dai lavori di Pia Laviosa Zambotti, paletnologa e archeologa trentina (nata Pia Virginia Zambotti; 25 gennaio 1898, Fondo, TN – 10 novembre 1965, Milano).
Non mi soffermerò qui né sui particolari biografici né sui lavori della studiosa trentina (per questo c’è il mio libro). Lascerei da parte anche le relazioni professionali, i paletti metodologici, le radici intellettuali, le scuole di riferimento e gli scambi epistolari con alcuni tra i maggiori studiosi dell’epoca nel medesimo ambito (anche per questo ci sarebbe il mio libro). Vorrei invece soffermarmi sulla sua pubblicazione più audace, quella che le diede forse maggiore notorietà all’estero, grazie all’affascinante ritratto dei tempi profondi della storia umana (anche per questo, comunque sia, ci sarebbe tutto un capitolo del mio libro!). L’opera, intitolata Origini e diffusione della civiltà, pone nel 1947 le fondamenta per i lavori successivi dell’archeologa, ed è considerato tuttora il coronamento della sua opera. È la stessa autrice ad introdurre il tema della ricerca:
«si tratta […] del primo tentativo inteso a dimostrare l’origine monogenica della civiltà agricola universale seguendo un metodo storico ben definito, che speriamo valga ad orientare sempre più gli studi paletnografici ed etnografici internazionali [“scienze destinate a divenire indispensabili integratrici l’una dell’altra”, aggiunge poco oltre] verso il suo perfezionamento» [2].
Abbiamo di fronte nientemeno che l’ambizioso tentativo di rintracciare l’origine unica e comune della civiltà agricola, poi diffusasi in tutto il globo da un unico centro di origine. Il quadro di riferimento è enorme, e parte dalla preistoria per collocare lo sviluppo della cultura umana tout court in una chiave spaziale e temporale evolutiva. In pratica, un esercizio di evoluzione culturale ante litteram (ah, vedete che casco anch’io nei clichés umanistici delle etichette facili!).
Secondo la studiosa, sarebbero esistiti quattro epicentri principali nel processo di acculturazione dell’umanità:
  • il primo viene individuato nel Vicino Oriente dei “Neanderthaliani” palestinesi del Paleolitico medio;
  • il secondo, originatosi direttamente dal primo, dovrebbe essere quello dei cacciatori franco-cantabrici del Paleolitico superiore;
  • il terzo epicentro avrebbe segnato il decisivo passo in avanti nel progresso culturale come principale depositario e promotore di miti, leggende, invenzioni e tecniche, ed è rintracciato in quello degli agricoltori sedentari mediorientali dell’area mesopotamica, con i quali entriamo nella storia scritta;
  • questi ultimi, dopo seimila anni di propagazione culturale e sviluppo ininterrotto, avrebbero passato il testimone all’ultimo centro, ossia la civiltà tecnica dell’Europa occidentale [3]. 
Sembra semplice, descritta così, ma le cartine che la studiosa acclude nel suo volume esemplificano la minuziosa quanto complessa ricostruzione spazio-temporale, in un susseguirsi di prestiti culturali e di “centri derivati”:

La diffusione della civiltà agricola secondo Laviosa Zambotti.
Cliccare per ingrandire.
Legenda: I. Centro di genesi egiziano; II. Centro derivato iberico; III. Centro derivato nordico; IV. Centro derivato della Nubia; V. Cultura etnografica congolese-guineana; 1. Centro di genesi babilonese-elamico; 2. Centro derivato dellʼIndo; 4. Centro derivato transcapisco; 5. Centro derivato balcanico; 6. Centro derivato centro-europeo; 7. Centro derivato caucasico; 8. Centro derivato cinese; 9. Centro derivato indocinese; 10. Sfera etnografica indonesiana; 11. Sfera etnografica melanesiana; 12. Sfera etnografica polinesiana; 13. Sfera etnografica azteco-arcaica; 14. Sfera etnografica dellʼAmazzonia; 15. Sfera etnografica del Mississippi.
Mappa rielaborata da Laviosa Zambotti, P. (1947). Origini e diffusione della civiltà.  Milano: Marzorati; carta n.1, tavole illustrate fuori testo. Cartina da Wikimedia commons, modificata.
Opera dellautore. CC-BY-NC-ND 3.0
Il secondo argomento che contraddistingue la monografia è che alcune popolazioni umane siano costitutivamente destinate a rimanere bloccate nel loro stadio socio-culturale primigenio. Siamo all’interno di quel modello evolutivo teorico chiamato ortogenesi «coniato nel 1893 dallo zoologo tedesco Wilhelm Haacke, per significare […] che l’evoluzione è rettilinea e orientata» [4]. Non di rado, il modello ortogenetico prevedeva diverse velocità lungo l’asse temporale, e al progresso orientato si accompagnava la stasi (i celeberrimi “fossili viventi”) e il regresso devolutivo. Tutte e tre le istanze sono state falsificate dall’avanzamento delle conoscenze biologiche e paleontologiche.
Torniamo a Laviosa Zambotti. Ricapitolando i temi trattati nella monografia, otto anni dopo scrive quanto segue:
«fu un errore aver creduto che l’agricoltura razionale e le scoperte che ne sottolineano l’importanza (l’allevamento, la tessitura, la ceramica) abbiano potuto sorgere indipendentemente in più luoghi: sarebbe come asserire che il treno, l’automobile, l’aeroplano poterono scoprirsi al di fuori della sfera europea occidentale che è l’unica parte del mondo potenziata in senso tecnico (e dell’America da essa generata); così, è ovvio, la civiltà tecnica non avrebbe potuto nascere in Cina o al centro dell’Africa o in India e così via» [5].
Ora, in entrambi i temi, si può leggere in filigrana l’annoso problema tipico delle scienze storiche relativo alla distinzione tra analogia (sviluppo indipendente ma esito simile) e omologia (sviluppo simile dovuto a origine comune), che qui appare fortemente influenzato dai discorsi razziali ereditati dal primo Novecento.
Epistemologicamente e con il senno di poi, l’intera ricostruzione è un esempio di falso positivo: si individua un pattern tramite dati preistorici frammentari, si ritiene questi ultimi espressione di una realtà effettiva, e si re-immagina quest’ultima, colmando le lacune e unendo i puntini, interpretando il passato alla luce del presente, e ponendo in chiave teleologica l’Europa come apogeo della civiltà globale. Ignorando in modo abbastanza sciovinistico i vincoli geografici, la reale storia della tecnologia (quella cinese, ad esempio), e le contingenze storiografiche (temi studiati in modo ineccepibile da Jared Diamond). Su tutto ciò viene innesta un diffusionismo che annulla le innovazioni locali e subordina tout court la cultura umana  a una storia di prestiti a partire da un unico, prestigioso centro di diffusione. Pur profondamente consapevole del fatto che cultura ed origine etnica non sono mai sovrapponibili, tanto da farne uno dei paletti fondativi dei suoi studi paletnologici (e per tutti i riferimenti vi rimando ancora al mio libro), Laviosa Zambotti cade insomma nella fallacia del presentismo, uno dei peccati capitali delle ricostruzioni storiografiche.
La pars destruens dell’articolo mi impone di notare puntigliosamente che la stessa idea di monogenesi culturale dell’agricoltura è stata falsificata da tempo. Difatti, è stata comprovata l’origine indipendente delle tecniche agricole (e dell’allevamento, che in Laviosa Zambotti rimane un po’ in ombra come mero corollario della tecnologia agricola) in nove principali centri geografici (probabilmente qualcuno di più) tra 11.000 e 3.000 anni fa circa [6].
Concludendo, Laviosa Zambotti aveva intravisto un’omologia in uno schema che però si è rivelato essere in gran parte analogico, perlopiù escludendo in modo drastico la potenziale coesistenza di diffusione dai centri principali e di successiva miscela lamarckiana, per così dire, delle conoscenze tecnologiche (soprattutto presso le zone di confine). A partire da questi schemi, aveva anche dato una chiara, quanto fallace, impronta determinista, Eurocentrica e teleologica al suo studio. Ad ogni modo, il fatto che le stesse conoscenze agricole si siano poi diffuse, unito all’osservazione che presso le zone di confine le conoscenze tecnologiche si sono comunque trasmesse e mescolate, dovrebbe contribuire a rendere almeno l’onore delle armi alla visione d’insieme della studiosa trentina.

Le principali zone dove si sono sviluppate in modo indipendente la tecnologia e le conoscenze agricole, segnate in verde (in ordine grosso modo cronologico: Mezzaluna Fertile; Yang-tze e Fiume Giallo; altipiani della Nuova Guinea; Messico centrale; America meridionale; Africa subshariana; America del Nord). Le frecce blu segnalano la diffusione delle stesse e le relazioni culturali tra di esse.
Si confronti con la mappa precedente, dove la diffusione prendeva le mosse da un unico centro (quello mesopotamico sopra tutti).
Fonte: Wikipedia.
Dati da Diamond & Bellwood (2003; vedasi bibliografia più sotto).
«Il più perfetto tra i mammiferi»: Homo sapiens tra ortogenesi e ideologia

Come avevo annunciato nel paragrafo precedente, il quadro concettuale dell’opera laviosana va molto a ritroso nel tempo, dimostrando una vastità di vedute interdisciplinari che ben pochi colleghi/e potevano vantare a quel tempo. Purtroppo, questo aspetto mostra anche i limiti forse più evidenti della ricostruzione avanzata dalla studiosa trentina.
Abbiamo visto che Laviosa Zambotti inserisce la storia della cultura umana all’interno degli schemi del tempo profondo, ma si tratta di schemi dove l’origine coincide sic et simpliciter con giudizi di valore (una trappola intellettuale della quale ho trattato qui). Per la studiosa, il «centro steppico dell’Asia» sarebbe «il più probabile focolare dell’antropogenesi» [7]. Era un’idea assai in voga all’epoca, condivisa ad esempio dal paleontologo Henry Fairfield Osborn (1857-1935) [8], l’influente direttore dell’American Museum of Natural History di New York le cui idee antropologiche erano intrise un’ideologia razzista contraria all’identificazione dei parenti filogenetici dell’uomo nelle antropomorfe africane.
Per Laviosa Zambotti l’antenato comune più recente di Homo è l’uomo di Neanderthal, che la studiosa descrive, secondo i cliché tardo-ottocenteschi, come un «individuo vigoroso, ma di mediocre altezza» [9], di «aspetto scimmiesco» e «particolarmente brutal[e]» [10] (ossia, primitivo) nelle caratteristiche del viso. A ritroso, nell’indagine laviosiana compaiono anche alcuni taxa un tempo cruciali, ma che oggi non hanno resistito ai progressi scientifici. Tra questi spicca, per l’importante ruolo di àncora filogenetica dello schema laviosiano, la frode del cosiddetto Uomo di Piltdown (noto con il binomiale linneano Eoanthropus dawsoni), che la studiosa include in buona fede, nonostante i primi dubbi sulla genuinità del reperto fossero già stati espressi agli inizi degli anni Quaranta. [11]. Eccolo quindi comparire con la sua associazione bizzarra tra «mandibola scimmiesca» e «calotta umana […] di gerarchia progredita» (difatti la mandibola apparteneva ad un orango e il cranio era quello di un uomo), e il Sinantropo o uomo di Pechino, attualmente considerato H. erectus, «stirpe possente, d’aspetto […] bestioide» [12]. Laviosa Zambotti chiude la serie fino ad allora nota di ominidi fossili con il Pitecantropo asiatico (taxon poi confluito anch’esso in H. erectus), definito l’ultimo dei «protoantropi», e pone l’uomo di Neanderthal sotto l’etichetta dei «paleoantropi» all’inizio della graduale conquista culturale (e religiosa) del mondo da parte del genere Homo [13].
Se il centro del continente asiatico è la culla dei blasonati progenitori culturali ed evolutivi, oggigiorno, scrive la studiosa, sarebbero l’Australia e l’Asia del Sud-Est ad aver conservato la cultura del Paleolitico superiore e del Mesolitico. Ipotizza persino che nel Paleolitico medio la zona di diffusione neanderthaliana si estendesse in tutta l’area dell’Asia meridionale dal Mediterraneo all’Indonesia [14]. Per Laviosa Zambotti l’Australia, in particolare, 
«è il continente periferico meglio di ogni altro idoneo a ricevere e serbare il patrimonio della comune civiltà in uno stadio primordiale […] perché le arcaicissime culture situate nell’Asia sud-orientale vi si rifugiano abbastanza per tempo, grazie alla pressione di culture più giovani che si venivano ivi insediando» [15]. 
Il giudizio di valore e la scala naturæ sono qui palesi. Si tratta di posizioni razziali assai comuni all’epoca: i giudizi di valore tarati su un’ottica occidentale venivano spesso dati per scontati (come nel caso già esaminato dei «fossili viventi»), e le popolazioni considerate ai margini classificate come primitivi rimasugli di un’umanità preistorica. Tanto per renderci conto: un ipotetico albero della filogenesi umana di Osborn, risalente al 1926, ritraeva gli odierni Nativi australiani come ben distanti dall’uomo “occidentale”, graficamente rappresentati con una capacità cranica fittiziamente ridotta [16]. Nonostante si sapesse già dall’inizio del Novecento della fallace comparazione scientifica tra esseri umani preistorici estinti e determinate popolazioni moderne.

Comparazione osteologica tra H. neanderthalensis (a) e H. sapiens nativo austrialiano (b), che Marcelin Boule usò nel 1913 per dimostrare quanto fossero primitivi i Neanderthal. Siamo forse di fronte a una decostruzione delle comparazioni razziali che volevano le popolazioni native australiane come arcaici fossili viventi, vieta interpretazione pregiudiziale prodotta e/o sfruttata in ambito colonialista? Non proprio: il pensiero di Boule non era scevro da intenti razziali veicolati da una scala naturæ, anzi. Semplicemente, Neanderthal, come taxon ominide, era ritenuto più primitivo di qualunque popolazione vivente o passata di H. sapiens. Non fate troppo caso all’andatura gobba e alle gambe da cavaliere cosacco malato che si accompagna spesso alle raffigurazioni tardo-ottocentesche e primo-novecentesche dei Neanderthal; è una lunga storia fatta di bias tafonomici e contingenze interpretative, ma è stata falsificata anchessa.
Fonte dell’immagine: Boule 1913, p. 233, ripreso in Sommer 2006, p. 215 [17] (vedasi bibliografia più sotto).
Le ideologie, purtroppo, sono sempre state più forti della ragione e delle prove empiriche, e tra queste l’indocentrismo e l’asiatismo, con il loro esotico richiamo religiosamente primordiale e prestigioso decantato dagli scrittori romantici come De Quincey e Leopardi, hanno sempre esercitato un fascino notevole sulla moderna cultura europea. Per essere chiari, no, i Neanderthal non c’entrano praticamente nulla con quelle che Laviosa Zambotti definisce le «arcaicissime culture» del Sud-Est asiatico, non erano diffusi dal Mediterraneo all’Indonesia, e non erano nemmeno antenati primordiali di Homo sapiens (tutt’al più, cugini di primo grado, in chiave filogenetica). Studi genetico-molecolari e paleoantropologici hanno confermato che le popolazioni di quelle zone sono le eredi attuali di una tra le molteplici migrazioni Out of Africa del moderno H. sapiens, giunte poi in Nuova Guinea e in Australia attraverso una serie di tappe asiatiche, come l’India meridionale, dove alcuni gruppi considerati autoctoni condividerebbero parte della loro storia genetica più recente con i Nativi australiani... [18] insomma, una direzione delle migrazioni umane contraria e opposta rispetto a quanto sostenuto da Laviosa Zambotti e altri suoi ben più blasonati colleghi.
Quando le ideologie sono forti, in buona o cattiva fede, persino a parità di prove si scelgono le tesi più accattivanti dal punto di vista emotivo. Nonostante le osservazioni di Darwin sulle antropomorfe africane come potenziali rappresentanti della linea evolutiva ominine, la corrente volta ad identificare un’origine asiatica per Homo sapiens, capitanata dal naturalista Ernst Haeckel e confortata dalle scoperte di Eugène Dubois, ebbe maggior fortuna e diffusione disciplinare (prima o poi torneremo su questi argomenti con un post dedicato... ma se proprio non potete aspettare, ci sarebbe sempre il mio libro, dove il tema è abbondantemente trattato). Questo nonostante il paleontologo australiano Raymond Arthur Dart (1893-1988) avesse descritto il dirimente taxon africano Australopithecus africanus nel 1924. Non si trattava quindi di lacune nella documentazione: il suo collega Robert Broom (1866-1951) quasi quindici anni più tardi, con la descrizione di Paranthropus robustus dal Sudafrica avrebbe portato nuove prove in merito ad un’origine africana, destinate a crescere esponenzialmente negli anni a seguire [19].
Ma il ruolo paleoantropologico dell’Africa nell’opera di Laviosa Zambotti? Nella sua rassegna le scoperte africane di Dart e Broom passano inosservate, e negli anni a seguire la studiosa non modificò né aggiornò in modo sostanziale il suo quadro di indagine. Eppure, nello stesso anno della pubblicazione del volume laviosiano persino uno dei principali oppositori di Dart, Arthur Keith, l’uomo che fu uno dei protagonisti dell’impostura scientifica di Piltdown, asse portante degli ipotizzati origine e sviluppo eurasiatici dell’evoluzione umana, ammise di essersi sbagliato nel giudicare Australopithecus un taxon non dirimente per la filogenesi umana [20].

Riflessioni finali su Piltdown


Si può menare per il naso una generazione di valenti studiosi, ma con la scienza alla fin fine non la si fa franca.
Uomo di Piltdown (Eoanthropus dawsoni); ricostruzione del suo cranio chimerico (ossia, frutto della fraudolenta unione di due reperti differenti).
Da Thomson, A. 1922. The Outline of Science.
Fonte: Wikipedia.  
Nonostante i fiumi di inchiostro già versati, mi piacerebbe concludere questo excursus spendendo due parole sulla frode di Piltdown. Abbiamo visto che esso ricoprì un ruolo basilare all’interno delle ricostruzioni laviosiane per centrare sull’Eurasia lo sviluppo ab origine del genere Homo. La storia della scienza è spesso legata a doppio filo a quella socio-politica, e l’esempio di Piltdown non fa eccezione. La scoperta di importanti fossili sul suolo britannico, come il reperto attribuito a Eoanthropus, nobilitava i natali dell’Impero inglese e azzerava i complessi di inferiorità scientifico-antropologica nei confronti di Francia e Germania. Nel contempo, sembrava vendicare certa antropologia dell’epoca, secondo la quale il volume cranico dell’uomo preistorico non poteva essere troppo dissimile da quello attuale e che solo alcuni suoi particolari anatomici restavano evoluzionisticamente “scimmieschi” e perfettibili. Una posizione utile anche per i fautori del “salto ontologico” tra uomo e animale, salvaguardando l’intelligenza come baluardo antievoluzionistico. In questo gioco di scatole cinesi, per cui politica, scienza, pregiudizi intellettuali e contraffazione dei reperti formano un insieme inestricabile, come ha scritto Stephen Jay Gould, 
«[n]on possiamo semplicemente ridere e dimenticare. Piltdown assorbì l’attenzione professionale di molti bravi scienziati. Condusse milioni di persone fuori strada per quarant’anni. Gettò una luce sbagliata sui processi fondamentali dell’evoluzione umana. Le carriere degli scienziati sono troppo brevi e troppo preziose per poter considerare con indulgenza un tale spreco» [21]. 
Chiaramente, la frode di Piltdown e la ricostruzione di Laviosa Zambotti stanno su due livelli differenti. Ad ogni modo, e questo vale per entrambi i casi citati, la storia degli errori nella scienza e nella storia non è un futile gioco buono, al massimo, per riempire un vuoto nel CV, per ottemperare a un mero obbligo professionale e presentare qualche curiosità in un ozioso convegno accademico, ma è una necessità epistemologica inderogabile se davvero vogliamo costruire su quegli errori una conoscenza più salda e sicura e contestualizzare le carriere degli studiosi del passato. Testando e falsificando le tesi che contengono un qualche appoggio epistemico probatorio, come ricordava Darwin, «si chiude un sentiero che conduce all’errore e la strada del vero viene sovente nel tempo stesso dischiusa» [22]. Ovviamente per fare questo abbiamo bisogno di maggiore conoscenza scientifica, e su questo torneremo ancora - e sempre - ad insistere nei prossimi post.

Buon Darwin Day 2016!

[1] Rossi, P. (2003). I segni del tempo. Storia della Terra e storia delle nazioni da Hooke a Vico. Milano: Feltrinelli (19791), p. 17.

[2] Laviosa Zambotti, P. (1947). Origini e diffusione della civiltà. Milano: Marzorati, p. vi.

[3] Ibi, 463.

[4] Barsanti, G. (2005). Una lunga pazienza cieca. Storia dell’evoluzionismo. Torino: Einaudi, p. 336.

[5] Laviosa Zambotti, P. (1955). Unità della storia e della preistoria. Nuova Antologia (1856, agosto): 541-550; p. 548.

[6] Diamond, J. & Bellwood, P. (2003). Farmers and Their Languages: The First Expansions Science, 300 (5619), 597-603 DOI: 10.1126/science.1078208. Per una panoramica aggiornata sui centri che videro le nascite indipendenti delle tecniche agricole cfr. Price, T., & Bar-Yosef, O. (2011). The Origins of Agriculture: New Data, New Ideas Current Anthropology, 52 (S4) DOI: 10.1086/659964.

[7] Laviosa Zambotti, Origini e diffusione della civiltà, cit., p. 82.

[8] Si veda Beard, C. (2004). The Hunt for the Dawn Monkey: Unearthing the Origins of Monkeys, Apes, and Humans. Berkeley, Los Angeles and London: University of California Press, pp. 282-284.

[9] Laviosa Zambotti, Origini e diffusione della civiltà, cit., p. 85.

[10] Ibidem.

[11] Si veda Gould, S. J. (2009). Una nuova versione del caso Piltdown. Ne Il pollice del panda. Milano: il Saggiatore, pp. 99-114: 105 (prima ed. Editori Riuniti, Milano 1984; Pubbl. orig. in The Panda’s Thumb. London and New York: Norton & Co. 1980). Art. pubbl. orig. come Piltdown Revisited. Natural History. 1979: 86-97. Nonostante i molti dubbi che il reperto sollevò fin dalla sua scoperta, il presunto fossile venne scientificamente smascherato soltanto all’inizio degli anni Cinquanta del secolo scorso. Si veda Weiner, J., & Oakley, K. (1954). The Piltdown Fraud: Available Evidence Reviewed. American Journal of Physical Anthropology, 12 (1), 1-8 DOI: 10.1002/ajpa.1330120115.

[12] Laviosa Zambotti, Origini e diffusione della civiltà, cit., p. 84.

[13] Ibi, pp. 85-89 .

[14] Ibi, p. 116.

[15] Ibi, p. 37.

[16] Cfr. Beard, The Hunt for the Dawn Monkey, cit., p. 284, fig. n. 47.

[17] Cfr. Sommer, M. (2006). Mirror, Mirror on the Wall: Neanderthal as Image and 'Distortion' in Early 20th-Century French Science and Press. Social Studies of Science, 36 (2), 207-240 DOI: 10.1177/0306312706054527: 214-215, ove l’autrice riprende Boule, M. (1913). L’homme fossile de la Chapelle-aux-Saints. Annales de Paléontologie (8): 209-279. Si veda inoltre Gould, R., Koster, D., & Sontz, A. (1971). The Lithic Assemblage of the Western Desert Aborigines of Australia American Antiquity, 36 (2) DOI: 10.2307/278668.

[18] Cavalli Sforza, L. L., Menozzi, P., & Piazza, A. (2009). Storia e geografia dei geni umani. Milano: Adelphi, pp. 654-695 (prima ed. 1997). Pubbl. orig. nel 1994 come The History and Geography of Human Genes. Princeton: Princeton University Press; Kumar, S., Ravuri, R., Koneru, P., Urade, B., Sarkar, B., Chandrasekar, A., & Rao, V. (2009). Reconstructing Indian-Australian Phylogenetic Link. BMC Evolutionary Biology, 9 (1) DOI: 10.1186/1471-2148-9-173; Tuniz, C., Gillespie, R., & Jones, C. (2010). I lettori di ossa. Prefazione di Giorgio Manzi e Telmo Pievani, Introduzione all’edizione italiana di Claudio Tuniz. Milano: Springer-Verlag Italia. pp. 201-204 (ed. australiana The Bone Readers: Atoms, Genes and the Politics of Australia’s Deep Past. Crows Nest: Allen & Unwin 2009; ed. statunitense The Bone Readers: Science and Politics in Human Origins Research. Walnut Creek: Left Coast Press 2009).

[19] Dart, R. (1925). Australopithecus africanus: The Man-Ape of South Africa. Nature, 115 (2884), 195-199 DOI: 10.1038/115195a0; ripubblicato in Garwin, L. & Lincoln, T. (eds.), A Century of Nature: Twenty-One Discoveries that Changed Science and the World. Chicago and London: The University of Chicago Press, 10-20; Broom, R. (1938). The Pleistocene Anthropoid Apes of South Africa. Nature, 142 (3591), 377-379 DOI: 10.1038/142377a0. Per un’analisi approfondita dello state of the art paleoantropologico si rimanda a Maclatchy, L. M. et al. (2010). “Hominini”. in Werdelin, L. & Sanders, W. J. (eds.). Cenozoic Mammals of Africa. Berkeley, Los Angeles and London: University of California Press, pp. 471-545.

[20] Ciò non impedì a Keith di sottrarsi, a ottantun’anni, ad un’ultima amara derisione nei confronti di Dart: Keith, A. (1947). Australopithecinae or Dartians. Nature, 159 (4037) PMID: 20295216; cfr. Thomas, H. (2002). Le mystère de l’homme de Piltdown. Une extraordinaire imposture scientifique. Paris: Belin.

[21] Gould, S. J. (2008). La cospirazione di Piltdown. In Quando i cavalli avevano le dita. Misteri e stranezze della natura, Feltrinelli, Milano, pp. 203-228; 228 (prima ed. 1984; ed. orig. Hen’s Teeth and Horse’s Toes. New York: Norton & Co. 1983). Art. pubbl. orig. come The Piltdown Conspiracy. Natural History (89) 1980: 8-28.

[22] Darwin, C. R. (1872). L’origine dell’uomo e la scelta in rapporto col sesso. Prima traduzione italiana col consenso dell’autore. Trad. it. di M. Lessona. Torino e Napoli: Unione Tipografico Editrice. p. 567. Pubbl. orig. nel 1871 come The Descent of Man, and Selection in Relation to Sex. London: John Murray. http://dx.doi.org/10.1037/12293-000.

mercoledì 16 dicembre 2015

Goodbye, pseudoscience! Ossia, dove si dà il benvenuto a Lakatos e a un po’ di sana filosofia della scienza

Imre Lakatos (1922-1974).
Immagine: London School of Economics
«Self-examination is a necessary step not only to personal redemption,
but also to objective historical research». 
Momigliano, A Hundred Years After Ranke [1]

Mugugno introduttivo


ResearchBlogging.org
Quando frequentavo i corsi di storia all’Università, durante il Medioevo postmoderno della penisola (post)crociana, tra le materie obbligatorie non erano previste né filosofia della scienza, né epistemologia della ricerca scientifica. A dir la verità, non erano nemmeno previste tra quelle facoltative, ad eccezione di un corso incentrato quasi ogni anno sull’Illuminismo francese.
Ecco, chiariamoci subito.
Va benissimo l’Illuminismo, ovvio, è una delle basi imprescindibili, e ci mancherebbe, ma diamine, c’è anche dell’altro. Sia prima che dopo… tipo, ad esempio, un Darwin o un Newton, tanto per dirne due. Ma l’Illuminismo, evidentemente, era stato accolto a Lettere e Filosofia come biglietto unico valido per tutta la storia della scienza. Un giro, una corsa. One size fits all. Che sarà mai tutta ’sta scienza, poi?
Meh.

Intanto, nelle aule dove si insegna la Storia, quella rigorosamente con la maiuscola, aleggia talvolta quella gravitas e quella sicumera prestigiosa, come se dietro a tutto quanto ci fosse un hegeliano Weltgeist oppure il drappello di potenti uomini politici che determina il corso della Storia come la immaginò Ranke (sempre con la maiuscola). Oppure si respira quel vacuo revisionismo postmoderno per cui tutto va sullo stesso piano, senza giudicare e senza separare il mito dalla realtà, l’esame critico dal negazionismo spinto (di come evitare entrambi i rischi se ne parlava a queste coordinate).
Sia chiaro, sto esagerando a fini illustrativi. Ci sono stati, e ci sono tuttora, professori e ricercatori che remano faticosamente contro queste nefaste correnti. Ma è per dare l’idea. E l’idea che vorrei dare è che in quelle blasonate aule ci vuole davvero poco per scivolare dal prestigioso passato disciplinare al “ce le cantiamo e ce le suoniamo!”, per giungere al meschino e opportunistico “siam meglio noi!”, un po’ come se la storia umana fosse tutt’altro rispetto alla scienza, e i metodi completamente differenti rispetto ai processi scientifici e a quelli preposti all’indagine del mondo biologico. Chi prova a cambiare le regole del gioco portando un po’ di scienza dentro la cittadella umanistica paga con l’ostracismo, come capitato purtroppo al talentuoso Jonathan Gottschall [2]. E se controvoglia la si deve proprio citare, questa strana e dannata bestia “rossa di zanne ed artigli”, o è qualcosa d’altro, che non ci compete in quanto storici, o è qualcosa da etichettare apotropaicamente, identificare, stigmatizzare e scacciare via lontano, a male parole e senza pietà. Ignorando tuttavia che esiste un’intera sequenza di discipline storiche nella scienza (paleontologia, paleoclimatologia, epidemiologia, biologia evoluzionistica, geologia storica, cosmologia, ecc.) le quali condividono con la storia umana e con i metodi storiografici molto più di quanto gli storici tradizionali non credano [3]. Gli aficionados del blog non hanno certo bisogno di bignami sulla questione.
Per tagliar la testa al toro, non ci sono giri di parole adeguati per descrivere una situazione che è – diciamolo pure – disperata.

Quando tutto sta discorsivamente sullo stesso piano, quando non troviamo più un’adeguata epistemologia
a guidare la ricerca storiografica, quando il mondo umanistico dichiara la secessione rispetto alla scienza, allora i libri di testo diventano un po’ così.
Nel cinema e nello storytelling funziona alla grande, ma nello studio del passato assolutamente no.
Immagine: fonte. © degli aventi diritto.
L’ignoranza è forza: il perpetuo 1984

Ma che cosa potrà mai succedere senza questi insegnamenti, direte voi? Quale mai sarà il danno, se di danno si tratta? Presto detto. Qui devo necessariamente superare la mia usuale reticenza. Direi che un paio di esempi tratti dalle vicissitudini personali e provenienti dal confronto con le due parti della barricata istituzione/studenti possono bastare.
Esempio A)
Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana (ma nemmeno poi tanto)… Interno giorno. Un tavolo in un bar del centro. Piano americano. Si parla del più e del meno durante un pranzo con colleghi dottorandi. Ad un certo punto si finisce a discutere della mia relazione di quella mattina, nella quale avevo introdotto un paio di argomenti di scienze cognitive di probabile utilità per le discipline storiografiche. Un nuovo dottorando di mezza età, con fare aggressivo, alza il tono di voce e mi zittisce a forza, coprendomi con il suo poderoso volume: per lui la mente è qualcosa di assolutamente altro rispetto al cervello; lo hanno detto anche gli scienziati che lui ha letto (“Quali?” domando; “Non ricordo, ma erano noti, eh!”, risponde piccato lui).
Scuote vigorosamente il capo quando spiego evoluzione, adattamento, maladattamento e vincoli vari, si trattiene a stento quando cerco di argomentare le risposte che lui stesso impetra freneticamente (“Contingenza? Ma calma, eh, che è una categoria filosofica da maneggiare con cautela...!”), ed esplode rabbiosamente (con tanto di mano tremante) quando rifiuto la “discontinuità tra uomo e animali” e azzardo il tema della “moralità” che precede la religione già nei nostri parenti filogenetici più prossimi. Argomenti per lui inconcepibili. Ma solo al suo grido de “La scienza non è, e non ha, l’assoluto!” riesco a comprendere l’arcano. Scopro difatti che è un teologo che ha già insegnato presso la locale Facoltà Teologica. QED. Con buona pace dei fallimentari NOMA gouldiani, i valori identitari teologici restano non negoziabili, impermeabili, onnicomprensivi e fagocitanti persino in un ambito quale dovrebbe essere l’università pubblica, laica e democratica. La cosa più buffa è che i colleghi commensali fanno fronte comune, chi più chi meno, e si sentono in dovere di difendere lo storico in pectore tirando in ballo le solite apologie umanistiche, dal classico spauracchio della scienza riduzionista (come sempre confuso con l’eliminativismo) [4], al più articolato “la scienza non spiega le culture, che restano molto di più della biologia!”, al peana postmodernista (per cui io avrei anche ragione, ma ha comunque ragione anche l’interlocutore), cercando di sigillare il confronto con sofisticati quanto vacui discorsi di logica spiccia. Tantum religio
Esempio B)
Qualche tempo prima, durante un vivace colloquio con un membro dell’ex Dipartimento di Storia ebbi modo di sentire che la scienza è “ideologica” e “dogmatica”, con tanto di citazione provvidenziale dei celebri lavori di Paul Feyerabend intitolati Addio alla ragione e Contro il metodo [5]. Purtroppo, la citazione aveva una mera funzione antiscientifica, stravolgendo il senso della provocazione feyerabendiana e usandola come puntello dimostrativo per una sorta di lezione (pseudo)epistemologica riguardo allo smascheramento filosofico dell’aggressiva e fallace ragione “scientista” e “positivista”, un po’ sulla falsariga dell’attacco al relativismo all’epoca in voga in certi ambienti religiosi nostrani. Mi permetto di dire “stravolgendo” perché l’anarchico filosofo della scienza aveva anteposto al suo secondo testo citato queste eloquenti parole: «Il lettore dovrebbe ricordare sempre che le dimostrazioni e la retorica usate non esprimono alcuna mia “profonda convinzione”. Esse si propongono solo di dimostrare quanto sia facile menare per il naso la gente in un modo razionale» [6]! Lasciando da parte il Newspeak e il doublethink orwelliani di chi usa ingenuamente la filosofia della scienza per dimostrare che la scienza non funziona bene senza un richiamo al trascendente (ne riparleremo nei prossimi post), e mettendo per ora in un cantuccio i danni provocati dall’anything goes feyerabendiano (un po’ come il Derrida di il n’y a pas de hors-texte [7]), occorre difatti considerare che l’opera di Feyerabend era stata originariamente pensata per accompagnare una sezione a favore del metodo firmata da Imre Lakatos…
Lakatos! Chi era costui?
Introduzione alla metodologia dei programmi di ricerca scientifici

Premessa doverosa: non esistono bacchette magiche per cambiare la situazione hic et nunc. Nossignore. Occorre invece investire a lungo termine nell’educazione scientifica delle nuove generazioni. Ed eccoci tornare, dopo il necessario quanto inascoltato pistolotto, al presente post, che nasce con una missione ben precisa: tappare questi dannati buchi epistemologici, cucire una toppa ontologica dopo gli strappi fideistici e postmodernisti e presentare la metodologia dei programmi di ricerca scientifici così come venne proposta dal filosofo della scienza Imre Lakatos. Questo come primo paletto per ricostruire quel legame tra le due culture disgregato irreparabilmente dagli agenti politici in ambito decisionale, dai letterati del passato recente, e dai media nellambito quotidiano.
Mettiamocelo nella zucca, una buona volta per tutte: è solo grazie a simili strumenti metodo-epistemologici che si può separare il grano dalla pula anche (e soprattutto) nella ricerca storiografica, ed evitare così di cedere ai suadenti negazionismi storiografici di varia natura e di essere abbindolati dalle pseudoscienze che dilagano nell’accademia e nella vita di tutti i giorni, dallantivaccinismo alle medicine alternative, dal terrore per gli OGM alle pericolose mode dietetiche, dallomeopatia al negazionismo del riscaldamento globale, dai cospirazionismi alle scie chimiche, dalla sindonologia alle teorie di Zacharias Sitchin, ecc. (tema sul quale avremo modo di riflettere più avanti).
Esigere la giustificazione epistemica e il supporto empirico onde valutare lattendibilità di una ricostruzione storiografica, con un lessico scientifico adeguato, deve diventare il pane quotidiano dei ricercatori. Lo facciamo già, noteranno schifati i più. Non credo proprio, rispondo io. Basti aprire certi imbarazzanti lavori storiografici con i loro rimandi a spiegazioni pseudoscientifiche e la loro folk psychology in bella mostra.
Oggi, tre decenni dopo che il filosofo Larry Laudan aveva decretato l’inutilità della demarcazione popperiana tra scienza e pseudoscienza e, non pago, dopo aver gettato nel cestino l’etichetta stessa di pseudoscienza perché ritenuta denigratoria, c’è un nuovo fermento negli studi filosofici sulla questione [8]. Direi che per quanto riguarda la questione cognitiva c’è ben poco da aggiungere dopo il mega-riassunto dedicato all’ultimo libro di Robert N. McCauley (al quale rimando per chi volesse compredere i bias cognitivi e le fallacie logiche messe in campo dal mio interlocutore di cui al precedente esempio A).
Vorre invece spendere due parole per aggiornare il quadro epistemologico.

Con la sua metodologia dei programmi di ricerca scientifici, Lakatos voleva ampliare e migliorare il progetto popperiano di demarcazione tra scienza e pseudoscienza, cercando di andare oltre i vincoli di un certo falsificazionismo, senza peraltro rifiutarlo, e rimettendo al centro dell’indagine epistemologica la storiografia e lo sviluppo sociale della scienza.

scheda #1. opera dell’autore (CC-BY-NC-ND 3.0)
In particolare, un programma di ricerca è costituito da un nucleo centrale (hard core) non falsificabile e assunto come promettente base di partenza teorica per ulteriori approfondimenti. Il modus tollens viene invece rivolto contro la cintura protettiva del programma (protective belt), costituita da ipotesi ausiliarie in crescita e continuamente sottoposte a miglioramenti, modifiche, cambiamenti anche radicali a seguito dei tentativi di analisi critica e di falsificazione.
Un programma di ricerca è detto progressivo nella misura in cui permette di predire o spiegare fatti nuovi con evidente successo empirico, quando cioè accetta le falsificazioni e le modifiche strutturali anche radicali suggerite dal confronto serrato con altri programmi di ricerca competitori.

scheda #2. opera dellautore (CC-BY-NC-ND 3.0).
Viene invece detto regressivo o in stagnazione «fin quando si limita a dare spiegazioni post hoc di scoperte casuali o di fatti anticipati, e scoperti, nell’ambito di un programma rivale» [9]. Se le falsificazioni vengono accantonate adducendo giustificazioni extra-epistemiche, se l’influenza dei fattori esterni (ad es., socio-politici o mode culturali) aumenta, se la sovrabbondanza di spiegazioni metodologiche ad hoc e di mere reinterpretazioni semantiche dei fatti offusca la scarsa tenuta epistemica del nucleo centrale attorno al quale queste spiegazioni sono cresciute, allora il programma di ricerca si avvia verso la degenerazione epistemica.
Descrivendo il modello atomico di Niels Bohr, Lakatos ha scritto che
«[…] la temerarietà nel proporre sfrenate incoerenze non pagava più. Il programma restava indietro rispetto alla scoperta dei ‘fatti’. Le anomalie non assimilate impantanavano il campo. Con incoerenze sempre più sterili e ipotesi sempre più ad hoc era incominciata la fase regressiva del programma: esso iniziò – per usare una delle frasi preferite di Popper – a ‘perdere il suo carattere empirico’» [10]
Quando il nucleo duro del progetto di ricerca non produce più spiegazioni epistemicamente adeguate per descrivere nuovi fatti, questo dovrebbe essere abbandonato e sostituito dal programma di ricerca competitore capace di spiegare con sufficiente giustificazione epistemica tutto ciò che era spiegato dal precedente più i fatti nuovi e le eventuali anomalie. Al contrario, la continua, ostinata negazione di palesi falsificazioni che minano la tenuta metodo-epistemologica del programma di ricerca, il proliferare di spiegazioni ad hoc, e la mancanza di potere predittivo sono gli elementi caratteristici – o i campanelli di allarme, se vogliamo – che segnalano lo scivolamento regressivo del programma di ricerca verso la pseudoscienza.

scheda #3. opera dellautore (CC-BY-NC-ND 3.0)
Ora, la metodologia dei programmi di ricerca scientifici rappresenta di fatto il tentativo di tollerare programmi potenzialmente bizzarri a breve termine, e di rendere conto sulla lunga durata della loro tenuta epistemica e dei risultati raggiunti. In effetti, la resistenza al falsificazionismo è un motore naturale per irrobustire la cintura protettiva e, a patto di essere condotta sotto la tutela di un modello di controverifica rigorosamente scientifico, può anche rivelarsi una strategia vincente per accumulare controprove sufficientemente robuste dal punto di vista epistemologico all’interno della serrata competizione nella ricerca scientifica.
Come sottolinea Lakatos stesso, «quando una scuola scientifica degenera in pseudoscienza, può valere la pena di imporre un dibattito metodologico nella speranza che gli scienziati militanti imparino da esso più di quanto non facciano i filosofi» [11]. Quando nulla può essere fatto per salvare la tenuta del nucleo di ricerca privato della sua cintura protettiva ormai falsificata, e in balia di un «oceano di anomalie» [12] rimaste inspiegate, l’abbandono del programma di ricerca in fase stagnante o regressiva resta di fatto deontologicamente e razionalmente l’unica soluzione possibile. In altri termini, il programma di ricerca regressivo diventa un filo di impaccio all’interno della rete epistemologica del sapere umano e che, non essendo più sostenuto dalla validità teorica e dal sostegno empirico, può essere reciso [13].
scheda #4. opera dellautore (CC-BY-NC-ND 3.0).
Un esempio di programma di ricerca progressivo, coronato da successo, è la teoria darwiniana dell’evoluzione, comprovata al di là di ogni ragionevole dubbio. La teoria dell’evoluzione ha mantenuto al suo interno e relativamente intatto il nucleo duro della formulazione originaria, sottoposto però ad un processo di estensione e controverifica «attraverso un continuo aggiornamento teorico e sperimentale […]» a partire dalla sintesi neodarwiniana [14]. Nel contempo, la teoria dell’evoluzione si è vista sostituire una parte significativa della cintura protettiva di partenza, che si è aperta alla pluralità multicausale di fattori interagenti nel tempo profondo del pianeta Terra, e che oggi comprende biologia evoluzionistica dello sviluppo, epigenetica, tassi di speciazione differenti, molteplici unità di selezione, costruzione della nicchia ecologica da parte degli organismi, ecc.
Al contrario, solo per fare due esempi in voga tra le aule di Lettere e Filosofia e in quelle di Storia (ricordate la maiuscola?), la psicoanalisi freudiana (e tutte le branche “eretiche” che essa ha generato ed egualmente fondate sul culto del fondatore, compresi Ferenczi e Jung), e la metodologia di ricerca storico-religiosa di marca fenomenologico-ermeneutica (ossia quella che si consolida con Rudolf Otto e Gerardus van der Leeuw) mostrano i segni inequivocabili di una degenerazione regressiva del programma di ricerca [15].

Come previsto dal modello lakatosiano, la valutazione di un programma di ricerca prevede tempi lunghi e tolleranza nell’attesa dell’accumulo di controprove e falsificazioni.
E allora, possiamo domandarci, a che punto siamo oggi per quanto riguarda le discipline appena citate? E soprattutto, quali sono i bias cognitivi impliciti e le fallacie logiche che vengono sfruttati, più o meno consciamente, da chi decide di arroccarsi nella difesa ad oltranza del proprio programma di ricerca? [CONTINUA…]

[1] Momigliano, A. (1954). A Hundred Years After Ranke Diogenes, 2 (7), 52-58 DOI: 10.1177/039219215400200704; ristampato nel 1979 in Primo contributo alla storia degli studi classici e del mondo antico, 367-373; p. 372. Roma: Edizioni di Storia e Letteratura.

[2] Wescott, D. (2015). “Survival of the Fittest in the English Department: Jonathan Gottschall tried to save literary studies. Instead he ruined his career”. The Chronicle of Higher Education, May 1. Accessed 15 December. http://chronicle.com/article/Jonathan-Gottschalls-Fighting/229763/.

[3] Cleland, C.E., & Brindell, S. (2013). Science and the Messy, Uncontrollable World of Nature. Pigliucci, M. & Boudry, M. (eds.). Philosophy of Pseudoscience: Reconsidering the Demarcation Problem. Chicago and London: The University of Chicago Press, 183-202 DOI: 10.7208/chicago/9780226051826.003.0011.

[4] McCauley, R.N. (2013). “Explanatory Pluralism and the Cognitive Science of Religion: Why Scholars in Religious Studies Should Stop Worrying about Reductionism”. In Mental Culture: Classical Social Theory and the Cognitive Science of Religion, edited by Xygalatas, D. & W.W. McCorkle Jr, 1-10. Durham - Bristol, CT: Acumen.

[5] Feyerabend, P. (1979 [1975]). Contro il metodo: Abbozzo di una teoria anarchica della conoscenza, trad. di Libero Sosio, Feltrinelli, Milano: Feltrinelli (pubbl. orig. come Against Method: Outline of an Anarchistic Theory of Knowledge, New Left Books: London and Humanities Press: Atlantic Highlands (NJ), 1975); id. (1990 [1987]). Addio alla Ragione, trad. di Marcello De Agostino. Roma: Armando (pubbl. orig. come A Farewell to Reason. London and NewYork: Verso).

[6] Feyerabend, Contro il metodo, cit., p. 29.

[7] Derrida, J. (1969 [1967]). Della grammatologia. Milano: Jaca Book, 219-220. Jaca Book, Milano. Ristampato nel 1998 (pubbl. orig. come De la grammatologie. Paris: Minuit). Si veda anche la successive correzione successivo, ma altrettanto complicata, second cui «nulla esiste fuori dal contesto», in id. (1997). Limited Inc., Raffaello Cortina Editore, Milano, 203 (ed. orig. Limited Inc., Northwestern University Press, Evanston 1988). Per contestualizzazione e commento cfr. Ferraris, M. (2006). “Il filosofo-figlio”. In id. (2006). Jackie Derrida. Ritratto a memoria. Torino: Bollati Boringhieri, 41-61 (art. pubbl. orig. «in aut-aut. Rivista di filosofia e di cultura» 237, luglio-settembre 2005, pp. 55-67).

[8] Pigliucci & Boudry, Philosophy of Pseudoscience, cit.

[9] Lakatos, I. (1970). History of Science and Its Rational Reconstructions. Boston Studies in the Philosophy of Science, PSA: Proceedings of the Biennial Meeting of the Philosophy of Science Association, 8, 91-136 DOI: 10.1007/978-94-010-3142-4_7; cit. da id. (1996 [1989]). La storia della scienza e le sue ricostruzioni razionali. In La metodologia dei programmi di ricerca scientifici, a cura di Matteo Motterlini, trad. di Marcello D’Agostino, 135-179; p. 144. Milano: il Saggiatore (orig. raccolto in The Methodology of Scientific Research Programmes. Philosophical Papers. Volume I, edited by John Worrall and Gregory Currie, 102-138. Cambridge: Cambridge University Press 1978, 1989).

[10] Lakatos. I. (1970). Falsification and the Methodology of Scientific Research Programmes. Lakatos, I. & A. Musgrave (eds.). Criticism and the Growth of Knowledge. Cambridge: Cambridge University Press , 91-196 DOI: 10.1017/CBO9781139171434.009; cit. da id. (1996 [1989]). La falsificazione e la metodologia dei programmi di ricerca. In La metodologia dei programmi di ricerca scientifici, a cura di Matteo Motterlini, trad. di Marcello D’Agostino, 19-134; p. 76 (orig. raccolto in The Methodology of Scientific Research Programmes. Philosophical Papers. Volume I, edited by John Worrall and Gregory Currie, 8-101. Cambridge: Cambridge University Press, 1978, 1989). In merito all’opinione di Lakatos sul programma di ricerca istituito da Bohr si veda però Kragh, H. (2012). “Appendix: The Philosophers’ Atom”. In Niels Bohr and the Quantum Atom: The Bohr Model of Atomic Structure 1913-1925, 364-370. Oxford University Press, Oxford and New York.

[11] Lakatos, La storia della scienza e le sue ricostruzioni razionali, cit., p. 167.

[12] Lakatos, La storia della scienza e le sue ricostruzioni razionali, cit., p. 163.

[13] Pigliucci, M. (2013). The Demarcation Problem: A (Belated) Response to Laudan. Pigliucci, M. & Boudry, M. (eds.). Philosophy of Pseudoscience: Reconsidering the Demarcation Problem. Chicago and London: The University of Chicago Press, 2013, 9-28 DOI: 10.7208/chicago/9780226051826.003.0002

[14] Pievani, T. (2011). An Evolving Research Programme: The Structure of Evolutionary Theory from a Lakatosian Perspective. Fasolo, A. (ed.). The Theory of Evolution and Its Impact. Milan: Springer-Verlag. , 211-228 DOI: 10.1007/978-88-470-1974-4_14

[15] Cfr. rispettivamente Orbecchi, M. (2015). Biologia dell’anima. Teoria dell’evoluzione e psicoterapia. Torino: Bollati Boringhieri; Martin, L., & Wiebe, D. (2012). Religious Studies as a Scientific Discipline: The Persistence of a Delusion. Journal of the American Academy of Religion, 80 (3), 587-597 DOI: 10.1093/jaarel/lfs030 (pubblicato anche in Religio: revue pro religionistiku (20) 1: 9-18. Article Stable URL: http://hdl.handle.net/11222.digilib/125392).

mercoledì 24 giugno 2015

Jurassic World: il monster movie che ci meritiamo, tra iperrealtà postmoderna e nostalgia riciclata

Jurassic World, pre-release poster. © Universal, 2014-2015. Fonte: Wired.co.uk.

ResearchBlogging.org 1993, ovvero il successo dei «dinosauri color verde-cacca»

Quando uno studente del paleontologo e storico della scienza Stephen Jay Gould andò a vedere Jurassic Park nel 1993, questi commentò che gli animali raffigurati nel film – e in particolare i Velociraptor – erano stati rappresentati con il «solito vecchio, scadente, color dinosauro verde-cacca» [1]. Nel riportare la notizia per la dotta recensione-fiume pubblicata sulla New York Review of Books, Gould notò che Spielberg aveva provato a sperimentare con manti e colorazioni più simili a quelle che ci aspetterebbe da dinosauri strettamente imparentati con gli uccelli, ma che la decisione alla fine era stata cassata a favore delle solite, antiquate colorazioni da rettili monocromatici [2]. Evidentemente, nonostante l’eliminazione della lingua sibilante da serpente che era stata donata ai Velociraptor, e che faceva bella mostra di sé nella prove girate per la nota scena dell’attacco in cucina [3], non si era disposti a fare un ulteriore passo in avanti per sbarazzarsi della cinematograficamente comoda ma del tutto fuorviante ofidiofobia, evidente nella pelle lucida e rettiliana dei famelici carnivori. Questo perché Spielberg aveva tracciato una linea di demarcazione tra la scienza e lo schermo, preferendo in caso di dubbio il secondo alla prima e pensando che dinosauri troppo colorati non sarebbero stati adatti per spaventare la gente [4].

Lo stesso è capitato con tutta una serie di licenze anatomiche – paleontologicamente disastrose – che hanno premiato lo spettacolo a discapito del contenuto scientifico: le star carnivore del film si sono viste variamente afflitte da mancato tegumento aviano, gorgiere e veleni, dimensioni e forme alterate, labbra e smorfie mammaliane, bizzarre inferenze neuroftalmologiche (“Non ci vede se non ci muoviamo”, dice un sicurissimo paleontologo Alan Grant al trafelato dinosaurofilo Tim Murphy di fronte al Tyrannosaurus rex [5]), pronazioni del polso impossibili da realizzare in vita ma utilissime per aprire le porte, e quant’altro. Il cinema ha le sue regole, e Spielberg ha adattato la realtà per venire incontro alle esigenze strutturali della sceneggiatura, sfruttando abilmente la nuova immagine dinamica dei dinosauri che proveniva dalla Dinosaur Renaissance, il movimento paleontologico che mirava a svecchiare ed aggiornare l’immagine stereotipata dei dinosauri come animali a sangue freddo. Contestualizzando le esigenze di copione, si comprende anche che all’epoca la fauna carismatica di dinosauri era effettivamente ridotta all’osso e arcinota da decenni (l’olotipo di Tyrannosaurus rex era stato descritto nel 1905), cosa che ha contribuito a rendere un pugno di dinosauri icone leggendarie, ma che ha anche spinto le menti dietro al progetto di Jurassic Park verso la spettacolarizzazione effettistica per impressionare lo spettatore di fronte ad animali ormai comuni e già noti.

Ma nessuna delle stravaganti migliorie di trucco, parrucco e belletto ha impedito al film di Spielberg di diventare quella pietra miliare nella storia del cinema che è diventata. Perché c’era un secondo, forte messaggio dietro alle potenti e dinamiche immagini rappresentate sullo schermo: Jurassic Park ha rappresentato un salto di qualità senza pari per i dinosauri del grande schermo, promossi da mero supporto per monster movie a personaggi carismatici, dinamici, con schemi cognitivi propri (specialmente per il Tyrannosaurus rex) e al centro di una complessa metariflessione filosofica sui rapporti tra scienza, industria e spettacolo [6]. Senza considerare che era pur sempre il 1993 e, se aggiungiamo al mix degli ingredienti la realizzazione degli strabilianti effetti speciali digitali, tutto poteva essere compreso e scusato dal punto di vista filmografico, persino il colore «verde-cacca».

Dal parrucchino alla politica del “niente piume”

Flash forward. Nel 2004, tre anni dopo l’uscita del capitolo artisticamente meno riuscito della trilogia di Jurassic Park, orfano di Crichton e realizzato da Joe Johnston, il paleontologo Robert T. Bakker lamentava l’aggiunta posticcia di un «parrucchino da roadrunner» nei nuovi e colorati Velociraptor presentati da Johnston (il roadrunner è il cuculide Geococcyx californianus, reso immortale da Beep Beep dei cartoni animati di Wile E. Coyote). Bakker aveva compreso però le difficoltà nel realizzare in modo efficace il piumaggio aviano secondo la tecnologia digitale disponibile all’epoca, e preconizzava che eventuale compito del quarto episodio sarebbe stato quello di mettere in mostra un convincente – e scientificamente più corretto – tegumento aviano [7]. Una previsione che, purtroppo, si è rivelata assai infelice. Undici anni dopo, con un laconico tweet, il regista Colin Trevorrow – ricevuta l’investitura e il nulla osta da Spielberg in veste di produttore – annuncia che non ci sarebbero state piume nel nuovo episodio del franchise, intitolato Jurassic World (2015).

Pare che Trevorrow abbia ritenuto essenziale la fedeltà morfologica degli animali ai modelli del primo film, sancendo nel contempo il ritorno al «solito vecchio, scadente, color dinosauro verde-cacca» e sconfessando le pur minime innovazioni del lungometraggio di Johnston [8]. Il successo imprevisto del quarto episodio lascia intendere che la coloratissima guida bakkeriana ai dinosauri di Jurassic Park di cui parlavamo a queste coordinate, sia destinata a restare chiusa nel cassetto ancora per lungo tempo. E il problema dell’assenza di piume è solamente l’ultimo di una lunga lista di errori anatomici, in parte ereditati dai primi film, che hanno sollevato le critiche di molti paleontologi e specialisti che hanno visto il nuovo film [9].

Anteponendo la continuità morfologica dei dinosauri con quelli del primo film al problema dell’aggiornamento scientifico, Trevorrow ha di fatto avallato l’ambiguità di uno zoo preistorico aperto appositamente per vedere degli animali percepiti – e venduti – come reali, ma popolato da ricostruzioni che sono tutto fuorché reali o plausibili. Certo, l’escamotage lo offre il personaggio del genetista Henry Wu nle film stesso, quando dice chiaramente che nel parco nulla è mai stato reale ed è tutto ricostruito ad uso e consumo dello spettacolo, cogliendo uno spunto caro a Crichton e già presente nel primo romanzo (anche se nel romanzo si spingeva per animali più docili e mansueti). Come ha notato con sagacia Brandon Kempner, qui si consuma il paradosso dell’iperrealtà, ipotizzata dal filosofo Jean Baudrillard (1929-2007) e incarnata appieno dai dinosauri del franchise di Jurassic Park, a partire dai romanzi stessi:
«[…] Crichton ci consegna animali che non sono mai esistiti. Per dirla nei termini di Baudrillard: il raptor ricoperto di scaglie è un esempio dell’iperreale. Non è nient’altro che un’immagine, un’invenzione degli esseri umani. A dispetto delle sue intenzioni, Crichton ha creato qualcosa di assolutamente irreale. Che cos’altro avrebbe potuto fare? A meno di non andare indietro nel tempo fino a 65 milioni di anni fa, dobbiamo accontentarci di ricreare i dinosauri in modo creativo e inaccurato. La crisi, tuttavia, risiede nel modo in cui crediamo a quelle immagini. Che cos’è che la gente ama veramente, la realtà – i fossili – o le immagini spettacolari? Penso che la risposta sia abbastanza chiara: amiamo le immagini» [10].
Peraltro, esattamente come la prosa di Baudrillard abbonda di riferimenti pseudoscientifici che non hanno alcun valore [11] se non quello, peraltro discutibile, di sfruttamento del gergo scientifico per ammantarsi di prestigio letterario [12], ci si può domandare cosa resti di un parco popolato da simili animali, una volta decostruito e spogliato della postmoderna iperrealtà delle sue attrazioni.

La grande paura degli OGM assassini

Ad un certo punto nel film, Trevorrow propone un’interessante benché fugace riflessione sull’esplosione della cultura dei social network dominata dal selfie e dalla condivisione spasmodica che inghiotte tutto per dimenticare immediatamente, immortalata nella scena metacinematografica del mosasauro che divora uno squalo bianco (no, il mosasauro non era un dinosauro). Ecco che, dopo un decennio di apertura, il parco ha perso la sua portata spettacolare, e la gente assuefatta all’incredibile quotidiano della Rete (poco importa quanto reale possa essere), pare essersi disaffezionata alle attrazioni offerte dallo zoo preistorico. Per ovviare alla diminuzione dei visitatori e rialzare il fattore “wow!” del parco viene quindi deciso di produrre ibridi genetici miscelando DNA di diversi animali potenzialmente letali. Segue la solita fuga infernale del mostro assassino, cui si è giunti sfruttando il frusto luogo comune degli scienziati incoscienti, manipolati dal potere finanziario o “pazzi”, pronti a vendersi per denaro in nome di una ricerca alla Frankenstein. Poco importa se, come hanno catturato in modo brillante Dario Bressanini e Beatrice Mautino nel loro recentissimo Contro natura, è dai tempi della conferenza tenutasi nel febbraio del 1975 ad Asilomar (California) che una serie di accordi e misure preventive sono in atto proprio per evitare simili exploit, rivelando nel contempo la “coscienza sociale” di genetisti e biotecnologi sensibili alle «possibili implicazioni ambientali, sociali e sanitarie delle proprie ricerche. Emergeva così un’immagine del ricercatore lontana mille miglia dallo stereotipo caro a molti romanzi di fantascienza […]» [13]. Nulla di tutto ciò nel franchise dedicato al parco preistorico più famoso del mondo. Una volta intrapresa la strada della produzione di soggetti iperreali, la creazione di mostri potenzialmente assassini è il passo più naturale – e il più stupido – da compiere: la strage del primo parco, esplicitamente citata nel film, non pare aver insegnato nulla agli investitori. Altro che fare affidamento sulle elucubrazioni reazionarie del caosologo Ian Malcolm (alter ego di Crichton), che infiorettano le pagine dei due romanzi e delle rispettive trasposizioni cinematografiche; durante la visita al parco sarebbe stato meglio avere a portata di mano il libretto sulle tre leggi della stupidità umana di Carlo M. Cipolla [14].

Scherzi a parte, ci si può domandare quale senso abbia dover re-immaginare forzosamente dinosauri “geneticamente modificati” dopo le mirabolanti scoperte paleontologiche provenienti dal Liaoning cinese, con i suoi teropodi maniraptori piumati splendidamente conservati, dopo che i melanosomi che ci hanno restituito una traccia per quanto flebile del colore esibito dal piumaggio di alcuni dinosauri in vita, o dopo la scoperta delle tipologie differenti di tegumento piumato che ricoprivano anche dinosauri lontani dalla linea filogenetica che avrebbe portato agli uccelli [15]. Non c’era forse abbastanza materiale per offrire al pubblico del parco e agli spettatori in sala qualche nuova meraviglia paleontologica un filo meno iperreale?

... purtroppo no, i dinosauri di Jurassic World restano ancorati ai desueti canoni risalenti a decenni fa. Persino Dinopigliatutto, versione italiana di Swap It! in allegato a Dinosauri!, aveva dalla sua dinosauri piumati (qui, Syntarsus in versione meme bakkeriano e Avimimus). Ed era il 1992.
©1992 Orbis Publishing;  © 1993 Istituto Geografico DeAgostini.
E allora, quale successo potrebbe avere il reale Jurassic World oggi, con questi mostri desueti, falsificati dall’incremento delle conoscenze paleontologiche (che nel film vengono svilite a favore di una mitizzazione della genetica), quando tutti i paleontofili avvezzi alla letteratura scientifica recente saprebbero indicarne a menadito palesi errori (ad eccezione del ragazzino protagonista del film, che a Dinopigliatutto verrebe probabilmente sonoramente battuto da Tim e Alexis Murphy)? Il bauplan degli animali di Jurassic World è vecchio di quarant’anni, quando non meramente ricalcato sui modelli cinematografici di venti anni prima, con tutte le loro licenze artistiche, o quando è talmente strampalato da non avere alcuna possibile giustificazione, come nel caso dello pterosauro Dimorphodon (no, nemmeno il Dimorphodon è un dinosauro) [16]. Come ha suggerito Victoria Arbour sul suo blog Pseudoplocephalus, Jurassic World è un monster movie che odia i dinosauri [17], sia nella vesti della finzione della sala cinematografica (ossia, gli animali sono un bene nel quale si è investito e dal quale ci si aspetta una cospicua resa finanziaria), sia nella realtà della cabina di regia (cioè, i dinosauri sono gli animali di Jurassic Park e non gli oggetti definiti dallo studio paleontologico, in quanto tali sottoposti al progressivo accumulo di maggiori conoscenze). Ma se nella realtà il successo clamoroso e inaspettato del lungometraggio ha senz’altro premiato l’operazione nostalgica di Trevorrow, nel mondo della finzione una simile de-estinzione retrograda e non aggiornata, accompagnata da invenzioni iperreali, sarebbe finanziariamente controproducente e non avrebbe molto senso. E allora, nella finzione che sto immaginando, altre società proporrebbero animali dalle fattezze più simili a quelle che avrebbe dovuto avere e dinosauri piumati, e forse, dico forse, avrebbero più successo commerciale, surclassando Jurassic World (se sono riusciti a clonare un mosasauro acquatico, allora non ditemi che non c’è la possibilità di evitare obbrobri dragoneschi come il Dimorphodon).

In entrambi i luoghi esplorati da Jurassic World, il mondo immaginato del parco e la sua controparte reale fatta di pagine di sceneggiatura, c’è un vulnus che mina alle fondamenta l’impalcatura epistemologica dello zoo preistorico, laddove la divulgazione scientifica ha fallito. Il peccato originale, ovviamente, risale alla visione reazionaria che Crichton aveva della scienza e che trapelava dai suoi romanzi dedicati al parco dei dinosauri. Per quanto io stesso li abbia amati, letti e riletti, e nonostante le interessanti verniciature di paleontologia, teoria del caos, genetica e speculazioni finanziarie, queste opere non si discostano più di tanto dal cliché della ribellione del mostro creato dalla spavalderia gagliarda di un Frankenstein che ha giocato con le forze della natura, e che pertanto deve essere punito. Ed Henry Wu, il genetista che lega Jurassic World a Jurassic Park, è solo l’ultimo esponente di una sequela di personaggi che non fanno certo onore all’immagine popolare della ricerca scientifica. Ma se nell’opera di Mary Shelley c’era la visione prometeica di una sfida romantica, sigillata dalla caduta dell’antieroe, qui c’è solo una vago disprezzo per la ricerca scientifica. D’altra parte Crichton era stato molto chiaro quando, invitato nel gennaio 1999 a tenere una lectio magistralis presso l’American Association for the Advancement of Science, disse chiaramente che Jurassic Park era una finzione e che pertanto non aveva alcun senso documentarsi andando a visitare un laboratorio di genetica – perché tanto nessuno sa come creare un dinosauro [18]. Crichton sconfessava così il principio basilare della migliore fantascienza per cui è la verosimiglianza a garantire la sospensione dell’incredulità.

A.A.A. cercasi disperatamente divulgazione scientifica, o di camaleonti e altri scempi

Il re degli ibridi genetici di Jurassic World è il camaleontico Indominus rex, frutto di una manipolazione dei geni di Carnotaurus, Tyrannosaurus, Velociraptor, seppia e quant’altro (anche se il sito virale del film, supervisionato con maggiore attenzione ai dettagli, fornisce una ricetta differente). L’idea di dotare l’animale della capacità di mimetizzarsi alla Predator è nata ripescando un’idea già sfruttata da Crichton nel seguito romanzesco di Jurassic Park, con i cromatofori del cefalopode a rivestire il carnivoro Carnotaurus, probabilmente basata su una peregrina suggestione del dilettante dinosaurofilo Stephen Czerkas [19]. Ma la lingua batte dove il dente duole, e allora se l’inclusione di un ibrido genetico con capacità mimetiche non solleva problemi di sorta, perché non donare ai dinosauri colori brillanti? [20] E poi, vale la pena di ripeterlo, davvero non si poteva trovare qualcosa di più scientificamente onesto, con tutti i reperti fossili in condizioni eccezionali scoperti dopo il 1993? Non era bastata la cocente disillusione del telefilm Terra Nova (2011), prodotto da Spielberg e con il paleontologo John Horner in veste di consulente scientifico ad avallare l’invenzione di dinosauri piuttosto imbarazzanti? Dopo l’uscita del film di Trevorrow, sui social network è impazzato l’hashtag #buildabetterfaketheropod, che ha raccolto decine di esempi di paleoarte scientificamente informata tra il serio e il faceto per dimostrare che, dopo tutto, era davvero possibile fare di meglio [21]. Come abbiamo visto nel fascicolo dedicato ai dinosauri protagonisti del primo lungometraggio, anche Bakker aveva davvero speculato senza posa, ma lo aveva fatto con stile e senza rinunciare al minimo consentito di una sottotraccia naturalisticamente accettabile. Per il 1993, beninteso.
... e poi mi dicono di non chiamarlo monster movie.
Indominus rex, © Hasbro 2015. Fonte: ScreenRant
Ora, uno degli obiettivi che questo blog persegue fin dal suo inizio è una maggiore conoscenza e implementazione divulgativa e accademica della paleontologia e delle altre scienze storiche per comprendere meglio la storia umana. In questo quadro, i dinosauri forniscono un inaspettato bagaglio di fama e immediatezza per riflettere su temi di importanza basilare come le interazioni ecologiche sulla lunga durata e l’estinzione come risultato multicausale di fattori contingenti e vincolanti. La questione è stata trattata in modo elegante nell’ultimo libro del paleontologo Scott D. Sampson, al quale l’autore ha consegnato importanti riflessioni sulla Big History e sulla sua capacità di fornire a tutti gli strumenti più congeniali per collocare la storia umana all’interno dei tempi profondi del cosmo, del pianeta Terra e dell’evoluzione, senza scomodare alcuna lettura teleologicamente disonesta (anche se il paleontologo perora una maggiore alfabetizzazione scientifica della teologia). Sampson propone inoltre il seguente pentalogo, che vale la pena di riportare di seguito per intero, sulle ragioni per cui i dinosauri rappresentano tessere chiave nel mosaico divulgativo, e che fa da contraltare quasi perfetto alla lista crichtoniana ricordata in un post precedente:
«Primo, a differenza di molti argomenti scientifici, i dinosauri ispirano l’immaginazione invece di incutere paura. Secondo, in quanto rappresentanti esemplari della Terra preistorica, i dinosauri costituiscono guide ideali per esplorare il passato profondo. Terzo, i discendenti viventi dei dinosauri, gli uccelli, sono animali benvoluti e appassionatamente osservati, creando un robusto legame tra passato e presente […] Quarto, […] la natura interdisciplinare della paleontologia implica che i dinosauri possono fornire punti di accesso privilegiato a temi differenti quali clonazione genetica e tettonica a placche. Per fornire due esempi puntuali, il mondo del Mesozoico mette a disposizione un modo sorprendentemente istruttivo per discutere del contemporaneo cambiamento climatico mentre l’improvvisa scomparsa dei dinosauri costituisce un punto di partenza naturale per affrontare le estinzioni in corso oggi. Infine, i dinosauri possiedono un potenziale eccezionale per aiutare a descrivere la Grande Storia [ossia, la Big History. NdT] e, così facendo, a promuovere l’alfabetizzazione evoluzionistica» [22].
Un film è solamente una rappresentazione della realtà solo se si ha un bagaglio tale da poter fare reverse engineering cognitivo e rappresentarsi la rappresentazione come artefatta (cosa che la maggioranza silenziosa tende a dimenticare, soprattutto se in precedenza è mancata una sufficiente alfabetizzazione ontologica). Un film, per quanto positiva o negativa sia la rappresentazione che intende veicolare, può avere effetti considerevoli sulla vita reale. Per questo, a nome del manifesto divulgativo che anima questo stesso blog, non posso fare a meno di chiedermi quale possa essere l’effetto di Jurassic World sul pubblico e sulla lunga distanza. Sono d’accordo sul fatto che nonostante tutto, i dinosauri del franchise di Jurassic Park forniscano spunti interessantissimi di biologia evoluzionistica, epistemologia, filosofia e bioetica, ma resto assai dubbioso riguardo all’effettivo contributo dell’ultimo episodio alla paleontologia in quanto tale. Nonostante le critiche che in questi giorni molti studiosi hanno segnalato per mezzo delle loro recensioni, continuo comunque a sperare che Jurassic World abbia un positivo effetto di ritorno sulla paleontologia dei dinosauri (purtroppo a discapito di altre branche dell’albero della vita non ritenute altrettanto “carismatiche”), ma non so davvero quanto possa essere vincente pianificare strategie divulgative a lungo termine partendo dai presupposti errati di un film che – paradossalmente – dovrebbe potenziare quella stessa attività divulgativa. Chi non ricorda il Dilophosaurus di Jurassic Park con la sua gorgiera e il suo veleno? Quanti hanno pensato che l’animale esibisse proprio quelle caratteristiche in vita? Ma davvero era così? Niente affatto: si trattava di una licenza artistica che però si è imposta come persistente meme iperreale e, in quanto tale, difficile da contrastare. Forse che non si possa speculare nella scienza? Certo che sì. Possono quindi alcune speculazioni rivelarsi poi giuste alla luce di nuovi probabili resti fossili? Sicuramente. Tutte le speculazioni sono pertanto giustificate? No, perché le ipotesi scientifiche devono essere basate su dati fattuali, non sui desideri e su ciò che ci piacerebbe vedere. Il resto, per quanto stimolante possa essere in sede scientifica, è fantasia.

Ma se il Dilophosaurus strizzava l’occhio ad un minimo di (discutibile) plausibilità, con gli ibridi geneticamente modificati di Jurassic World la posta in gioco si fa pericolosamente più alta. Dell’Indominus abbiamo già detto, ma i più attenti in sala si saranno accorti che nella scena in cui il personaggio interpretato da Vincent D’Onofrio, alias Vic Hoskins, si palesava come antagonista della vicenda, gli schermi del laboratorio alle sue spalle trasmettevano a mo’ di salvaschermo varie immagini di “ibridi genetici”, tra cui l’Indominus e lo Stegoceratops, un ibrido tra uno stegosauride e un Nasutoceratops completamente inventato, previsto in una scena tagliata prima di essere girata (grazie al consiglio del figlio del regista per dare più spazio al camaleontico villain), ma approdata in tempo alla Hasbro perché ne realizzasse prontamente il corrispettivo materiale ludico.

Ceci n’est pas un dinosaure.
Stegoceratops. © Hasbro 2015. Fonte: Empire.
Come può un tale giocattolo essere utile per la divulgazione scientifica presso il grande pubblico e aiutare a infondere una passione paleontologica presso la fascia più giovane degli spettatori? Quanti, ignari spettatori o acquirenti, avranno inconsciamente avallato quella rappresentazione, ammaliati dal suono beffardamente scientifico dei nomi dei nuovi ibridi, magari pensando di comprare un “dinosauro” per il/la proprio/a figlio/figlia? Quanti, magari consapevoli, sviliranno in toto la paleontologia dicendo che tanto son tutti draghi? Domande forse retoriche, poiché sicuramente un modo per sfruttare in modo intelligente l’onda d’urto preistorica provocata dal film si può trovare: il fine della divulgazione corretta giustifica i mezzi, e da giocattoli osceni per il loro implicito messaggio antiscientifico come Indominus e Stegoceratops si possono imbastire lezioni importanti di biologia evoluzionistica. Ma, date le premesse del potere dell’immagine cinematografica, questa volta la vedo dura tanto quanto provare a spiegare le basi di genetica a partire dalle Tartarughe Ninja.

Certo, di dinosauri reali non ce sono mai stati, né nei romanzi né nei lungometraggi: tutti sono sempre stati ibridi ricostruiti a posteriori, la cui conoscenza lacunosa veniva colmata alla buona tramite copia e incolla genetico vincolato alle conoscenze dell’epoca. Tra l’altro, va detto, davvero dei pessimi genetisti alla InGen, perché se questi avessero letto qualche testo di paleontologia dei dinosauri in più si sarebbero accorti che con il materiale genetico degli uccelli avrebbero evitato un mare di guai: l’uso del DNA di rospo per tappare i buchi nell’ipotetica sequenza genetica rinvenuta nelle protozanzare mesozoiche sarà anche funzionale alla trama, legittimando il plot twist del cambiamento di sesso nella popolazione animale unisessuale dell’isola e la sua conseguente riproduzione al di fuori del controllo umano, ma è qualcosa che esula insindacabilmente da qualunque giustificazione scientifica [23]: esiste maggiore distanza filogenetica tra i rospi e i dinosauri che tra il primate Homo sapiens e i dinosauri stessi [24]. E questo basterebbe a licenziare una volta per tutte il dottor Wu.

Quando paleoarte e nostalgia non vanno d’accordo

È facile dire che si tratta solo di un film, che può essere apprezzato anche senza prestare troppa attenzione a simili quisquilie scientifiche. Sono il primo ad ammettere che, pur mancando di originalità e nonostante i molti problemi del plot ipercitazionistico, il film non è girato per niente male, soprattutto considerando che il regista è alla sua seconda prova dietro la macchina da presa. E, sulla scorta di quanto detto nei primi paragrafi, è altrettanto facile minimizzare nostalgicamente i problemi che affliggono i dinosauri rappresentanti nel film. Eppure, come ha chiarito in modo eloquente il paleontologo Donald Prothero,
«In quanto insegnante che ha impartito lezioni di geologia e paleontologia all’università per trentasette anni, so quanto sia falso [definire Jurassic World come un semplice film senza conseguenze]. Ogni lezione nella quale tratto di terremoti o tsunami devo sprecare un sacco di tempo per sfatare miti hollywoodiani. Ogni qualvolta tratto dei dinosauri, spreco un sacco di tempo a decostruire i danni dei film di Hollywood – e ora lo sciatto e scadente approccio scientifico di Jurassic World mi darà altri miti da demistificare. Molti film sono immaginari, ma non è poca la gente che riceve nozioni scientifiche e naturalistiche attraverso il cinema, perché di sicuro non ne hanno ricevute abbastanza a scuola o perché non guardano documentari» [25].
Credo sia ora evidente che non si tratta solamente di dietrologie sulle sceneggiature. E non è nemmeno questione generazionale di nostalgie puerili per il primo film. In Jurassic World emerge un palese disinteresse scientifico che ha dello sconcertante e che rappresenta un reale disservizio per qualunque attività divulgativa che faccia della scienza il punto focale. E che tradisce il modello paleoartistico al quale dovrebbe riferirsi, ossia la Dinosaur Renaissance che ispirò il romanzo e il film del 1993. Tanto per dare un’idea: oltre agli innumerevoli errori anatomici sui quali non mi dilungo, la comunità di paleontologi e paleoartisti in rete ha notato sia lo scarsissimo valore delle immagini postate tra le pagine del sito virale del parco, sia i vari plagi di silhouette ed illustrazioni rilasciate online da altri artisti secondo la CC Licence [26]. Poco tempo dopo, un artista dell’eccezionale calibro di Julius Csotonyi e il paleoblogger Brian Switek sono stati assoldati solo per sistemare ex post alcuni dei danni fatti e aggiustare in parte un sito denso di errori e sviste. Questo la dice lunga sulla limitata considerazione che i produttori del film hanno avuto della paleoarte più seria dal punto di vista scientifico, forse vittime del falso dilemma per cui occorre scegliere tra scienza e arte. Ancora, dopo l’uscita del film, i primi bozzetti preparativi per il film di Trevorrow approdati sul web hanno lasciato di stucco per il loro atteggiamento (francamente paradossale) di incuria nei confronti della morfologia dei dinosauri [27]. E il giocattolo dello Stegoceratops ne è il degno epigono.

Come se non bastassero i vieti tropi sessisti e vagamente misogini che differenziano il nuovo episodio dai suoi precursori spielberghiani [28], e il luogo comune già ricordato dello scienziato-pazzo come antagonista, il vulnus della divulgazione scientifica nel mondo di Jurassic World, coerentemente ereditata dall’atteggiamento antiscientista di Crichton, ha fatto regredire i dinosauri a quel semplice accessorio funzionale per la devastazione da monster movie che erano prima di Jurassic Park, cancellando l’innovativo tentativo di Spielberg. Sul Guardian, Phil Hode si è recentemente domandato se l’ipercitazionismo anni Novanta che permea Jurassic World, inteso come fan service indirizzato al pubblico di coloro i quali nel 1993 erano ragazzini/e, sia sufficiente a sostenere il progetto revivalistico dietro all’opera di Trevorrow (una nuova trilogia è già in cantiere). Constatando il successo deflagrante del nuovo episodio, balzato fino a diventare il maggiore incasso di sempre nel fine settimana d’apertura con 511,8 milioni di dollari [29], Hode conclude laconico che «d’altro canto, se la nostra [attuale] cultura è incurabilmente nostalgica, allora [Jurassic World] è davvero un evento, dopo tutto» [30]. Nostalgia al ribasso, però, selezionando gli elementi di più facile presa, calando il tutto in un contesto da monster movie pre-spielberghiano, e cancellando i temi potenzialmente più innovativi del modello originale. Per dirla nuovamente con le parole di Prothero, «I produttori e il regista hanno avuto l’opportunità di essere [scientificamente] rivoluzionari e pionieristici ancora una volta [dopo il primo Jurassic Park] – ma hanno scelto di andare prudentemente sul sicuro, riciclando stancamente uno stanco franchise» [31].

Nostalgia canaglia.
Illustrazione di Mark “Crash” McCreery da una maglietta del merchandise statunitense originale di Jurassic Park, 1993.
Fotografia dell'autore.
Parafrasando in chiave iperreale le parole che sigillano il secondo episodio della trilogia di Christopher Nolan dedicata a Batman (Il cavaliere oscuro, 2008), quello di Trevorrow non è il parco di cui avremmo bisogno, ma il parco che ci meritiamo.
– «Senta, è previsto che si vedano dei dinosauri nel suo “Parco dei Dinosauri”?»
– «Quanto odio quest’uomo»
(Jurassic Park, 1993)


[1] Gould, S.J. (1995). Dinomania Dinosaur in a Haystack: Reflections in Natural History. Cambridge, MA and London: Harvard University Press, 221-237 DOI: 10.4159/harvard.9780674063426.c26. Recensione pubblicata originariamente nel 1993 come Dinomania. Jurassic Park, directed by Steven Spielberg, screenplay by Michael Crichton, by David Koepp . Universal city studios; The Making of Jurassic Park by Don Shay, by Jody Duncan, Ballantine, 195 pp., $18.00 (paper); Jurassic Park, by Michael Crichton, Ballantine, 399 pp., $6.99 (paper). New York Review of Books, August, 12: http://www.nybooks.com/articles/archives/1993/aug/12/dinomania/?pagination=false.

[2] Ibidem.

[3] The Making of Jurassic Park. DVD documentary. Cfr. la seguente intervista a John Horner: Jurassic World's Dinosaur Expert Talks Facts vs. Fiction (INTERVIEW). Bio, June 12, http://www.biography.com/news/jurassic-world-jack-horner-interview.

[4] Switek, B. (2013). My Beloved brontosaurus: On the Road with Old Bones, New Science, And Our Favorite Dinosaurs. New York: Scientific American/Farrar, Straus & Giroux: 139. Detto per inciso, per i Velociraptor era stato previsto un manto a strisce come quello della tigre, e immortalato prima dell’uscita del film nei giocattoli della Kenner.

[5] Cf. DeSalle, R. & D. Lindley (1997). Come Costruire un dinosauro. La scienza di Jurassic Park e del Mondo Perduto. Milano: Cortina. p. 187. (pubbl. orig. come The Science of Jurassic Park and The lost World Or, How To Build A Dinosaur. London: Harpercollins).

[6] Baird, R. (1998). Animalizing "Jurassic Park's" Dinosaurs: Blockbuster Schemata and Cross-Cultural Cognition in the Threat Scene. Cinema Journal, 37 (4), 82-103 DOI: 10.2307/1225728. Cf. Cau, A. (2015). Cosa sono Tyrannosaurus, i raptor e Indominus? Theropoda, 23 giugno, http://theropoda.blogspot.be/2015/06/cosa-sono-tyrannosaurus-i-raptor-e.html (ultimo accesso: 24 giugno 2015).

[7] Bakker, R.T. (2004). Dinosaurs Acting Like Birds, and Vice Versa – An Homage to the Reverend Edward Hitchcock, First Director of the Massachusetts Geological Survey, in Currie, P.J. et al. (eds.). Feathered Dragons: Studies on the Transition from Dinosaurs to Birds, Bloomington & Indianapolis: Indiana University Press, pp. 1-11: 1.

[8] Daly, E. (2014). Jurassic World: What we know so far... Radio Times, October 15, http://www.radiotimes.com/news/2014-10-15/jurassic-world-what-we-know-so-far (ultimo accesso: 24 giugno 2015)

[9] Cf. ad es. Switek, B. (2013). A Velociraptor Without Feathers Isn’t a Velociraptor. Phenomena (National Geographic), March 20, http://phenomena.nationalgeographic.com/2013/03/20/a-velociraptor-without-feathers-isnt-a-velociraptor/ (ultimo accesso: 24 giugno 2014); Conway, J. (2014). Scientists disappointed Jurassic World dinosaurs don’t look like dinosaurs. The Guardian, December 4, http://www.theguardian.com/science/lost-worlds/2014/dec/04/scientists-disappointed-jurassic-world-dinosaurs-movie-film (ultimo accesso: 24 giugno 2015); St. Fleur, N. (2015). A Paleontologist Deconstructs ‘Jurassic World’. The New York Times, June 12, http://www.nytimes.com/interactive/2015/06/12/science/jurassic-world-deconstructed-by-paleontologist.html?_r=0 (ultimo accesso: 24 giugno 2015).

[10] Kempner, B. (2013). Feathering the Truth. In: Michaud, N. & Watkins, J. (eds.), Jurassic Park and Philosophy: The Truth Is Terrifying. Chicago: Open Court. pp. 111-120; 116. Sull’iperrealtà cf. Baudrillard, J. (1995). Simulation and Simulacra. Ann Arbor: University of Michigan Press. Pubbl. orig. come Simulacres et Simulation. Paris: Éditions Galilée.

[11] Sokal, A & J. Bricmont. (1998). Intellectual Impostures: Postmodern Philosophers’ Abuse of Science. London: Profile Books. pp. 137-143. Tradotto in italiano l’anno seguente come Imposture intellettuali. Quale deve essere il rapporto tra filosofia e scienza? Milano: Garzanti.

[12] Sperber, D. (2010). The Guru Effect. Review of Philosophy and Psychology, 1 (4), 583-592 DOI: 10.1007/s13164-010-0025-0.

[13] Bressanini, D. & B. Mautino. (2015). Contro Natura. Dagli OGM al “bio”, falsi allarmi e verità nascoste del cibo che portiamo in tavola. Milano: Rizzoli. pp. 126-127.

[14] Cipolla, C.M. (2011 [1976]). The Basic Laws of Human Stupidity. Bologna: il Mulino. Pubblicato originariamente in inglese e in forma private; tradotto e pubblicato in italiano nel 1988 come parte di Allegro ma non troppo. Bologna: il Mulino.

[15] Sulle faune fossili del Liaoning la bibliografia comincia ad essere sterminata; rimandiamo a livello puramente illustrativo al seguente volume: Chang, M.-M., Chen, P.-J., Wang, Y.-Q., Wang, Y., 2003. The Jehol Biota: The Emergence of Feathered Dinosaurs, Beaked Birds and Flowering Plants. Shanghai Scientific and Technical Press, Shanghai. Sui melanosomi cfr. la bibliografia e il racconto essenziale in Switek, My Beloved Brontosaurus, cit., pp. 155-160; sul tegumento come condizione ancestrale in Dinosauria, cf. la scoperta di Kulindadromeus descritta in Godefroit, P. S.M. Sinitsa, D. Dhouailly, Y.L. Bolotsky, A.V. Sizov, M. E. McNamara, M. J. Benton & P. Spagna. 2014. A Jurassic ornithischian dinosaur from Siberia with both feathers and scales. Science (345) 6195: 451-455. DOI: 10.1126/science.1253351

[16] Conway, J. (2014). Scientists disappointed Jurassic World dinosaurs don’t look like dinosaurs, cit.; Myers, P.Z. (2015). Jurassic World, David Peters, and how to rile up paleontologists. Pharyngula, June 12, http://scienceblogs.com/pharyngula/2015/06/12/jurassic-world-david-peters-and-how-to-rile-up-paleontologists/ (ultimo accesso: 23 giugno 2015); Holtz, T. Jr. (2015). Review: So What About Jurassic World?, Los Alamos Daily Post, June 17, http://www.ladailypost.com/content/review-so-what-about-jurassic-world#.VYHBWeG_FEM.twitter (ultimo accesso: 23 giugno 2015). Sul Dimorphodon cf. Witton, M. (2015). Why Dimorphodon macronyx is one of the coolest pterosaurs. mark.witton.com, June 8, http://markwitton-com.blogspot.co.uk/2015/06/why-dimorphodon-macronyx-is-one-of.html (ultimo accesso: 24 giugno 2015).

[17] Arbour, V. (2015). Why does Jurassic World hate dinosaurs? Pseudoplocephalus, June 16, http://pseudoplocephalus.blogspot.co.uk/2015/06/why-does-jurassic-world-hate-dinosaurs.html (ultimo accesso: 23 giugno 2015).

[18] Crichton, M. (1999). Why Science is Media Dumb: The Story. Address was recorded at the American Association for the Advancement of Science on January 25 1999, and broadcast on the Science Show on April 3, 1999. ABC, http://www.abc.net.au/science/slab/crichton/story.htm (ultimo accesso: 24 giugno 2015).

[19] Cfr. l’intervista di John N. Wilford al paleontologo dilettante Stephen Czerkas nella quale, dopo aver parlato della scoperta dei tubercoli dermici fossilizzati del teropode argentino Carnotaurus (alla quale Czerkas partecipò), afferma senza alcun sostegno che “[…] I dinosauri avrebbe potuto non essere scialbi, ma sfoggiare sfumature brillanti, forse erano persino capaci di mutare colore come i camaleonti”; in Discover, 1989 Jan-Jun, p. 4. Cfr. Czerkas, S.J. (1997). s.v. “Skin”. In Currie, P.J. & K. Padian (eds.). Encyclopedia of Dinosaurs. San Diego – London: Academic Press, pp. 669-675: 669, ove Czerkas nota che i tubercoli fossilizzati dei dinosauri (senza specificare quali) sembrano essere più simili a quelli dei camaleonti che a quelli delle lucertole e dei serpenti. Czerkas, ex esperto di effetti speciali cinematografici, negazionista rispetto all’ascendenza dinosauriana degli uccelli e convinto sostenitore del fallace uso di iguane per comprendere la dermatologia dei dinosauri (in particolare stegosauri e sauropodi), compare nei ringraziamenti del primo romanzo di Crichton.

[20] DeSalle & Lindley, Come Costruire un dinosauro, cit., p. 189: «Tradizionalmente, i dinosauri sono stati rappresentati con vari toni di verde e di marrone, perché – tradizionalmente- si pensava che fossero dei grossi rettili. Ma se ve li immaginate come precursori degli uccelli, si dischiude tutt’altra tavolozza di colori».

[21 ] Naish, D. (2015). Jurassic World and the Build a Better Fake Theropod Project. Tetrapod Zoology, June 12, http://blogs.scientificamerican.com/tetrapod-zoology/jurassic-world-and-the-build-a-better-fake-theropod-project/ (ultimo accesso: 23 giugno 2015).

[22] Sampson, S.D. (2009). Dinosaur Odyssey: Fossil Threads in the Web of Life. Berkeley, Los Angeles and London: University of California Press. p. 277.

[23] DeSalle & Lindley, Come Costruire un dinosauro, cit., p. 97.

[24] Bennington, J.B. (1996). Errors in the movie Jurassic Park. American Paleontologist 4(2): 4-7.

[25] Prothero, D. (2015). It Coulda Been a Contender: A Paleontologist Reviews Jurassic World. Skeptic, June 23, http://www.skeptic.com/insight/it-coulda-been-a-contender-a-paleontologist-reviews-jurassic-world/ (ultimo accesso: 24 giugno 2015).

[26] Martyniuk, M. (2014). Is Jurassic World Stealing from Independent Illustrators? Dinogoss, November 30, http://dinogoss.blogspot.co.uk/2014/11/is-jurassic-world-stealing-from.html (ultimo accesso: 23 giugno 2015); Mellow, G. (2014). Jurassic World Butting Heads with PaleoIllustrators. Symbiartic (Scientific American), November 20, http://blogs.scientificamerican.com/symbiartic/jurassic-world-butting-heads-with-paleoillustrators/ (ultimo accesso: 26 giugno 2015).

[27] Berni, A.F. (2015). Jurassic World: il parco è aperto nei nuovi concept. BadTaste, 14 giugno, http://www.badtaste.it/2015/06/14/jurassic-world-il-parco-e-aperto-nei-nuovi-concept/131600/ (ultimo accesso: 24 giugno 2014).

[28] Arbour, V. Why does Jurassic World hate dinosaurs?, cit.

[29] Lang, B. (2015). Box Office: ‘Jurassic World’ Sets Global Record With $511.8 Million Debut. Variety, June 14, http://variety.com/2015/film/news/jurassic-world-global-box-office-record-1201519430/ (ultimo accesso: 24 giugno 2015).

[30] Hode, P. (2015). Nostalgia, 3D – and June – helped Jurassic World beast all before it. The Guardian, June 17, http://www.theguardian.com/film/2015/jun/17/global-box-office-jurassic-world-spy (ultima accesso: 23 giugno 2015).

[31] Prothero, D. It Coulda Been a Contender, cit.