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venerdì 26 ottobre 2018

La divulgazione scientifica al tempo del prosumatore

Alberto Angela, paleontologo di formazione e divulgatore vecchio stile e senza compromessi. Celebrato sui social media per il suo fascino e per la sue abilità nel "divulgare forte" in  un numero spropositato di memi, i quali hanno ispirato magliette e cosplayer (il meme con Cartesio è imbattibile: "Penso, quindi sono. / Divulgo forte, quindi levati").
Fonte: Google

«Attenzione nell’informarsi. Per lo più si vive d’informazione; il meno è quello che vediamo; viviamo sopra l’altrui fede […] Necessaria è la più fina attenzione in questo punto per iscuoprire la intenzione di colui che è di mezzo, investigando, avanti che parli, di che piede si mosse ad informare. Sia la riflessione quella che faccia paragone dell'oro vero dal falso, e rivegga i pesi e le misure».

Baltasar Gracián y Morales, aforisma n. 79 (1647), dalla traduzione italiana di Vincenzo Giovanni De Lastanosa intitolata Oracolo Manuale e Arte di Prudenza, Venezia, 1690.

Ipsa scientia potestas est


Che cos’è che rende efficace la divulgazione scientifica? Dove si può tirare una linea di demarcazione e dire questo prodotto non è divulgazione, mentre quest’altro lo è? Che cos’è che rende un prodotto divulgativo un buon servizio divulgativo, e che cosa lo differenzia da un “cattivo” esempio di divulgazione? Quale impatto hanno avuto la Rete e i social network sulla qualità della divulgazione? 

La questione è molto più complicata e ambigua di quanto si possa pensare, e l’etimologia del termine – primo possibile argine alla nostra confusione – non ci aiuta molto. Divulgare, come leggiamo sul sito della Treccani, ha due accezioni principali. La prima ci informa che divulgare equivale a «Rendere noto a tutti o a molti, diffondere»; la seconda ci suggerisce come significato quello di «Rendere accessibili a un più vasto pubblico, per mezzo di un’esposizione semplice e piana, nozioni scientifiche e tecniche» [1]. Sono due accezioni fortemente in contrasto, perché se la prima stabilisce un livello di accettabilità minimo potenzialmente slegato dalla tipologia (e dalla qualità) dei contenuti, la seconda reca con sé la necessità di conoscere mezzi, metodi e teorie in modo approfondito per saperli poi divulgare, ossia diffondere

Il presupposto banale di ogni divulgazione fatta come si deve è che dietro alla voglia di diffondere ci sia anche la volontà di contribuire ad aumentare le conoscenze per il bene comune. Il sapere è infatti la pietra di volta di ogni miglioramento sociale e individuale. Se so come accendere un fuoco, cucinerò meglio e scalderò la mia famiglia. Se conosco la storia posso imparare ad evitare gli errori già commessi nel passato. Se so che cos’è il tempo profondo dell’evoluzione riuscirò a liberarmi di preconcetti razziali antiquati e a essere – si spera – un individuo moralmente migliore.

Ipsa scientia potestas est: la conoscenza in sé è potere, secondo il motto coniato dal filosofo inglese Francis Bacon nel 1597. Bacon sottintendeva almeno tre accezioni dietro a questa frase:
  1. l’accumulo di conoscenze verificate risultante dallo studio sperimentale che serve per migliorare le condizioni di vita;
  2. coloro che possiedono conoscenze pratiche sulla base del punto (1) sono in una posizione privilegiata per occupare cariche pubbliche e posizioni politiche di rilievo rispetto a chi le detiene o le eredita perché nobile di nascita;
  3. questo sapere può esser organizzato ed utilizzato per implementare una tecnologia del sapere, ossia una serie di processi cognitivi, strumenti sociali, pratiche, e discorsi volti a irreggimentare una disciplina della ricerca non aliena a scopi e motivazioni di carattere politico – in ottemperanza a quanto stabilito dal punto (1) [2].
Fin qui, tutto normale. Al tempo di Bacon si trattava di giustificare l’investimento e la mobilitazione di capitali intellettuali e politici allo scopo di istituire le fondamenta di un’organizzazione scientifica capillare ancora di là da venire. Sto ovviamente tagliando il discorso storiografico con l’accetta, ma il discorso resta valido anche oggi. Se dobbiamo decidere come smaltire scorie radioattive, come affrontare in modo efficace il riscaldamento globale o come gestire i gruppi che fanno pressione perché si elimini l’insegnamento della biologia evoluzionistica dalle scuole dell’obbligo si spera che i decisori politici abbiano conoscenze approfondite in merito a ingegneria nucleare, climatologia e  storia della scienza o genetica (o per lo meno, si spera che abbiano saputo circondarsi di consiglieri capaci). Cosa che però, al tempo della post-verità, del negazionismo climatico e di cospirazionismi vari, evidentemente non è [3].

Non è un caso che il terzo punto della relazione tra potere e sapere, quello più strettamente legato all’esercizio pratico del potere, si sia prestato agli affondi poststrutturalisti di studiosi come Michel Foucault e Pierre Bourdieu, i quali hanno passato al setaccio le negoziazioni e i rapporti di potere tra classi sociali e individui, tra subordinati e dominanti, per svelare i modi in cui i discorsi e le pratiche che rappresentano il guscio esterno del “sapere” possono contribuire a influenzare, indirizzare, manipolare e distorcere la ricerca stessa e l’applicazione dei suoi risultati per convenienze politiche e sociali [4]. Un esempio storico? L’accettazione del lysenkoismo come genetica di stato nell’Unione Sovietica fu motivato non tanto dai risultati sperimentali (deludenti e fallimentari) ma dalla sua adozione all’interno di una tecnologia sociale del sapere (in termini filosofici, una tecnologia scissa dall’epistemologia) volta a contrapporsi a priori e per motivi ideologici alla genetica “occidentale”, ritenuta macchiata da compromessi borghesi e capitalistici. Il risultato fu triplice: 
  • la sostanziale marginalizzazione dell’ambito di ricerca nell’URSS;
  • lo smantellamento della biologia sperimentale russa tramite licenziamento o reclusione dei ricercatori;
  • l’esodo di genetisti russi all’estero (che decisero di non tornare più, come fece Theodosius Dobhzansky). 
Il lysenkoismo diventò un’arma della propaganda interna la quale adottò, diffuse e divulgò questa dottrina per sostenere l’agricoltura russa in un momento difficile. Di esempi simili ce ne sono tanti per ogni epoca e per ogni latitudine (le manipolazioni nazifasciste dei discorsi e delle pratiche scientifiche in epoca interbellica furono ancora più aberranti), ma tanto basti per ricordarci banalmente che le idee e la loro diffusione non sono innocue ma hanno conseguenze tangibili sul reale [5].

Un cervello dell’età della pietra


Possiamo quindi capire che divulgare non può e non deve essere considerato come cosa buona di per sé. I ciarlatani possono divulgare in modo efficace e convincente. E, purtroppo, abilissimi ricercatori possono essere carenti dal punto di vista delle doti comunicative. Quando chi sa viene marginalizzato  o delegittimato per motivi di convenienza, non è raro che si diffondano con maggiore efficacia le voci dei ciarlatani. Ricordo l'esempio recente del parlamentare ed ex ministro conservatore inglese Michael Gove il quale, durante la campagna per il referendum del Regno Unito sul mantenimento dell'adesione all’Unione Europea, commentò di averne “avuto abbastanza degli esperti”. Come il caso del lysenkoismo insegna, e come la storia sociale della scienza ha ribadito fino allo sfinimento, possono esistere pressioni sociali dietro alla ricerca, all’imposizione o al silenziamento del sapere, e queste pressioni sociali si traducono nella creazione di un ambiente nel quale le idee competono e si diffondono sulla base della loro forza persuasiva. In breve, l’utilità ideologica e la spendibilità politica prendono il sopravvento sulla conoscenza sperimentale in senso lato – ossia sul sapere dotato della dovuta garanzia di affidabilità o di replicabilità a seconda del tipo di scienza coinvolto.

Ma se vengono meno i paletti di valutazione propriamente scientifici, come si fa a giudicare? In questo caso, si giudica o sulla base dell’aderenza ad un progetto ideologico (come l’esempio del lysenkoismo dimostra) e/o sulla base del grado di apprezzamento e di accettabilità intuitivi rispetto al contenuto divulgato. In altre parole, entrano in ballo i bias cognitivi e le fallacie logiche, ossia quella serie di scorciatoie razionali che sono il frutto dell’evoluzione di Homo sapiens (i bias) e della sua organizzazione socio-culturale (le fallacie). Questi accessori computazionali sono condizione necessaria ma non sufficiente per capire il mondo e il suo funzionamento: necessaria perché fanno parte del pacchetto cognitivo e sensoriale “chiavi in mano” del quale siamo dotati dalla nascita; non sufficiente perché sono il risultato di intuizioni rapidissime e utili nel passato profondo ma potenzialmente inaffidabili sul funzionamento del mondo. Fare affidamento su queste intuizioni “di pancia” nel mondo ultrasociale e ipertecnologizzato di oggi equivale a un suicidio intellettuale [6]. Siamo primati evoluti per gestire un mondo fatto di un nucleo esteso di familiari e conoscenze di 150 individui al massimo, un mondo nel quale se sentiamo del brusio tra le siepi potrebbe esserci un predatore nascosto pronto a farci la pelle, un mondo nel quale la comunicazione è quella che avviene a voce – e stop. Se i bias e le intuizioni sono utili è perché hanno permesso ai nostri antenati di sopravvivere in quelle determinate condizioni – e stop. Non servivano capacità cognitive peculiari per gestire il sovraccarico cognitivo di informazioni quotidiane o le migliaia di followers sui social media, perché il volume della rete sociale e di informazioni condivise nell’arco della vita intera di un nostro lontano antenato paleolitico starebbe tranquillamente su un quaderno A4 o su un floppy disk. Eppure, nonostante la stupefacente tecnologia computazionale racchiusa nella nostra CPU cognitiva sia stata costantemente ri-sistemata dal bricolage evolutivo, alla base c’è ancora la struttura portante di quel lontano sistema operativo paleolitico. Con tutti i suoi limiti e i suoi bias che ci portiamo dietro. Faccio tre esempi banali.
  • Ci sembra ovvio che sia il Sole a sorgere, e continuerà a sembrarci così anche se sappiamo che è la Terra a girare intorno al Sole e persino se vinciamo un Nobel. Non ci siamo evoluti per volare nello spazio e vedere la Terra dall’alto.

Earthrise, 24 dicembre 1968. missione Apollo 8. Fonte: NASA, immagine di dominio pubblico; da Wikipedia.

  • Ci sembra ovvio che il primo segmento dall'alto dell’immagine qui sotto sia più lungo del  secondo segmento, e continuerà a sembrarci così anche dopo aver misurato entrambi i segmenti e aver appurato che in realtà sono della stessa misura. Non ci siamo evoluti per discriminare le illusioni ottiche e il nostro sistema di percezione visiva è a malapena sufficiente. 


Illusione di Müller-Lyer. Fonte: Wikipedia.

  • Ci sembra ovvio che gli animali non stiano evolvendo a occhio nudo nell’arco dei decenni della vostra esistenza su questa Terra, e nel leggere testi antichi o nel vedere statue e dipinti potremmo pensare che non si siano mai evoluti. Non ci siamo evoluti per vedere le mutazioni microscopiche che agiscono nel DNA, nei microbi e nei microrganismi nel giro di ore o giorni.[7] 

Attenti al cane! Certe cose, a quanto pare, non cambiano mai... Fonte: Wikipedia

Per farla breve, non ci siamo evoluti allo scopo di fare proprio un bel niente – tutto le nostre capacità fisiche e mentali sono il frutto di processi selettivi privi di scopo che hanno filtrato quelle caratteristiche sufficientemente buone da permettere la sopravvivenza e la riproduzione dei nostri antenati lungo la storia profonda dell’evoluzione sulla Terra. Sopravvivenza fino alla riproduzione – e stop. Se davvero vogliamo individuare una qualche peculiarità è quella di aver ereditato una nicchia cognitiva specifica che ha permesso lo sfruttamento cumulativo e intergenerazionale del surplus computazionale del nostro sistema nervoso centrale per accumulare conoscenze di ogni tipo, dalle tecniche di caccia agli alberi storico-genealogici per tenere conto di alleati e nemici, fino ad arrivare ai memi di Alberto Angela che “divulga forte” sulla Rete [8]. Va da sé che questo sistema computazionale e cognitivo è ben lungi dall’essere perfetto: i pregiudizi e le fallacie lo dimostrano.

Ora, le culture umane sono il risultato dell’interazione continua e sostenuta di più sistemi centrali nervosi individuale connessi in una rete sociale. Per insistere sulla nostra metafora informatica, questi PC sono sì collegati in rete (la cultura), ma sono di seconda mano (evoluti) e con tutti i loro software preinstallati, vecchi, in prova, incompleti, “craccati” e in conflitto tra di loro (i bias). Non stupiamoci allora se anche le culture umane (e la nostra non fa eccezione) sono spesso afflitte da pregiudizi di ogni tipo. Eppure, un argine a questi pregiudizi lo si può trovare proprio in quell’accumulo di sapere che è il frutto della nostra nicchia cognitiva  – se, e solo se, vincolato a tecniche e metodi logici e razionali. Ricordiamocelo: anche i ciarlatani possono divulgare in modo efficace, sfruttando proprio gli stessi strumenti della cassetta degli attrezzi cognitivi che ha permesso di costruire la nostra nicchia cognitiva. Il sapere può contenere i biases e correggere le fallacie se, e solo se, questo viene vincolato a tecniche e metodi logici e razionali. Per tale motivo, lottare contro questi processi cognitivi suggestivi e accattivanti costa molta fatica intellettuale e impegna decenni di alfabetizzazione scientifica e umanistica. Il geocentrismo è stato falsificato, le illusioni ottiche dimostrano il peso dei vincoli evolutivi nella percezione dinamica dell’ambiente ecologico e la stupefacente prospettiva aperta dal tempo profondo è stata dischiusa con sforzi immani dalle geologia. Il problema sta nel fatto che solamente un livello sufficiente di formazione intellettuale può ovviare alla proliferazione incontrollata di queste trappole seducenti e intuitive – anzi, seducenti perché intuitive. E perché ciò avvenga, è necessario che ci siano istituzioni capaci di fare buona divulgazione, ossia, in primo luogo, la scuola e l’università.


L'illusione di Müller-Lyer è un artefatto culturale: in ambienti reali e tridimensionali è un indice affidabile di profondità. Esistono altre spiegazioni ecologico-evolutive che contribuiscono a spiegare questa e altre illusioni, ma la sostanza è la stessa: il nostro sistema percettivo può essere 'fregato' da indizi sensoriali sconnessi dall'input ecologico primario. Questo vale per tutti i domini percettivo-sensoriali: pensate ai dolcificanti che mimano l'effetto dello zucchero. Da Wikipedia.


I vizi del prosumatore


Grazie alla nostra nicchia cognitiva e al sistema di accumulo culturale a denti d’arresto, l’evoluzione culturale viaggia più velocemente dell’evoluzione biologica. Per questo c’è sempre uno scarto tra le due, con l’evoluzione biologica a segnare il passo. In questo senso, la globalizzazione, la commercializzazione di massa dei personal computer e la diffusione di connessioni Internet rapide e a buon mercato hanno segnato uno spartiacque di dimensioni ciclopiche: ogni prodotto audiovisivo e letterario creato da Homo sapiens è potenzialmente catalogato (o catalogabile), disponibile e a portata di clic. Questa sovrabbondanza di informazione disponibile ovunque, per chiunque e in tempo reale ha modificato pesantemente sia il sistema sociale sia quello economico. In breve, la divulgazione non ha fatto altro che seguire o adeguarsi alla trasformazione generale della cultura di massa, all’interno della quale si sono imposti i cosiddetti “prosumer”, o prosumatori. Per prosumatore si intende un agente a metà tra produttore/professionista e consumatore, anzi, un «consumatore che è a sua volta produttore o, nell’atto stesso che consuma, contribuisce alla produzione» [9]. Il prosumatore produce e diffonde più o meno gratuitamente contenuti sulle stesse piattaforme digitali adibite al consumo di informazioni. L’attuale nicchia culturale dei prosumatori è quello dei social media in genere, e in particolare quella dei podcast da scaricare e dei canali su Youtube, la nota piattaforma per la condivisione di clip audiovisive. Due fattori concomitanti e legati tra di loro hanno causato questo rapidissimo avvicendamento: 
  1. l’esplosione dei social network, i quali – a partire dall’introduzione dell’iPhone di Apple nel 2007 – hanno gradualmente depauperato le funzioni dei blog rendendoli obsoleti (le interazioni e la fidelizzazione dei followers non avvengono più su Blogger o Wordpress, ma hanno luogo soprattutto su Twitter, su Facebook, su Instagram e sulla sezione commenti di Youtube); 
  2. la diffusione a macchia d’olio degli smartphone i quali hanno reso possibile la creazione e la fruizione di contenuti audio-video di buona qualità ovunque e in ogni istante: nel 2016 i social media contavano 2,3 miliardi di utenti e, di questi, 1,9 erano connessi grazie alle app sul cellulare [10]
In pratica, l’esistenza di prodotti relativamente economici ha creato un bacino smisurato di prosumatori dotati di account e di profili sui maggiori social media, un bacino che coincide virtualmente con quello dei possessori di mezzi tecnologici sufficientemente adeguati. Questo si traduce nella coesistenza di produzione e consumo da parte di tutti i possessori di smartphone e nella trasformazione dei social media in fonte di contenuti informativi/divulgativi creati dai consumatori stessi. Questa massa enorme di prosumatori crea un ambiente altamente competitivo all’interno del quale vigono criteri che non sono quelli che dovrebbero garantire una corretta informazione (scientifica e non). Dato che viene a mancare un controllo fattuale dell’informazione, questi criteri coincidono piuttosto con i bias cognitivi e con le fallacie logiche e che qui appaiono distribuiti su tre livelli che interagiscono continuamente creando dinamiche specifiche: 
  • individuale: i bias logici ed emotivi che caratterizzano la computazione mentale (ossia, appello alle emozioni, bias di conferma, ecc.);
  • sociale: le dinamiche di gruppo (accettazione di contenuti sulla base del conformismo, del presunto prestigio della fonte, della presunta autorevolezza della fonte, ecc.);
  • tecnologico: i bias presenti negli algoritmi che selezionano automaticamente i contenuti sulla base della preferenze di navigazione, ritagliandoli su misura per ogni prosumatore (ovviamente, i bias non appartengono alle “macchine”, ma ai programmatori che hanno implementato questi programmi) [11] 
Un contenuto può quindi diventare “virale”, ossia diffondersi in modo capillare, come risultato dell’interazione di questi tre livelli. Come ci insegna la network theory, la popolarità, l’adozione (il fatto di “postare” su un profilo) e la condivisione attiva (scrivendone) di certi contenuti da parte di agenti (o influencer) capaci di influenzare a cascata i nodi che compongono la rete di relazioni diventa a sua volta un traino – e un bias. Se Gwineth Paltrow decide di sponsorizzare sulla sua piattaforma commerciale adesivi cutanei capaci di “ribilanciare la frequenza energetica del proprio corpo” [sic!], utenti che non avrebbero mai pensato a questo tipo di prodotto possono subire l’influenza e il prestigio della star in questione e acquistare un pezzo di nastro adesivo che non serve assolutamente a nulla [12]. Infine, l’ambiente dei social media tende ad autoriprodursi, auto-organizzarsi e auto-citarsi, emulando schemi e nozioni riconoscibili perché hanno avuto successo (o semplicemente perché questi schemi sono arrivati prima, imponendosi come vincolo comunicativo), e questo crea un’omogeneizzazione delle fonti (e una bolla conscitiva) che incide negativamente sul livello di approfondimento: nella stragrande maggioranza dei casi, per fare divulgazione in un video si tende a citare e a linkare un video di un altro canale Youtube e non un articolo su JStor o JAMA [13]

Ora, per la sola forza dei numeri, il numero di prosumatori diluisce l’efficacia degli agenti possessori di sapere epistemicamente giustificato nel contenere la diffusione di contenuti che non raggiungono un livello minimo di accettabilità scientifica o di affidabilità informativa. Da qui la diffusione delle cosiddette fake news e della pseudoscienza cospirazionista e negazionista che infesta la Rete. Tirando le somme fino a questo punto, l’ipotesi è che sui social media, su Youtube e sulle piattaforme ad esso collegate il volume di contenuti volti a «Rendere noto a tutti o a molti, diffondere» sia di gran lunga maggiore rispetto ai contenuti diretti a «Rendere accessibili a un più vasto pubblico, per mezzo di un’esposizione semplice e piana, nozioni scientifiche e tecniche». [14]

All’interno dell’ambiente concettuale creato dalle utenze connesse via smartphone, le conoscenze scientifiche, onerose da acquisire e lente da apprendere, e pertanto possedute da una minoranza di utenti, sono state schiacciate dal numero stupefacente di prosumatori estranei al mondo scientifico. Questi ultimi sono però interessati all’accumulo del capitale sociale ottenibile grazie al prestigio della scienza, e consumando/producendo contenuti che si caratterizzano in linea di massima come materiale di intrattenimento estemporaneo creano una nicchia prontamente occupata da bias e fallacie. Mancando i presupposti conoscitivi del sapere accumulato, non c’è garanzia che i loro prodotti siano affidabili [14bis]. Se a ciò aggiungiamo che quello dello youtuber prosumatore è diventato un mestiere retribuito sulla base di una partnership aziendale (sancita a sua volta dal raggiungimento di un certo numero di followers – una spinta dal “basso”), non è difficile capire come la produzione di materiale di consumo social possa diventare la molla e il motivo fondamentale per incontrare e assecondare i bias innati del pubblico – rinunciando così alla missione educativa su lungo termine.

In breve, la conseguenza di maggior rilievo per la divulgazione scientifica è 
la creazione di una nicchia cognitivamente ottimale (ossia sufficientemente intuitiva – immediata e capace di catturare l’attenzione – ma non sufficientemente scientifica – cioè lenta e che si acquisisce sulla base di un accumulo di conoscenze), che prevede la creazione/consumo di materiale facilmente assimilabile, capace di venire incontro ai bias e alle fallacie logiche comuni e che si presenta come aderente alla seconda accezione della definizione di Treccani riportata all’inizio del post ma che, in buona o cattiva fede, ricade nella prima. 

Purché se ne parli


Si legge sempre meno in Italia, lo sappiamo [15]. Questo processo, incoraggiato da decenni di strapotere televisivo e di disimpegno culturale cavalcato a spron battuto dalla società e dai decisori politici (una fase che in qualche modo preannunciava la post-verità di oggi), ha avuto un impatto sia sulla divulgazione “vecchio stile” (quella alla Carl Sagan e alla Piero Angela, per intenderci) sia su chi ha abbracciato nel frattempo la “terza cultura” alla Brockman, ossia la produzione di materiale divulgativo per mano dei ricercatori e degli scienziati stessi. Entrambe le tipologie di divulgazione abbracciano idealmente uno standard di divulgazione lento e cumulativo, prediligendo pacchetti divulgativi chiusi capaci di «Rendere accessibili a un più vasto pubblico, per mezzo di un’esposizione semplice e piana, nozioni scientifiche e tecniche». 

La concorrenza con le nuove tecnologie, la dipendenza digitale delle nuove generazioni, e i tagli ai fondi destinati alle infrastrutture istituzionali per la creazione di prodotti di qualità, hanno fatto sì che alcune delle caratteristiche basilari del modello prosumeristico si siano imposte graudalmente come nuovo standard per la realizzazione della divulgazione. In questo modo hanno preso piede un nozionismo spettacolare o immagini stupefacenti. Si confronti il Cosmos di Sagan con quello più recente di Neil DeGrasse Tyson, o un qualunque documentario sulla paleontologia degli anni ’80 e uno di oggi. Forse l’esempio più rappresentativo di questo processo è l'acquisizione del National Geographic da parte della Fox di Rupert Murdock, che ha trasformato nel giro di pochi anni il venerabile mensile, alfiere della migliore divulgazione scientifica a tutto tondo, in un brand-piattaforma dedicato all’infotainment sensazionalistico [15bis]

Trova l'intruso...
Fonte: fotografia scattata dall'autore (CC-BY-NC-ND 3.0)

Gli scienziati interessati alla divulgazione (e spronati dall’accademia per fare outreach ed essere visibili sulla scena culturale, pena la rinuncia a fondi sempre più risicati) si sono così dovuti reinventare prosumatori per evitare l’emarginazione culturale, andando incontro al livello di bias e di fallacie coltivato nei social. Nello stesso tempo, la competizione ha creato altresì un ceto digitale di influencer/prosumatori che non dispongono di particolari nozioni nel campo scientifico del quale si occupano, ma che rispondono ai livelli di conoscenza e di attese contenutistiche dell’utenza digitale. Ancora, se la divulgazione classica guidava l’apprendimento secondo uno schema chiuso di accumulo di conoscenze, i format di YouTube e deipodcast non prevedono mai questo palinsesto di lunga durata, preferendo sfruttare un sistema aperto all'interno del quale i temi sono estemporanei e le interviste forniscono spunti per eventuali discussioni, inseguendo l’hot topic del momento per poi abbandonarlo subito dopo. Arrivati a quest’ultimo punto, i problemi sono due:
  1. l’utenza digitale che segue i maggiori siti e account social dedicati alla scienza riceve un’informazione schiacciata pesantemente sulla “spendibilità” pratica e immediata della notizia, a sua volta vincolata dai bias di cui sopra: le fotografie e le illustrazioni e le infografiche vincono sui contenuti, ricordandoci ancora una volta che siamo animali sociali sostanzialmente visivi; i consigli pratici, i consigli sulla salute, e gli appelli estemporanei all’azione concreta o alla solidarietà (esulando spesso dalla scienza in senso stretto) vincono sull’approfondimento e sulla precisione; il nozionismo rapido, slegato da contenuti complessi, è più ficcante degli approfondimenti e delle riflessioni puntuali; e così via [16];
  2. la divulgazione stessa – anche quando fatta bene – soffre delle limitazioni dovute al mezzo stesso di divulgazione: la diffusione e il trasferimento di contenuti culturali e scientifici al di fuori dell’ambiente di origine (ossia l’accademia e il network esteso degli studiosi) comporta un effetto imbuto che da un lato semplifica con successo concetti complicati per veicolarli in modo efficace, ma dall’altro prepara il contenuto trasferito a un arricchimento semantico  che si basa – e qui casca l’asino – sui bias innati di cui parlavamo all’inizio. In altre parole, il concetto semplificato e divulgato viene re-installato all’interno di un contesto dominato da riferimenti socio-cognitivi profondamente differenti, e lì viene addobbato, per così dire, di connotazioni del tutto estranee al concetto stesso. Metafore e concetti minimamente controintuitivi, sfruttati per la loro memorabilità e presa cognitiva ottimale (il gatto di Schrödinger e il collo della giraffa lamarckiana sono un esempio lampante), vengono recepiti e miscelati tra di loro (del tipo, “evoluzione quantistica”) per rientrare come carne da cannone della cultura popolare (film, serie TV, programmi televisivi, riviste di informazione, quotidiani, ecc.), della post-verità, del cospirazionismo e della pseudoscienza esoterica [17]. In pratica, si passa dal gatto di Schrödinger a Deepak Chopra e a Lost senza soluzione di continuità. In buona sostanza, è questa scienza-non-scienza che diventa la fonte principale di conoscenza del pubblico. Ed è per questo che occorre essere quanto più precisi possibile quando si fa divulgazione.

Lo schema più importante di tutto il post, incentrato sull'inevitabile dramma della scorrettezza scientifica: per divulgare efficacemente si deve scendere a patti con bias e fallacie,  ma questo scivolamento comporta il fraintendimento dei contenuti veicolati. Solo un programma a lungo termine di alfabetizzazione scientifica, logico-razionale e culturale può ovviare a queste distorsioni.  Questo programma ci sarebbe già: si chiama "scuola".
Fonte: opera dello scrivente, adattata e modificata da Asprem 2016 (vedi bibliografia) (CC-BY-NC-ND 3.0)


Divulgazione 2.0 tra postmodernismo e post-verità



In conclusione, è più probabile che il movente di un contenuto divulgato online sia meramente quello di essere presenti e di “diffondere” un contenuto, e non il contenuto scientificamente corretto ci si apsetterebbe. Questo contenuto si piega spesso al bisogno di attirare l’attenzione: basta che se ne parli se il trend è hot in quel momento, e se non lo è occorre trovare il modo per renderlo tale. Spesso si cavalca un nozionismo ridanciano che si basa sull’inaspettato, sul “perturbante” (quello che Freud chiamava Unheimlich) e su tutti i mezzi cognitivi per attirare l’attenzione in un mondo digitale dove l’attenzione è il bene più elusivo di tutti (non sto qui a ricordare gli effetti reali o presunti degli smartphone e dei social media sulla cognizione umana [17bis]). E il risultato è che per fare divulgazione si finisce invece a creare edutainment, ossia fondere (molto) divertimento con (poco) materiale educativo. Una cosa che non suona neanche tanto minacciosa, ma che declinata sulla base dei bias e delle fallacie logiche, diventa il veicolo per diffondere contenuti veramente “virali” – nel senso di materiali infettivi e dannosi. 

I fatti socio-politici dell’attualità confermano che la distinzione tra informazione semiseria e diffusione/divulgazione non viene riconosciuta dalla maggioranza dei prosumatori: la Brexit, l’elezione di Trump, il sovranismo europeo, le scie chimiche e l’antivaccinismo sono tutti sostenuti da bugie e da un attivo disprezzo nei confronti degli esperti, e convergono tutti in quel punto all’orizzonte che si chiama postmodernismo – e che è anche il punto di fuga umanistico del prosumerismo. Dal alcuni rivoli della filosofia postmoderna nascono:

  • l’abbaglio sociale dello smantellamento del sapere istituzionale (e specialmente quello scientifico) perché ritenuto colpevole dei mali sociali, politici ed economici;
  • la confusione tra ontologia (quello che c’è, la realtà) e l’epistemologia (ossia il sapere che utilizziamo per giungere alla conoscenza della realtà);
  • il pensiero che il reale sia quello che viene ritenuto tale e non quello che è;
  • l’idea che tutte le opinioni abbiano eguale valore scientifico (in senso lato). 
Allora, è normale che astrologia e astronomia possano avere lo stesso identico peso epistemologico – e lo stesso spazio nelle trasmissioni televisive (in Italia) [18]. E così le bugie politiche e i dati economici, il mercurio nei vaccini che causerebbe l’autismo e gli effetti dell’inquinamento come interferente endocrino, il dramma del cambiamento climatico e il negazionismo della Casa Bianca coesistono tutti come se avessero un peso e un valore identici. Tutto coesiste con il suo contrario, uno vale uno – e chi perde in questo gioco è proprio il sapere. Ma allora, senza controllori adeguati, chi controlla e chi gestisce tutto questo marasma? Nessuno. O meglio: tutti i prosumatori stessi, guidati in stragrande maggioranza dai loro bias intutivi, dai gusti locali, dalle mode del momento e dalle loro fallacie logiche. In un mondo digitale nel quale contano le visualizzazioni e gli iscritti, la divulgazione scientifica, ossia lo scioglimento di contenuti complessi in micro-concetti facilmente assimilabili sui quali costruire e consolidare a lungo termine nozioni man mano più complesse, è stata la prima vittima [18bis].

Ma la scuola? – si potrebbe obiettare. Non avrebbe dovuto formare – e vaccinare razionalmente – quelli che sarebbero poi diventati i prosumatori? Purtroppo no. La scuola dell’obbligo e l’università italiane versano in condizioni che, in generale e paragonate a quelle di altri paesi confinanti, non esiterei a definire sull’orlo del disastro [19]. Entrambe scontano decenni di problematiche strutturali lasciate irrisolte. Spetterebbe all’insegnamento scolastico fornire lo standard della divulgazione: lenta, cumulativa, per gradi di complessità crescente, senza semplificare in modo eccessivo ma cercando di veicolare pensieri complessi in modo diretto, progressivo e con calma. Insegnando innanzitutto a giudicare logicamente le informazioni e le nozioni, a valutare le fonti, a sviluppare una critica sensata ed epistemologicamente fondata. Tutto questo non è più un dato di fatto, qualcosa di scontato, e anche quando questo servizio essenziale viene fornito in modo esemplare il sapere immagazzinato deve vedersela con la competizione costante e il bombardamento cognitivo dell’edutainment/infotainment dei social media. Chiaro, si parla di grandi numeri, e non prendo in considerazioni le eccezioni. Ma i trend internazionali forniti dalle istituzioni più affidabili parlano chiaro: c’è una recrudescenza di fragilità conoscitive e di scelte sociali e politiche inadeguate dovute a un venir meno della conoscenza scientifica condivisa. Si è aperto uno squarcio nella struttura sociale, e se non riusciremo a ricucirlo al più presto, tutti, prosumatori e non, ne pagheremo le conseguenze. 


[1] Treccani – Vocabolario on line, s.v. 'divulgare'. http://www.treccani.it/vocabolario/divulgare/

[2] Rodríguez García, J.M. (2001) “Scientia Potestas Est – Knowledge is Power: Francis Bacon to Michel Foucault”. Neohelicon (2001) 28: 109-121. https://doi.org/10.1023/A:1011901104984

[3] D’Ancona, M (2017). Post-Truth: The New War on Truth and How to Fight Back. Londra: Ebury Press. La post-verità, in breve, rappresenta il risultato politico dell’interazione tra i seguenti fattori: (1) l’esistenza di una corrente filosofica di successo (il postmodernismo) per cui “non esistono i fatti, esistono solamente le opinioni”; (2) un’epoca storica caratterizzata da democrazia, liberismo, capitalismo; (3) l’innovazione tecnologica della Rete. Da Ferraris, M. (2017). Postverità e altri enigmi. Roma e Bari: laterza. p. 10.

[4] Cfr. D’Ancona. Post-Truth..., cit., e Ferrari, Postverità e altri enigmi, cit.

[5] Cassata, F. (2008). Le due scienze. Il «caso Lysenko» in Italia. Torino: Bollati Boringhieri.

[6] Kahneman, D. (2012). Pensieri lenti e pensieri veloci. Milano: Mondadori.

[7] Si veda questa serie di post su McCauley, R. N. (2011). Why Religion Is Natural and Science Is Not. Oxford and New York: Oxford University Press; cfr. anche Tooby, J. & Cosmides, L. (1992). “The psychological foundations of culture”. In J. Barkow, L. Cosmides, & J. Tooby (Eds.), The Adapted Mind: Evolutionary Psychology and the Generation of Culture. New York: Oxford University Press; Dunbar, R. (2004). The Human Story. Faber & Faber; Dunbar, R., Barrett, L. & Lycett, J . (2005). Evolutionary Psychology: A Beginner’s Guide. OneWorld: Oxford. Sui limiti cognitivi relativi ai legami sociali si veda “Do Online Social Media Cut through the Constraints That Limit the Size of Offline Social Networks?” di R. Dunbar, in Royal Society Open Science, Vol. 3, Article No. 150292; January 2016 http://rsos.royalsocietypublishing.org/content/3/1/150292

[8] Pinker, S. (2010). “The cognitive niche: Coevolution of intelligence, sociality, and language”. PNAS 107 (Supplement 2) 8993-8999; published ahead of print May 5, 2010 https://doi.org/10.1073/pnas.0914630107

[9] Menduni, E. (2008). s.v. “prosumer”. Enciclopedia della Scienza e della Tecnica. http://www.treccani.it/enciclopedia/prosumer_%28Enciclopedia-della-Scienza-e-della-Tecnica%29/

[10] Biały, Beata (2017). “Social Media—From Social Exchange to Battlefield.” The Cyber Defense Review 2(2): 69-90. https://www.jstor.org/stable/26267344?seq=1#metadata_info_tab_contents

[11] Pigliucci, M & M. Boudry (2014). Philosophy of Pseudoscience: Reocnsidering the Demarcation Problem. Chicago and London: The University of Chicago Press.

[12] Caulfield, T. (2016). Is Gwyneth Paltrow Wrong About Everything? When Celebrity Culture And Science Clash. London: Penguin.

[13] Cianpaglia, G. L. & F. Menczer (2018). “Misinformation and biases infect social media, both intentionally and accidentally”. June 20, 2018, The Conversation, https://theconversation.com/misinformation-and-biases-infect-social-media-both-intentionally-and-accidentally-97148. Basato su Shao C, Hui P-M, Wang L, Jiang X, Flammini A, Menczer F, et al. (2018) Anatomy of an online misinformation network. PLoS ONE 13(4): e0196087. https://doi.org/10.1371/journal.pone.0196087.

[14] Apro qui in nota una digressione storica, chiedendo scusa in anticipo per la semplificazione eccessiva. La tecnologia e l’industria del libro aveva un numero variabile ma consistente di passaggi e di tecniche da padroneggiare prima che un utente potesse passare da consumatore a produttore, agendo  nell'insieme da dissuasore per i più impreparati. Le tecnologie digitali hanno invece azzerato i tempi di attesa sia nella gestione del materiale che nella produzione. Oggi, chiunque può creare prodotti culturali con una veste grafica di buona o persino di eccellente qualità – cosa che una volta spettava solamente alle case editrici migliori, le quali avevano anche accumulato un capitale di rigore scientifico. Quindi, precisione del contenitore (la veste grafica) e del contenuto (le informazioni divulgate all’interno del libro) spesso coincidevano. Le University Presses anglosassoni erano (e sono tuttora) belle da vedere e da sfogliare ma soprattutto affidabili. Oggi questi due elementi sono spesso disgiunti. Anzi, la veste grafica viene attivamente sfruttata online per veicolare informazioni e nozioni false, mentre le piattaforme digitali non controllano i contenuti che i loro utenti postano. Oxford University Press, ad esempio, conduce un rigoroso controllo preliminare dell’autore e del tema trattato prima di pubblicare qualcosa, e sottopone il testo a un controllo paritario a doppio cieco; YouTube e Facebook (almeno fino a prima dello scandalo Cambridge Analytica) non esercitano alcun tipo di controllo. Per riflettere sulle conseguenze socio-politiche si rimanda a Floridi, L. (2015). “The New Grey Power.” Philosophy & Technology 28(3): 329-332. DOI 10.1007/s13347-015-0206-y. https://link.springer.com/article/10.1007/s13347-015-0206-y

[14bis] In effetti, una fetta considerevole di utenza si dedica attivamente a fare contro-propaganda divulgativa di ogni tipo: pseudoscientifica, fondamentalista, razzista, ma sempre e in ogni caso fermamente antiscientifica.


[15bis] Thielman, S. (2015). “How Fox ate National Geographic”. The Guardian, 14 novembre 2015. https://www.theguardian.com/media/2015/nov/14/how-fox-ate-national-geographic

[16] Hitlin, P. (2018). “The Science People See on Social Media”. Pew Research Center. http://www.pewinternet.org/2018/03/21/the-science-people-see-on-social-media/

[17] Asprem, E. (2016). “How Schrödinger’s Cat Became a Zombie: On the Epidemiology of Science-Based Representations in Popular and Religious Contexts”. Method & Theory in the Study of Religion 28(2): 113-140. DOI: 10.1163/15700682-12341373

[17bis] Wilmer, H. H., L. E. Sherman & J. M. Chein (2017). “Smartphones and Cognition: A Review of Research Exploring the Links between Mobile Technology Habits and Cognitive Functioning. Front Psychol. 8 605. Published online 2017 Apr 25. doi:  10.3389/fpsyg.2017.00605. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC5403814/

[18] Ferraris, M. (2017). Postverità e altri enigmi. Roma-Bari: Laterza. Su astrologia e astornomia cfr. Pigliucci, M. (2016). “Was Feyerabend Right in Defending Astrology? A Commentary on Kidd.” Social Epistemology Review and Reply Collective 5, no. 5 (2016): 1-6. https://social-epistemology.com/2016/05/02/was-feyerabend-right-in-defending-astrology-a-commentary-on-kidd-massimo-pigliucci/

[18bis] Vale la pena domandarsi: quanto sono affidabili gli iscritti, i follower e le visualizzazioni dei migliori canali/account scientifici come indicatori di avvenuta divulgazione in un mondo liquido come quello della Rete, dove i contenuti e le idee devono competere 24 ore su 24 con altri contenuti potenzialmente simili? Trasmissione e visualizzazione non equivalgono a comprensione e condivisione.

[19] OECD (2018). “Italy: Overview of the Education System”. http://gpseducation.oecd.org/CountryProfile?primaryCountry=ITA&treshold=10&topic=EO

sabato 15 aprile 2017

Darwin Day 2017. Parte II: bullismo o bullismi?

Riassunto della puntata precedente

Nel post precedente abbiamo cercato di vedere quali potessero essere le cause evolutive a monte dei comportamenti bullistici, e ci siamo concentrati su due tesi: quella di Jonathan Gottschall, secondo la quale il bullismo rappresenta un adattamento evolutivo, e quella di Christopher Boehm, la quale prevede una modulazione socio-cognitiva dei comportamenti bullistici basata sul rapporto tra ravvedimento individuale e tolleranza sociale. Nel primo caso avremmo una competizione diretta che premierebbe l’esercizio della forza da parte dei bulli, nel secondo un allargamento delle maglie selettive del gruppo a patto che il free rider dominante si ravveda nel caso in cui questi abbia assunto comportamenti antisociali. Nel caso illustrato da Boehm, il passaggio dei geni del free rider dominante alla generazione successiva garantirebbe una certa variabilità fenotipica all’interno del gruppo.
Entrambe le tesi danno per scontati alcuni assunti molto importanti. Due di questi sono particolarmente importanti: il bullismo come entità sottoposta a selezione e l’uso della comparazione etnografica per tracciare analogie con un’ipotetica umanità ancestrale. In questo post ci occupiamo del primo punto e dei suoi corollari; al secondo sarà dedicato un breve post di prossima pubblicazione.

Critica della ragion (bullistica) pura

Immanuel Kant mentre sta pensando al motto, così spesso frainteso, secondo il quale «Da un legno storto, come quello di cui l’uomo è fatto, non può uscire nulla di interamente diritto» (in Idee zu einer allgemeinen Geschichte in weltbürgerlicher Absicht, 1784). Il senso della frase, quando propriamente contestualizzata nel passaggio originale, era che nonostante tutto occorre comunque tendere al miglioramento. Un paio di sganassoni ben assestati gli avrebbero probabilmente fatto cambiare idea.
Fonte: ritratto di Kant da Wikipedia; ritratto di Nelson Muntz da Google Images ©  Gracie Films/20th Century Fox Television

Il bullismo, inteso come entità essenziale, discreta, può essere oggetto di selezione naturale? Dati alla mano, si potrebbe benissimo sostenere che il bullismo sia in realtà composto da un insieme eterogeneo di comportamenti che non possono essere disgiunti dal più vasto sottoinsieme di comportamenti umani generalmente aggressivi. Se l’unica peculiarità fosse quella di agire violenza contro i subordinati, in quale modo distinguere tale aggressività da altri tipi di aggressività? Se il bullismo è motivato dai medesimi presupposti neurofisiologici o endocrini dell’aggressività (legata, ad esempio, ai livelli di testosterone o all’azione di vari ormoni), a quale livello può la selezione isolare questo comportamento? Il risultato dell’impossibilità di operare una distinzione tra bullismo e aggressività sarebbe l’invisibilità di tale comportamento ai processi selettivi. In effetti, c’è chi ritiene che il bullismo sia un complesso multifattoriale che parte dall’interazione tra predisposizioni neurobiologiche ed eventi stressanti scatenanti, come notato da Susan M. Swearer e Shelley Hymel in un articolo pubblicato nel 2015 [1]. Ma questo non vuol dire che non ci siano comuni basi genetiche o neurofisiologiche. Semplicemente, il quadro è molto più complesso e, come spesso accede quando si tratta dei tempi profondi, molto più interessante di quanto non possa sembrare.

Singolare o plurale?

Cerchiamo allora di seguire una pista differente per un momento, lasciamo per un attimo da parte il determinismo essenzialista del bullismo secondo Gottschall, e proviamo ad elencare brevemente i fattori che potrebbero aiutarci a collocare in una prospettiva più complessa la storia naturale del bullismo:
  1. lo sviluppo individuale è un mix inestricabile di fattori genetici, epigenetici, ed ambientali (dove per “ambiente” si intende anche e soprattutto l’ambiente sociale). In alcuni periodi particolarmente importanti, quali la gravidanza, le primissime fasi dello sviluppo, e durante la pubertà (specie per quanto riguarda la creazione delle reti neurali e la cablatura dei processi affettivi ed empatico-emotivi), questi fattori interagiscono dinamicamente tra di loro secondo differenti modalità. Si tratta di modalità guidate da una rete biunivoca di processi neurochimici ed ormonali: ad esempio, la privazione dei necessari stati affettivi durante alcune fasi cruciali per la costruzione di un circuito neurale adeguato influisce negativamente sulla gestione e sull’attivazione di comportamenti empatici e di altri stati emotivi nell’adulto [2].
  2. Sono diverse infatti le condizioni neurofisiologiche che possono essere alla base della violenza agita in chiave bullistica. La mancanza di empatia può essere annoverata tra queste. Ancora una volta, è bene ricordare che ci troviamo di fronte a diversi fattori che interagiscono e non a un elemento dotato di un’essenza immodificabile: l’empatia è il risultato delle interazioni di un intero circuito composto da ben dieci aree cerebrali interconnesse tra loro e dotate di diversi compiti a livello emotivo o cognitivo (anche se, probabilmente, ne esistono altre, ancora da mappare). L’empatia non sarebbe pertanto il precipitato di un solo sistema [3]. Per questo motivo, il settaggio individuale si pone su di un continuum che va dalla massima empatia alla sua totale assenza, e non su un semplice meccanismo ON/OFF, presente/assente. Anche in questo caso siamo ben al di là del semplicistico determinismo che vorrebbe facili e immediate soluzioni dietro a determinati comportamenti. Ora, ciò che mi interessa notare qui è che la mancanza di empatia, sia essa il prodotto di settaggi insufficienti di determinate aree cerebrali o di precise condizioni genetiche (ad es., personalità borderline, soggetti autistici o affetti da disturbo post-traumatico da stress), può scatenare, a livelli e intensità differenti, comportamenti potenzialmente aggressivi, violenti o crudeli dal punto di vista morale. Questo avviene perché il soggetto scarsamente empatico può non riconoscere il soggetto di fronte a sé come individuo dotato di emozioni e sentimenti, e l’oggettivizzazione dell’altro può condurre all’adozione di comportamenti antisociali [4].
  3. Allo stesso modo esistono dinamiche sociali specifiche, a livello di gruppo, che possono innescare comportamenti bullistici, senza che vi siano, a livello neurofisiologico e cognitivo, disfunzioni patologiche o deficit particolari. Vi possono essere free rider subordinati che, pur essendo potenzialmente privi delle caratteristiche neurofisiologiche dei soggetti dominanti all’interno del proprio gruppo, si accodano ai bulli dominanti per vari motivi legati all’esercizio del potere tramite violenza. Subordinati, sì, ma pur sempre un gradino più in alto rispetto agli abusati. E, magari, al riparo dalle continue vessazioni. Occorre inoltre prendere in considerazione le rappresentazioni culturali che vengono trasmesse verticalmente (perlopiù dai genitori e dalla famiglia) e orizzontalmente (cioè dai coetanei o da certi format di intrattenimento), le quali, tradotte in schemi comportamentali emulativi, possono avere un’importanza notevole nel modellare le eventuali risposte bullistiche.
  4. Sarebbe però assai ingenuo rinunciare a cercare le basi neurofisiologiche o genetiche del bullismo. Esistono difatti diversi candidati genetici dietro all’attualizzazione di dinamiche bullistiche. Mi limito ad un solo esempio illustrativo. Nel 2008, un gruppo di ricercatori guidato da Avshalom Caspi ha avanzato l’ipotesi che un allele legato all’espressione della catecolo O-metiltrasferasi (COMT), ossia un enzima deputato al metabolismo della dopamina nella corteccia prefrontale, predisponga chi soffre di deficit di attenzione e di iperattività (Attention Deficit/Hyperactivity Disorder, o ADHD) a un minore controllo delle funzioni esecutive con potenziali ricadute negative sui comportamenti sociali [5]. In particolare, il meccanismo presso il codone 158, messo in moto dalla presenza dell’aminoacido metionina (espresso in polimorfismo con la valina), ridurrebbe del 40% l’attività enzimatica nella corteccia prefrontale, producendo livelli più elevati di dopamina [6]. Tale meccanismo interferirebbe con «la capacità dei bambini di controllare il proprio comportamento, impendendo loro di considerare adeguatamente le implicazioni future delle loro azioni. Questi bambini possono avere difficoltà a comprendere le conseguenze negative del loro comportamento su terzi, possono non riuscire a immaginare idee astratte relative ai valori etici o a ricompense future, possono non essere in grado di inibire l’adozione di comportamenti inappropriati e, quindi, di non adeguare i propri comportamenti alle mutevoli circostanze sociali» [7]. Eppure, come indica la cautela espressa dai tempi verbali srotolati nella precedente citazione, i risultati sono provvisori e la correlazione tra base neurobiologica e l’adozione di comportamenti antisociali nei soggetti affetti da ADHD, per quanto affascinante, resta ancorata ad un livello speculativo: la «replicabilità non è perfetta, e un’associazione con falsi positivi non può essere esclusa con certezza» [8]. In effetti, variabili di genere, gruppo, famiglia, età, contesto economico, ecc., possono incidere notevolmente sullo scatenamento  di comportamenti bullistici (e sulla loro inibizione). Ma allora, le radici neurofisiologiche restano sempre le stesse o no? 
Forse, se espresso in questi termini ristretti, il problema del bullismo come entità sottoposta a selezione è mal posto. Come ricordato in un altro post, la psicologia evoluzionistica sostiene infatti che «la selezione naturale agisc[a] sugli output comportamentali, e non sui sistemi cognitivi responsabili di tali comportamenti» [9]. Quindi, in linea di massima, i comportamenti antisociali esercitati da free rider dominanti in età pre-riproduttiva e (pre-)adolescenziale – quale che sia la molla neurofisiologica – potrebbero benissimo rientrare tra gli oggetti di selezione da parte dei gruppi umani, garantendo nel contempo una certa variabilità fenotipica dietro ai comportamenti bullistici. Ma la psicologia evoluzionistica, si sa, è un campo ancora in fase di sviluppo, sottoposto a molte critiche e ad ancora più rinnovamenti. Il condizionale cautelativo resta pertanto d’obbligo. Magari tra qualche anno si avrà la conferma di una comune base neurofisiologica dietro alla variabilità fenotipica del bullismo (fatta comunque debita eccezioni per quei casi di opportunismo citati al punto (3) della lista precedente). Per il momento, riuscire a disincagliare dalla melma delle correlazioni spurie l’elemento maggiormente implicato nell’attuazione di comportamenti antisociali a base bullistica, sembra essere molto più difficile che spedire robot su Marte

Fonzie, Biff e Cletus Kasady entrano in un bar e…

... e niente... come volete che vada a finire con quel piantagrane rossastro sulla destra? C'è ben poco da ridere, caro il mio Fonzie. Biff pare averlo già capito...
Fonte: Fonzie da Wikipedia; Biff da Wikipedia; Cletus Kasady/Carnage da Google Images (matite di Mark Bagley, chine di Randy Emberlin; da Amazing Spider-Man #361 © 1992 Marvel Comics).

Invece, quando Gottschall afferma che, a livello sociale, i bulli sarebbero «più popolari fra i compagni rispetto ai non bulli, e [avrebbero] più successo con le ragazze» [10], rischia di fare il passo epistemico più lungo della gamba metodologica. Riunire sotto un’unica etichetta tipologie comportamentali tanto diverse è semplicemente un rischio. Come se Asso Merrill, Biff Tannen, John Bender, Arthur Fonzarelli, Danny Zuko, Cletus Kasady (l’arcinemesi di Venom e dell’Uomo Ragno) e It potessero stare tutti assieme comodamente sotto lo stesso tetto. D’accordo, It non c’entra nulla e l’ho aggiunto io, ma era per rendere l’idea. Di certo, che personaggi quali Kasady o Biff siano popolari tra le ragazze quanto Danny Zuko o John Bender mi sembra un’idea tirata per le orecchie.

Nel caso di Carnage/Kasady, compagne psicopatiche quali Shriek non contano come falsificazione dell'argomento relativo alla popolarità, grazie.
Fonte: Google Images, da The Amazing Spider-Man #378, matite di M. Bagley, chine di R. Emberlin © 1993 Marvel Comics.
Pur trattandosi di esempi fittizi, quello che voglio dire è che anche ammettendo che il bullismo possa essere stato oggetto di selezione, avremmo una scala di modulazioni e di variabilità e non un bullismo ON/OFF, presente/assente. Data questa variabilità fenotipica, un idealtipo sociale del bullo sarebbe piuttosto difficile da identificare. E se davvero l’output comportamentale è stato filtrato indipendentemente dalle cause neurofisiologiche, attraverso le maglie selettive e l’azione tollerante della LPA ipotizzata da Boehm, allora il bullismo sarebbe quasi come la classe Reptilia, parafiletica, ossia composta da diversi cladi filogenetici che, per quanto sembrino condividere alcune caratteristiche superficiali, non condividono antenati filogenetici comuni e recenti: tanto per dirne una, i coccodrilli sono più vicini agli uccelli che ai serpenti.
Per darvi un’idea della variabilità fenotipica all’interno del bullismo (o, per meglio dire, dei bullismi), Swearer e Hymel hanno elencato i seguenti elementi: «insensibilità; tendenze psicopatiche; adozione di tratti mascolini; problemi di condotta; personalità antisociale; vulnerabilità alla pressione dei compagni; ansia; depressione […]. Almeno alcuni studenti che bullizzano i propri compagni hanno un’intelligenza sociale e uno status sociale superiori alla norma […]; pertanto, i ricercatori distinguono tra bulli socialmente integrati e bulli socialmente marginalizzati […]» [11]. Ci son abbastanza elementi da garantire una certa disomogeneità comportamentale: abbiamo casi di psicopatia palese, contraddistinti da narcisismo, mancanza di empatia, impulsività, violenza, ecc. [12], e ci sono casi in cui, in fondo in fondo, il bullo è davvero solo un bonario Fonzie, per capirci. Quindi no, mettere insieme tutto in un unico calderone non è buona pratica da seguire. Anche considerando il punto di vista amministrativo: Kasady potete tenervelo chiuso nel Ravencroft, grazie.

Un posticino carino e rassicurante, tra l'altro.
Fonte: Medium; da The Amazing Spider-Man 2, il film del quale nessun true believer della MArvel vuole sentire parlare. © 2014 Sony Pictures/Columbia
Quando andare a squola scuola diventa patologico

Gottschall forse ha in mente un’idea romanzata e patinata del bullo come di un simpatico buontempone, un carismatico estroverso. Ma il bullo può anche agire sulla base di quello che in primatologia è noto come “pattern di abuso casuale” attraverso il quale il bullo, rendendo gli episodi di violenza imprevedibili, riproduce un modello che mira implicitamente a mantenere costanti i elevati livelli di stress nei subordinati in una continua autoriproduzione delle proprie condizioni di dominanza [13]. E luogo di elezione di tale comportamento è la scuola.
Come ha scritto Daniel Lord Smail, l’esistenza del bullismo nelle scuole dell’obbligo è una conseguenza di scelte educative uniformi, imposte dall’alto e relative ad un’organizzazione orizzontale per classe di età, una scelta istituzionale tipica dei moderni stati nazionali che, evolutivamente parlando, è senza precedenti. E senza precedenti sono le condizioni che permettono in ogni classe, in ogni annata, in ogni locale scolastico, in ogni paese, in ogni regione, in ogni nazione, la perpetuazione dell’adozione di comportamenti antisociali e violenti, tra cui il succitato pattern di abuso casuale. Gli strumenti culturali che nel post precedente abbiamo visto essere efficaci per contenere e controllare le prevaricazioni bullistiche nelle società di cacciatori-raccoglitori (come il pettegolezzo e la ridicolizzazione), sono gli stessi che vengono maneggiati e autogestiti da comunità di coetanei adolescenti «mal equipaggiati, da un punto di vista neurobiologico, a gestire i picchi e i crolli emotivi di un corpo adolescente». Non è difficile immaginare le conseguenze di tale mancanza di controllo. L’implementazione di tali strumenti nel contesto scolastico rappresenta pertanto «un esempio [negativo] di ciò che può succedere quando le istituzioni prodotte dalle società postlitiche interagiscono con la neurofisiologia umana in modi imprevedibili. Nel caso dell’istruzione scolastica, le società occidentali hanno sperimentato per quasi due secoli con l’usanza senza precedenti di far socializzare i bambini secondo un’organizzazione abbastanza rigida e basata su divisioni di età anziché secondo i livelli intergenerazionali di una società basata sui nuclei familiari. Solo ora stiamo iniziando a renderci conto della natura straordinariamente patologica di tale pratica» [14]. Ma allora, e torniamo al nodo problematico del primo paragrafo, davvero quel bullismo originario, tipico delle LPA identificate da Boehm e questo bullismo scolastico e adolescenziale sono in fondo la stessa cosa? Probabilmente sì dal punto neurofisiologico, ma da quello del contesto sociale direi proprio di no.

Immortan Joe, il tuo nuovo compagno di banco

Oggi interroghiamo... Joe! ... anzi, meglio di no, va'.
Fonte: MadMaxWikia; ©2015 Warner Bros. Pictures 

Se le ricadute immediate possono premiare il bullo, limitare l’accesso dei subordinati alle risorse (quali che siano) non ne massimizza la fitness a breve termine, poiché il bullo in età (pre-)adolescenziale solitamente non mette al mondo figli né instaura un vero e proprio regno come avviene ne Il signore delle mosche. Inoltre, la sua rete sociale non è destinata a durare: il potere corrompe, e la dominanza crea tensione nel suo gruppo (quando presente). Anche se durasse, la divisione scolastica in scuole medie inferiori e superiori renderebbe difficile continuare il sodalizio bullizzante. Forse, in condizioni ambientali drasticamente differenti (ad es., un cataclisma planetario), la potenziale strategia-r del bullismo, che è facile immaginare essere contraddistinta da prolificità, mortalità elevata, competizione elevata, ecc., potrebbe anche rivelarsi premiante. (Per capirci, la strategia r predilige la quantità della prole alla qualità dovuta a cure parentali mirate. Siete figli unici? Ecco, Mick Jagger ha otto figli con cinque compagne diverse).
Magari immaginare che il bullismo lasciato libero di correre possa condurre al devastato mondo post-apocalittico di Immortan Joe in Mad Max: Fury Road, può sembrare azzardato. Ad ogni modo, l’adozione di strategie-r nel percorso di sviluppo e di vita dell’individuo (quello che oggi in ecologia e sociologia è noto come life history theory) è una conseguenza tipica delle condizioni ecologiche e ambientali nelle quali ci si trova a vivere: massimizzare la fitness su breve durata può essere una risposta non mediata di fronte a condizioni di sviluppo e familiari disagiate, le quali veicolano a loro volta l’idea che il mondo non sia un luogo sicuro. Siamo sempre all’interno di un loop neuroendocrino tra cultura e natura, shakerate e non mescolate. Ecco quindi l’adozione di risposte comportamentali dominate da «sfruttamento delle risorse altrui, accoppiamento precoce e scarsa cura nei confronti della prole» [15].
Eppure, nelle condizioni ultrasociali attuali, e non solo, è ragionevole ritenere il bullismo come una strategia maladattiva per le vittime bullizzate, per le famiglie nelle quali le vittime vivono, per quelle che le vittime formeranno, e infine per i sistemi sanitari nazionali che si dovranno fare carico delle spese legate alle patologie sviluppate dalle vittime (come ad esempio, «depressione, ansia, disordine post-traumatico da stress», deficit cognitivi, ecc.), condizioni che a lungo termine possono condurre ad altre e ben più gravi condizioni di salute [16]. Ed è facile capire il perché: il bullismo attiva una diatesi cognitiva, come la chiamano Swearer e Hymel, che sarebbe una «lente distorta attraverso la quale gli individui interpretano gli eventi della propria vita» [17]. Che, chiudendo il cerchio, è esattamente quello che le società di cacciatori-raccoglitori illustrate da Boehm cercano di evitare puntando su una gerarchia a dominanza inversa e su vari sistemi di controllo sociale per tenere a bada i maschi alfa.

Il bullismo è maladattativo anche per i bulli stessi, essendo una strategia che viene implementata più o meno inconsciamente sulla base di stimoli neurofisiologici, ma che – a livello sociale ed individuale – non è premiante. In fondo, è un po’ come la contemporanea pandemia di obesità provocata dall’attrazione nei confronti di cibi fortemente energetici – un’attrazione che poteva essere adattativa quando tali cibi erano scarsi e la loro ricerca premiante ma che oggi, con la disponibilità di cibi e bevande iper-zuccherati, è fortemente maladattativa [18]. Come accennato in precedenza, la risposta bullistica viene talvolta adottata da soggetti che hanno subito gravi deficienze affettive o che hanno subito gravi traumi psicologici familiari durante l’infanzia. Che poi è anche un tropo sfruttato in molti ambiti della produzione pop di massa (la biografia fittizia di Carnage ne è solo un esempio). Pertanto, la cosa solo apparentemente paradossale, con la quale vorrei concludere questa seconda incursione nella storia profonda di questi fenomeni, è che il bullismo è un «evento stressante che mette a rischio i giovani vulnerabili nei confronti di una serie di esiti negativi […] a prescindere dal tipo di coinvolgimento (ossia, bullo, bullo-vittima, vitima)» [19, corsivo mio]. Indipendentemente dal ruolo, e fatte salve le gravissime conseguenze cognitive (quando non fisiche) subite dalle vittime, il bullismo avrebbe quindi ricadute negative su tutti gli attori sociali coinvolti. Il potere logora, e l’esercizio della violenza (agita, subita, o subita prima e agita poi) modifica a livello neurofisiologico ed endocrino gli individui, con pesanti ricadute a lungo termine sulle condizioni di salute mentale e fisica. E allora, se le vittime soffrono di più, possiamo dire che i bulli non ridono.

[1]Swearer, S., & Hymel, S. (2015). Understanding the psychology of bullying: Moving toward a social-ecological diathesis–stress model. American Psychologist, 70 (4), 344-353 DOI: 10.1037/a0038929.

[2] Orbecchi, M. (2015). Biologia dell’anima. Teoria dell’evoluzione e psicoterapia. Torino: Bollati Boringhieri.

[3] Baron-Cohen, S, (2011). Zero Degrees of Empathy: A New Theory of Human Cruelty and Kindness. London: Penguin. p. 20 (trad. in italiano nel 2012 come La scienza del male. L’empatia e le origini della crudeltà. Milano: Cortina).

[4] Ibi, passim.

[5] Caspi A, Langley K, Milne B, Moffitt TE, O'Donovan M, Owen MJ, Polo Tomas M, Poulton R, Rutter M, Taylor A, Williams B, & Thapar A (2008). A replicated molecular genetic basis for subtyping antisocial behavior in children with attention-deficit/hyperactivity disorder. Archives of general psychiatry, 65 (2), 203-10 PMID: 18250258.

[6] Ibi: 202-203.

[7] Ibi: 206.

[8] Ibi: 207.

[9] MCauley, R.N. (2011). Why Religion Is Natural and Science Is Not. Oxford: Oxford UNiversity Press. p. 53.

[10] Gottschall, J. (2012), Il professore sul ring. Perché gli uomini combattono e a noi piace guardarli. Torino: Bollati Boringhieri. p. 48 (pubbl. orig. nel 2015 come The Professor in the Cage: Why Men Fight and Why We Like to Watch. New York: Penguin Random House).

[11] Swearer & Hymel, Understanding the psychology of bullying, p. 345.

[12] Ibi: 348.

[13] Smail, D.L. (2008). On Deep History and the Brain. Berkeley, Los Angeles and London:
University of California Press. p. 178.

[14] Ibid.

[15] Brüne, M. (2016). Textbook of Evolutionary Psychiatry & Psychosomatic Medicine: The Origins of Psychopathology. Oxford: Oxford University Press. p. 87.

[16] Swearer S.M. & Hymel S., Understanding the psychology of bullying, cit., 348.

[17] Ibi., 349.

[18] McCauley, Why Religion…, cit., 54.

[18] Swearer, Hymel, Understanding the psychology of bullying, cit., 347.

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mercoledì 12 aprile 2017

Darwin Day 2017. Parte I: Storia naturale del bullismo da Darwin ad Asso Merrill

Oh, dico a te! Cos’è che c’hai tanto da ridire contro i bulli in ’sto post, eh?!
Fonte: Google Images, screenshot da Stand By Me © 1986 Columbia Pictures
Homo homini lupus

La violenza dei bulli è come il proverbiale cacio sui maccheroni: fino a pochissimo tempo fa non faceva notizia perché era ritenuta qualcosa di banale, quotidiano, diffusa. Se faceva notizia era solo perché qualcosa di davvero straordinario era capitato, qualcosa che poteva riuscire a catturare l’attenzione del pubblico per il breve tempo di un servizio al telegiornale. Un bizzarro e violentissimo rito di iniziazione per entrare in una confraternita di qualche blasonato college statunitense, finito malissimo per l’aspirante membro? Se ne parlava. Un ragazzo anonimo picchiato a sangue, preso a cinghiate sulla schiena dal padre, e che riversava ogni mattina, come un disco rotto, la sua folle rabbia sugli altri anonimi compagni di classe in una città anonima, in un quartiere anonimo, in una scuola anonima come tante? Non faceva notizia. Il timido compagno di classe  preso a calci con gli anfibi a punta di ferro dal bullo di turno durante l’intervallo, per giorni, mesi, anni? Ordinaria amministrazione.

E sì, lo ammetto, alle scuole medie ho potuto constatare su campo, come un antropologo in erba, che Il signore delle mosche di William Golding non è tanto una distopia quanto una fedele fotografia, e che i ragazzini possono essere demoni. Storie di lacrime, sudore, paura, lividi, sangue, di soprusi, di stress, di vite spezzate, di menti andate in frantumi come specchi scheggiati a causa della violenza subita. Oggi, di bullismo se ne parla, anche se si continuano a prediligere gli aspetti più straordinari, quelli che fanno pendant con il resto del notiziario delle 20. Improbabile quindi che la mia scuola media fosse un’eccezione straordinaria. Ma allora è proprio un film che si ripete, un disco rotto che torna sempre sullo stesso ritornello... davvero questi atroci vincoli comportamentali sono inevitabili? Davvero la violenza è cablata nei geni? I maschi sono naturalmente portati ad agire violenza? Le guerre e la violenza nelle varie società umane sono forse il precipitato di questa tendenza violenta? Quando uscirà un episodio decente dello sciagurato franchise di Jurassic Park? All’ultima domanda non credo ci sia risposta, per il resto ho cercato di attrezzarmi.

Una “maschilità barbarica”?
Copertina dell’edizione italiana de Il professore sul ring © 2015 Bollati Boringhieri
Partiamo dal tempo profondo dell’evoluzione e chiediamoci: c’è una spiegazione adattativa per il bullismo, la quale possa spiegare il ricorso a tali pratiche in termini di fitness relativa all’individuo che adotti tale comportamento? Jonathan Gottschall, autore del sagace e brioso Il professore sul ring. Perché gli uomini combattono e a noi piace guardarli (2015), ritiene di sì. La tesi di fondo del volume di Gottschall è che, a causa di motivi neuroendocrinologici, i maschi di Homo sapiens siano portati a competere violentemente tra loro, e che la violenza agita in varie modalità (tra cui gareggiare in sport più o meno violenti) costituisca la valvola di sfogo, la conditio sine qua non, per veicolare e controllare secondo modalità controllate queste spinte comportamentali altrimenti deleterie. Uno dei risultati, in pratica, sarebbe lo sviluppo di precisi rituali di combattimento, codificati in modo preciso, volti a contenere la violenza entro un limite accettabile sotto forma di sport e di tifoserie. La violenza piace, e i prodotti culturali che includono contenuti violenti piacciono proprio perché solleticano, per così dire, processi emotivi legati all’aggressività le cui radici risalirebbero ai tempi profondi dell’evoluzione. A loro volta, queste radici avrebbero attecchito nel terreno fertile della competizione maschile per l’accoppiamento, selezionando comportamenti e strategie riproduttive differenti nei maschi e nelle femmine del genere Homo.

La cultura avrebbe agito modulando tali vincoli strutturali secondo contingenze storiche e sensibilità culturali locali, ma quasi sempre riducendo a massimo comun divisore una specifica idea dell’onore individuale riassumibile in forza e coraggio per i maschi, e sessualità casta per le femmine. Da qui i duelli sanguinari, i riti maschili di passaggio religiosi e non, il sadismo bellico e tutte quelle competizioni maschili completamente futili, intrise di violenza e di gerarchie di dominanza, spesso dall’esito tragico e così tipiche dei ragazzini (dal bungee jumping alle devastanti gare di bevute, fino ai selfie fatti sulle rotaie del treno con la locomotiva sferragliante alle spalle).

Questa «maschilità barbarica», come la chiama Gottschall, si palesa dolorosamente proprio nella spiegazione del bullismo adolescenziale, la cui onnipresenza in (quasi) ogni cultura umana sarebbe da attribuire a quei comportamenti bullistici «premianti» che costituiscono «form[e] di adattamento sociale relativamente comune» nel mondo animale non-umano [1]. Gottschall spinge il parallelo fino a presentare un’equivalenza tra un «leone più forte» e un «ragazzo più forte», entrambi portati ad approfittare della propria forza per reclamare, in modo più o meno violento, più di quanto non spetterebbe loro secondo la norma del gruppo nel quale essi vivono – ossia, imponendo con la forza la loro intenzione di non condividere adeguatamente le risorse (ad es., cibo e compagne) tra i membri del gruppo, o di tiranneggiare gli stessi allo scopo di evitare che essi abbiano accesso alle suddette risorse.

Tutto è perduto, fuorché l’onore



Locandina di Braveheart © 1995 Paramount/20th Century Fox
Fonte: Wikipedia


Come scrive Gottschall, «[c]i piace pensare che i bulli paghino un prezzo, e spesso è così (fra i cacciatori-raccoglitori, i bulli più aggressivi venivano a volte assassinati da coalizioni di vittime che non ne potevano più), tuttavia nell’adolescenza sono i bulli ad avere la meglio, soprattutto quelli abbastanza capaci da scegliersi saggiamente le proprie vittime. Sono più popolari fra i compagni rispetto ai loro bulli, e hanno più successo con le ragazze» [2]. E nella pagina successiva, Gottschall riafferma la necessità del confronto maschile anche per i subordinati partendo da uno spunto fornito dal film Braveheart (USA, 1995): pur potendo perdere di fronte a competitori più in forma, il confronto violento sarebbe necessario allo scopo di guadagnarsi il rispetto sia del gruppo sociale di appartenenza che di quello del competitore. Se non puoi battere il bullo (in Braveheart, l’invasore inglese), combattilo, ci dice Gottschall. Che poi è lo stesso tropo cinematografico e storiografico del subordinato che tiene testa al bullo cercando di guadagnarsene il rispetto. 

Chi non ricorda lo scontro finale di Stand By Me di Rob Reiner (USA, 1986), quando il bullo Asso Merrill armato di coltellino, con la sua gang di subordinati, si trova impreparato (e forse impaurito) di fronte all’inaspettata potenza di fuoco dei piccoli ragazzini, che dispongono di una pistola? E se il bullo si trova costretto a darsi alla fuga, il gruppetto di ragazzini si trova rinsaldato. Questo vale per il manipolo dei subordinati, ma per quanto riguarda il gruppo di competitori pensiamo solamente a tutti i racconti bellici che si concludono con il vincitore che riconosce l’onore delle armi al vinto, o al fair play nelle competizioni sportive tra sfidanti e squadre diverse. Sono racconti che resistono, e che vengono tramandati e trasmessi continuamente, perché solleticherebbero la nostra sete di vedere comunque riconosciuto lo sforzo nella tenzone agonistica.


Non c’è bullismo senza altruismo

Abbiamo qui una densità di temi straordinaria. Riassumendo, il bullismo sarebbe vantaggioso a livello di fitness individuale, tanto che persino presso i cacciatori-raccoglitori solo occasionalmente si provvede all’eliminazione fisica dei bulli. Ma è davvero così adattativo il bullismo? Data l’impossibilità di trattare tutto in modo adeguato in un singolo post, cercherò di soffermarmi criticamente su due argomenti che reputo basilari: le cause ultime, ossia il bullismo dal punto di vista evolutivo, e le cause prossime, cioè la neurofisiologia del bullismo. Facciamo ordine e partiamo dal primo punto; al secondo sarà dedicato il prossimo post.

Gottschall propende per un bullismo atavico, incardinato sul repertorio comportamentale di tutte le società passate e presenti di H. sapiens e, pertanto, ineludibile. L’esempio succitato dei cacciatori-raccoglitori, usato come termine di paragone per il comportamento umano precedente alla sedentarizzazione, dovrebbe servire non solo per dimostrare l’inutilità stessa delle azioni intraprese contro tali soggetti ma anche per sottolinearne il valore adattativo. Proviamo però ad allargare il quadro  e a guardare un momento alle implicazioni del bullismo per l’evoluzione dell’altruismo.

Nel 1871, Darwin ipotizza l’esistenza di una selezione di gruppo secondo la quale l’adozione di determinati comportamenti altruistici all’interno del proprio gruppo avrebbe permesso di surclassare gli altri gruppi competitori nel corso del tempo profondo [3]. Darwin nota anche che, a lungo termine, decisioni morali legate a decisioni altruistiche estreme e più o meno vincolanti per il resto del gruppo di appartenenza agirebbero come filtro selettivo equivalente alla selezione naturale [4]. Come ha sintetizzato Telmo Pievani, «la logica evolutiva che favorisce l’emergenza di comportamenti cooperativi all’interno dei gruppi presuppone la conflittualità fra gruppi in competizione» [5]. Ma cosa succede quando all’interno del proprio gruppo esistono individui che non solo usufruiscono delle risorse ma non collaborano quando dovrebbero (scrocconi o approfittatori; in inglese “free rider”) ma che mettono a repentaglio la coesione del gruppo prevaricando e monopolizzando l’accesso alle risorse attraverso un uso coercitivo della forza (bulli o “free rider dominanti”, secondo l’espressione di Cristopher Boehm [6])? 

In questo senso, Darwin accenna brevemente al fatto che i codardi vengono disprezzati rispetto agli individui coraggiosi, intendendo per codardi i vigliacchi che si tirano indietro di fronte al sacrificio patriottico di sé – ossia che non reciprocando quando necessario [7], lasciando un po’ da parte il più vasto problema dell’esistenza stessa dei free rider. Il problema spinoso della presenza continua di questi individui viene riaperto da George Williams nel 1966, il quale nel contempo spedisce al macero l’ipotesi della selezione di gruppo a livello di specie a causa di quella che considerava un’insufficiente capacità euristica implicita nella teoria. Cinque anni più tardi, Robert Trivers [8] si concentra nuovamente sugli scrocconi nell’ottica dell’altruismo reciproco, un meccanismo sociale volto alla reciprocazione tra non consanguinei e selezionato in virtù della sua capacità di surclassare i competitori. Di nuovo, i free rider dominanti venivano relegati al cono d’ombra del discorso. Che poi sarebbe anche il problema dei cinecomic Marvel e DC attuali: la grandezza dei protagonisti si soppesa sulla base della presenza scenica degli antagonisti – che invece spesso, troppo spesso, latitano.

Giù la maschera!
Chi si ricorda delle profondissime e shakespereane motivazioni di Malekith in Thor: The Dark World? ... ... ecco, appunto. QED.
Fonte: Marvel Cinematic Universe Wikia © 2013 Marvel Studios
Cosa ci dice il resto della blasonata storia dei modelli evoluzionistici relativi all’altruismo per quanto riguarda i free rider dominanti? Non troppo, o almeno non quanto potrebbe: come ha notato Cristopher Boehm dopo aver passato in rassegna otto modelli principali relativi alla storia evolutiva dell’altruismo [9], i free rider, dominanti o meno, stanno quasi sempre sullo sfondo, dove vengono spesso rappresentati come «imbroglioni dediti a sfruttare gli altruisti creduloni e generosi» [10]. Eppure i free rider sono «‘giocatori’ fondamentali per la formazione e il mantenimento del pool genico umano, e rivestono un ruolo chiave rispetto alle possibilità offerte dall’altruismo» [11]. Proviamo a rimetterli al centro del palcoscenico.

Verso una storia naturale del bullismo


Tavola illustrativa risalente al XX secolo e reperibile sotto la voce Bullo: Biff Tannen incontra Marty McFly.
Fonte: Futurepedia © 1985 Amblin Entertainment

Allora, seguendo Boehm, il bullo è un free rider dominante, il quale all’interno di un contesto di gerarchie sociali di dominanza «ottiene vantaggi riproduttivi per mezzo dell’esercizio della forza o della sua minaccia, e non per via dell’inganno» [12]. Spoiler e avanti veloce: Boehm ritiene che solo l’interazione tra selezione di gruppo (modello tornato in auge  di recente e che prevede un filtro costituito da «tassi di estinzione e da variabilità fenotipica tra i gruppi») [13] e la selezione sociale («selezione per mezzo della reputazione» all’interno di un solo gruppo, con controllo interno, scelte personali e sanzioni volte a contenere le gerarchie di dominanza) [14] possa spiegare “il paradosso genetico dell’altruismo umano» e, pertanto, il fatto che il bullismo non sia stato filtrato via dalla selezione [15]. Come è arrivato a questa soluzione? Partendo dalla stessa idea di Gottschall (che, detto per inciso, si è ispirato a lavori precedenti di Boehm), ossia guardando comparativamente a quanto avviene nelle società di cacciatori-raccoglitori. 

Ora, non mi dilungherò in questo post sulla liceità epistemologica di tale metodo, e rimando al prossimo post una serie di annotazioni critiche. Per il momento relata refero. Dunque, la ricetta comparativa di Boehm è molto più precisa rispetto allo schema sintetico proposto da Gottschall e prevede l’analisi di una lista di comportamenti, usi e costumi tratti da 339 società di cacciatori-raccoglitori [16]. Prendete allora queste società, escludete dal novero tutte quelle che hanno conosciuto domesticazione, orticoltura, commercio di pellicce, e sedentarizzazione con annessi e connessi gerarchici. Vi restano 49 società, ma non avete ancora finito. Si deve aggiungere un livello primatologico trattando i pànini (ossia scimpanzé e bonobo che costituiscono il genere Pan, non i sandwich imbottiti), si tracciano le somiglianze comportamentali tra i due generi dei nostri parenti filogenetici più prossimi, si aggiungono quelle di Homo, si ottiene l’ipotetico schema comportamentale del potenziale antenato comune dei tre generi di ominini viventi sulla base di considerazioni evolutivamente parsimoniose (un antenato ipotetico che Boehm chiama “Ancestral Pan”), et voilà. Ci siamo. Dati i presupposti di partenza, quello che avete sul fondo della provetta è il precipitato probabilisticamente più vicino a quello che doveva essere la società umana appena prima della colonizzazione dell’intero globo terracqueo – battezzata da Boehm come ipotetica popolazione LPA, acronimo che sta per “Late-Pleistocene Appropriate” [17].

Laddove Gottschall minimizzava il ruolo di controllo delle comunità di cacciatori-raccoglitori, limitandone l’intervento ai casi peggiori, Boehm documenta l’uso diffuso della punizione capitale contro i bulli nel 50% del campione delle 49 società. Punizione che, tra l’altro, esiste anche tra i pànini. La punizione, che Boehm ritiene in gran parte rivolta contro maschi di età compresa tra 20 e 40 anni (ossia in piena età fertile), verrebbe solitamente condotta da tutto il gruppo, onde evitare singole vendette da parte dei familiari del bullo, oppure cooptando come agente un parente prossimo della vittima. Boehm accenna anche ai potenziali casi di sottorappresentazione etnografica di tali punizioni nella documentazione etnografica dei due secoli passati, spiegandola come risultato di una consapevolezza da parte delle popolazioni interessate allo scopo di evitare una stigmatizzazione sotto il giogo delle autorità coloniali [18]. Ma allora, se davvero vogliamo considerare questa punizione diffusa quasi come un universale pan-umano diffusosi, poniamo speculativamente, 45.000 anni fa, come mai il bullismo, così deleterio per le dinamiche altruistiche all’interno del proprio gruppo, ha resistito al filtro dall’evoluzione?

Perché, secondo Bohem, esistono numerose opportunità di redenzione e ravvedimento per il bullo nelle società analizzate, che oppongono alla pena capitale sanzioni indirette (es., «pettegolezzo, opinione pubblica») e sanzioni dirette (es., «ostracismo, allontanamento, critiche, ridicolizzazione, esposizione al pubblico ludibrio, punizioni fisiche non letali») [19]. Quindi, anche se i provvedimenti venivano presi nell’ottica di limitare la fitness del soggetto (con uno stop alla cooperazione e alle possibilità di contrarre matrimonio), la possibilità di ristabilire la propria reputazione può condurre ad un recupero (più o meno parziale) della propria reputazione. Tradotto nella LPA di Boehm, in pratica, il figlio prodigo 1.0 in versione paleolitica.

La trattazione di Gottschall, tarata su coordinate iper-violente, lasciava in ombra gli aspetti di modulazione comportamentale tra norme sociali e cognizione individuale. In effetti, le radici ultime del processo tracciato da Boehm starebbero nell’evoluzione di un set di capacità mentali di pianificazione legate all’autoconsapevolezza e nell’autocontrollo, che «ci permett[ono] di calcolare quando possiamo farla franca senza danneggiare il mostro successo riproduttivo» [20]. Quando osservato da un punto di vista evolutivo (per quanto speculativo), questo aspetto machiavellico e controvoglia cooperativo, sarebbe il risultato dei vincoli cooperativi imposti dal lavoro di gruppo necessario per organizzare la caccia e il lavoro di gruppo. A partire dalla comparsa di H. sapiens arcaico, e stando a quanto elaborato sulla base della LPA, il controllo dell’ego dei  cacciatori migliori nel contesto della caccia di grandi ungulati veniva implementato a livello comunitario a beneficio della sussistenza generale del gruppo e modulando un certo grado di autonomia individuale [21]. In breve, la possibilità di chiudere un occhio di fronte agli individui alfa, più arroganti, pretenziosi e capaci di imporre la propria forza in modo coercitivo e violento di fronte al gruppo, era comunque vincolata al loro ravvedimento in caso di rottura del patto sociale. Questo perché era necessario che i cacciatori più forti (e, potenzialmente, quelli capaci di instaurare un sistema piramidale gerarchico) restassero nel gruppo. Come scrive Boehm, «credo che i sistemi di controllo sociale abbiano fornito varie possibilità di ravvedimento personale, e ciò significa che un maschio alfa altamente competitivo che però aveva una coscienza molto efficiente può essere riuscito ad incanalare la sua aggressività verso benefici riproduttivi generali, ossia evitando azioni competitive che avrebbero condotto a sanzioni» [22]. 

La parte forse più interessante è che il sistema comportamentale ancestrale di H. sapiens, le cui coordinate basilari (per quanto modificatesi) sarebbero ancora vigenti presso le popolazioni dalle quali Boehm è partito per creare in vitro (o, meglio, in silico) la sua LPA, sarebbe stato dominato da una “sindrome egalitaria”. Al contrario di quanto affermato da Gottschall, il sistema a gerarchia inversa, per cui coalizioni di subordinati di ambo i sessi tengono a bada e controllano gli individui alfa, sarebbe quindi stata la norma delle società umane precedenti la sedentarizzazione e l’implementazione dell’agricoltura. D’altra parte, questo  è ciò che succede ancora oggi presso quelle società di cacciatori-raccoglitori. Questo dato sembra essere confermato dal confronto comparativo primatologico, dato che le gerarchie sociali di dominanza ricostruite per l’antenato comune di Homo, Pan paniscus (bonobo) e P. troglodytes (scimpanzé) sulla base di comportamenti condivisi, avrebbero permesso il rovesciamento degli individui alfa o il loro controllo da parte dei subordinati, come avviene ancora (talvolta) in entrambe le specie di pànini [24]. Ed ecco perché dopo un numero di generazioni compreso tra 2000 e 10.000 il controllo dei maschi alfa, e la violenza dei bulli, non sono stati debellati una volta per tutte dal genere Homo.

Condivisione egalitaria della carne presso i Mbendjele (in Congo).
Fonte: Wikipedia, opera dell’utente Altg20April2nd
Attenzione a ciò che desiderate: quando si pagano le conseguenze (impreviste) delle scelte passate


Paradossalmente, secondo Boehm, questa tolleranza morale basata sul ravvedimento individuale degli individui alfa e dei free rider dominanti ha fatto sì che all’interno del pool genico umano la tendenza ad instaurare gerarchie di dominanza basate sulla coercizione e sull’uso della forza non venisse mai meno. Nelle società contemporanee di cacciatori raccoglitori il controllo comunitario operato tramite pettegolezzi e richiami sui maschi alfa è straordinariamente efficace, ma funziona solo nella misura in cui il sistema socio-economico resti legato a reti comunitarie di piccole dimensioni, dove tutti possono conoscersi e controllarsi a vicenda. Quando a partire dal Neolitico le società stanziali e agricole hanno cominciato ad aumentare i propri ranghi e a produrre surplus economico, rendendo possibile sia un minore controllo sui free-rider dominanti sia l’accumulo di capitali con i quali far valere una dominanza gerarchica piramidale, la comparsa di società autoritarie e di leader autocratici è stata la conseguenza imprevista della selezione operata a livello fenotipico controllando il comportamento di certi bulli. Le maglie della selezione sociale, modulando tra variabilità fenotipica e ravvedimento (che può essere soggetto a finzioni opportunistiche), e lasciando passare attraverso il filtro della selezione certi pattern comportamentali in un inseguimento vertiginoso tra controllo sociale, autocoscienza, opportunismo, forza e violenza, hanno creato le precondizioni per il ristabilimento neolitico di quelle strutture altamente gerarchiche e violente tipiche di altri primati non-ominini.
Anche se tale sistema ha permesso ad Homo e, in parte, a scimpanzé e bonobo l’instaurazione di un livello notevole di controllo esercitato dai subordinati sui dominanti, come nota sconsolato Boehm, «il fatto che il comportamento bullistico tra i bambini sia diventato una fonte di preoccupazione testimonia quanto l’aver giustiziato i bulli per migliaia di generazioni non sia evidentemente riuscito ad eliminare queste tendenze comportamentali avendo, anzi, contribuito probabilmente alla loro trasformazione» [25].
Nel prossimo post scenderemo proprio nell’arena delle scuole dove il bullismo viene vissuto e osserveremo a livello neurofisiologico i comportamenti bullistici.

[1] Gottschall, J. (2012), Il professore sul ring. Perché gli uomini combattono e a noi piace guardarli. Torino: Bollati Boringhieri. p. 48 (pubbl. orig. nel 2015 come The Professor in the Cage: Why Men Fight and Why We Like to Watch. New York: Penguin Random House; qui trovate una mia recensione pubblicata su LIndice dei Libri del Mese di dicembre 2016); Volk, A., Camilleri, J., Dane, A., & Marini, Z. (2012). Is Adolescent Bullying an Evolutionary Adaptation? Aggressive Behavior, 38 (3), 222-238 DOI: 10.1002/ab.21418. Da notare che nell’articolo di Volk et al. si ammette a partire dallabstract che il bullismo “possa essere, in parte, una strategia adattativa e facoltativa frutto dell’evoluzione capace di offrire alcuni vantaggi a coloro i quali ne adottano i comportamenti” (corsivo aggiunto). Siamo ben lontani dalla sicurezza di Gottschall.

[2] Gottschall, Il professore sul ring, cit., 48.

[3] Darwin. C. R. (1990). L’origine dell’uomo. Roma: Newton Compton. p. 158 (pubbl. orig. nel 1871 come The Descent of Man, and Selection in Relation to Sex. Londra: John Murray).

[4] Darwin, L’origine dell’uomo, cit., 158.

[5] Pievani, T. (2012). Introduzione a Darwin. Roma – Bari: Laterza. p. 121.

[6] Boehm, C. (2016). Bullies: Redefining the Human Free-Rider Problem. Darwin’s Bridge: Uniting the Humanities and Sciences. Edited by Carroll, J., McAdams, D.P., Wilson, E.O. New York: Oxford University Press., 11-28 : 10.1093/acprof:oso/9780190231217.001.0001.

[7] Darwin, L’origine dell’uomo, cit., 143.

[8] Trivers, R. (1971). The Evolution of Reciprocal Altruism The Quarterly Review of Biology, 46 (1), 35-57 DOI: 10.1086/406755.

[9] Boehm, Bullies, cit., 14-15.

[10] Ibi: 12.

[11] Ibid.

[12] Ibid.

[13] Ibi: 14. Cfr. Wilson, D.S., & Wilson, E.O. (2007). Rethinking the Theoretical Foundation of Sociobiology The Quarterly Review of Biology, 82 (4), 327-348 DOI: 10.1086/522809.

[14] Ibi: 15. Cfr. West-Eberhard, M.J. (1979). Sexual Selection, Social Competition, and Speciation The Quarterly Review of Biology, 123 (41), 222-234; Nesse, R.M. (2007). Runaway Social Selection for Displays of Partner Value and Altruism Biological Theory, 2 (2), 143-155 DOI: 10.1007/978-1-4020-6287-2_10; Boehm, C. (2008), A Biocultural Evolutionary Exploration of Supernatural Sanctioning. In The Evolution of Religion: Studies, Theories and Critiques, edited by Sosis, R., Genet, R., Harris, E., Wyman, K., and Genet, C., 143-152. Santa Margarita: Collins Foundation Press.

[15] Boehm, Bullies, cit., 24.

[16] Lista ripresa da Binford, L. (2001). Constructing Frames of References: An Analytical Method for Archeological Theory Building Using Hunter-Gatherer and Environmental Data Sets. Berkeley: University of California Press.

[17] Boehm, Bullies, cit., 17.

[18] Ibi: 17.

[19] Ibi:19.

[20] Ibi: 20.

[21] Ibi: 21.

[22] Ibi: 22.

[23] Ibi: 20.

[24] Ibi: 17.

[25] Ibi: 23.

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