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venerdì 19 giugno 2015

Il mistero della dinomania, il pericolo della tecnoscienza e Jurassic Park: il mondo della ricerca secondo Michael Crichton

"Quando i dinosauri dominavano la terra" (cit.).
Crichton, M. 1991. Jurassic Park. London: Arrow - Random House (rist.); fotografia dell'autore.
ResearchBlogging.org
Nel 1997, Michael Crichton scrisse un’introduzione per la monumentale Encyclopedia of Dinosaurs, nella quale si celebrava per la prima volta in un’opera accademica di tali dimensioni la scoperta di dinosauri piumati [1]. Interrogatosi sui motivi che giustificherebbe la smodata passione per i dinosauri, Crichton elencò puntigliosamente sei ipotesi che potessero spiegarne diffusione e stabilità, tutte falsificate empiricamente:
  1. la dinomania colpirebbe i paesi dotati di ricchi giacimenti fossiliferi, ma è diffusa anche in paesi con pochi fossili, come Italia o Giappone;
  2. la dinomania rifletterebbe un interesse prettamente infantile, ma gli adulti non sono immuni al fascino dei dinosauri;
  3. la dinomania sarebbe il risultato di una sottocultura infantile, ma la figlia di Crichton espresse interesse nei confronti dei dinosauri ben prima di andare a scuola e persino prima di poter parlare; 
  4. la dinomania si imporrebbe grazie alle dimensioni esagerate dei dinosauri, ma dinosauri più piccoli suscitano le medesime emozioni;
  5. la dinomania affascinerebbe perché i dinosauri sarebbero un qualcosa di irrimediabilmente perduto durante l’estinzione di massa risalente a ca. 65 milioni di anni fa, ma una volta allo zoo la figlia dello scrittore chiese dove fossero i dinosauri (pur essendo già stata allo zoo credeva fossero tenuti in una zona nascosta del parco zoologico);
  6. la conoscenza dei dinosauri corrisponderebbe a un freudiano senso di controllo sulla realtà, per ridurre l’ansia di essere impotenti e privi di autorità, ma quando la figlia di Crichton venne portata sul set di Jurassic Park insieme ad alcune amiche queste furono talmente angosciate dalla visione degli animatronic che vollero essere riaccompagnata a casa [2].
Alla fine dell’excursus, Crichton concluse che la dinomania non si spiega e che sembra destinata a restare un mistero. «Il mistero», così scrisse, «è parte del [loro] fascino» [3].

Non è questo il luogo dove domandarsi quanto la mancanza di un gruppo di controllo, o l’inadeguata esplorazione della dimensione cognitiva, o la mancata constatazione che la stessa domanda potrebbe essere posta per qualunque argomento della ricerca sufficientemente noto a livello popolare (atomi, pianeti, trilobiti, ecc.), o ancora la scarsa attenzione alla contestualizzazione storico-geografica, abbiano nuociuto all’interessante esperimento mentale di Crichton. Come aveva con più arguzia argomentato Stephen Jay Gould, ad esempio, la dinomania è una moda diffusa nell’emisfero culturale Occidentale, esplosa nella seconda metà del Novecento e potenziata dalla produzione di massa [4]. E, paradossalmente, dall’introduzione emerge proprio l’incapacità o l’avversione nutrita da Crichton nei confronti del pensarsi come agente e insider nel campo culturale, dato che i suoi sono due celeberrimi romanzi (Jurassic Park e Il mondo perduto) hanno contribuito come pochi altri a potenziare oltremodo la dinomania e, meritatamente, a svecchiare l’immagine dei dinosauri presso il pubblico generalista. 

Piuttosto, ciò che vorrei sottolineare qui è che l’introduzione enciclopedica dell’autore di Jurassic Park ha valore letterario e in quanto tale serve allo scopo prefissato: produrre meraviglia giocando di sottrazione. Il finale è esplicativo in questo senso:
«Nonostante sappiamo oggi molto di più sui dinosauri di quanto non conoscessimo un decennio fa, la verità è che ne sappiamo ancora molto poco. Non sappiamo veramente come apparissero o come si comportassero queste creature. Abbiamo qualche osso, impronte della loro pelle, qualche pista di orme, e molte affascinanti speculazioni sulla loro biologia e organizzazione sociale. Tuttavia, le prove che ci rimangono del loro mondo svanito da tempo sono stuzzicanti e incomplete. Pertanto, i dinosauri stimolano i nostri sogni. E probabilmente continueranno a farlo sempre» [5].
“Stuzzicanti” e “incomplete” sono le due parole chiave dell’intero discorso crichtoniano. Paradossalmente, sono parole la cui giustapposizione produce un’ambiguità potenzialmente divergente. Se dal punto di vista scientifico è l’incompletezza stessa a stuzzicare il riconoscimento di pattern nel mondo reale, e a spronare verso una maggiore conoscenza ontologica della realtà, artisticamente invece l’incompletezza può condurre a un decontestualizzante potenziamento in chiave fantastica. Non che sia necessariamente un male, sia chiaro. Scienza e arte, se adeguatamente dosate, producono risultati sorprendenti. Ma la chiave di volta crichtoniana è che l’incompletezza starebbe giocoforza al di là del raggiungibile e, pertanto, la speculazione diventerebbe il mezzo corretto e giustificato per rendere conto del mistero che sono – e saranno sempre – i dinosauri. Per questi motivi che fondano un imperscrutabile e perdurante mistero, l’intero messaggio crichtoniano, posto in epigrafe ad un’opera enciclopedica e accademica, redatta in un momento di incredibili scoperte paleontologiche (risale al 1996 la conferma della presenza di tegumento filamentoso nel primo dinosauro piumato, Sinosauropteryx prima, raffigurato sulla copertina dell’Encyclopedia of Dinosaurs da Michael Skrepnick), è delegittimante e straniante.

Un Sinosauropteryx prima immortalato da Michael Skrepnick.
Dalla copertina di Currie, P.J. & K. Padian (eds.) 1997. Encyclopedia of Dinosaurs. San Diego – London: Academic Press.
Tempo fa avevamo incontrato un altro scrittore le cui esternazioni scientifiche mi avevano fatto storcere il naso e spinto ad effettuare un po’ di salutare fact-checking. Ma nel caso di Crichton c’è un altro aspetto di fondo che andrebbe adeguatamente valutato e sul quale vorrei soffermarmi.
In Jurassic Park e ne Il mondo perduto (sia i romanzi pubblicati rispettivamente nel 1990 e nel 1995, sia i due adattamenti con Steven Spielberg dietro alla macchina da presa, usciti nel 1993 e nel 1997), l’intento di fondo è quello di allertare il lettore nei confronti delle conseguenze impreviste, imprevedibili e contingenti della manipolazione tecnoscientifica.

Detto per inciso, si tratta di due tra i miei romanzi preferiti di sempre. Nonostante le debolezza di alcune parti della trama, sono due opere artistiche dall’indiscutibile valore culturale sia per la capacità di alimentare interessanti dibattiti intorno alla scienza sia per la loro qualità intrinseca. Per non parlare dei due lungometraggi, pietre miliari tra i blockbuster moderni, pionieristici per il sapiente uso di animatronic e tecniche digitali e semplicemente fondamentali per il mio personale bagaglio di amarcord. Il primo di questi, infine, contrassegna l’apogeo del lato più avventuroso della produzione di Spielberg, premiato con tre Oscar. E scusate se è poco.

Ciò nondimeno, la passione non può e non dovrebbe mai accecare il senso critico. Riconoscere il valore di un’opera artistica non significa giustificarne in toto i temi espliciti ed impliciti ma, anzi, l’apprezzamento dovrebbe indurre a decostruire l’opera per osservarne la macchina narrativa dall’interno e per sottoporne ad un’analisi serrata i contenuti. L’affezione bypassa il senso critico, creando un cortocircuito logico che tende ad offuscare eventuali problemi inerenti all’opera in questione. E, se analisi deve essere, non si può evitare di interrogarsi in ultima istanza sul peso che ha avuto l’opera di Crichton nella ricezione e diffusione della peculiare idea di scienza che egli ha saputo così abilmente veicolare. Perché un’opera artistica il cui messaggio sia sufficientemente diffuso può avere pericolose ricadute reali nel mondo al di fuori della celluloide e dei bit. L’impennata delle vendite di cuccioli dalmata – prontamente abbandonati – dopo La carica dei 101 (il live action Disney del 1996), e il crollo della popolazione dei pesci pagliaccio dopo Alla ricerca di Nemo (Pixar,  2003), sono solo due tristi e stranoti esempi [6].

Compongono la linea di basso continua che accompagna i due romanzi di Crichton una serie di paradossi, la cui irrisolta dialettica narrativa sostiene strutturalmente e fornisce il giusto ritmo alle posizioni espresse dai vari personaggi. A monte troviamo il leitmotiv dell’incapacità umana di controllare le innovazioni scientifiche e il tema della natura come riparatrice di un equilibrio alterato, nel contempo appellando ideologicamente alla natura come ente morale. Nulla di più sbagliato: la natura non è un ente antropomorfico, non agisce teleologicamente e la cultura non è qualcosa di avulso dalla natura ma ne è un’espressione precipua, in Homo sapiens così come in altri animali non-umani. Non esiste alcuno stato di natura perfetto, né condizioni primigenie naturalmente “buone”. Nell’ottica di Jurassic Park, tuttavia, il tempo profondo dell’evoluzione “seleziona per l’estinzione” (un nonsense paleontologico proferito da Ian Malcolm nel lungometraggio e riferito ovviamente ai dinosauri), e dato che è orientato a senso unico su una strada che ha un punto d’arrivo preciso, dona un senso di statica necessità all’essere umano. E se l’essere umano osa violare i pattern stabiliti dalla natura, che agisce come ente morale, non gli rimane che aspettarsi una punizione per le sue azioni “contro natura” [7]. Un’argomentazione davvero poco scientifica e molto ideologica da parte del caosologo, sulla quale insisteremo di nuovo sul finale del post.

Notiamo per ora che qui si consuma il primo paradosso: i dinosauri di Jurassic Park sarebbero stati selezionati per l’estinzione (poco importa se gli attuali dinosauri aviani, gli uccelli, rappresentano la classe di vertebrati più diffusa al mondo) ma, una volta riportati in vita ed ingabbiati, alla prima occasione lottano per la loro libertà surclassando i loro antagonisti umani, evidentemente non più baciati dalla fortuna evoluzionistica [7bis]. Non male, per chi era stato selezionato per estinguersi.

Ma la colpa di quanto accaduto non è dei dinosauri, che sono solo agenti di fortuna di qualcosa di più grande e malvagio. Oltre alla demonizzazione dell’infantile sogno di Hammond, la colpa sembra ricadere sugli scienziati assoldati dalla InGen, plagiati dal capitalismo.

Crichton, che aveva studi medici alle spalle e che era pronto a documentarsi scientificamente con rigore prima di stendere un romanzo, condivideva idee tipiche della sociologia della scienza postmodernista, e tendeva a vedere scienziati e ricercatori come esseri umani fallaci, mossi da sentimenti e desideri umani, spesso potenzialmente deleteri. Visione legittima e necessaria per riconsiderare il mito delle magnifiche sorti e progressive, eppure, ciò non sempre ha condotto a una visione d’insieme più equilibrata. Ben nota è la posizione negazionista che lo scrittore assunse riguardo all’attività antropogenica come causa scatenante del riscaldamento climatico. Non pago, Crichton si spinse ad appaiare deplorevolmente gli scienziati che denunciavano l’attività umana come principale agente dell’attuale riscaldamento globale all’orrorifico spauracchio eugenetico nel suo romanzo Stato di paura, pubblicato in inglese nel 2004 e tradotto in italiano l’anno successivo [8].

Come ha scritto Sandy Becker, «È difficile per uno scienziato provare simpatia per Michael Crichton. Lo scrittore sembra essere veramente ostile alla scienza e alle persone che la praticano» [9], perché gli studiosi e i ricercatori dei suoi due romanzi a tema genetico de-estinzionista sono o attirati dalle lusinghe delle compagnie private che devono capitalizzare e produrre profitto, compagnie pronte a qualunque mezzo lecito ed illecito pur di raggiungere i propri loschi obiettivi finanziari (un tema riflesso nel personaggio senza scrupoli di Lewis Dodgson in entrambi i libri), oppure si lanciano in acide o nostalgiche esternazioni sulla devastazione prodotta da una scienza che avrebbe tradito i suoi presupposti di pura conoscenza ed è ora pronta a manipolare e depredare la natura (ad esempio, Ian Malcolm - alter ego di Crichton - in Jurassic Park e Marty Gutierrez ne Il mondo perduto). Tertium no datur.

Si può nondimeno ipotizzare che l’opera di Crichton possa aver in qualche modo contribuito a sensibilizzare l’opinione pubblica nei confronti di un maggiore controllo statale sulle iniziative private a scopo di lucro, e a suggerire implicitamente maggiori finanziamenti pubblici per la ricerca [9bis]. Eppure, elementi narrativi come la svalutazione dell’attività accademica e la mancata differenziazione tra ricerca accademica e ricerca privata, o tra scienza e sfruttamento tecnologico delle scoperte scientifiche tout court, indicano piuttosto chiaramente l’opinione dell’autore, che resta negativa in termini assoluti [10]. Oltre al mistero di cui al primo paragrafo, un esempio lampante del primo punto si può trovare nel discorso del primo romanzo con il quale il magnate aziendale John Hammond convince il genetista Henry Wu a lavorare per la InGen, lasciando perdere la ricerca accademica, mentre per il secondo, mentre per quanto riguarda il secondo basti ricordare che scienza e tecnologia non sono la stessa cosa, come ricordavo anche al secondo paragrafo di questo lungo post. In fin dei conti, tra la tecnologia robotica di Westworld (in italiano, Il mondo dei robot), il parco di attrazioni dedicato al selvaggio West popolato da androidi iperrealistici e tramutati in macchine assassine da un virus informatico (nonché ultimo grande film del genere Western ormai al tramonto, scritto e diretto da Crichton nel 1973) e i genetisti arrivisti di Jurassic Park, non c’è iato: dato che i presupposti sono gli stessi (la commercializzazione di un prodotto da vendere), l’esito catastrofico è il medesimo [11].

Westworld (1973). Fonte: IGN.
Sono pessimista di natura, forse anche più di Crichton, e non trovo difficoltà alcuna ad immaginarmi devastazioni antropogeniche dovuto ad un ipertrofico exploit della temutissima legge di Murphy su scala globale. Il triste elenco degli ingenti danni ecologici già accaduti in passato a causa dell’incuria umana è una moneta corrente talmente svalutata che credo sia perfino inutile fornire qui un elenco. Ma gli elementi che lo scrittore posiziona con cura sul tavolo apparecchiato per il lettore o per lo spettatore (Crichton fu coautore della sceneggiatura del primo film di Spielberg) falsano l’opinione alla quale essi possono giungere: dal discorso morale di Malcolm, pronto a pontificare sulla “mancanza di umiltà” di fronte alla natura, ci vuole solo un battito di ciglia per passare a posizioni retrograde e senza fondamento scientifico come la lotta contro gli OGM o contro la ricerca sulle cellule staminali. Oggi Malcolm, cattedratico ormai in pensione, sarebbe un perfetto troll della Rete.

Come ho scritto altrove [12],
«dato che incrementando le conoscenze aumentano anche le zone i cui confini vengono appena lambiti dalle nuove acquisizioni concettuali, sancendo il perenne mantenimento di un’ignoranza relativa (mai assoluta) che si sposta rispetto all’avanzamento stesso delle conoscenze, i cosiddetti «limiti della scienza […] nel momento in cui stabiliscono i confini di un universo di discorso dato, aprono nuove possibilità per la costruzione di nuovi universi di discorso» [13]. Inoltre, per fare ricerca è necessario sbagliare, e nell’immagine mediatica comunemente diffusa vengono minimizzate le ore di tempo buttate nel perseguire fruttuosamente strade rivelatesi errate (l’ossimoro è voluto). Come ha ricordato Medawar, calcolo che, per tutto il vantaggio che ne ha tratto la scienza [nonostante l’ironia, ricordo che Peter Brian Medawar fu premio Nobel per la Medicina. N.d.A.], circa quattro quinti del mio tempo s[ono] stati sciupati inutilmente, e ritengo che lo stesso sia avvenuto a tutti coloro che non s’accontentano di seguire ciecamente le direttive del proprio capo nella ricerca [14]».
Tutto ciò nel mondo di Crichton non c’è o, meglio, non ricopre alcun ruolo effettivo. Possiamo essere tranquillamente d’accordo sulla necessità di controllare gli investimenti privati nel campo della ricerca, ma non si può fare un tutt’uno tra elementi così disparati (pubblico e privato, scienza e tecnologia, ricerca e commercializzazione, ecc.). La ricerca di per sé è contingente, e prodotti secondari non prevedibili possono condurre a svolte prima impensabili. Nei mondi fittizi immaginati da Crichton quali eccezionali applicazioni mediche potrebbero aver avuto gli strabilianti meccanismi robotici di Westworld? Quali terapie genetiche sarebbero state perfezionate grazie alla ricerca ancora oggi avanguardistica della InGen?

Torniamo per un istante all’iconica scena del pranzo nel lungometraggio di Spielberg. Mentre si trova a tavola, il matematico solleva importanti questioni di bioetica, eppure tutto appare irrimediabilmente offuscato dal vieto e insostenibile richiamo ad un ordine comportamentale naturale da osservare per non incappare nella punizione morale, sul quale abbiamo già detto. Basti qui ricordare che questi richiami alla naturalità della morale e alla moralità della natura nascondono sempre implicite macchinazioni ideologiche e che in natura il naturale così dogmaticamente inteso non esiste, tanto meno in quello sessuale-riproduttivo (clonazione dei dinosauri inclusa). In natura c’è tutto e il contrario di tutto: «Il mondo naturale è del tutto indifferente ai nostri interrogativi morali [...]. La sua norma, se proprio vogliamo trovarne una, è quella della diversità delle soluzioni adattative e comportamentali, dell'esplosione contingente di possibilità» [15]. A cosa pensava Alan Grant, il paleontologo, quando c’era più bisogno di un suo intervento per controbattere le strumentalizzazioni ideologiche di Malcolm?

A ciò si aggiunga che il caosologo, nell’evocazione retorica di spaventosi spettri nucleari allo scopo di ispirare nei suoi interlocutori le temibili conseguenze di una irrispettosa manipolazione della natura (e per zittire aprioristicamente qualunque possibile obiezione), sorvola sul fatto che quella stessa tecnologia di bombardamento degli atomi ha permesso, mutatis mutandis, di salvare vite umane grazie alla radiodiagnostica [15bis]. Cercare di contenere a priori la scienza non solo è controproducente, ma è del tutto fallimentare. La curiosità è da sempre parte integrante dell’essere umano. La ricerca non parte con il presupposto esplicito di arrivare a un obiettivo prestabilito, evitando dogmaticamente zone vietate, ma esplora a tutto tondo il reale e interagisce secondo modalità inaspettate con tutti gli altri campi del sapere, a patto di rispettare le condizioni ontologiche del campo sociologico: dal cannocchiale di Galileo ai satelliti in orbita che ci permettono di comunicare, conoscere la nostra posizione sul pianeta Terra e quant’altro, non c’è cesura, così come da van Leeuwenhoek e Darwin alla rincorsa per nuovi e più efficaci antibiotici.

E qui sta il secondo paradosso di Crichton: lo scrittore, forte di una preparazione accademico-scientifico e medica, non ha certamente propagandato un oscurantismo teologico, ma gridare costantemente “Al lupo! Al lupo!” riguardo ai potenziali pericoli causati dalla scienza che filtrano dai romanzi e permeano i citati lungometraggi, falsa la distinzione tra ricerca accademica, ricerca tecnologica su base aziendale con fini di lucro e applicazione e capitalizzazione dei risultati della ricerca a livello industriale. Sfruttando l’abusata retorica del pericolo della “tecnoscienza”, condita da disquisizioni teleologiche sulla disumanità dell’attuale ricerca come blasfema sfida prometeica, Crichton cavalca cliché già teologici e manca clamorosamente l’obiettivo, poiché i responsabili a monte del sistema che intende denunciare nella sua fiction narrativa sarebbero piuttosto i rappresentanti politici democraticamente eletti, ai quali spetterebbe la sorveglianza e il controllo di simili avvenimenti [16]. E invece ciò non accade, poiché è più semplice scaricare la colpa attivando il tropo dello scienziato ingenuo, sprovveduto o semplicemente pazzo, toccando corde di sicuro effetto presso il pubblico, per quanto di scarsa aderenza alla realtà.

Purtroppo, questo secondo paradosso si è ripetuto con il recentissimo quarto appuntamento del franchise cinematografico di Jurassic Park, affrancatosi da Crichton già dal terzo episodio risalente al 2000 e con Joe Johnston in cabina di regia. Ma di questo parleremo nel prossimo post.

[1] Currie, P.J. & K. Padian (eds.) 1997. Encyclopedia of Dinosaurs. San Diego – London: Academic Press. Cf. la storica e brevissima voce firmata da Currie (sedici righe di testo), intitolata Feathered Dinosaurs, in ibi: 241.

[2] Crichton, M. 1997. Foreword. In: Currie, P.J. & K. Padian (eds.) 1997. Encyclopedia of Dinosaurs. San Diego – London: Academic Press. pp. xxv-xxvi.

[3] Ibi: xxvi.

[4] Gould, S.J. (1995). Dinomania Dinosaur in a Haystack: Reflections in Natural History, 221-237 DOI: 10.4159/harvard.9780674063426.c26. Recensione pubblicata originariamente nel 1993 come Dinomania. Jurassic Park, directed by Steven Spielberg, screenplay by Michael Crichton, by David Koepp . Universal city studios; The Making of Jurassic Park by Don Shay, by Jody Duncan, Ballantine, 195 pp., $18.00 (paper); Jurassic Park, by Michael Crichton, Ballantine, 399 pp., $6.99 (paper). «New York Review of Books», August, 12: <http://www.nybooks.com/articles/archives/1993/aug/12/dinomania/?pagination=false>.

[5] Crichton, M. 1997. Foreword, cit: xxvi.

[6] Zarrella, J. 1997. With Movie Craze Over, Woman Helps Dalmatians Find Homes. CNN Interactive, May 6, <http://edition.cnn.com/US/9705/06/dal/index.html>; Alleyne, R. 2008. Demand for Real Finding Nemo Clownfish Putting Stocks at Risk. The Telegraph, June 26, < http://www.telegraph.co.uk/news/earth/earthnews/3345594/Demand-for-real-Finding-Nemo-clownfish-putting-stocks-at-risk.html> (ultimo accesso: 19 giugno 2015).

[7] Spence, J.H. 2008. What Is Wrong with Cloning a Dinosaur? Jurassic Park and Nature as a Source of Moral Authority. In: Kowalski, D (ed.). Steven Spielberg and Philosophy: We're Gonna Need a Bigger Book. Lexington: The University Press of Kentucky. pp. 97-111.

[7bis] Ibidem.

[8] Crichton, M. 2004. Why Politicized Science is Dangerous (Excerpted from State of Fear). Michael Crichton: The Official Site, <http://www.michaelcrichton.net/essay-stateoffear-whypoliticizedscienceisdangerous.html> (ultimo accesso: 19 giugno 2015).

[9] Becker, S. 2008. We Still Can’t Clone Dinosaurs. In: Grazier, K (eds.). The Science of Michael Crichton: An Unauthorized Exploration Into the Real Science Behind the Fictional Worlds of Michael Crichton, pp. 69-84. Dallas: Benbella Books. pp. 69-84: 82.

[9bis] Ibidem.

[10] Ibi: 83-84.

[11] Si veda quanto affermato da Crichton in The Making of Jurassic Park (1993), cit. in Milner, R. 2009. s.v. “Jurassic Park”. In: Darwin’s Universe: Evolution from A to Z, Berkeley, Los Angeles and London: University of California Press. pp. 250-252.

[12] Ambasciano, L. 2014. Sciamanesimo senza sciamanesimo. Le radici intellettuali del modello sciamanico di Mircea Eliade: evoluzionismo, psicoanalisi, te(le)ologia. Roma: Nuova Cultura. pp. 505-506.

[13] Ceruti, M. 2009. Il vincolo e la possibilità. Milano: Cortina. pp. 42-43.

[14] Medawar, P.B. 1970. Induzione e intuizione nel pensiero scientifico. Roma: Armando Editore. pp. 58-59 (ed. orig. pubbl. nel 1969 come Induction and Intuition in Scientific Thought. Philadelphia: American Philosophical Society).

[15] Pievani, T. 2012. La fine del mondo. Guida per apocalittici perplessi. Bologna: il Mulino. p. 47.

[15bis] Ibi: 90.

[16] Ibi: 90-91.

martedì 16 giugno 2015

Perché i templi greco-romani non erano bianchi: piccolo trattato di iconografia bakkeriana a margine di Jurassic Park (1993). Amarcord #2

Copertina del fascicolo di Robert T. Bakker dedicato a Jurassic Park (1993), dalla rivista scientifica Scienza & Vita.
Tutti i diritti riservati.
Da tempo desidero dedicare più spazio ai contenuti di un fascicolo firmato dall’iconoclasta paleontologo statunitense Robert T. Bakker, pubblicato in originale da Kalmbach Publishing e uscito nelle edicole italiane come allegato interno e staccabile di una defunta rivista di divulgazione scientifica chiamata Scienza & Vita (no, nessun nesso con altre e più recenti istituzioni pseudoscientifiche)*. L’uscita di Jurassic World (giugno 2015) mi offre lo spunto e il pretesto per scrivere di questo piccolo, grande fascicoletto, il quale contiene alcune illustrazioni artisticamente e speculativamente molto interessanti.

Quando venne pubblicato correva il 1993 e io, già da anni ammaliato dalla preistoria, ricordo di essere rimasto rapito di fronte a questi dinosauri dipinti con tratto spregiudicato, sicurissimo ma minimalista, sgargiante, sferzante e quasi arrogante, dotato di una sicumera lontana anni luce dalle composizioni rispettosamente classiche cui ero abituato.

All’epoca seguivo la serie Dinosauri! pubblicata in Italia dalla DeAgostini, le cui pagine erano spesso piacevolmente abbellite dai disegni pastello e dai colori caldi e morbidi di James Robins e dalle magnifiche illustrazioni di Sibbick che già allora sembravano mostrare i canoni del classico: attenzione ai dettagli, senso della composizione, grande equilibrio, ma anche adesione agli stilemi desueti dei decenni precedenti. Solo in seguito il parterre di artisti ospitati dalla rivista poté contare su più accattivanti dinamismi, come l'ipercinetico 3D di Steve White, e nel 1993 Robins e Sibbick figuravano tra i miei paleoartisti preferiti.

Al contrario, l’arte contenuta nel libretto bakkeriano era qualcosa di totalmente inusitato per i canoni ai quali ero abituato e al senso estetico giudicante, formatosi sulle amate tavole di Ždenek Burian, ospitate in un librone intitolato Quando l'uomo non c'era che apparteneva a mia sorella. Ovviamente il mio giudizio è legato all’impatto infantile che la visione bakkeriana, disgregante rispetto all'usuale e all'ordinario cui ho fatto riferimento, ebbe sulla mia percezione dei dinosauri, ma ancora oggi questi disegni rimangono freschi e fruibili nonostante il contesto sia completamente mutato. In effetti, le illustrazioni di Bakker sono le dirette anticipatrici dei canoni oggi in voga grazie alla soft dinosaur revolution e, al di là della precisione e/o dall’aderenza ai dati scientifici (la presenza di guance e labbra è un tema ancora discusso, per non parlare dei testi, quanto di più speculativo e bizzarro si possa immaginare provenire dalla penna di uno studioso, con menzione di "punti deboli", "nomi d'arte", e quant'altro), lo stile, la realizzazione sintetica e gli spunti eclettici e speculativi rendono almeno un paio di queste illustrazioni degne di entrare nella Hall of Fame della paleoarte.

Un esempio su tutti: la doppia pagina dedicata a Brachiosaurus e Parasaurolophus. Il primo possiede una possanza michelangiolesca e una interessante gestione volumetrica, completati da un incedere sicuro e fiero che contrasta mirabilmente con il manto rosato. Parasaurolophus, invece, si distingue per un ragguardevole equilibrio tra raffigurazione muscolosa del modello e pattern cromatico.
"Si muovono in branchi" (cit.). Brachiosaurus e Parasaurolophus, Robert T. Bakker. Scienza & Vita, 1993
Altri esempi potrebbero essere il Dilophosaurus, nella cui raffigurazione Bakker riprende un display “caudo-portale” su cui già ebbe modo di speculare altrove [1], ma che viene qui arricchito da una sensibilità estetica nuova e declinato secondo un modello più robusto e muscoloso (eccetto, paradossalmente, per la coda che dovrebbe sostenere il peso dell’animale, davvero troppo esile). Lo stesso si può dire del Triceratops - i ceratopsidi sono un classico di Bakker [2] - il quale veicola un’idea di carica aggressiva, ma non priva di una certa grazia, raramente eguagliata altrove (gli si avvicina per certi versi Gregory S. Paul ma i ceratopsidi pauliani, se guadagnano maggiore precisione nel tratto, perdono quella carica grezza che scorre prepotente nello stile bakkeriano).

Dilophosaurus, Robert T. Bakker. Scienza & Vita, 1993
Forse l’episodio meno riuscito del lotto è rappresentato dal Brontosaurus che campeggia sulla copertina del fascicolo e che, suo malgrado, non riesce a non apparire un po’ impacciato (ma ci sarebbe da notare il collo, raffigurato ben muscoloso - lontanissimo da quelle esili raffigurazioni “a cigno” che ancora impazzano, nonostante l’evidenza paleontologica e ancora una volta precursore di nuove illustrazioni più aderenti alla documentazione fossile). Peccato solo per la pronazione del polso in Velociraptor, piuttosto ben concepito, e per la generale assenza di rivestimento tegumentario [3]. Forse, trattandosi di un commento contestuale all’uscita del film di Spielberg, possono essere stati presenti dei vincoli di rappresentazione, in modo tale che questa non si discostasse troppo dall'iconografia del lungometraggio e del merchandising ad esso collegato, anche se ciò non spiega le enormi differenze con tutti i modelli del film.

Oggi come all’epoca resto colpito dalla volontà bakkeriana di rendere gli animali come “vivi”: al di là della posa dinamica e muscolare (il vero contributo epocale bakkeriano), l’uso dei colori trasmette all’osservatore in modo inequivocabile l'idea che questi sono animali che utilizzano l'ornamentazione cromatica come potente mezzo visivo di comunicazione, a volte spinto fino al parossismo per chi è abituato ai cliché lucertoleschi d'antan e tipici di una vetusta paleoarte. Eppure, chi non ha presente almeno qualche esempio della vistosa colorazione degli uccelli o dei rettili da qualche documentario in televisione? E chi non ha mai visto almeno una volta un Mandrillus sphinx maschio a SuperQuark? In questo senso il Procompsognathus e il Tyrannosaurus, con le loro brillanti colorazioni, del tutto sopra le righe, anticipano moltissime raffigurazioni attuali e aviane dei dinosauri. Inoltre, i cuscinetti ben carnosi delle palme indicano immediatamente l’idea che l’illustratore desidera trasmettere, sintetizzabile grosso modo con le seguenti frasi: smettetela di immaginare i dinosauri a mollo nell’acqua o come se fossero meri fossili da museo! Questi erano animali vivi, che camminavano, respiravano e comunicavano tra di loro! Si potrebbe dire che sono "dinosauri con un messaggio" forte e che il messaggio bakkeriano è stato uno dei più potenti nella moderna paleontologia dei dinosauri.

Tyrannosaurus (particolare), Robert T. Bakker. Scienza & Vita, 1993.
Insomma, Bakker ha fatto qualcosa che iconograficamente si può paragonare alla riscoperta per cui le statue e i templi della classicità mediterranea antica erano vivacemente colorati e non limitati ad un pallore marmoreo. Insomma, se il Rinascimento e il neoclassicismo settecentesco sono responsabili della diffusione del cliché artistico per cui la purezza greco-romana delle rappresentazioni equivaleva all’assenza di colori (frutto invece di un mero bias tafonomico), si può dire che la rivoluzione bakkeriana (pur con tutti i punti deboli che negli anni sono emersi, ma così procede la scienza) abbia scardinato certi dogmi considerati neoclassici e perciò giudicati dall'auctoritas paleontologica della metà del secolo scorso come intoccabili, e che in quanto tali dominavano ancora nella paleoarte.

E questo è il lascito più prezioso dei dinosauri sgargianti e felicemente arroganti di Bakker.

Purtroppo, il franchise di Jurassic Park, che da sempre ha il suo consulente scientifico nel paleontologo John "Jack" Horner, ha raramente percorso questa strada in technicolor e Jurassic World, il remake-sequel girato da Colin Trevorrow e uscito da poco, ha abusato di dinosauri dagli smorzati toni verdone-grigiastro-bluastri. Ma di questo film se ne riparlerà in un prossimo post...

[*] Credo che il fascicolo sia uscito in originale sulle pagine di Discover Magazine, ma non sono riuscito a rintracciare il riferimento originale. Per quanto riguarda il fascicolo italiano, nel 1993 non mi annotai la data di uscita, cosa che ora rende piuttosto difficile identificare precisamente il numero con il quale uscì.

[1] Cfr. Bakker, R.T. 1987. The Dinosaur Heresies. London: Penguin Book, p. 256 (New York: Williamo Morrow).

[2] Si veda il suo contributo intitolato "The Return of the Dancing Dinosaurs" in  Czerkas, S.J. e Olson, E.C. (eds.) 1987. Dinosaur Past and Present, vol. 1. London: Natural History Museum of Los Angeles County in association with University of Washington Press, p. 32. Una coppia di vivaci Chasmosaurus era già stata pubblicata in Desmond, A.J. 1977 (1976). The Hot-Blooded Dinosaurs. London: Futura; ill. n. 12 - e a sua volta ripresa da Crompton, A.W. 1968. "The Enigma of the Evolution of Mammals", Optima (18): 137-151. Si vedano inoltre le energiche silhouette per il suo articolo "Dinosaur Heresy - Dinosaur Renaissance: Why We Need Endothermic Archosaurs for a Comprehensive Theory of Bioenergetic Evolution", in Thomas, D. K., and Olson, E. C. (eds.) 1980. A Cold Look at the Warm Blooded Dinosaurs. Washington, DC: American Association for the Advancement of Science, pp. 351-346; p. 364.

[3] Già presentato in modo assolutamente provocatorio, attraverso un Syntarsus poi divenuto un meme iconografico di successo, nella primissima doppia pagina nel suo "Dinosaur Renaissance" per Scientific American 232, n. 4, dell'aprile 1975, p. 59.

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giovedì 26 marzo 2015

Repost 2010: The Great Dinosaur Discoveries & Tetrapod Zoology: Book One (Darren Naish)

Uno dei primissimi blog scientifici cui mi affezionai fin dai primi istanti fu Tetrapod Zoology di Darren Naish. Ora vicino al decimo anniversario dalla fondazione (2006), Tet Zoo, come è noto nella folta schiera di lettori e aficionados del blog, è stato una delle spinte iniziali ad avviarmi verso la creazione del mio primo blog, Geomythologica.
Oggi, dall'archivio del mio defunto blog, recupero, sintetizzo e aggiorno con il dovuto senno di poi due recensioni datate 2009/2010 e dedicate a due bei volumi scritti da Naish, The Great Dinosaur Discoveries (2009) & Tetrapod Zoology: Book One (2010).
Qui e qui, se vi va, potete trovare i commenti di Naish alle mie recensioni originali.
Buona lettura!
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Naish, Darren (2009). The Great Dinosaur Discoveries. London: A&C Black Publishers. Bideford: CFZ Press. 192 pp. ISBN: 978-1-4081-1906-8.
The Great Dinosaur Discoveries è un volume divulgativo sulla storia della paleontologia dei dinosauri scritto dal paleontologo Darren Naish e pubblicato nel 2009. Il titolo si rifà allo storico testo del paleontologo Edwin "Ned" Colbert (1905-2001) intitolato The Great Dinosaur Hunters and Their Discoveries, e tradotto in italiano da Feltrinelli nel 1993 come Cacciatori di dinosauri.

ResearchBlogging.org
Naish, il cui blog Tetrapod Zoology è attualmente ospitato sul sito di Scientific American, sottolinea fin dalle primissime pagine che, a differenza di altri libri divulgativi, The Great Dinosaur Discoveries è incentrato sulla storia dei cambiamenti disciplinari e paleoartistici che hanno interessato l'evoluzione e l'aspetto dei dinosauri,  nonché sulle importanti scoperte hanno reso possibile ripensare di volta in volta lo status quo. L'organizzazione del testo riflette questa impostazione: ogni taxon storiograficamente significativo viene ampiamente trattato in una doppia pagina illustrata. La scansione delle scoperte segue l'ordine cronologico della moderna scienza paleontologica, partendo dal Megalosaurus del reverendo prof. William Buckland (1824), per arrivare alla descrizione di Eotriceratops xerinsularis avvenuta nel 2007.

Dopo una breve introduzione, che riassume in pillole i rudimenti della scienza paleontologica, i capitoli sono suddivisi nelle seguenti sezioni cronologiche:
  • Pioneering Dinosaur Discoveries [XIX secolo];
  • The Great Dinosaur Rush [primi scorci del XX secolo]
  • The Dinosaur Renaissance [1960-1989],
  • Feathers and Fur: A New Diversity [gli anni '90]
  • 21st-century Dinosaurs [2000-2007].
Completano il testo un glossario e una lista (non completa) dei protagonisti più importanti ricordati nel corso del testo.

Al di là della ricchezza delle illustrazioni paleoartistiche, il pregio principale è proprio il punto di vista storico e sociologico. Sotto questo aspetto il testo di Naish è uno dei tanti esempi di un nuovo corso di divulgazione paleontologica, attenta all’attualità ma nel contempo orientata a contestualizzare storiograficamente e kuhnianamente il pensiero dei predecessori. Il testo è impostato con grande cura, scorrevole e sintetico ove necessario, denso di aneddoti e di importanti notizie spesso tralasciate in altri volumi divulgativi. Lo stesso Naish ha scritto:
"Quando ho trattato soggetti 'familiari', ho cercato di includere quanto più materiale inconsueto fosse possibile: ad esempio, la sezione sulla scoperta dell'Iguanodon comprende dati virtualmente sconosciuti in merito al notevole contributo di William Bensted sul ‘Mantel piece’ [un importante reperto fossile noto come ‘Maidstone specimen’ e catalogato come NHMUK 3741], mentre il paragrafo dedicato alla pubblicazione di Ankylosaurus da parte di Barnum Brown ricorda come
Brown fece uso dello scheletro di Stegosaurus per colmare le lacune nella sua ricostruzione." [fonte]
La prima parte, almeno fino ai taxa del Novecento, è probabilmente la più ricca, la più completa e la più interessante. Da scaltro conoscitore della letteratura scientifica d’epoca, Naish non avrebbe potuto rendere più interessante ed appagante la lettura di questa sezione. Le informazioni sono dettagliate e il taglio diacronico, per cui ogni taxon viene descritto nelle sue successive ipostasi e ricostruzioni scientifiche a seconda del periodo e delle nuove scoperte fossili, è  accattivante. Purtroppo in questo modo viene talvolta a delinearsi una sorta di confusione descrittiva: vengono accennati nuovi modelli e nuove ricostruzioni senza che queste vengano mostrate (come capita, ad esempio, allo Stegosaurus armatus di pp. 44-45).

La seconda parte sconta l'avvicinamento fisiologico all'attualità, rendendo meno vivace la lettura storiografica. Naish evita però il pedante elenco descrittivo grazie all’abbondanza di particolari (all’epoca) ancora poco noto o del tutto inediti in merito alle scoperte più recenti.

Dal punto di vista illustrativo e anatomico, a fianco di illustrazioni eccellenti e di qualità elevata (Julius Csotonyi, Luis Rey, Davide Bonadonna, Todd Marshall) troviamo qualche illustrazione datata (Steve Kirk), e altre scientificamente errate che stonano con l’eccellente e aggiornato lavoro di ricerca storiografico-sociologica effettuato da Naish (ad esempio, teropodi maniraptori con pronazione delle mani errata, con i palmi rivolti ventralmente invece che medialmente, teropodi piumati in modalità poco realistiche e ancore rettiliane, un cranio allosauroide di Cryolophosaurus ellioti invece che dilofosauride, ecc.). A causa dei limiti di budget, che hanno pesato anche sull'esclusione di un numero significativo di materiale, si è reso necessario recuperare vecchie illustrazioni di Kirk e, nonostante alcuni errori anatomici, i problemi sono stati contenuti attraverso un aggiornamento digitale del materiale (ad esempio, un datato Velociraptor è stato ricoperto di piume ex novo, un Chasmosaurus è stato corretto e modificato come Agujaceratops, ecc.).

Inoltre, pesano sul libro alcuni tagli editoriali imposti sul materiale originario. Come ha commentato Naish sul suo blog a pubblicazione avvenuta:
"[...] uno dei miei rimpianti maggiori è che - per le solite ragioni di spazio e tempo (sempre un problema quando si scrive un libro) - il testo esclude menzioni sostanziali di parecchie figure storiche di primo piano e delle loro scoperte. In alcuni casi ciò è accaduto perché non c'era spazio, ma in altri perché i cambiamenti effettuati sull'indice del volume ci avrebbero portato a scartare alcune sezioni la cui inclusione era già stata pianificata. Una sezione su Richard Markgraf e Ernst Stromer von Reichenbach, e la scoperta di Spinosaurus e degli altri dinosauri cretacei provenienti da El-Bahariya in Egitto [...], è andata perduta per quest'ultima ragione (oggi sopravvive solo come paragrafo a p. 55), e un'altra sezione su Louis Dollo e i famosi esemplari di Iguanodon da Bernissart è andata incontro al medesimo destino. Scipionyx ha perso l'occasione di essere incluso per ragioni di spazio e io sono dispiaciuto di non esser riuscito ad ottenere alcuna immagine dello splendido esemplare dell'Euoplocephalus (= Scolosaurus) di Cutler." [fonte]
Nonostante queste riserve, si tratta in definitiva di un testo affascinante che merita più di una lettura, da consigliare senza indugi ai lettori interessati di qualunque età. Michael J. Ryan, paleontologo e blogger su Paleoblog, ha scritto a proposito che il libro di Naish
"[...] è concepito per chiunque sia interessato ai dinosauri, ma probabilmente verrà prediletto soprattutto dai lettori in età pre-adolescenziale che non hanno ancora avuto modo di divorare i testi più accademici sui dinosauri. È il volume perfetto da raccomandare a chi sta cercando un libro di taglio generale sui dinosauri per i suoi figli. Mi immagino già prendere questo libro dallo scaffale nel caso debba controllare rapidamente un'informazione o per cercare un'immagine per una relazione." [fonte]
Sottolineando il giudizio di Ryan, non mi resta che consigliare questo volume a tutti coloro interessati non solo per soddisfare le vivaci curiosità intellettuali sui preistorici "rettili terribili", ma anche per rispolverare le vicende dei protagonisti storici che tra le rocce e le biblioteche, sui tavoli da dissezione anatomica e negli zoo, dietro casa, o in giro per il globo, hanno ricostruito con tenacia, tassello per tassello, il puzzle della grande storia del nostro pianeta.

Anche le piccole storie umane dietro alla grande storia profonda del nostro pianeta, siano esse le diatribe sul cranio del sauropode Camarasaurus montato sullo scheletro di "Brontosaurus"/Apatosaurus, oppure le avventurose peripezie da spy story del paleontologo Friedrich von Nopcsa (1877-1933) che volle farsi re di Albania nel periodo interbellico, possono contribuire a sensibilizzare i lettori nei confronti dell’importanza della paleontologia come scienza storica, che come le altre imprese scientifiche è un processo collettivo, transgenerazionale, progressivo, talvolta fallace, ma sempre capace di imparare dai propri errori e di ripartire, fatto di paziente accumulo di prove, test di falsificazione e verifiche. Senza però mai perdere il gusto per uno storytelling avvincente. Come ha sintetizzato Alan H. Turner nella sua recensione accademica,
"Si tratta di una delle enciclopedie sui dinosauri meglio illustrate e più ricche di informazioni disponibili oggi. Con uno stile di scrittura chiaro e un'attenzione particolare rivolta alle persone e ai luoghi che hanno modellato la nostra comprensione dell'evoluzione dei dinosauri, [The Great Dinosaur Discoveries] è un libro lodevole rivolto a chiunque sia interessato ai dinosauri e alla storia naturale" (Turner 2010: 347).
Naish, Darren (2010). Tetrapod Zoology: Book One. Bideford: CFZ Press. 316 pp. ISBN-10: 190572361X. ISBN-13: 978-1905723614.
Copertina di C. M. Köseman ©CFZ, 2010. Tutti gli animali ritratti figurano nei capitoli del volume di Darren Naish. Dall'angolo in basso a sinistra, in senso antiorario: un gerboa, una salamandra pletodontide, una tartaruga azzannatrice, una tartaruga alligatore, un proteo. Nella fila di mezzo figurano un ramarro, un gabbiano reale e un azdarchide basato sulla ricostruzione di Zhejiangopterus eseguita da Mark Witton. Alle loro spalle un dicinodonte kannemeyeriforme. Più sopra un becco a scarpa, un'aquila reale, e nella fila laterale a partire da sinistra, tre mammiferi fossili: Acrophoca, Pakicetus, Ambulocetus. [Fonte]
L’anno seguente Naish manda alle stampe la prima raccolta di post dal suo blog scientifico, intitolata semplicemente Tetrapod Zoology: Book One. La selezione di una cinquantina di posts (compressi in quarantasei capitoli) è stata recuperata dall'anno di esordio della prima incarnazione del blog (che ebbe vita da gennaio 2006 a gennaio 2007), leggermente ritoccata e introdotta da una imprescindibile prefazione mirata ad aggiornare bibliograficamente i vari capitoli, inquadrando lo status quaestionis degli argomenti che hanno subito i maggiori cambiamenti nel lasso di tempo intercorso tra la pubblicazione su blog e quella su carta.

Potendo scegliere tra un cospicuo numero di argomenti, Naish ha individuato ed isolato un buon gruppo di temi, che copre un ventaglio vastissimo della (paleo)biologia. Non è possibile affrontare la vastità dei temi trattati nel volume, sempre con arguzia, competenza e ironia. Dal proteo ai dicinodonti australiani del Cretaceo, dalla megafauna pleistocenica neozelandese all'evoluzione delle balene, passando dalla paleobiologia degli pterosauri azdarchidi ai serpenti di mare... e ancora, i dinosauri teropodi da battezzati da Naish assieme ad un team di collaboratori (Eotyrannus e Mirischia), conigli, gerboa, ittiosauri, manati e lamantini, pitoni: l'enciclopedica vastità degli interessi di Naish è senza pari, ed eccelle quando può contare sulla personale esperienza nel campo della ricerca accademica (come nel caso dei dinosauri teropodi, delle foche fossili, degli pterosauri, ecc.). Senza contare che non si tratta mai di semplici post copia-e-incolla, ma di veri e propri saggi di ricerca condensati con uno stile accessibile e mai sopra le righe (cfr. Pihlström 2011: 439).

Le immagini in bianco e nero talvolta non rendono giustizia alle illustrazioni ospitate sugli articoli on-line, ma è evidente che problemi di copyright, di spazio o semplicemente di costo di stampa non hanno permesso la riproduzione integrale e in alta qualità del materiale originariamente proposto sul blog.

In tanta opulenza c'è però un fattore che vale la pena di considerare: il formato nel quale viene proposta la selezione dal 2006 solleva alcuni problemi relativi alla conversione del prodotto culturale da una fonte digitale estemporanea e non mediata (ossia, il post di un blog) ad una forma duratura e tradizionale, con codici comunicativi suoi propri, come può esserlo un libro.

L'entomologo Cristopher Taylor, sul suo Catalogue of Organisms [fonte], e Henry Pihlström, in una recensione accademica pubblicata su Historical Biology: An International Journal of Paleobiology [fonte], hanno entrambi sottolineato come il volume di Naish non sia riuscito ad operare una efficace conversione del medium (dal post di un blog agli strumenti discorsivi che sorreggono un libro), e ciò è senza dubbio vero.
Benché assai meno enciclopedico, Written in Stones di Brian Switek, altro esempio di un'opera nata inizialmente sulle pagine virtuali di Internet e approdata al formato cartaceo, era un libro chiaramente centrato su un tema preciso (cioè, le più importanti tappe nella storiografia paleontologica passando per alcune notevoli cause célèbre), e per raggiungere l'obiettivo ha sacrificato digressioni e rinunciato alla mera trasposizione del formato mediatico. Naish, invece, ha voluto creare un archivio cartaceo dei suoi articoli, senza operare cambiamenti significativi all'impostazione del blog. L'operazione è encomiabile poiché la Rete, si sa, è spesso effimera e la vita di un blog dipende dal server che lo ospita.

Però il limite dell'enciclopedismo naishiano che trapela dal volume sta proprio in questo: invece di organizzare i post in capitoli di un "dizionario" filogenetico critico ed aggiornato (che sarebbe stata un'opera benvenuta), il lettore si trova di fronte una sequenza di capitoli sostanzialmente disuniti. 
Un altro punto debole dell'opera sta nell'aver rinunciato ad omettere i riferimenti rivolti al pubblico online. Esempi palesi sono i seguenti:
"Qualcuno ha idee migliori?" («Any better ideas?; p. 151); "Mi piacerebbe soffermarmi più a lungo sul comportamento acquatico delle tartarughe, ma l'argomento dovrà attendere altri post («I'd like to talk more about aquatic behaviour in turtles, but it'll have to wait for other posts»; 46); "Stavo per mettermi a parlare di loro qui [cioè, shastasauri], ma ora non posso" («I was going to talk about them [i.e., shastasaurs] here, but now I can't»; p. 246); "Se sapete altrimenti, fatemelo sapere!" («If you know otherwise please let me know!»; 249).
Si tratta di frasi che non hanno molto senso in un libro, e che sono valide esclusivamente nella misura in cui sussiste una contestuale fruizione biunivoca tra scrittore e lettore tramite l'interfaccia dei commenti del blog, ma che in un volume cartaceo hanno ben poco senso. Eppure, sarebbe bastato un cenno di avvertimento, come d'altra parte è stato fatto tra il capitolo 37 e 38 (dedicati ai pipistrelli) e anche tra i capitoli 42 e 43.

L'autore aveva preventivamente scelto di suddividere il meglio delle annate del suo blog in una sequenza cronologica di testi pronti a seguire il primo volume (come recita il sottotitolo del libro). Dopo la pubblicazione del volume, Naish ha però commentato nel modo seguente la recensione apparsa su Catalogue of Organisms e citata in precedenza:
"A proposito del contenuto, il mio piano era quello di pubblicare i capitoli in ordine cronologico... ma non sono soddisfatto del risultato, e nel futuro opterò per un'organizzazione filogenetica [...]". [fonte]
Da allora il progetto è stato pressoché abbandonato, sostituito da altri notevoli impegni di ricerca e oneri editoriali. Sappiamo però bene, d'altra parte, che l'editoria - come la vita privata, d'altronde - ha le sue regole, i suoi molteplici vincoli e i suoi tempi (spesso stretti). Naish ha fatto bene ad approfittare dell'opportunità editoriale concessagli. Forse questo primo esperimento di trasferimento mediatico da blog a libro non è da consegnare all'oblio degli archivi; in fin dei conti si tratta di un primo traguardo. Occorre tenere a mente l'origine sperimentale del volume e la sua collocazione all'interno di un panorama culturale differente e all'epoca (testi risalenti al 2006/2007 e pubblicati quattro anni dopo) ancora sostanzialmente estraneo alle contaminazione tra media. 

Al di là dei problemi segnalati, ciò che resta è una vera miniera di dati. Come ha correttamente segnalato Pihlström (2010), "[...] gli articoli di Darren Naish sono un mix riuscito tra intrattenimento ed istruzione[...]" (p. 440), e in definitiva Tetrapod Zoology: Book One è un testo ricco di spunti e riflessioni, con bibliografie complete e molto utili. Un piccolo, eclettico gioiello frutto del migliore science blogging in statu nascendi dell'epoca, nell'attesa della summa naishiana sui tetrapodi che tutti i lettori di Tetrapod Zoology (il blog) attendono da anni, The Vertebrate Fossil Record (qui il progetto su Patreon).

P.S.: la copia in mio possesso reca sulla costa Tetrapood [sic] Zoology, uno di quegli errori tipografici che potrebbe fare la gioia dei collezionisti.

Pihlström, H. (2011). Tetrapod zoology book one Historical Biology, 23 (4), 439-440 DOI: 10.1080/08912963.2010.533949

Turner, A. (2010). The Great Dinosaur Discoveries. The Quarterly Review of Biology, 85 (3), 346-347 DOI: 10.1086/655040

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[Nota: post pubblicati originariamente il 12 marzo 2009 e il 21 dicembre 2010]

lunedì 14 aprile 2014

Il mio amato brontosauro. Un'intervista con Brian Switek sui ricordi d'infanzia, sui dinosauri e sulla profondità del tempo

La copertina italiana dell'ultimo libro di Brian Switek (2014. Torino: Codice edizioni).
Copertina riprodotta con il gentile consenso delleditore.
In occasione della pubblicazione dell’ultimo libro di Brian Switek, intitolato Il mio amato brontosauro. Vecchie ossa e nuova scienza, per l’edizione congiunta di Codice edizioni e de Le Scienze, sono molto contento di presentarvi la traduzione in italiano della mia intervista all’autore (qui trovate la versione originale).
Buona lettura!

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Grazie alla cortesia di Brian Switek e all’efficienza del suo agente presso l’editore Farrar, Straus & Giroux, ho avuto l’opportunità di leggere in anteprima la sua ultima avventura nel mondo della storia della scienza e della paleontologia intitolata Il mio amato brontosauro, ufficialmente disponibile in libreria a partire da oggi [era il 16 aprile 2013. N.d.A.]. Dopo l’intervista del 2010, Brian ha quindi accettato ancora una volta di condividere con noi alcuni pensieri sull’atteso seguito di Written in Stones.
In occasione del lancio editoriale del volume sono felice di presentarvi questa nuova intervista (quella risalente al 2010 la trovate cliccando qui).

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Leonardo Ambasciano: Le sale e le esposizioni temporanee dedicate ai dinosauri in mostra nei musei di tutto il mondo riescono non di rado a incuriosire gli spettatori più giovani e a motivare un certo interesse, talvolta per tutta la vita, nei confronti della paleontologia. In alcuni casi questo fascino può persino condurre a intraprendere una carriera nella paleontologia o nella divulgazione scientifica.
Ancora oggi riesco a ricordare quel magico senso di stupore provato quando venti anni fa, ancora bambino, ebbi modo di visitare una mostra temporanea che proponeva come attrazione principale gli scheletri colossali (perlomeno agli occhi del bambino che ero) di Mamenchisaurus hochuanensis e di Tsintaosaurus spinorhinus, risorgenti dalle profondità abissali del tempo grazie a un sapiente gioco scenografico di luci su uno sfondo nero. Non erano però le dimensioni di quei titani ad affascinarmi. L’anno precedente, in un freddissimo tardo pomeriggio invernale, ero rimasto ammaliato dal calco di uno scheletro di un minuto Hypsilophodon foxii ospitato in una teca di vetro in una grande piazza centrale della mia città. Ciò che mi meravigliava era il poter assistere alla trasformazione di qualcosa che già conoscevo su carta, sotto forma di illustrazione o fotografia, a un oggetto in tre dimensioni carico di una storia lunga decine, se non centinaia, di milioni di anni. Alieni, ma su questa Terra e in un altro tempo. Era un’esperienza da mozzare il fiato.
Questa è la materia di cui è fatto il tuo libro, Il mio amato brontosauro: hai preso tutti i sogni e l’ispirazione possibile dai ricordi dell’infanzia e hai reso omaggio a tutti quei bambini incantati e pieni di stupore di fronte a un dinosauro, senza rinunciare a una prosa chiara e a un occhio scettico e razionale mai offuscato dal tuo entusiasmo. In quanto testimonianza di affetto, chiaro a partire dal titolo fino all’ultima pagina, il tuo libro è anche una narrazione molto personale, densa di ricordi autobiografici – senza citare la tua decisione di trasferirti nello Utah per essere più vicino alle formazioni geologiche ricche di fossili di dinosauro e alle istituzioni scientifiche che li studiano.
Potresti riassumere brevemente i tuoi primi incontri infantili con i dinosauri e con i fossili?

Figura 1. La mostra che nel 1992 portò in Italia alcuni dei più stupefacenti scheletri originali di dinosauri cinesi noti all’epoca (“Dinosaurs: Il mondo dei dinosauri: Italia 1991/1993” – in collaborazione con Natural History Museum, Shangai; Museo Tridentino di Scienze Naturali, Trento; Museo Friulano di Storia Naturale di Udine, Udine; Presidenza della Facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali dell’Università “La Sapienza” di Roma).
Brian Switek: Mi piacerebbe tanto ricordare di più. I miei genitori mi raccontano che iniziai molto presto ad essere attratto dai dinosauri, ma non ricordo molto, almeno non fino ai cinque anni di età. Il primo giorno della scuola materna scarabocchiai una balena e uno pterosauro (non un dinosauro, ma ci siamo vicini!). Quasi ogni animale che fosse grande, imponente o bizzarro scatenava la mia immaginazione. Giocavo con i giocattoli di creature preistoriche, leggevo libri su di esse, guardavo i documentari e passavo ore a scarabocchiare dinosauri sui cartoncini colorati. Ciò che però ha cristallizzato il mio amore per i dinosauri è stata la mia prima visita all’American Museum of Natural History di New York. Era il 1988, credo, e mancava ancora un decennio prima che le grandi sale dedicate ai fossili venissero rinnovate. La Sala dei dinosauri giurassici era scura e polverosa e la vecchia installazione dello scheletro di “Brontosaurus” ne occupava il centro. La coda del sauropode penzolava inerte e un cranio di un altro animale spuntava dal collo, appeso al soffitto e tenuto basso. Eppure il “Brontosaurus” era magnifico, principalmente perché allora non immaginavo quanto vi fosse di sbagliato nella sua ricostruzione. Moltissimi dei libri che avevo all’epoca erano obsoleti e mostravano i dinosauri proprio così, e io mi trovavo di fronte alle loro vere ossa. Lo scheletro del “Brontosaurus” era davvero grande e squisito in ogni minimo dettaglio. Non potei fare a meno di immaginare come sarebbe dovuto apparire da vivo. Vedere le ricostruzioni o giocare con i modellini dei sauropodi nella sabbionaia del parco giochi era una cosa, ma trovarsi di fronte le ossa reali di quell’animale cementò la mia passione per i dinosauri. Non dimenticherò mai come mi sentii a camminare da bambino sotto le ossa del mio dinosauro preferito.

L.A.: «La conoscenza inizia con lo stupore» e, come afferma Keith M. Parsons, «quando pensiamo ai dinosauri, l’immaginazione deve quindi integrare i fatti» (2001: 75). Dall’ingarbugliata storia del cranio sbagliato usato per il “Brontosaurus alle proboscidi proposte per i sauropodi, dall’idea di W.D. Matthews secondo la quale alcuni dinosauri (come i sauropodi) invece di deporre le uova sarebbero stati capaci di partorire i loro piccoli come i mammiferi, dall’assenza totale di clavicole ipotizzata dal paleoartista G. Heilmann ai lambeosaurini subacquei, la storia della ricostruzione dei dinosauri si annoda sia con le teorie paleobiologiche più all’avanguardia sia con le ipotesi più bizzarre. Si tratta un intreccio affascinante tanto quanto le teorie più tradizionali registrate nei manuali canonici di biologia evoluzionistica e di paleontologia. Molte proposte stravaganti, che hanno avuto fortune alterne, si trovano nel tuo libro.
Qual è la tua idea “eretica” paleontologica o paleobiologica preferita?

Figura 2. Il trio di Parasaurolophus subacquei ricordato nel volume di Switek. Dall’album Panini intitolato Animali preistorici, di R. D’Ami e C. Porciani, p. 12. © Riproduzioni Editoriali D’Ami, 1992 (prima ed. 1974); stampato da Panini.
B.S.: Ce ne sono davvero tante per sceglierne solo una! La paleontologia è il luogo dove si incontrano la scienza e l’immaginazione, e una qualche dose di speculazione è sempre parte integrante della ricerca scientifica. Cerchiamo sempre di spingerci un po’ più in là quando si tratta di sapere come vivessero i dinosauri. Non dobbiamo quindi sorprenderci dell’esistenza di idee più o meno eccentriche sulla vita dei dinosauri.
Se dovessi fare solamente un esempio, penso che sceglierei il Parasaurolophus della mia infanzia. Quando per la prima volta ho incontrato i dinosauri, gli adrosauri erano sempre raffigurati mentre sguazzavano intorno ai laghi oppure mentre erano intenti a setacciare le alghe di cui si nutrivano dalle paludi. Tutto ciò aveva un senso considerando il nome con il quale erano conosciuti, “dinosauri a becco d’anatra” (credo che la definizione di “becco a vanga” sia molto più appropriata, ma non vedo molto consenso o diffusione intorno al nuovo termine, nonostante io l’abbia adoperato nel libro e sui miei blog). Come aveva notato il paleontologo John Ostrom negli anni Sessanta, gli adrosauri non possedevano alcuna evidente arma di difesa come spine o corna. In un tempo dominato dai tirannosauri l’unica possibilità per gli adrosauri di salvarsi era di fuggire nell’acqua. O almeno così si era soliti sostenere.
La cresta di alcuni adrosauri giocò a favore di quest’ultima interpretazione. In un ambiente acquatico la lunga cresta cava del Parasaurolophus sembrava un serbatoio di aria o una specie di bocchettone che potesse estendersi al di sopra della superficie dell’acqua. La credenza infondata che gli adrosauri dovessero essere animali anfibi condusse a queste interpretazioni. Solamente quando i paleontologi iniziarono a considerare la cresta come struttura indipendente altre possibilità divennero ovvie – un mezzo di esibizione specifico oppure uno strumento per produrre suoni. A partire dagli anni Ottanta, l’idea che la cresta dovesse servire come mezzo di segnalazione visiva o acustica aveva sostituito le altre spiegazioni, nonostante io continuassi ancora a vedere Parasaurolophus a nuoto nei libri e nei film. Penso che ormai quell’immagine sia fortunatamente passata di moda, anche se ci è voluto un bel po’ di tempo per sradicarla.
Quello citato è un buon esempio dei puzzle che le caratteristiche più bizzarre dei dinosauri rappresentano per i paleontologi. Creste stravaganti, sfilze di corna, file di corazze non compaiono senza motivo. Sono il risultato dell’evoluzione, ma determinare la funzione di tali strutture è un’operazione spossante quando non possiamo osservare gli animali da vivi, e persino immaginare la funzione di una qualche struttura non ci dice necessariamente come quella peculiarità si sia evoluta. Possiamo solo immaginare il modo in cui le idee che abbiamo ora su queste particolarità anatomiche cambieranno in seguito alle ricerche dei paleontologi.

L.A.: Ne Il mio amato brontosauro sottolinei l’innegabile valore della paleontologia dei dinosauri per la comprensione della storia della vita sulla Terra e per la teoria dell’evoluzione. La storia della disciplina è un campo in continuo cambiamento, denso di scoperte impreviste. Oggi il ritmo della ricerca è aumentato in modo vertiginoso e studi specialisti e fondamentali vengono pubblicati sulle riviste accademiche con cadenza quasi giornaliera. E tutto ciò non fa altro che rendere ancora più intrigante questo campo di studi.
Ora, se dovessi citare e ricapitolare i tre maggiori risultati di quello che il paleontologo Thomas Holtz Jr. ha etichettato come l’Illuminismo della paleontologia dei dinosauri, e i tre problemi ancora insoluti (ma che, si spera, verranno risolti nel futuro imminente), cosa sceglieresti?

B.S.: I traguardi raggiunti dall’Illuminismo dei dinosauri sono stati principalmente nei campi dell’applicazione di nuove tecniche per testare idee e per sviluppare nuove ipotesi. Il precedente Rinascimento dei dinosauri [collocato tra la fine degli anni Sessanta circa e la metà degli anni Ottanta. N.d.A.] ha spronato gli studiosi ad adottare un cambiamento nello studio dell’immagine dei dinosauri basato sulla loro anatomia complessiva, allo scopo di trattarli come animali piuttosto che come un ammasso di vecchie ossa, ma ci sono voluti parecchi anni prima che i paleontologi sviluppassero gli strumenti necessari per la verifica delle idee prodotte in quel precedente contesto. Per esempio, l’incremento nell’accesso generale alle tecnologie informatiche e l’aumento delle capacità di calcolo dei software hanno permesso ai paleontologi di produrre simulazioni nelle quali si è potuto esaminare sia la velocità della corsa sia la gamma dei movimenti possibili per vedere quanto in realtà i dinosauri fossero agili o veloci. Ci sono stati anche dei risvolti tanto positivi quanto inaspettati, come il fatto di essersi resi conto che i melanosomi presenti nelle piume dei dinosauri possono essere paragonati con quelli degli attuali uccelli per ricostruire il loro antico colore. I paleontologi stanno ora applicando nuove tecniche e nuove tecnologie provenienti dai campi della geochimica e dell’istologia, dal metodo degli elementi finiti (FEM), dalla biomeccanica, dalla computer grafica in 3D e da altri campi ancora per ricavare un numero maggiore di informazioni dalle ossa fossili come mai prima d’ora. Nel contempo, le nuove prove e i risultati ottenuti aprono nuovi scenari di indagine. Insomma, il successo dell’Illuminismo dei dinosauri è una combinazione dell’entusiasmante e rinnovato interesse che i paleontologi dimostrano quando considerano i dinosauri come animali reali (scaturito in origine dal Rinascimento dei dinosauri), con l’uso ponderato di quell’entusiasmo per affrontare razionalmente le domande alle quali mai avremmo pensato si potesse rispondere.
Certamente, gran parte della biologia dei dinosauri resta senza risposta. Non sappiamo ancora come fosse esattamente la loro fisiologia. Il peso delle prove in merito suggerisce che, in generale, i dinosauri fossero animali molto attivi che mantenevano temperature corporee elevate e più simili agli uccelli e ai mammiferi che ai rettili, ma oltre a questo livello generale di conoscenza c’è ancora molto che ignoriamo. In questo senso la questione fondamentale che stava al cuore del Rinascimento dei dinosauri, ossia la loro fisiologia, aspetta ancora una risposta definitiva. Un altro problema spinoso è rappresentato dal dubbio riguardo al dimorfismo sessuale. Differenze osservabili tra i due sessi sono state proposte più volte in passato, ma mai in un modo pienamente convincente. Questo accade perché i dinosauri non esibivano uno spiccato dimorfismo sessuale oppure perché ci sono imperfezioni nei nostri campioni ed errori nelle nostre tecniche di analisi? Forse la questione più grande di tutte resta il motivo della scomparsa dei dinosauri non-aviani [termine con il quale si indicano tutti i dinosauri eccetto gli uccelli. N.d.L.A.] alla fine del Cretaceo. Cosa li ha spazzati via, insieme ad altre forme di vita, e cosa ha permesso ai dinosauri aviani [ossia, gli uccelli. N.d.L.A.] di sopravvivere? Tutti concordano sull’identità degli attori principali – eruzioni vulcaniche, cambiamenti climatici e l’impatto di un asteroide – ma non conosciamo ancora il modo in cui quelle pressioni ecologiche si sono tradotte effettivamente nella loro estinzione. Alcuni dei più classici misteri dei dinosauri persistono ancora oggi.

L.A.: A giudicare dalla formidabile quantità di informazioni che hai raccolto in tutti questi anni di divulgazione scientifica sui tuoi blog, immagino che tu abbia fatto uno sforzo considerevole per la scelta dei materiali da trattare ne Il mio amato brontosauro.
C’è un argomento particolare che pensi sia rimasto escluso dalla redazione finale del libro?

B.S.: C’è sempre molto da dire sui dinosauri, molto più di quanto non possa essere ospitato in un qualunque libro. Mi sarebbe piaciuto scrivere di più sulle scoperte più nuove – gli spinosauridi, i rebbachisauridi e cose simili – ma sentivo che avrei dovuto concentrarmi sui dinosauri “classici” per poter fornire ai lettori un terreno più solido allo scopo di affrontare insieme la discussione dei concetti che volevo presentare. Avrei voluto scrivere di più sulla fisiologia dei dinosauri ma il capitolo non è venuto esattamente come avrei sperato. Secondo le intenzioni originali in quel capitolo avrei dovuto trattare dei dinosauri polari, e mi dispiace di averli lasciati fuori. Adoro immaginare i dinosauri piumati alle prese con la neve! Ma sapevo che aggiungendo quell’argomento poi non sarei riuscito a includere tutti i temi che desideravo. Volevo scegliere degli esempi specifici che potessero dimostrare quanto è cambiata la nostra comprensione dei dinosauri negli ultimi venticinque anni e penso che il libro abbia raggiunto questo obiettivo.

L.A.: «Abbiamo bisogno dei dinosauri» è il messaggio più importante del tuo libro. Abbiamo bisogno di questi animali principalmente per due ragioni molto importanti.
Il primo punto in ballo riguarda la storiografia dell’evoluzione, poiché fino a poco tempo fa i dinosauri sono stati considerati con sufficienza alla Tavola Alta della storia della vita [nelle università inglesi la High Table è il luogo dove prendono posto professori e ospiti illustri. N.d.A.]. Da qui la loro sostanziale esclusione dai libri di testo classici sull’evoluzione, dominati dagli invertebrati e dai mammiferi come protagonisti degli studi evoluzionistici più importanti. Ciò nonostante, come hanno notato recentemente Kevin Padian e Elise K. Burton (2012), i dinosauri sono stati un fattore chiave nei case studies più importanti per il progresso del pensiero macroevoluzionistico durante il XIX secolo, e questo perché hanno rappresentato i soggetti di studio preferiti dagli evoluzionisti più eterodossi dell’epoca (che amavano fare riferimento a tipologie evolutive ortogenetiche, degenerative o teleologiche per spiegare le bizzarrie delle forme animali fossili, tesi successivamente testate e falsificate). Non possiamo capire quel periodo senza una conoscenza aggiornata e profonda dei dinosauri.
In secondo luogo, come ha ricordato Scott D. Sampson, le persone impegnate nella divulgazione scientifica dovrebbero approfittare della fama dei dinosauri (come hai fatto nel tuo libro) per «reinserirci all’interno della struttura del tempo [sul pianeta Terra], per ricavare un senso dal nostro passato e per contemplare la nostra responsabilità nei confronti delle generazioni future» (2009: 277), così come per insegnare la «Grande storia» non teleologica della vita (276-277) e i concetti basilari del nostro background evolutivo sulla Terra.
Ora che hai terminato il tuo lavoro sui dinosauri (almeno per il momento), di quali capitoli della storia della vita pensi di occuparti nella tua prossima impresa letteraria, per collocare correttamente la nostra imprevedibile e stupefacente storia evolutiva?

B.S.: I dinosauri sono un punto di riferimento importante per la nostra comprensione del passato. I numeri sono talmente grandi che non riusciamo nemmeno a capire pienamente cosa significhino, ma dire che i dinosauri si sono evoluti 245 milioni di anni fa e che le forme non-aviane si sono estinte 66 milioni di anni fa ci aiuta a contestualizzare i miseri sei milioni di anni di evoluzione degli esseri umani. Quando discutiamo di preistoria è un luogo comune per gli scrittori dire che quella particolare creatura è vissuta prima o dopo il regno dei dinosauri – usiamo sempre i dinosauri per calibrare i riferimenti alla storia profonda.
Non direi però di aver chiuso con i dinosauri: voglio usare la conclusione de Il mio amato brontosauro come punto di partenza per un altro dei miei progetti. La documentazione fossile è una fonte ricca di informazioni sul modo in cui gli organismi hanno reagito ai cambiamenti climatici e come continuano a reagire. I fossili non documentano semplicemente il passato, ma possono fornirci alcuni indizi sulle forme future che potrebbe assumere la vita. Se le stime sull’attuale riscaldamento globale sono corrette, per esempio, significa che ci stiamo avvicinando a un effetto serra simile a quello visto l’ultima volta 55 milioni di anni fa durante il Massimo termico del Paleocene-Eocene (circa 10 milioni di anni dopo la scomparsa degli ultimi dinosauri non-aviani). Forse attraverso lo studio di come gli insetti, i mammiferi e le piante hanno reagito a qual periodo particolarmente caldo gli scienziati possono delineare come reagiranno gli organismi di oggi al cambiamento climatico indotto dalle attività umane e, pertanto, pianificare strategie di tutela e salvaguardia dell’ambiente.
Gli indizi sul futuro potrebbero benissimo celarsi nel passato.

Bibliografia citata:

Padian, K., & Burton, E.K. (2012). Dinosaurs and Evolutionary Theory, 1057-1072. In Brett-Surman, M.K., Holtz, T.R., Jr. & Farlow, J.O. (2012). (eds.). The Complete Dinosaur. Second Edition. Bloomington & Indianapolis: Indiana University Press.

Parsons, K.M. (2001). Drawing Out Leviathan: Dinosaurs and the Science Wars. Bloomington & Indianapolis: Indiana University.

Sampson, S.D. (2009). Dinosaur Odyssey: Fossil Threads in the Web of Life. Berkeley, Los Angeles & London: University of California Press.