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mercoledì 28 agosto 2013

Myth and Geology: estratto da una recensione geomitologica


(c) 2007, The Geological Society, London 

ResearchBlogging.org
Risale al 2007 la pubblicazione del primo volume collettivo peer-reviewed dedicato alla geomitologia (per ulteriori informazioni sull'argomento cfr. il link qui indicato), Myth and Geology, curato da Luigi Piccardi, ricercatore presso l’Istituto di Geoscienze e Georisorse (CNR) di Firenze, e W. Bruce Masse del Los Alamos National Laboratory (New Mexico, USA), per conto della Geological Society di Londra. Si tratta di un volume molto ricco, che si compone di un testo introduttivo curato da Dorothy Vitaliano, da una precisa introduzione al tema e da altri ventitré contributi, i cui temi trattati coprono grosso modo tutti i continenti. Si spazia dai fenomeni geologici mediterranei, ai terremoti lungo le faglie tettoniche attive nell’area pacifica tra Giappone e America del Nord, all’attività vulcanica nel continente sudamericano, agli tsunami nell’area oceanica, ai massi erratici piemontesi, ai fossili di proboscidati siciliani e alla litologia dell’isola d’Elba. L’abbondanza del materiale presentato ci vieta di prendere in considerazione tutti gli aspetti meritevoli di approfondimento. Ci concentreremo pertanto su alcuni punti di  interesse generale proponendo alcune considerazioni generali tratte dal corposo secondo capitolo.

Il primo capitolo in esame porta la firma dei due curatori e di E. Wayland Barber e P.T. Barber, autori di un ambizioso testo pubblicato nel 2004 nel quale venivano elencati i principi cognitivi fondamentali grazie ai quali i miti si svilupperebbero e si conserverebbero [1]. Il capitolo propone una storia introduttiva essenziale dello studio accademico della religione, della mitologia e della nascita dei concetti geologici nell’ambito scientifico-occidentale. Viene innanzitutto proposta una griglia dei vari termini inerenti al tema trattato: le folk-tales, ossia storie fittizie non religiose e non storiche, la leggenda, cioè un racconto semi-storico preso per vero, dove vengono miscelati realismo e sovrannaturale (come nell’epica) e infine il mito, che contiene relazioni o resoconti culturali degli eventi più importanti che hanno avuto luogo nel passato remoto di una data cultura.
Nel corso del tempo i contenuti mitici vengono però sottoposti ad una distorsione sistematica, a causa della medesima struttura cognitiva che soggiace all’espressione del mito. In casi specifici questa struttura può essere risolta e ricostruita per giungere al substrato originario [2]. Una definizione preliminare di mito che viene avanzata nel capitolo è la seguente:
«il mito è un racconto articolato, derivato in generale dalla trasmissione orale, e tipicamente creato, o assemblato, e perpetuato da specialisti della conoscenza. Questi ultimi fanno uso di elementi e immagini sovrannaturali allo scopo di classificare e spiegare l’osservazione di fenomeni ed eventi naturali percepiti di vitale importanza, o di speciale rilevanza, per l’ordine sociale e il benessere di una data cultura» [3].
Per comprendere la mitologia nelle sue varie sfaccettature, che è una «funzione della trasmissione orale di dati cifrati linguisticamente» [4], è necessario fare riferimento ad una serie di discipline, ossia le scienze cognitive, l’antropologia, la psicologia evoluzionistica e la neuropsicologia. Ad ogni modo, il mito racchiude anche e soprattutto precetti fondamentali per l’esistenza, quando non addirittura cruciali per la sopravvivenza stessa del gruppo.
L’esempio proposto dagli autori è in tal senso illuminante: quando il devastante tsunami del 26 dicembre 2004 si abbatté nell’Oceano Indiano, alcuni organi di stampa riportarono che certe piccole popolazioni nelle isole Andamane erano sopravvissute grazie ad un mito tramandato di generazione in generazione. Questo mito riguardava “un’onda che mangia la gente” (in realtà, sette onde nel mito) causata dalla rabbia degli spiriti degli antenati e che poteva essere evitata raggiungendo immediatamente un’altura non appena si fosse osservato l’oceano ritirarsi velocemente dalla battigia [5]. Il mito locale può quindi preservare notizie utili in determinate occasioni osservate su una scala temporale molto lunga e codificate secondo stilemi accessibili solo attraverso la struttura integrale della cultura originaria [6]. Non sempre però è possibile risalire all’informazione originaria in forma integrale che ha animato all’origine un mito, a causa di una serie di princìpi che costituisce il nucleo del contributo e che ci limitiamo ad elencare con brevi descrizioni, omettendo le discussioni e gli esempi forniti nel testo:
  1. principio del silenzio: ciò che si ritiene che tutti conoscano viene dato per scontato e perciò o non viene spiegato nei dettagli o viene omesso [7];
  2. invenzione cinematografica: si possiedono solo alcuni fotogrammi e da questi si (ri)costruisce un’intera pellicola. Ci si concentra cioè sulla spiegazione del fenomeno osservato solo a “spezzoni” piuttosto che sul suo sviluppo integrale [8];
  3. principio di analogia: «se due entità o fenomeni recano alcune somiglianze in un qualche aspetto allora queste devono essere collegate tra loro» [9];
  4. fallacia argomentativa dell’affermazione del conseguente: dall’asserzione di un effetto si evince l’esistenza di una causa (ma non è detto che l’implicazione sia sempre vera se inversa: “se piove il prato è bagnato” è senz’altro vero, ma lo potrebbe essere anche con la rugiada dell’alba, se nella notte un vicino affluente ha esondato, o se qualcuno ha innaffiato il prato, ecc.) [10];
  5. principio dell’intenzionalità: si tratta di un punto fondamentale stabilito dalla ricerca delle scienze cognitive, che assume l’esistenza di una volontà, più o meno latente, dietro un avvenimento indipendente ed esterno all’attività umana. In sostanza, poiché gli uomini agiscono volontariamente sulle cose, se qualcosa succede in natura deve essere stata voluta [11];
  6. principio di affinità o di parentela: «poiché i familiari si somigliano l’un l’altro, i fenomeni che si somigliano devono essere imparentati» [12];
  7. principio degli aspetti multipli: «un fenomeno può essere spiegato miticamente tante volte quanti sono gli aspetti differenti e significativi che lo compongono» [13];
  8. principio dell’angolo di ripresa: diretta conseguenza del precedente, in quanto per comprendere di che cosa tratta una storia bisogna osservare la situazione da uno o più punti di vista particolari [14];
  9. principio dell’attrazione: una volta che le storie riguardanti qualcosa o qualcuno raggiungono una massa critica sufficiente, quella particolare cosa o persona attrarrà altre storie, tramite qualsiasi punto di somiglianza significativa, per quanto vago possa essere (i punti di attrazione includono il medesimo tipo di evento, di luogo, di nome, di carica ricoperta [come i faraoni nella Bibbia, che tendono tutti ad essere riassunti in un’unica figura], ecc.) [15];
  10. principio della prospettiva: man mano che ci si allontana da un evento, la nostra prospettiva si schiaccia e non è più possibile distinguere cronologicamente in modo agevole gli eventi che hanno avuto luogo prima da quelli che sono successi più tardi (ad un certo punto tutto tende ad essere sussunto sotto l’etichetta “a quei tempi…”) [16];
  11. principio della foto istantanea: «talvolta la narrazione del mito viene creata durante o immediatamente dopo l’osservazione di un importante evento naturale» [17];
  12. principio della competenza: i miti sono stati probabilmente creati (e allo stesso tempo perpetuati) da esperti qualifi cati, professionali e capaci [18];
  13. principio della rappresentazione: la trasmissione del mito non si limita ad una comunicazione orale, ma viene condotta e guidata all’interno di una performance; la trama del mito viene sistematicamente recitata durante determinati rituali facendo appello ad una vasta gamma di mezzi espressivi, volti a rafforzare il messaggio negli spettatori per mezzo di accorgimenti mnemonici [19];
  14. principio di ridondanza: «aspetti chiave delle trame mitiche sono spesso ripetuti più volte per rafforzare l’importanza di una data parte della storia e la capacità degli spettatori di ricordarli» [20].
Come aveva già segnalato lo storico Jan Vansina, uno dei metodi per uscire dall’impasse cognitivo sarebbe quello di ancorare i dati mitici, nei casi ove ciò fosse possibile, alle conoscenze astronomiche e geologiche delle zone in questione [21]. Ad ogni modo, questi princìpi sono applicabili ovunque e in ogni caso? Come ammettono gli autori, la risposta non è così facile come potrebbe sembrare a prima vista. Essa può essere affermativa, perché questi criteri sono riferibili a numerose zone del globo le cui culture sono molto differenti tra loro, e possono aiutare a comprendere alcuni dei principali meccanismi che hanno agito nel passato. Eppure si potrebbe anche rispondere negativamente, perché esistono differenti modalità di trasmissione che agiscono contemporaneamente nel corso delle generazioni. Un conto è la trasmissione culturale verticale, a base familiare, di determinate popolazioni la cui religione è etichettabile come sciamanica (ammesso che lo siano sempre state in un determinato luogo), un altro sono le elaborazioni sociali orizzontali che si intrecciano e si rifrangono in una focalizzazione esterna multipla nella quale coesistono molti punti di vista. Come riconoscono gli autori, esistono oggettive difficoltà in determinati contesti, responsabili «almeno parzialmente della
mancata comprensione da parte della scienza occidentale dei fondamenti storici delle osservazioni raccolte e raccontate nel mito» [22]. Ad ogni modo gli autori ritengono anche che «gli antropologi, i folkloristi e altri studiosi del mito non abbiano esaminato con attenzione questo problema e che possono aver fatto confusione tra queste distinte tipologie di trasmissione mitica» [23] .
Un passaggio tratto da un articolo di Robert Segal, che riportiamo in parte di seguito, introduce la sezione conclusiva del testo:
«[…] la principale sfida moderna al mito, comunque, è giunta dalle scienze naturali, le quali fanno benissimo ciò che il mito si riteneva facesse: spiegare le origini e il funzionamento del mondo fisico […]. Accettare la spiegazione scientifica del mondo equivale a rendere quella mitica sia superflua che apertamente falsa – superflua perché resa antiquata dalla spiegazione scientifica, falsa perché incompatibile con quella scientifica» [24].
La risposta articolata dagli autori elude in parte la dicotomia delineata da Segal, poiché il mito rappresenterebbe in primo luogo «la sorprendente opportunità di ricavare dalla documentazione storica e culturale di molte regioni un punto di vista straordinario sull’impatto di eventi e processi geologici e astronomici nel corso dei millenni passati» [25]. In conclusione, sono due i fattori positivi fondamentali che si impongono a seguito dello studio della geomitologia. Innanzitutto, i miti gettano luce su aspetti cognitivi, storici, sociali e letterari del pensiero umano, sui quali è necessario insistere maggiormente: ammesso e non concesso che il mito abbia rappresentato un vantaggio competitivo per certi gruppi culturali, per organizzare la propria esistenza rispetto ad altri gruppi, è compito delle scienze cognitive e di altre discipline scientifiche indagare il guadagno sociale, ossia i vantaggi psicologici, la riduzione della tensione emotiva o mentale, la migliore organizzazione riguardo una più complessa articolazione sociale, ecc. [26]. In secondo luogo, l’analisi dei fenomeni geologici codificati nel mito in zone scarsamente studiate dal punto di vista geologico, o nelle altre zone dove la documentazione scientifica in merito non può risalire oltre un certo limite cronologico, può aiutare a comprendere meglio e a prevenire i rischi geofisici di specifiche regioni.

[Estratto e modificato dall'art. dell'autore intitolato Tempi profondi. Geomitologia, storia della natura e studio della religione, in SMSR 79 (1/2013) 152-214]

[1]  Wayland Barber, E. & P.T. Barber, When They Severed Earth From Sky: How the Human Mind Shapes Myth, Princeton University Press, Princeton - Oxford 20062 (20041).
[2] Masse, Wayland Barber, Piccardi & Barber, Exploring the Nature of Myth and Its Role in Science, in Piccardi -
Masse (eds.), Myth and Geology, cit., pp. 9-28: 10.
[3] Ibi, p. 17
[4] Ibi, p. 18.
[5] Ibidem.
[6] Ibi, p. 19.
[7] Ibi, p. 18.
[8] Ibi, p. 19.
[9] Ibidem.
[10] Ibi, p. 20.
[11] Ibidem.
[12] Ibidem.
[13] Ibidem.
[14] Ibidem.
[15] Ibi, p. 21.
[16] Ibi, p. 22.
[17] Ibi, p. 23.
[18] Ibi, p. 24.
[19] Ibidem.
[20] Ibi, p. 25.
[21] Cfr. J. Vansina, Oral Tradition: A Study in Historical Methodology, Aldine Transaction. A Division of Transaction Publishers, Rutgers - The State University, New York 2006 (19611); Id., Oral Tradition As History, University of Wisconsin Press, Madison 1985.
[22] Masse et al., Exploring the Nature of Myth and Its Role in Science, cit., p. 25.
[23] Ibidem.
[24] Ibidem. Cit. tratta da R.A. Segal, Does Myth Have a Future?, in Patton L.L. & W. Doniger (eds.), Myth and Method, The University Press of Virginia, Charlottesville 1996, pp. 82-106: 82.
[25] Masse et al., Exploring the Nature of Myth and Its Role in Science, cit., p. 25.
[26] Ibi, p. 26.

Art. indicizzato in Research Blogging: W. Bruce Masse, Elizabeth Wayland Barber, Luigi Piccardi, & Paul T. Barber (2007). Exploring the nature of myth and its role in science Piccardi, L. & W.B. Masse. (eds.). Myth and Geology, (Geological Society Special Publication 273). London: The Geological Society., 9-28 DOI: 10.1144/GSL.SP.2007.273.01.02

venerdì 16 agosto 2013

Che cos'è la geomitologia? Breve storia bibliografica di una disciplina al femminile

Come ha scritto Paolo Rossi (1923-2012), «La natura stessa ha una storia e le “conchiglie” sono alcuni fra i documenti di questa storia» [1]. Immagine: Becks, da Wikipedia.
«Sebbene afflitta durante tutta la sua carriera da reumatismo cardiaco, Helen [Duncan] intraprese un'esplorazione sulle [Montagne] Rocciose e nel Bacino Grande, e avendo trovato (quando si sedette per fare una pausa che era per lei assolutamente indispensabile) dei fossili diagnostici in una formazione fino ad allora considerata priva di fossili, dimostrò senza alcun dubbio quanto folle sia mettere fretta a un paleontologo» [2].
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Il caso appena ricordato della geologa Helen Duncan (1910-1971) è stato recuperato nel 2009 da Pieranna Garavaso per introdurre i problemi di genere implicitamente o esplicitamente causati dalla limitata partecipazione femminile alle ricerca scientifica del Novecento. Duncan, ad esempio, era riuscita a «fare scoperte là dove altri non hanno visto nulla» [3]. In quale modo? Individuando un pattern scientificamente rilevante là dove gli altri studiosi non avevano rilevato nulla, ribaltando (faticosamente, dato il ritmo del fieldwork) la marginalità epistemica cui glass ceiling e androcentrismo avevano relegato le studiose. Senza entrare nel merito delle argomentazioni offerte da Garavaso, il quadro generale illumina, se ancora ce ne fosse bisogno, quanto sia stato dannoso e limitante per la conoscenza scientifica, nonché per le carriere individuali e per la società intera, l'esclusivo sistema di controllo accademico-epistemologico modellato dalla competizione maschile (escludendo la partecipazione femminile) e limitato dalla scarsa propensione all'interdisciplinarità. Un esempio forse ancora più significativo viene fornito dalla storia della disciplina nota come geomitologia, ossia lo studio delle conoscenze geologiche presenti nelle tradizioni orali, classiche e folkloriche.


Ora, per rispondere alla domanda che assolve alla funzione di titolo del post è necessario innanzitutto sgombrare il campo dagli equivoci: "che cosa non è la geomitologia" diventa il primo argomento da chiarire. Questa disciplina, infatti, non deve essere confusa con l’uso indipendente e prettamente geografico di questa etichetta per indicare contenuti mitici storicamente falsi o scientificamente falsificati ossia, nelle parole dello scrittore e studioso di letteratura fantastica Lyon Sprague de Camp (1907-2000),
«[…] le deliberate millanterie e menzogne degli eroi al ritorno dai viaggi d’esplorazione, le leggende orripilanti diffuse allo scopo di aumentare il valore delle mercanzie, le difficoltà di descrizione e traduzione, tutto ciò contribuì, nel corso dei secoli, a dare vita a una serie di mondi semi-mitici, situati nelle terre incognite che s’estendevano al di là dell’orizzonte, in una fascia che circondava il mondo conosciuto» [4].
La branca disciplinare che qui ci interessa viene invece anticipata in modo discontinuo da alcune felici intuizioni già tra fine Ottocento e primo Novecento [5], ma nasce ufficialmente solo alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso. Tornata in auge in tempi recenti, la geomitologia sta vivendo oggi il periodo di sua massima affermazione interdisciplinare. Un riepilogo da un punto di vista biobibliografico può forse contribuire a chiarire ambiti di indagine e prodotti della ricerca geomitologica.
Due personalità sono fondamentali nella storia della disciplina. La più importante è senza dubbio la geologa Dorothy Vitaliano (1916-2008), che rende pubblica la sua idea per la nuova disciplina durante un convegno di geologia tenuto presso la Indiana University l’otto maggio del 1967 (il testo viene pubblicato in forma riveduta l’anno successivo). Il termine indica l’applicazione in campo geologico dell’evemerismo allo scopo di identificare i reali eventi geologici alla base di determinati miti o leggende a prescindere dalla loro origine (sia essa moderna, folklorica, storico-mitologica, religiosa, ecc.) [6]. Nel 1973 Vitaliano pubblica il libro Legends of the Earth: Their Geologic Origins che sancisce la nascita ufficiale del nuovo indirizzo di studio. La geomitologia si inserisce quindi in una serie di materie prettamente interdisciplinari, tra cui geochimica, geofisica, geomorfologia, geoidrologia, geocronologia e geopolitica,
«coinvolge[ndo] geologia, storia, archeologia e folklore – in altre parole le scienze naturali, le scienze sociali e le discipline umanistiche. Perciò la geomitologia rappresenta senza dubbio la scienza della Terra maggiormente interdisciplinare tra tutte quelle elencate» [7].
Per una trentina d’anni il discorso accademico intorno alla geomitologia non registra contributi significativi, forse anche a causa del potenziale fraintendimento che si celerebbe nei temi trattati inizialmente dalla disciplina, considerati meramente letterari o addirittura esotericamente pseudoreligiosi, come l’identificazione di Atlantide nel Mar Egeo in connessione con un’eruzione vulcanica avvenuta a Santorini durante l’età del bronzo [8].

Il rilancio della disciplina avviene nel 2000 ad opera della classicista, foklorista e storica della scienza Adrienne Mayor (Stanford University) che con il suo The First Fossil Hunters: Paleontology in Greek and Roman Times corona un lavoro cominciato all’inizio degli anni Novanta. Rispetto all’originaria proposta di Vitaliano, maggiormente incentrata sugli eventi geologici e sui disastri naturali, il testo di Mayor sposta l’accento sui resti fossili e sulle dinamiche interpretative che hanno portato la cultura greco-romana e altre civiltà del mondo antico (figurano nel testo citato quella scitica e quella indiana) ad una comprensione del tempo profondo, all’interpretazione e ricostruzione dei resti fossili e ai processi geologici che hanno permesso la conservazione dei reperti [9]. Cinque anni più tardi Mayor dà alle stampe un volume volto allo studio dei sistemi di comprensione prescientifica della storia naturale nel mondo culturale nativo americano, e all’esame del ruolo e dell’uso dei fossili nelle cosmologie e nelle pratiche rituali delle religioni native del continente americano [10]. Nello stesso anno la studiosa sintetizza così l’ambito di studio della disciplina: la geomitologia è
«lo studio delle tradizioni orali eziologiche create dalle culture pre-scientifiche per spiegare – in metafore poetiche e attraverso il linguaggio immaginifico della mitologia – fenomeni geologici quali vulcani, terremoti, esondazioni, fossili e altre caratteristiche naturali dell’ambiente» [11]. 
Autrice di moltissimi articoli sull’argomento, Mayor ha dimostrato efficacemente come la figura mitologica del grifone fosse modellata sui resti fossili del dinosauro Protoceratops andrewsi, assai comuni nel territorio centro-asiatico [12], ha riproposto interpretazioni geomitologiche (ossia, basate sull’interpretazione di fossili) per i giganti dell’antichità classica e per le faune descritte nelle mitologie antiche [13], si è occupata del folklore religioso sorto intorno alle icnofaune fossili (le impronte fossili di animali estinti)  [14], ha stilato repertori ed analisi delle informazioni codificate nella religione e nel folklore locale nella civiltà classica greco-romana [15], e ha esaminato la radicale cancellazione delle conoscenze geologiche e paleontologiche dei Nativi americani da parte dei coloni europei, in un’epoca durante la quale gli stessi europei mettevano in dubbio con maggiore frequenza le spiegazioni naturalistiche bibliche (e con altrettanta forza uguale e contraria tentavano di mantenere lo status quo della teologia naturale) [16]. Un altro aspetto che Mayor ha indagato è legato all’uso delle conoscenze prescientifiche a scopi mantici o bellici nel mondo antico e moderno [17], filone nel quale può trovare posto l’ultima ricerca su Mitridate Eupatore, intitolata Il re veleno, che rappresenta anche il suo debutto nel panorama editoriale italiano [18].

Nel 2011 la stessa Mayor ha fornito una eccellente disamina aggiornata della ricerca in campo geomitologico nel decennio 2000-2010, proponendo una rassegna ragionata nella prefazione della nuova edizione di The First Fossil Hunters [19]. Nel primo decennio del nuovo millennio vedono la luce molti interessanti studi che contribuiscono ad allargare la gamma di possibilità offerte dalla disciplina. Tra questi ci limitiamo a ricordare alcuni risultati particolarmente rilevanti. Andrea Baucon ha illuminato la nascita del pensiero occidentale moderno in merito al rapporto tra tempo profondo e fossili, occupandosi di Ulisse Aldrovandi e Leonardo da Vinci, precursori del pensiero paleontologico e acuti interpreti della nascente icnologia, ossia lo studio delle tracce fossili lasciate da organismi viventi o estinti [20]. Alexandra van der Geer e Michael Dermitzakis hanno delineato una sintetica storia dell’uso dei fossili nelle culture folkloriche e religiose a scopi medico-curativi (un tema che già Mayor aveva tracciato nel suo Fossil Legends of the First American); gli stessi autori, insieme a John de Vos, hanno dimostrato che le guerre epiche narrate nel poema indiano Mahâbhârata hanno probabilmente avuto origine dall'osservazione dei sedimenti plio-pleistocenici della catena montuosa sub-himalayana del Siwalik, ricchissimi di fossili di mammiferi e di manufatti umani provenienti da livelli più recenti [21]. Un gruppo di ricerca, che contava tra i membri Mayor, ha recentemente illustrato la storia dettagliata del folklore cinese, talvolta ancora vivo al giorno d’oggi, sorto intorno alle impronte fossili di dinosauri [22]. Ancora, un interessante volume italiano nel quale una leggenda medievale trentina relativa alla presenza di un basilisco viene legata alla probabile interpretazione folklorica locale delle impronte di dinosauri e arcosauri triassici [23]. Da ultimo, segnaliamo la recente e imponente "storia delle idee nell'icnologia" condotta un team internazionale, tra le cui file si annovera la presenza di Andrea Baucon e di Adrienne Mayor, pubblicata nel 2012 [24].

[1]  Paolo Rossi, I segni del tempo. Storia della Terra e storia delle nazioni da Hooke a Vico, Feltrinelli, Milano 2003, p. 23 (1979 1a ed.).
[2] R.H. Fowler e J.M. Beardan, Memorial to Helen Duncan 1910-1971, GSA Memorials, 5 , 1977, cit. in M.W. Rossiter, Women Scientists in America: Before Affirmative Action 1940-1972, John Hopkins University Press, Baltimore 1995, p. 491 nota n. 36 (trad. da Pieranna Garavaso, Scienza, in Nicla Vassallo, Donna m'apparve, Codice edizioni, Torino 2009, pp. 117-130; p. 127)
[3] P. Garavaso, Scienza, cit., p. 127.
[4] Cfr. L. Sprague de Camp, Geomythology, in «Nature» 362, 6421 (15 April 1993), pp. 665-666, ove si fa riferimento a Id. - W. Ley, Le terre leggendarie, Bompiani, Milano 1962 (ed. or. Lands Beyond, Rinehart & Company, New York 1954), da cui la cit. (ivi, p. 7).
[5] Cfr. ad es. B. Kendall Emerson, Geological Myths, in «Science» 4,89 (September, 11, 1896), pp. 328-344; E.M. Kindle, American Indian Fossil Discoveries of Vertebrate Fossils, in «Journal of Paleontology» 9,5 (1935), pp. 449-452. Per approfondimenti storiografici cfr. Mayor, The First Fossil Hunters: Paleontology in Greek and Roman Times, Princeton University Press, Princeton - Oxford 2000; Ead., Fossil Legends of the First Americans, Princeton University Press, Princeton - Oxford 2005.
[6] D. Vitaliano, Geomythology: The Impact of Geologic Events on History and Legend, With Special Reference To Atlantis, in «Journal of the Folklore Institute (Indiana University)» 5 (1968), pp. 5-30.
[7] Ead., Legends of the Earth: Their Geologic Origins, Indiana University Press,Bloomington - London, 1973, p. 3.
[8] C. Clendenon, Hydromythology and the Ancient Greek World: An Earth Science Perspective Emphasizing Karst Hydrology, Fineline Science Press, Lansing 2009, p. 7.
[9] Mayor, The First Fossil Hunters, cit.
[10] Ead., Fossil Legends of the First Americans, cit.
[11] Ead., Geomythology, in R.C. Selley - L.R.M. Cocks - I.R. Plimer (eds.), Encyclopedia of Geology, vol. III, Elsevier Academic Press, Oxford 2005, pp. 96-100: 96.
[12] Ead., Griffin Bones: Ancient Folklore and Paleontology, in «Cryptozoology» 10 (1991), pp. 16-41; Ead. - M. Heaney, Griffins and Arimaspeans, in «Folklore» 104, 1-2 (1993), pp. 40-66. Uno dei primi resoconti della proposta di Mayor nell’ambito storico-religioso e antropologico italiano è reperibile in C. Deaglio, Considerazioni su alcune raffigurazioni di animali presso antiche civiltà: realtà o fantasia?, in A. Bongioanni - E. Comba (eds.), Bestie o dei? L’animale nel simbolismo religioso, Ananke, Torino 1996, pp. 201-215.
[13] Cfr. ad es., oltre ai suoi due volumi dedicati all’argomento, A. Mayor, The ‘Monster of Troy’ Vase: The Earliest Artistic Record of a Vertebrate Fossil Discovery?, in «Oxford Journal of Archaeology» 19 (2000), pp. 57-63.
[14] A. Mayor. - W.A.S. Sarjeant, The Folklore of Footprints in Stone: From Classical Antiquity to Present, in «Ichnos» 8,2 (2001), pp. 143-163.
[15] A. Mayor, Bibliography of Classical Folklore Scholarship: Myths, Legends, and Popular Beliefs of Ancient Greece and Rome, in «Folklore» 111 (2000), pp. 123-183; Ead. - N. Solounias, Ancient References to the Fossils in the Land of Pythagoras, in «Earth Sciences History» 23,2 (2004), pp. 183-196.
[16] Ead., Suppression of Indigenous Fossil Knowledge: From Claverack, New York, 1705, to Agate Springs, Nebraska, 2005, in R.R. Proctor - L. Schiebinger (eds.), Agnotology: The Making and Unmaking of Ignorance, Stanford University Press, Stanford 2008, pp. 163-182.
[17] Ead., Mad Honey!, in «Archaeology» (November-December 1995), pp. 32-40; Ead., The Nessus Shirt in the New World: Smallpox Blankets in History and Legend, in «The Journal of American Folklore» 108, 427 (1995), pp. 54-77; M. Maskiell - A. Mayor, Killer Khilats, Part 1: Legends of Poisoned Robes of Honour in India, in «Folklore» 112 (2001), pp. 23-45; Eaed., Killer Khilats, Part 2: Imperial Collecting of Poison Dress Legends in India, in «Folklore» 112 (2001), pp. 163-182; Eaed., Early Modern Legends of Poison Khil’ats in India, in S. Gordon (ed.), Robes of Honour: Khil’at in Pre-Colonial and Colonial India, Oxford University Press, New Delhi-Oxford-New York 2003, pp. 95-124; A. Mayor, Ancient Warfare and Toxicology, in P. Wexler (ed.), Encyclopedia of Toxicology, Elsevier, Oxford, 20052, pp. 117-121; Ead., Greek Fire, Poison Arrows & Scorpion Bombs: Biological and Chemical Warfare in the Ancient World, Overlook Press, New York 2008 (2003, 1a ed.).
[18] Ead., Il re veleno. Vita e leggenda di Mitridate, acerrimo nemico di Roma, Einaudi, Torino 2010 (ed. or. The Poison King: The Life and Legend of Mithradates the Great, Rome’s Deadliest Enemy, Princeton University Press, Princeton-Oxford 2010).
[19] Ead., The First Fossil Hunters: Dinosaurs, Mammoths, and Myth in Greek and Roman Times. With a New Introduction by the Author, Princeton University Press, Princeton - Oxford 20112. Cfr. in part. Introduction to the 2011 Edition, pp. XIII-XXIII.
[20] A. Baucon, Italy, the Cradle of Ichnology: The Legacy of Aldrovandi and Leonardo, in «Studi Trentini di Scienze Naturali. Acta Geologica» 83 (2008), pp. 15-29; Id., Ulisse Aldrovandi (1522-1605): The Study of Trace Fossils During the Renaissance, in «Ichnos» 16 (2009), pp. 245-256; Id., Leonardo da Vinci, the Founding Father of Ichnology, in «Palaios» 25 (2010), pp. 361-367.
[21] A. van der Geer - M. Dermitzakis, Fossil Medicines From “Snake Eggs” to “Saint’s Bones”; An Overview, in «Calicut Medical Journal» 6,1 (2008), e8. A. van der Geer - M. Dermitzakis - J. De Vos. Fossil Folklore from India: The Siwalik Hills and the Mahâbhârata, in «Folklore» 119,1 (2008), pp. 71-92.
[22] L. Xing et al., The Folklore of Dinosaur Trackways in China: Impact on Paleontology, in «Ichnos» 18,4 (2011), pp. 213-220.
[23] M. Avanzini et al., Le orme dei dinosauri del Castello di San Gottardo a Mezzocorona con cenni alla storia del castello (Collana «La vicinia», 7), Comune di Mezzocorona - Museo Tridentino di Scienze Naturali, Mori 2010.
[24] A. Baucon et al., A History of Ideas in Ichnology, in Knaust, D. & R.G. Bromle (2012). Trace Fossils as Indicators of Sedimentary Environments, Elsevier, Amsterdam-London, pp. 3-43.

[Estratto e modificato dall'art. dell'autore intitolato Tempi profondi. Geomitologia, storia della natura e studio della religione, in SMSR 79 (1/2013) 152-214; ulteriormente modificato il 18 novembre 2014]



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