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venerdì 7 marzo 2014

Sulla piaga del benaltrismo nelle discipline umanistiche

Immagine dell'utente Thegreenj (2007), da Wikipedia.
BENALTRISMO. sost. m. Patologia cognitiva e accademica che comporta l'acquartierarsi sempre a debita distanza, e in modo antiscientifico e anti-epistemologico, dalla verifica delle proprie asserzioni allo scopo di delegittimare in modo pretestuoso la posizione scientifica dell'interlocutore.
Dato che "c'è sempre dell'altro", che "ci vuole ben altro", che "ma è più complicato di così", che "la questione è un altra", che "il dossier è già stato aperto da...", che "mah, non mi convince", la versione cronica della malattia accademica comporta la progressiva necrotizzazione dei tessuti umanistici e la fine del clade umanistico tout court. Le discipline infette sono condannate.
Il ricorso al postmodernese più spinto, all'escamotage religionistico-paranormale, ai sofismi filoteologici, sono semplici palliativi che, per mero effetto placebo, possono aumentare l'aspettativa di vita dei singoli rami disciplinari ma che, per lo stesso motivo dell'aumento di sopravvivenza nel breve periodo, tendono purtroppo a diffondere epidemiologicamente il morbo.

Unica cura efficace: la scienza, in posologie adeguate allo stato di avanzamento del benaltrismo.
Al prossimo "mah, sarà; però è più complicato, e d'altra parte...ecc. ecc." si risponderà dunque con "Hai l'onere della prova: fornisci dati quantitativi e qualitativi". In caso contrario, si dovranno evitare immantinente ulteriori contatto e dialogo. Nel caso dovessero aumentare gli sproloqui metafisici da postmodernese in salsa te(le)ologica, ricordatevi di indossare la mascherina della scienza: è dimostrato che, se usata correttamente, la mascherina scientifica aumenta le difese immunitarie del 100% .
Oppure, si può provare a rispondere allo stesso modo, usando le medesime strategie adottate dal morbo del benaltrismo: il soggetto malato coinvolto reagirà sbraitando e sarà lui stesso ad andarsene.

Come hanno scritto Rita Astuti e Maurice Bloch di recente (2012), "è inutile che gli scienziati cognitivisti facciano lo sforzo di cooperare" con chi "disprezza la storia evolutiva di Homo sapiens". Semplicemente perché, come scrivono i due autori succitati, "Quegli studiosi [refrattari al metodo e all'epistemologia scientifica] non si stanno occupando degli esseri umani ma delle creature provenienti dal pianeta Zog". Ecco, forse il modo migliore per limitare e contenere il morbo è isolare i pazienti, lasciandoli liberi di giocare con le loro affezionate creaturine del pianeta immaginario Zog (ma non dite loro che sono solo fantasie e giocattolame!).

Astuti, R. & Bloch, M. (2012). Anthropologists as cognitive scientists. In Topics in Cognitive Science, 4 (3). 453-461. ISSN 1756-8757.

sabato 25 gennaio 2014

Davvero i Boston hanno cantato "Io non ho soldi"? #canzonitravisate, glossolalia e moduli mentali

Dato che non ho trovato immagini sufficientemente buone di giubbetti della ex-DDR, e considerato che i sofficini sono sotto copyright, ecco dei generici doughnuts/donuts, da Wikipedia. Immagine di WestportWiki. Ah, ho anche escluso la numismatica.
Niente paura. Tutto è spiegato qui sotto.
Vi è sembrato che Ian Gillan, il frontman dei Deep Purple, cantasse nel 1984 «Ah!Ah! Ho tre marchi nel giubbetto!» in Knocking at your backdoor?
Oppure che Michael Jackson abbia gridato un «Passa la ciambella!» in rigoroso falsetto nella sua Working Day and Night? Non temete, è normale.

Un programma radiofonico mattutino condotto su un'emittente privata nazionale da un trio comico romano (non nuovo alla divulgazione scientifica e noto per aver condotto il programma televisivo La gaia scienza) segnala da qualche tempo e in un'apposita rubrica le "canzoni travisate". Questa peculiare categoria in costante espansione grazie agli infaticabili segnalatori nasce per indicare quelle canzoni cantate in lingue straniere (molto spesso in inglese) che sembrano contenere frasi o parole pronunciate nella madrelingua nazionale o dialettale. Spesso con esiti a dir poco bizzarri e paradossali, come quel «Io non ho soldi!» gridato dai Boston in More than a Feeling. Oppure il memorabile «this is sof-fi-ci-no!» rigorosamente scandito in Painkiller dei Judas Priest.
A chi non è mai capitato di intuire una parola o una frase italiana in canzoni ascoltate alla radio? Ma come è possibile che quando le ascoltiamo non possiamo fare a meno di sentire quella frase particolare? E soprattutto, c'è un motivo scientifico dietro questo solo apparentemente futile divertissement e che possa giustificare un intero post su questo blog?

Ebbene, un motivo c'è. E si chiama obbligatorietà delle operazioni: allo stesso modo di ciò che avviene con i riflessi, non si può evitare di elaborare in modo (più o meno) sensato l’informazione ricevuta. Siamo nell'ambito della teoria computazionale-rappresentazionale della mente avanzata da Jerry Fodor, secondo la quale il funzionamento della mente dovrebbe corrispondere ad una serie di moduli indipendenti tendenti all’espletazione più o meno ottimale di determinati problem solving. In questo caso, ad esempio, non si può percepire una frase ascoltata in condizioni normali come un inintelligibile disturbo rumoroso. La frase viene quindi "riconvertita" e le parti più somiglianti intese nella propria lingua natia. La stessa cosa accade con i fenomeni religiosi noti come xenoglossia (o eteroglossia) e glossolalia.

La xenoglossia è l’ipotetica capacità di parlare in lingue altrimenti sconosciute e mai apprese in vita, mentre con il termine di glossolalia si indica la capacità di esprimersi più o meno correttamente in lingue estinte o ritenute di origine divina. Si tratta di caratteristiche che attraversano la storia umana e i documenti religiosi noti, da San Paolo agli sciamani asiatici e che oggi, ad esempio, presso le comunità cristiane pentecostali sono ritenute ispirate divinamente dallo Spirito Santo e vengono spiegate (solitamente facendo appello a “traduzioni” assai più lunghe e più complesse dei suoni glossolalici) attraverso un sistema di interpretazioni ispirato divinamente.
Robert N. McCauley (in un recente libro di scienze cognitive che ci è molto piaciuto) ha ripreso gli studi precedenti di Felicitas Goodman e di William Samarin, che avevano a loro volta esaminato nel dettaglio questi fenomeni, e ha concluso che si tratta dell’espressione di uno specifico vincolo modulare cognitivo: dato che non si può percepire una frase ascoltata in condizioni normali come un inintelligibile disturbo rumoroso, i suoni emessi dal soggetto glossolalico vengono interpretati come frasi di senso più o meno compiuto nella propria lingua (esattamente come «Passa la ciambella!»). Anche nel caso dell’enunciazione di una lingua sconosciuta (convenientemente ritenuta estinta), è stato dimostrato che il soggetto xenoglosso, da parte sua, non esprime metriche e ritmiche linguistiche radicalmente diverse, ma si limita perlopiù a ripetere l’alternanza corretta delle sillabe e la stessa metrica che ci aspetterebbe di trovare nella sua lingua natia (non esistono casi di fonemi espressi durante episodi di glossolalia che non siano compresi in un sottoinsieme della madrelingua del parlante).

L’errore cognitivo e quasi automatico che viene commesso da parte dell'ascoltare è di fatto il seguente (uno sbaglio che può trarre in inganno anche studiosi di linguistica ed esperti conoscitori di varie lingue): se sembra una lingua vuol dire che si vuole comunicare qualcosa, e se si vuole comunicare qualcosa significa che il messaggio possiede un senso e un significato, per quanto bizzarro possa essere. Che si tratti di improbabili problemi finanziari, di nostalgici giubbetti dell'ex DDR, o di poco salutari menù comprendenti sofficini o ciambelle.

Riferimenti bibliografici:

Fodor, Jerry. 1988
La mente modulare. Saggio di psicologia delle facoltà, il Mulino, Bologna (ed. orig. The Modularity of Mind: An Essay on Faculty Psychology, The MIT Press, Cambridge-MA 1983)

Goodman, Felicitas D. 1972
Speaking in Tongues: A Cross-Cultural Study of Glossolalia, The University of Chicago Press, Chicago-London

McCauley, Robert N. 2011
Why Religion Is Natural and Science Is Not, Oxford University Press, Oxford-New York

Samarin, William. 1972
Tongues of Men and Angels: The Religious Language of Pentecostalism, MacMillan, New York

martedì 14 gennaio 2014

2999 e.v. Obiettivo biodiversità zero

Da Wikipedia; opera di Stefan Wernli, 2006
«Se tutti gli uomini fossero estinti, 
le scimmie farebbero [la parte degli] uomini.
- Gli uomini [quella degli] angeli».


C.R. Darwin
Fiction. Canovaccio distopico.
Nel futuro prossimo, pianeta Terra.

Una lobby economicamente potentissima ha portato all'elezione del primo Presidente dichiaratamente creazionista, alla guida di una delle prime nazioni democratiche per importanza economica e culturale. Lo spalleggiano alcuni presidenti di altre repubbliche minori, agguerriti. Suo obiettivo, la revisione della Costituzione sulla base di una Weltanschauung creazionista. Altri leader religiosi implicitamente appoggiano e portano avanti il progetto.
Il neo-eletto presidente presiede una Commissione parlamentare (para)religiosa che ha deciso già da tempo la distruzione di tutte le prove dell'evoluzione e pianificato a lungo termine l'estinzione degli organismi viventi. L'unico modo per anteporre la divinità dell'uomo di fronte alle prove della paleontologia e della biologia è l'eradicazione di tutte le specie viventi e la distruzione di tutti i fossili; l'interdizione ai siti fossiliferi viene garantita dalla loro riconversione a discariche o a centrali per la produzioni di energia, basate su una tecnologia economica, rischiosa e scadente. La questione energetica e finanziaria viene usata come pretesto per l'occupazione industriale di tutti i maggiori giacimenti fossiliferi del mondo. Lo studio della biologia evoluzionistica e della paleontologia viene vietato.
I divieti si moltiplicano: divieto assoluto di tenere animali domestici, divieto di macellazione privata o commerciale (la gestisce uno speciale Dipartimento per la regolamentazione dell'alimentazione), divieto di studiare o pubblicare argomenti biologici, zoologici, antropologici. La medicina ritorna ai tempi delle medicine pre-antibiotiche per tutti coloro i quali non fanno parte dell'élite politico-culturale. La familiarità con le strutture biologiche potrebbe far risorgere il dubbio di una parentela biologica dell'uomo con gli animali.

Con il passare dei decenni viene raggiunto l'obiettivo biodiversità zero. Agenti patogeni di ogni genere infestano le megalopoli. La Terra è totalmente antropizzata, le calotte polari sciolte (l'acqua in eccesso è stata raccolta in enormi bacini a scopi energetici o idrici oppure fatta evaporare artificialmente, provocando grossi squilibri ambientali), l'Antartide un'unica, affollata megalopoli. L'ingegneria genetica viene usata per ricreare ex novo esseri viventi come mezzi di trasporto biomeccanico; l'inquinamento però non diminuisce, e le malattie e la povertà aumentano.
La conquista dello spazio sarà la ciliegina sulla torta dell'élite politico-culturale: lasciare la Terra significherà alleggerire il peso demografico, abbandonando i molti al loro triste destino sul pianeta ormai condannato, e nel contempo coronare il sogno di non dovere più difendere i dogmi dalle prove dell'evoluzione che continuano a essere raccolte da pochi individui ribelli e con fortune alterne. Soprattutto, la colonizzazione spaziale significherà la riaffermazione definitiva e dogmatica dell'uomo creato da Dio a sua immagine e somiglianza. L'oscurantismo teologico è soffocante ma, paradossalmente, l'unità di fronte all'obiettivo mette comunque d'accordo tutti gli esponenti delle maggiori tradizioni religiose mondiali (molte, va detto, più o meno radicalmente modificate in questo futuro distopico). Gli animali citati negli antichi testi religiosi vengono interpretati esclusivamente per via allegorica perché, semplicemente, non esistono più; ad es., il cane è una figura letteraria come il leviatano, presente solo nella retorica o nei motti di spirito.

Flash forward.
Un paio di decenni più avanti nel tempo.

Qualcuno - il protagonista? - parte alla ricerca (invano!) di un animale intravisto o, come si rivelerà alla fine del racconto, solo immaginato, proprio pochi giorni prima del trionfale inizio della colonizzazione interplanetaria su pianeti in precedenza già terraformati con mezzi robotici (Marte?). La storia del passato a questo punto non viene più insegnata se non in una forma ideologica completamente rivista e adattata; le persone selezionate per diventare e allevare a loro volta i futuri coloni di altri pianeti serbano però nelle loro leggende metropolitane le reminiscenze di un passato mitografico nel quale gli uomini convivevano con altri esseri viventi. Fino a quando i fossili scoperti durante una delle prime esplorazioni geologiche su quel pianeta privo di vita inciteranno alla rivolta sociale contro l'establishment socio-culturale e metteranno a repentaglio lo status quo politico della Terra...

[NOTA: versione modificata di un testo pubblicato originariamente on line il 10 giugno 2011]

giovedì 18 aprile 2013

Omaggio di uno storico all’Uomo Ragno

Fig. 1. Una selezione di maschere dell’Uomo Ragno dal 1963 al 2011. La riproduzione delle immagini lascia purtroppo a desiderare poiché è stata affidata alla penna a china dello scrivente, motivo per cui le maschere non rispecchiano la ricchezza dei particolari esibita dagli originali. La lista dei riferimenti numerici è reperibile in calce al post.
Disclaimer: though the image is subject to copyright, its use is covered by fair use laws because the image is used as the irreplaceable source of data discussed in the article. All Marvel characters and the distinctive likeness(es) thereof are Trademarks & Copyright (c) Marvel Characters, Inc. All rights reserved.
«Quando guardate qualcuno negli occhi, dimenticatevi del romanticismo, della creazione e delle finestre spalancate sull’anima. Con le sue molecole, geni e tessuti derivati da microbi, meduse, vermi e moscerini, vi trovate di fronte ad un’intera orda di mostri» 

Neil Shubin [1]

In principio fu Topolino

ResearchBlogging.org Nel 1979 viene pubblicato su «Natural History» uno dei testi più accattivanti prodotti da Stephen Jay Gould, intitolato Mickey Mouse Meets Konrad Lorenz, e ristampato poi nella raccolta Il pollice del Panda con il titolo di Omaggio di un biologo a Topolino [2]. Tale contributo spicca per originalità all’interno della multiforme produzione del paleontologo e rappresenta, con ogni probabilità, una delle più eclettiche spiegazioni del fenomeno biologico della neotenia e dell’evoluzione culturale allora prodotta nell’ambito della divulgazione scientifica [3]. L’occasione per affrontare l’argomento era stata suggerita dal concomitante cinquantenario di Topolino; per tale motivo Gould aveva deciso di analizzare l’icona della Disney sia sotto il profilo biologico, come se si trattasse di un organismo vero e proprio, sia come risultato di un’evoluzione culturale, ovvero come artefatto prodotto intenzionalmente. Nel primo caso Gould passava in rassegna il rapporto direttamente proporzionale tra la modificazione del comportamento di Topolino e la tendenza di quest’ultimo ad accumulare nel corso del tempo modificazioni dell’aspetto in chiave neotenica. Nel secondo caso, il paleontologo accennava ai vincoli biologici e comportamentali dei creatori dell’immagine di Topolino, per cui le modificazioni in chiave neotenica subite dalla figura del personaggio venivano ricondotte a vincoli comportamentali (nello specifico, la risposta evolutiva ed emotiva degli adulti di fronte ad organismi, siano essi cuccioli o adulti, che esibiscono caratteristiche proprie dei neonati). Si tratta di modifiche artistiche che esprimono senza soluzione di continuità sia intenzionalità (ossia, sono volutamente indirizzate al target commerciale, ad un certo pubblico), sia il vincolo con le caratteristiche cognitive di Homo sapiens:
«[…] le caratteristiche astratte dell’infanzia umana suscitano in noi potenti reazioni emotive anche quando le riscontriamo nell’animale. Io ritengo che l’evoluzione verso una progressiva infantilizzazione di Topolino rifletta la scoperta inconscia di questo principio biologico da parte di Disney e dei suoi disegnatori. Infatti, il tono emotivo di molti altri personaggi di Disney si basa sullo stesso principio» [4].
Ma che cos’è la neotenia, e quali caratteristiche neoteniche vengono riscontrate nell’evoluzione iconografica della mascotte della Disney?

La creatività evoluzionistica dei vincoli biologici e l’“effetto Bambi”


Come tutti gli esseri viventi del pianeta Terra, anche noi siamo vincolati fisicamente, geneticamente, strutturalmente, meccanicamente e ontogeneticamente. Siamo cioè legati a doppio filo alle interrelazioni stabilite e fissate storicamente nel tempo profondo dell’evoluzione; siamo quindi incatenati alle proprietà esibite dalle molecole, dai geni, dalle leggi fisiche e dal processo dello sviluppo degli individui. Eppure sarebbe un errore pensare che tali vincoli rappresentino un limite  evolutivo assoluto [5]. Tutt’altro; nel tempo profondo anche i vincoli possono essere fonte di varietà adattativa. Lo sviluppo dell’individuo, ad esempio, può costituire una riserva ottimale di soluzioni composta da «una serie di stadi ben adattati» (poiché se non lo fossero l’individuo non potrebbe sopravvivere)  [6]. Si pensi ad organismi che attraversano fasi ben distinte fino a giungere alla maturità, come avviene per gli anfibi: ciascuno di questi stadi può costituire un fenotipo differente, e in quanto tale può essere cooptato e sfruttato evolutivamente nel caso riuscisse ad arrecare un qualche vantaggio per l’organismo in una data situazione. Tale cooptazione è di fatto una canalizzazione, come la definisce Gould, che modula il materiale a disposizione lungo un determinato percorso per produrre diversità e adattamento, a volte «rimescola[ndo] e combina[ndo] le caratteristiche di stadi diversi» [7].
L’eterocronia, ossia i cambiamenti espressi dalle variazioni nei tempi e/o nei tassi di sviluppo ontogenetico, rappresenta di fatto uno dei principali modi per aggirare, per così dire, le imposizioni fisiche del fenotipo. Dalla mosca all’uomo i geni che controllano lo sviluppo restano in buona parte gli stessi, ciò che cambia in modo sostanziale sono i rapporti dell’interazione tra moduli autonomi di geni: gli edifici cambiano, ma i mattoni restano gli stessi [8]. L’alterazione dei percorsi dello sviluppo che si ottiene attraverso la neotenia rientra nei processi eterocronici di pedomorfosi: gli esemplari adulti ripropongono caratteri tipici della condizione giovanile degli antenati. La neotenia, in particolare, ha come esito il raggiungimento della maturità sessuale pur mantenendo caratteristiche tipiche dello stadio giovanile [9]. Tra i casi da manuale di neotenia ricordo alcuni anfibi urodeli (per cui le branchie, carattere giovanile, sono presenti nelle forme adulte), il rallentamento dei ritmi di crescita di Homo sapiens (causa della lunga gestazione, della lunga infanzia, dell’apprendimento continuo che non termina con la giovinezza e dei mutamenti facciali ontogenetici comparativamente più contenuti rispetto alle antropomorfe) e i crani dei dinosauri aviani attuali, i quali esibiscono caratteristiche tipiche degli stadi giovanili degli antenati non-Eumaniraptora: tra le peculiarità neoteniche citiamo la forma del muso, più corta rispetto alle forme adulte, e le grandi orbite oculari [10]. Queste ultime caratteristiche citate, assieme alla grandezza della testa relativamente al corpo, rappresentano inoltre le caratteristiche facciali principali dei neonati.
Per traslazione, la ricognizione visiva di tali caratteri allometrici causa in H. sapiens il seguente corto-circuito interpretativo: la preferenza accordata nei confronti degli animali (anche adulti) che esibiscono tali caratteristiche fa sì che determinate qualità emotive o affettive umane vengano fallacemente proiettate sui possessori di tali peculiarità. Come chiosa Gould, facendo riferimento all’etologo Konrad Lorenz, 
«[…] veniamo ingannati da una risposta evolutasi per il vantaggio dei nostri piccoli e trasferiamo le nostre reazioni a quegli animali che presentano lo stesso tipo di caratteristiche» [11].
Lisa Signorile ha definito questo atteggiamento come «l’effetto Bambi», ovvero la singolare forma di «neotenia culturale» per cui una sorta di «scala naturae mentale», rafforzata dall’ambiente sociale, accorderebbe un primato assoluto a quegli animali, già apprezzati da bambini, dotati di particolari caratteristiche infantili, come ad esempio gli occhi grandi e il viso relativamente più piccolo [12]. 
Ora, l’evoluzione della figura di Topolino presa in considerazione da Gould corrisponde ai criteri dell’effetto Bambi. Se pensiamo ai vari Topolino come ad individui appartenenti ad un taxon disneyano di partenza, la modificazione del fenotipo topoliniano dagli anni Trenta al 1980 riproduce grosso modo i passaggi attesi in una pedomorfosi neotenica: non a caso, le proporzioni del 1980 sono assai più vicine a quelle esibite dalla coppia dei giovani nipotini Tip e Tap. Nella finestra temporale analizzata da Gould, Topolino stava evolvendo verso una «sempre maggiore somiglianza con i rappresentati più giovani della sua genia […]». Caso emblematico, la grandezza degli occhi relativamente alla testa, passata in un cinquantennio dal 27% al 42% [13] (qui trovate le immagini che accompagnano l’articolo originale).
Nel suo articolo, Gould nota acutamente l’intreccio tra intenzionalità dei disegnatori (i cui sforzi, per ovvie ragioni di mercato, erano rivolti a rendere più «graziose e accettabili», ossia vendibili, le caratteristiche di Topolino) [14] e i vincoli biologici che fanno sì che il pubblico risponda in un certo modo all’illusione visiva rappresentata da determinati caratteri morfologici tipicamente infantili, traslati in un contesto antropomorfico fittizio. Considerati i vincoli biologici che sostengono l’effetto Bambi, sarebbe interessante vedere quanto si possa generalizzare questo principio enunciato da Gould. Ovvero, per dirla altrimenti, l’effetto Bambi trova conferma in altre icone culturali?

Da un grande potere derivano grandi occhi, ovvero di maschere e di supereroi

Per testare l’effetto Bambi ho deciso di prendere in considerazione un personaggio del vastissimo universo fittizio della Marvel Comics, scegliendo uno dei tipici e più datati “supereroi con superproblemi” della “Casa delle Idee”. Chi meglio dell’Uomo Ragno incarna l’ideale della casa editrice statunitense, per cui
«l’acquisizione di grandi poteri dà […] all’eroe grandi responsabilità (come recita uno dei tormentoni ricorrenti di Spider-Man), ma non gli toglie l’umanità, intesa come la capacità di soffrire, di avere affetti e persino problemi assai poco epici come il guadagnarsi da vivere tutti i giorni?» [15]. 
Consideriamo quindi l’Uomo Ragno come un taxon e, sulle orme di Gould, per dare il «marchio della scienza quantitativa» [16] alle osservazioni che seguono utilizzo come fattore di riferimento preliminare ed indicativo il rapporto tra la dimensione degli occhi in relazione alla grandezza della testa [17]. Il campione iconografico di esemplari analizzati consta rappresentativamente di ventidue maschere scelte nel periodo compreso tra 1963 e 2011. Quattro, le più recenti, sono state selezionate dalla collana «Ultimate Spider-Man», lanciata con successo nel 2000 e nata con il duplice ed esplicito intento di modernizzare le storie delle origini, riprendendo l’ambientazione liceale, e di snellire le storie dal fardello rappresentato da quarant’anni di intrecci stratificati [18]. La serie aveva affiancato parallelamente e autonomamente le collane classiche dedicate al Tessiragnatele, che hanno continuato, e continuano, a proporre invece le storie di un Peter Parker e del suo alter ego mascherato cresciuti e ormai adulti.
I risultati confermano sostanzialmente il processo pedomorfico: nel periodo di tempo considerato l’aumento del rapporto occhi/testa (considerando la “pupilla” bianca, ossia la lente della maschera) è stato del 325%; se togliamo i valori dei campioni «Ultimate» l’aumento tra 1963 e 1997 si attesta sul 275%. Ora, negli individui giovani gli occhi sono in genere più grandi rispetto alla grandezza complessiva della testa; anche questo parametro trova conferma nei campioni analizzati, per cui la media del rapporto tra gli esemplari classici (ad eccezione di quelli giovanili da «Ultimate Spider-Man»), è 25,6%; nei giovani Uomo Ragno di «USM», la media è invece 48,5%. Aggiungiamo che il comportamento dell’Uomo Ragno è contraddistinto da reazioni immature e battute infantili (ad eccezione di alcuni periodi “dark”), accentuate nel corso degli anni dagli sceneggiatori, talvolta fino al parossismo; il parallelismo neotenico con il «progressivo addolcirsi della personalità» di Topolino notato da Gould sembra trovare un’ulteriore conferma [19]. Se però credete che sia difficile pensare alle lenti della maschera dell’Uomo Ragno come a degli occhi, passate in rassegna tutte le volte in cui i disegnatori hanno dotato di espressività emotiva le lenti: vi troverete di fronte ad un tripudio di lenti ammiccanti, sorprese, arrabbiate, corrucciate e felici (un eloquente esempio su tutti: le tavole di Erik Larsen).
Fig. 2. La distribuzione dei dati (ricavati dalle immagini presenti nella Fig. 1) mostra una discreta correlazione tra anno e rapporto (rho=0.72, statisticamente significativa con p<0.0001). Elaborazione del grafico ad opera di Andrea Cau, che ringrazio per la cortese disponibilità.
Osservando il grafico, si può persino individuare un evento che ha marcato in modo significativo la storia evoluzionistica del taxon Uomo Ragno: si tratta di uno di quegli «eventi di speciazione rapidi ed episodici» che perturbano una precedente situazione di sostanziale equilibrio omeostatico, codificati da Gould e Niles Eldredge [20]. L’avvento del black costume indossato dall’Uomo Ragno a seguito dell’evento noto come Secret Wars, miniserie in dodici numeri pubblicata tra 1984 e 1985, si può intendere biologicamente come la contingente deriva genetica che ha causato la perdita di variabilità (qui iconografica) , incanalando una tenue tendenza all’aumento delle dimensioni degli occhi verso una sostanziale accelerazione. Nella Fig. 1 il costume è rappresentato con il numero 10; nel grafico soprastante è presente nella decima posizione a partire da sinistra.
In termini evoluzionistici, quell’Uomo Ragno ha rappresentato un isolato periferico (Peter Parker si trovava su un altro pianeta: più periferico di così…), ossia si è trovato ad essere il rappresentante o il capostipite di una piccola popolazione isolata, destinata a colonizzare con successo l’ambiente della carta stampata (una volta tornato sulla Terra…) [21]. Fuor di metafora, il successo della rappresentazione (nata per accompagnare e promuovere il lancio di una linea di giocattoli – l’effetto Bambi è un affascinante intreccio di cause culturali e di vincoli biologici) ha decretato la diffusione epidemiologica dell’immagine e delle relative proporzioni, modificando successivamente anche le proporzioni del volto del tradizionale costume blu/rosso. Anche quando John Romita Sr., uno dei decani tra gli illustratori della Marvel, è tornato a disegnare l’Uomo Ragno per una storia pubblicata nel 1997 non si è rifatto alle proporzioni da lui stesso adottate nel 1968, ma si è invece inserito in una consolidata linea di tendenza (cfr. rispettivamente i numeri 18 e 3 nella Fig. 1).
In un contesto di competizione iconografica intraspecifica (dettata anche dal successo commerciale), gli individui dotati di occhi più grandi hanno surclassato i contendenti sul finire del secolo scorso, diffondendosi maggiormente. Insomma, queste illustrazioni si sono trovate ad interagire in un contesto lato sensu biologico: secondo un’ottica memetica, difatti, le immagini
«rappresentano sia il prodotto dei set di istruzioni sia il veicolo in cui tale set viene immagazzinato. I set di istruzioni utilizzano questo veicolo per spostarsi nell’ambiente (ossia la cultura umana), interagiscono direttamente con tale ambiente ed entrano in competizione tra di loro per ottenere le risorse necessarie al raggiungimento del loro obiettivo: replicarsi» [22].
La diffusione delle immagini nelle menti dei disegnatori e sulla carta stampata e leventuale successo decretato dal pubblico al quale questi prodotti sono destinati, coronano quindi questo processo di competizione iconografica.

Sul nastro di Möbius, andata e ritorno

Per il momento l’analisi presentata non è niente di più di un semplice suggerimento, un test preliminare per saggiare il tema e un pretesto per spiegare qualche rudimento di biologia evoluzionistica dello sviluppo. Pur nell’attesa di smentite o conferme basate su un corpus di dati ben più consistente di quello qui presentato, l’effetto Bambi (che ha guidato l’evoluzione iconografica di Topolino e, presumibilmente, dell’Uomo Ragno) testimonia l’incessante interazione tra biologia e cultura. Passiamo così senza soluzione di continuità da un lato all’altro di un complesso e affascinante nastro di Möbius, all’interno del quale trovano posto anche quei simboli ormai internazionali della cultura mainstream come Topolino e l’Uomo Ragno.

[1] N. Shubin, Il pesce che è in noi. La scoperta del fossile che ha cambiato la storia dell’evoluzione, Rizzoli, Milano 2008, p. 186 (ed. orig. Your Inner Fish: A Journey into the 3.5-Billion-Year History of the Human Body, Pantheon Books, New York 2008)
[2] Stephen Jay Gould, Mickey Mouse Meets Konrad Lorenz, in «Natural History», 88, 5, 1979, pp. 30-36 (ristamp. come A Biological Homage to Mickey Mouse in The Panda’s Thumb, W.W. Norton, New York 1980, pp. 125-133; trad. it. Omaggio di un biologo a Topolino, ne Il pollice del panda, il Saggiatore, Milano 2009, pp. 89-98 [ed. orig. 1983]).
[3] Il testo è stato recentemente votato tra i cinque saggi divulgativi gouldiani preferiti dai lettori in un sondaggio indetto da «Pikaia. Il portale dell’evoluzione». Secondo le preferenze accordate dai visitatori del sito, l’articolo si è classificato quarto, a pari merito con La frode di Piltdown. Informazioni presso http://www.pikaia.eu/EasyNe2/Notizie/Stephen_Jay_Gould_10_anni_dopo.aspx; per approfondimenti cfr. Emanuele Serrelli, The Best of Stephen Jay Gould, in «Scienzainrete», 17 luglio 2012, http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/best-stephen-jay-gould?page=show; http://www.epistemologia.eu/index.php?option=com_content&view=article&id=155:the-best-of-gould-paper&catid=23&Itemid=153.
[4] S.J. Gould, Omaggio di un biologo a Topolino, cit., p. 96.
[5] Marco Ferraguti e Carla Castellacci (a cura di), Evoluzione. Modelli e processi, Pearson, Milano 2011, pp. 156-160.
[6] S.J. Gould, La struttura della teoria dell’evoluzione, ed. it. a cura di Telmo Pievani, Codice edizioni, Torino 2003, p. 1292 (ed. orig. The Structure of Evolutionary Theory, The Belknap Press of Harvard University Press, Cambridge-London 2002).
[7] Ivi, p. 1293.
[8] Cfr. Alessandro Minelli, Forme del divenire. Evo-devo: la biologia evoluzionistica dello sviluppo, Einaudi, Torino, pp. 201-202.
[9] Cfr. Aldo Fasolo, Metamorfosi, in id. (a cura di), Dizionario di biologia, UTET, Torino 2004, pp. 610-612; p. 612. Caratteristiche fenotipiche pedomorfiche possono essere raggiunte anche attraverso progenesi (il corpo matura più lentamente rispetto allo sviluppo delle gonadi; è l’opposto della neotenia) o sviluppo diretto (se vengono saltate fasi intermedie di sviluppo ontogenetico).
[10] Per approfondimenti su questi temi è fondamentale S.J. Gould, Ontogenesi e filogenesi, Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2013, in particolare la sezione finale sulla neotenia nei primati e nell’uomo, pp. 317-362 (ed. orig. Ontogeny and Phylogeny, The Belknap Press of Harvard University Press, Cambridge-London, 2003 [1977 1a ed.]). Per la neotenia negli anfibi cfr. Lisa Signorile, L’orologiaio miope, Codice edizioni, Torino 2012, pp. 141-145. Per i dinosauri e gli uccelli cfr. John A. Long e Kenneth J. MacNamara, Heterochrony, in Philip J. Currie e Kevin Padian (eds.), Encyclopedia of Dinosaurs, Academic Press, San Diego-London 1997, pp. 311-317; Bhart-Anjan S. Bhullar, Jesús Marugán-Lobó, Fernando Racimo,Gabe S. Bever, Timothy B. Rowe, Mark A. Norell e Arhat Abzhanov, Birds Have Paedomorphic Dinosaur Skulls, in «Nature» 487, 12 July 2012, pp. 223–226. doi:10.1038/nature11146; Andrea Cau, Pollosauri, giovani dinosauri e uccelli adulti, in «Theropoda», 28 maggio 2012,http://theropoda.blogspot.it/2012/05/pollosauri-giovani-dinosauri-e-uccelli.html
[11] S.J. Gould, Omaggio di un biologo a Topolino, cit., p. 95.
[12] L. Signorile, L’orologiaio miope, cit., p. 195.
[13] S.J. Gould, Omaggio di un biologo a Topolino, cit., p. 93.
[14] Ivi, p. 94.
[15] Daniele Barbieri, Breve storia della letteratura a fumetti, Carocci, Roma 2009, p. 43. La rivoluzione operata dalla Marvel nei primissimi anni Sessanta del secolo scorso fu quella di puntare sulla dimensione comune dei protagonisti, per cui «l’eroe non è un alieno, per nascita o per scelta, che scende tra noi per aiutarci […]; l’eroe è uno di noi, cui un caso del destino […] ha donato poteri straordinari» (ibidem); da qui all’apertura nei confronti di pressanti tematiche sociali la strada fu breve (la discriminazione razziale e l’emarginazione sociale con gli X-Men, la contestazione dei campus statunitensi con l’Uomo Ragno, l’alcolismo con Iron Man, ecc.). Il modello dell’eroe come “alieno” era stato precedentemente sfruttato con successo dalla Dc Comics (si pensi a Superman o Batman); su tali questioni, e in particolare per i differenti meccanismi di identificazione del lettore con il protagonista, si rimanda al noto saggio di Umberto Eco intitolato Il mito di Superman, in Apocalittici e integrati. Comunicazioni di massa e teorie della cultura di massa, Bompiani, Milano 1974, pp. 219-261 (1964 1a ed.).
[16] S.J. Gould, Omaggio di un biologo a Topolino, cit., p. 92.
[17] Alternativamente si può immaginare l’Uomo ragno come genotipo e le sue immagini come fenotipo; cfr. Norman MacLeod, Images, Totems, Types and Memes: Perspectives on an Iconological Mimetics, in «Culture, Theory and Critique», 50, 2-3, 2009, 185-208; p. 189.
[18] Si è trattato del secondo recente reboot dell’Uomo Ragno, dopo il sostanziale fallimento del rilancio modernizzatore tentato da John Byrne con il suo Spider-Man: Chapter One del dicembre 1998. Tali iniziative sono motivate dal fatto che la cosiddetta continuity, ossia il legame di una storia e dei suoi riferimenti con l’intera catena storica di vicende precedenti, viene talvolta considerata dagli addetti ai lavori come un ostacolo alla fruibilità per i lettori più giovani.
[19] Cfr. S.J. Gould, Omaggio di un biologo a Topolino, cit., p. 90.
[20] Cfr. N. Eldredge e S.J. Gould, Gli equilibri punteggiati: un’alternativa al gradualismo filetico, in N. Eldredge, Strutture del tempo, Hopefulmonster, Firenze 1991, pp. 219-268; p. 221 (ed. orig. Punctuated Equilibria: An Alternative to Phyletic Gradualism, in Thomas J.M. Schopf [ed.], Models in Paleobiology, Freeman, Cooper & Co, San Francisco 1972, pp 82-115).
[21] Cfr. Marco Ferraguti, Gli equilibri punteggiati messi alla prova, in Francesca Civile, Brunella Danesi, Anna Maria Rossi (a cura di), Grazie Brontosauro! Per Stephen Jay Gould, Edizioni ETS-Naturalmente Scienza, Pisa 2012, pp. 65-77.
[22] N. MacLeod, Images, Totems, Types and Memes, cit., p. 206.

Artt. indicizzati in Research Blogging:
Gould, S.J. (2008). A Biological Homage to Mickey Mouse Ecotone, 4 (1-2), 333-340 DOI: 10.1353/ect.2008.0045
Bhullar BA, Marugán-Lobón J, Racimo F, Bever GS, Rowe TB, Norell MA, & Abzhanov A (2012). Birds have paedomorphic dinosaur skulls. Nature, 487 (7406), 223-6 PMID: 22722850
MacLeod, N. (2009). Images, Totems, Types and Memes: Perspectives on an Iconological Mimetics Culture, Theory and Critique, 50 (2-3), 185-208 DOI: 10.1080/14735780903240125

Riferimenti Figg. 1, 2:
Legenda:
D, disegnatore
ASM, «
Amazing Spider-Man»
SSM, «Spectacular Spider-Man» / PPSSM, «Peter Parker, The Spectacular Spider-Man»
SMC, «Spider-Man Collection»
SMSI, «Spider-Man. Le storie indimenticabili»
URC, «Uomo Ragno Classic»
URSC, «Uomo Ragno» edizioni Star Comics
SM, «Spider-Man»
MO, «Marvel Oro»
URMI, «Uomo Ragno» edizioni Marvel Italia
WSM, «Web of Spider-Man»
URSE, «Uomo Ragno Speciale Estate»
USM, «Ultimate Spider-Man»
USMC, «Ultimate Spider-man Collection»

  1. Spider-Man, ASM 1, marzo 1963; fonte SMC 1, sett. 2004. D: Steve Ditko
  2. The Molten Man regrets...!, ASM 35, apr. 1966; fonte SMC 9, giugno 2005. D: S. Ditko
  3. Goblin Lives!, SSM 2, nov. 1968; fonte SMC 17, agosto 2006. D: John Romita Sr.
  4. The Punisher strikes twice!, ASM 129, feb. 1974; fonte SMSI 12, 2007. D: Ross Andru
  5. Ashes to Ashes, SSM 28, marzo 1979; fonte URC 62, marzo 1996. D: Frank Miller
  6. The spider and the burglar... a sequel, ASM 200, gen. 1980; fonte URC 67, agosto 1996. D: Jim Mooney
  7. Look out there’s a monster coming!, ASM 235, dic. 1982; fonte URSC 23, apr. 1989. D: John Romita Jr.
  8. Mistaken identities, SSM 87, feb. 1984; fonte, URSC, 15 nov. 1989. D: Al Milgrom
  9. Homecoming, ASM 252, maggio 1984; fonte URSC 39, 30 dic. 1989. D: Ron Frenz
  10. Copertina da PPSSM 107, ott. 1985; fonte URSC 64, 15 genn. 1991. D: Rich Buckler 
  11. Mysteries of the dead, ASM 311, genn. 1989; fonte URSC 100, 30 luglio 1992. D: Todd McFarlane
  12. Slugfest, SM 15, feb. 1992; fonte MO 4, giugno 1995. D: Erik Larsen
  13. Copertina da ASM 382, ott. 1993; URMI 164, 30 marzo 1995. D: Mark Bagley
  14. Time is on no side, SSM 216, sett. 1993; fonte URMI 177, 15 ott. 1995. D: Sal Buscema
  15. Pursuit – part one: The dream before, SM 45, apr. 1994; fonte URMI 171, 15 luglio 1995. D: Tom Lyle
  16. Shadow Rising, WSM 117, ott. 1994; fonte URMI 178, 30 ott. 1995. D: Steve Butler
  17. Copertina da Funeral for an Octopus 3, maggio 1995; fonte URMI 183, 15 gen. 1996. D: Ron Lim
  18. Spider-Man/Kingpin: To the death, nov. 1997; fonte URSE 2002. D: J. Romita Sr.
  19. Life Lessons, 6 apr. 2001; fonte USMC 1. D: M. Bagley
  20. USM Annual 3, dic. 2008; fonte USMC 25. D: David Lafuente
  21. Ultimatum – part 4, USM 132, luglio 2009; fonte USMC 24. D: Stuart Immonen
  22. Copertina variant da USM 153; fonte USMC 29. D: Sara Pichelli

venerdì 5 ottobre 2012

Amarcord, o su come rimanere fedeli alla propria vocazione

Una panoramica su ciò che è sopravvissuto del mio portfolio paleontologico risalente alla seconda metà degli anni '90. Modelli: vari, credo soprattutto The Dinosauria, 1a ed. [licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Italia (CC BY-NC-ND 3.0)]
Istantanea #1. È un pomeriggio di dicembre del 1993. Attendo in un negozio che mio padre sbrighi le sue faccende. L'occhio affaticato dall'attesa cade su un paio di rotocalchi a larga diffusione da poche lire, poggiati con noncuranza sul bancone. Una copertina, coperta a metà, attira la mia attenzione: se non ricordo male presentava il nome "Ciro" e qualche indicazione riguardante il "primo dinosauro italiano". Provo un formicolio indescrivibile, una gioia inaspettata: può mai essere vero?
Sapevo dalle mie letture divulgative che gli strati geologici risalenti al Mesozoico non erano stati generosi con la penisola italica e conoscevo abbastanza bene (per un ragazzino di nove anni) i dinosauri da dubitare di quell'affermazione fantasmagorica. Ed è quella strana sensazione di felicità irrefrenabile e di trepidante attesa di una conferma che potesse scacciare il tarlo del dubbio, che mi  ha riempito gli occhi e la mente per giorni.

Istantanea #2. Metà degli anni '90 circa. Su Internet esiste un sito chiamato Dinosauria.com di Jeff Poling, uno dei prototipi storici dei siti divulgativi di oggi con la partecipazione diretta degli studiosi (vi prese parte ad esempio Thomas Holtz Jr.). Mio padre, al lavoro, stampa da quel sito le pagine da me segnalate il giorno precedente: un commento su Rahonavis, disquisizioni velleitarie di nomina nuda con G. Olshevsky, i taxa che compongono la fauna di Hell Creek ma, soprattutto, i primi diagrammi cladistici complessi che io abbia mai visto (privi però di matrice, cosa che mi lasciò perplesso per mesi; quando capii che dovevano essere in altre pagine alle quali non potevo risalire, a causa dell'assenza di una connessione casalinga, era troppo tardi: mio padre era via per lavoro). E la pagina di J. Tucciarone, con tutte quelle illustrazioni preistoriche.
Confesso però che, rispetto ai miei modelli assoluti di paleoarte di allora, ovvero una triade ideale composta da Zdenek Burian (mia sorella possedeva un volume intitolato Quando l'uomo non c'era, che nei tardi anni '80 avevo deciso di fare mio aggiungendo file di scaglie appuntite a penna sul dorso di un Cryptoclidus), James Robins e John Sibbick, la galleria di Tucciarone ospitata su Dinosauria.com mi lasciava perplesso. De gustibus.

Intermezzo informatico. La mia passione per i dinosauri era nota negli ambienti parafamiliari da anni. Nei primissimi anni '90 un collega portoghese di mio padre mi passò un set di floppy disk contenente un programma sui dinosauri. Feci così la conoscenza con i video laggatissimi di modelli animatronic di dinosauri, che giravano alla meno peggio sul pc 286 di casa. Grazie a quel programma ho conosciuto le splendide illustrazioni di Brian Franczak, un paleoillustratore il cui lavoro oggi è un po' caduto nel dimeticatoio.

Necks for sex o neck for food? Ovvero, i colli dei sauropodi sono una risposta alla selezione sessuale? Qui due maschi di ?Sauropoda indet. lottano fieri della loro bidimensionalità durante la stagione degli amori. Anno: 1997-'98 ca [elaborazione grafica del mio disegno: Andrea Pirondini. Tutti i diritti riservati].
Istantanea #4. Siamo tra 1993 e 1994. Nel ricordo è il periodo indefinito durante il quale l'inverno si attarda per rallentare una primavera incipiente o la primavera inganna il tempo giocando d'anticipo e rompendo la continuità dei mesi invernali. Sono in una libreria vicino alla casa dove abito con la mia famiglia e vi trovo i numeri (o vari esemplari di un numero?) di una rivista ora scomparsa, Paleocronache. In uno di essi è stampato il primo articolo dedicato a quel fossile di dinosauro italiano, "Ciro", e la conferma praticamente definitiva del fatto che si trattasse di un dinosauro. Ecco immortalato nei ricordi un indescrivibile momento di emozione proto-adolescenziale.

Istantanea #5. 1993. Un'amica di mia sorella torna da una vacanza estiva negli Stati Uniti e, conoscendo la mia passione per la paleontologia, mi regala una maglietta del merchandising tratto dal lungometraggio Jurassic Park, con un evocativo disegno di Crash McCreery che fotografa la scena della fuga del tirannosauro dal suo recinto. Il film in Italia non è ancora uscito.
Non ero però impreparato: quella stessa estate avevo già letto il romanzo di Michael Crichton, pubblicato in Italia da Rizzoli. Come tenere lontano un bambino appassionato da una copertina con uno scheletro stilizzato di tirannosauride e il titolo "Jurassic Park"?! Più tardi, al cinema, rapito dalla retorica spielbergiana del rapporto tra natura e uomo e commosso da tanta opulenza di celluloide, in un folle momento di lucidità ricordo di aver avuto il coraggio di dare voce ad una critica petulante e fuori luogo chiedendomi (a mente): ma perché quei dromeosauri non sono piumati?!?

Hypsilophodon (in alto) e Muttaburrasaurus (in basso). Anno 1997-'98 ca.? Modelli probabilmente da D. Lambert, Il libro completo dei dinosauri, pubblicato da DeAgostini nel 1994 [elaborazione grafica del mio disegno: Andrea Pirondini. Tutti i diritti riservati].
Intermezzo bibliofilo. Si tratta di anni interamente dedicati alla paleontologia divulgativa, con una tappa memorabile al Museo di Storia Naturale di Milano dove  accedo con mia madre alla biblioteca per leggere commosso la copia di Predatory Dinosaurs of the World di G.S. Paul, conosciuto tempo addietro grazie alla bibliografia contenuta in un bel testo divulgativo di David Lambert e del Diagram Group (Dinosauri dalla A alla Z, da non confondere con il manuale dal target forse più infantile di Michael Benton, intitolato Tutti i dinosauri dalla A alla Z). Il salto successivo fu la lettura in inglese di The Dinosaur Heresies e di The Dinosauria, a cui seguirà, a distanza di qualche anno, The Complete Dinosaur.

Istantanea (bibliofila) #6. Il 1996 è un anno incandescente. Inizio con le migliori intenzioni un libro sulla paleontologia dei dinosauri... in realtà due o tre quaderni A4 incollati con il nastro adesivo e alcuni strategici punti di pinzatrice. Prima di accantonare il progetto riesco addirittura a dar vita a due spin off autonomi: un libro a schede stile "dalla A alla Z", intitolato Dinosauri: enigmi irrisolti e misteri svelati (con un titolo palesemente copiato e ricalcato su uno degli ultimi bei volumi di divulgazione vecchio stile prodotti per il mercato editoriale italiano, quello firmato da Bozzi, Bruno e Maugeri) e uno incentrato sulla storiografia (avevo letto il libro storiografico di Colbert pubblicato da Einaudi intitolato Cacciatori di dinosauri e il mai troppo lodato L'enigma dei dinosauri di J. Noble Wilford, dal taglio giornalistico). La mia passione per la storiografia della scienza ha radici profonde.

Libro #1. La primissima scheda del progettato volumetto "dalla A alla Z" che ho redatto nel 1996, densa di genuine ed emozionanti ingenuità: inizia con Spinosaurus Baryonyx [licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Italia (CC BY-NC-ND 3.0)].
Libro #2. Il sommario del lunghissimo progetto dedicato al volume storiografico (portato avanti per due anni scolastici, 1996/'97 e 1998/'99, ma abbandonato già nel 1998) [licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Italia (CC BY-NC-ND 3.0)].

Libro #2. Uno schema sull'evoluzione dei dinosauri, con tanto di tecodonti. Illustrazione proveniente dalla pagina 157 del manoscritto [licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Italia (CC BY-NC-ND 3.0)].
Istantanea #7. Nel 1998 scrivo una lettera cartacea al Museo di Storia Naturale di Milano e il curatore Giorgio Teruzzi (fondatore della già citata rivista Paleocronache) mi risponde e mi promette l'invio di una copia dell'articolo pubblicato su Nature e dedicato alla descrizione scientifica di "Ciro" (ora fregiato del più elegante titolo di Scipionyx samniticus). L'articolo arriva e da allora non ho più smesso di dare un'occhiata al sommario di Nature (e Science) nelle librerie del centro prima e su Internet poi.
Nello stesso periodo scrivo all'Academie de France allegando la richiesta di una lista di articoli scientifici presenti nei Comptes rendus de l'Académie des sciences. Avevo steso la lista leggendo la bibliografia dell'edizione del 1992 di The Dinosauria (le bibliografie sono un tesoro da scoprire). Non pago, redigo una comunicazione da inviare a Thomas Holtz Jr. (via mail, tramite il recapito presente sul sito di Jeff Poling, Dinosauria.com), nella quale chiedevo lumi su un "unnamed troodontid from China (early Cretaceous)" con tanto di riferimento ad un articolo di Barsbold pubblicato su Acta Paleontologica Polonica (33, 1987): si trattava di Sinornithoides o era un altro taxon? Purtroppo non ho mai avuto il coraggio di inviare la mail a Holtz (anche perché avrei dovuto chiedere a mio padre di fare da intermediario tramite la sua connessione al lavoro).
E ho fatto male, perché non solo dal CNRS francese mi rispondono cortesemente per via cartacea (attenzione, si era agli sgoccioli dell'epoca pre-Internet), ma mi inviano tutti gli articoli richiesti più la lista delle pubblicazioni successive dedicate alla paleontologia dei vertebrati. Era come invitare un bambino a giocare liberamente in un negozio di giocattoli. Alla mia lettera ne segue un'altra e dal CNRS, prontamente e con rinnovata cortesia, mi inoltrano gli altri testi richiesti. Ah, l'impagabile sapore della scoperta dell'esistenza di Euronychodon e delle discussioni accademiche su Mononykus!
Ascoltavo gli album dei Beatles su musicassetta, con delle cuffiette di plastica logore, insieme alle raccolte casalinghe possedute da mia sorella con le incisioni di Beach Boys, Pink Floyd, Bryan Adams, De Gregori e Vecchioni, e decifravo le trascrizioni di sedimenti e morfologie con la passione forsennata e l'entusiasmo che solo un ragazzino può avere. Un entusiasmo alimentato dal fatto che la paleontologia è una branca della ricerca scientifica che non smette di stupire per l'attenzione rivolta nei confronti degli interessati e per la gioiosa condivisione del materiale scientifico.

Collage di lettere ricevute nell'estate del 1998: dall'alto la seconda risposta dal CNRS francese, firmata Dr. H. Paquet (che ringrazio ancora per la sua estrema cortesia e solerzia), risalente al 18 luglio '98, e la risposta di Giorgio Teruzzi, conservatore di paleontologia presso il Museo di Storia Naturale di Milano, datata 20 luglio 1998. Sono state le due lettere più importanti della prima parte della mia vita. Queste missive mi hanno dimostrato all'epoca che esisteva un mondo cordiale là fuori, oltre alla famiglia e alla scuola, nel quale le mie passioni non erano considerate bizzarre né giudicate infantili
[licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Italia (CC BY-NC-ND 3.0)].
Istantanee #8. Tanti ricordi, troppo affollati e troppo densi di emozioni.
Come inserire in questa serie disarticolata di pensieri il ricordo esaltante dello scheletro di Hypsilophodon ospitato in Piazza Sabotino in un freddo pomeriggio invernale? Come tralasciare la mostra Mamenchi & Tsintao del 1992, un'esposizione semplicemente colossale dedicata ai dinosauri cinesi, alloggiata temporaneamente nel Museo Regionale di Storia Naturale? Si può forse omettere la ricerca snervante (e ripagata con una felicità indicibile) della copia cartacea del Quaderno de Le Scienze dedicato ai dinosauri e curato da G. Ligabue, con un folgorante e iconoclasta articolo di R.T. Bakker dei primi anni '70, e le informazioni sui resti mesozoici istriani  di Fabio Marco Dalla Vecchia? Posso passare sotto silenzio la lettura praticamente a memoria dell'immancabile Grande libro della preistoria di G. Panini (una copia che dopo l'ultimo trasloco non riesco più a trovare)? E I fossili e la storia della vita di G.G. Simpson, letto  un po' alla volta nei fine settimana passati nella biblioteca accanto alla mia scuola? E ancora il bel libriccino di Eric Buffetaut pubblicato in edizione tascabile ("mille lire" stampato in copertina!) nel 1992? Come non ricordare la soleggiata estate del 1997 passata cercando fossili diagnostici su dirupi scoscesi (con scarsissima fortuna ma tanta felicità) nelle formazioni vicino a casa in Liguria? Come scordare la frustrazione dovuta alla promessa fatta da mio padre, e purtroppo disattesa, riguardo ad una futura visita presso il sito icnologico dei Lavini di Marco (Trento)? La richiesta fu ispirata dalla lettura del libro di Martin Lockley la cui traduzione italiana risaliva al 1994 e si intitolava Sulle tracce dei dinosauri, interamente dedicato alla paleoicnologia, con addendum di Giuseppe Leonardi. Solo grazie ad un recente soggiorno di lavoro (una ricerca d'archivio che è poi confluita nel mio volume in preparazione) ho potuto felicemente visitarli, quasi diciott'anni più tardi.
Tempi eroici come solo possono esserlo quelli della tarda infanzia e della prima adolescenza, tempi fatti di letture faticose ma dense e significative, con impegno e calma e con il dizionario italiano inglese/inglese-italiano a portata di mano.

Istantanee #9. ... dopodiché la passione passa in secondo piano per motivi legati a contingenze familiari e scolastiche e a scelte avventate, senza però spegnersi, pronta a riemergere per una pubblicazione su Nature, a riaccendersi per un libro originale, per un articolo divulgativo interessante.
Questo fino al 2007/2008, quando comincio a seguire on line lo sfavillante e poliedrico Tetrapod Zoology di Darren Naish (ospitato ora sulla piattaforma di Scientific American) e, soprattutto, l'anno successivo Theropoda di Andrea Cau. Mai letture estemporanee sulla rete si sono dimostrate così fertili e produttive sotto qualunque punto di vista (devo dire che nel mio percorso personale a questi blog scientifici se ne sono poi aggiunti tanti altri, validi e scritti con competenza da esperti del settore... ma la lista sarebbe davvero troppo lunga. Un panorama non esaustivo lo si può avere dando un'occhiata al blogroll della sidebar a destra).
Il resto è storia recente: con Geomythologica prima e Historia Religionum poi riparte a pieno regime la mia passione paleontologica e, forse più importante, l'inizio di qualcosa che sentivo ancora lontano e che ha trovato concreta espressione solo in un secondo momento con questo blog. Un ruolo importante lo ha sicuramente avuto l'incipiente impegno nella ricerca accademica e il recupero di molta conoscenza sepolta, due eventi che hanno provveduto a colmare le immancabili lacune (ed evitando perciò l'errore commesso dalla fretta di "essere on line" presente nei contenuti, spesso di qualità non eccelsa, presentati nei due suddetti blog).

Due segnosauri insettivori alla ricerca di cibo, in una waste land rocciosa e sterile. Ispirato dal romanzo Raptor Red di R.T. Bakker e dalle scarne illustrazioni in esso contenute Anno: 1998 [elaborazione grafica del mio disegno: Andrea Pirondini. Tutti i diritti riservati].
Conclusione (provvisoria). I tempi sono cambiati e posso oggi dire che, nonostante i corsi e i ricorsi della vita, gli impegni, le scelte sofferte che sono state fatte e gli errori del cursus studiorum commessi a causa di consigli inadeguati, la passione di quel ragazzino che ero non è stata tradita. Così, dopo anni di studio dedicato alla storia e alla storiografia (altra passione), il mio primo libro di ricerca accademica (approdato all'ultima fase di revisione) rappresenta l'esito di tutte le conoscenze accumulate nel corso degli anni, che mi hanno permesso di associare lo scibile paleontologico e storiografico a vari altri campi della conoscenza scientifica e umanistica. Un'anticipazione del libro è stata presentata nel post intitolato Dinosauri e tuatara. I fossili viventi nella biospeleologia di Emil Racoviţă; alcuni brevi estratti seguiranno.
Il pegno è pagato, l'equilibrio ristabilito, gli errori risanati.
Da qui non si può fare altro che ripartire.

NOTA: Ringrazio l'Associazione Paleontologica Parmense Italiana e Andrea Pirondini per l'eccellente lavoro e per il tempo dedicato alla realizzazione delle magnifiche cornici di alcuni miei scarabocchi adolescenziali, riesumati per l'evento Dinosauri in carne e ossa Junior, e traslati poi su questa pagina.

NOTA2 (e un'apologia mnemonica semiseria): eventuali errori nel computo degli anni e nella riorganizzazione di una scansione cronologica personale e coerente (laddove, nonostante il recupero dei dati, la mancanza di documentazione sia predominante) sono dovuti al processo mnemonico. Per quanto «immagazzinare o conservare l’informazione in maniera fedele» sia un passaggio fondante del processo di memorizzazione, la memoria non agisce come una registrazione audio-video ma ricostruisce nel presente il ricordo di un evento passato [cit. da Jonathan K. Foster, Memoria, Codice edizioni, Torino 2012, p. 30 (ed. or. Memory: A Very Short Introduction, Oxford University Press, Oxford-New York 2009)]. Considerando che si tratta di ricordi adolescenziali, se mancano i dati necessari provenienti dall'esternalizzazione mnemonica (e consegnati alla scrittura), i margini di errore, per quanto minimi, non si possono completamente evitare.

martedì 17 gennaio 2012

Proemio semiserio in due pezzi II. Dove l'autore elogia i pinguini e ringrazia

Il mio bozzetto originario per il blog, con tanto di memorandum provvisorio su titolo e sottotitolo.
Eziologia del template: di coralli e di polimeri

Dietro il roboante titolo del sottoparagrafo, calcolato esattamente per impressionarvi inutilmente o per incuriosirvi, si cela prosaicamente il senso che sta a monte della composizione artistica. Prendete dunque la homepage e mettetevi di fronte all'immagine. Quello che potete osservare a sinistra è l'albero delle forme della vita, differenziatesi attraverso il tempo a partire da un progenitore comune. Il bozzetto è stato tracciato da Darwin sul suo taccuino nel 1837, introdotto da un modesto «I think», che precede di più di venti anni la pubblicazione del suo lavoro sull'Origine delle specie. Il momento è epocale: «è il suo primo diagramma evoluzionistico, uno spartiacque teorico» [1]. La scelta si rivela felice poiché, se da un lato il grafico darwiniano è diventato negli ultimi tempi un'icona mediatica, rappresenta bene il lungo e faticoso processo storiografico di comprensione della storia naturale. Ha una certa rilevanza storiografica ricordare che, nel taccuino dell'epoca ma poco prima di abbozzare l'albero della vita, Darwin aveva anche annotato quanto l'immagine del corallo risultasse di maggior rigore euristico rispetto a quella tradizionale dell'albero: con il suo proliferare secondo logiche contingenti, con le sue calcificazioni di parti ormai morte, la figura a cespuglio ramificato del corallo rende giustizia al concetto di tempo profondo e alle esplosive esplorazioni adattative degli organismi fossili oggi estinti [2].
Torniamo ora all'illustrazione. Dall'albero darwiniano si dipana, precedendolo e innervandolo come materia viva, la catena elicoidale del DNA (il celebre polimero organico), a sua volta sostenuta dai legami chimico-fisici (alcune strutture molecolari si possono scorgere a sinistra e sotto il corallo darwiniano). L'immagine vorrebbe essere, in effetti, una sorta di riepilogo visivo, un micro-bignami. All'irruzione grafica del DNA corrisponde un passaggio storiografico specifico: l'integrazione dell'evoluzionismo darwiniano con la genetica mendeliana, la genetica delle popolazioni e l'analisi paleontologica, per merito della cosiddetta sintesi moderna (o neodarwinismo), la corrente che ha posto le basi novecentesche per gli ulteriori raffinamenti e correzioni delle più recenti elaborazioni evoluzionistiche. Procedendo attraverso l'immaginaria freccia del tempo che nell'immagine scorre da sinistra verso destra, all'interno dei rapporti della biosfera e nel corso del tempo profondo, il DNA si stempera figurativamente nell'oceano della vita, trovando espressione negli organismi viventi, e riemerge sotto forma di un teropode aviano attuale in rappresentanza di tutto il regno Animalia. In realtà la presenza dell'acqua è molto più importante di quanto non appaia da una stilizzazione esemplificativa, poiché è l'acqua a fornire l'ambiente tale per cui le interazioni tra molecole diventano possibili «con la dovuta "destrezza" e un alto grado di precisione» [3]. Ciò può aver luogo grazie alla presenza di ioni in soluzione che intervengono cambiando l'attrazione elettrica naturale delle macromolecole.
Ho scelto deliberatamente il pinguino (nella fattispecie, Pygoscelis antarctica) perché sovverte le tradizionali categorie cognitive e la classificazione ad occhio nudo (la scienza si rivela essere controintuitiva rispetto al senso comune): nuota come un pesce, è un uccello, ma non vola. In realtà vola, come ha ben illustrato Fabio, ed è tanto aggraziato quanto i suoi parenti che si librano tra le correnti d'aria. Se non ve ne siete accorti, vi sentite abbindolati o state pensando al celebre mockumentary prodotto in occasione del pesce d'Aprile del 2008 dalla BBC e intitolato Flying Penguins, è perché state sbagliando prospettiva: vola sott'acqua. Per capire quali contingenze lo portarono ad essere come è oggi bisogna fare appello alla sua storia evolutiva, e per farlo bisogna immergersi in profondità tra i concetti della storia.

Titolo*

Il titolo pluralizza quel tempo profondo geologico che fu già presentato nel titolo di un fortunato volume di Henry Gee, pubblicato in Italia da Einaudi [4]. La scelta del plurale vuole rispecchiare la simbiosi tra questo concetto e la (auto)coscienza storica e storiografica dell'uomo nei confronti del suo passato e del passato del pianeta Terra. Non è un'impresa facile: Stephen J. Gould ha rilevato come «il tempo profondo [sia] così difficile da capire, così estraneo alla nostra esperienza quotidiana, da rimanere un ostacolo importante alla nostra comprensione» [5]. D'altra parte, senza scomodare i milioni o i miliardi di anni, bastano qualche secolo e l'assenza di scrittura, o di documentazione continua, perché un tema in apparenza semplice diventi uno spinoso ed intricato problema anche per lo storico preparato che non sappia nulla del tempo profondo. Per questo motivo un confronto è tanto più urgente tra le due sponde della ricerca sul nostro passato e, per la stessa ragione, se dovessi cercare un'epigrafe introduttiva da porre in calce al blog sceglierei la citazione che segue, tratta da un'opera recente curata da Jared Diamond e James A. Robinson. Si tratta di un passaggio che ha il pregio di compendiare bene il discorso che vorrei intraprendere con i lettori di Tempi profondi: «spesso gli storici credono che la storia umana sia fondamentalmente diversa dalla storia dei cancri, degli scimpanzé o dei ghiacciai, implicando le motivazioni di individui umani, che si suppone non possano essere misurate o espresse in numeri. Ma anche cancri, scimpanzé e ghiacciai sono molto complessi, e frappongono l’ulteriore ostacolo di non lasciare dietro di sé alcun documento scritto sui loro motivi. Inoltre molti studiosi, fra cui psicologi, economisti, ricercatori appartenenti a enti governativi e biografi, sono oggi in grado di misurare e analizzare le scelte di singoli esseri umani per mezzo di analisi retrospettive di documenti di persone morte oltre che di interviste a persone ancora viventi» [6].
Tempi profondi si prefigge dunque, tra le altre cose, di impostare un discorso costruttivo sui due termini presentati nel sottotitolo, con la natura al primo posto per evidenziare il debito non ancora riconosciuto contratto dalla storia nei confronti della paleontologia: non si può sottostimare l’importanza avuta dalla documentazione fossile, come prova e documento della storia del pianeta, nella formazione del pensiero occidentale moderno [7] e del pensiero sul tempo profondo anche nelle altre culture [8]. Natura e storia shakerate, però, perché mantengano una porzione di antiossidanti salutare e si eviti di aggiungere confusione al quadro scientifico abbastanza caotico in voga nelle discipline umanistiche, privilegiando post di qualità divulgativa (e non di quantità), di approfondimento e di aperto confronto interdisciplinare.

*= Il titolo del testo di Gee è stato ripreso di recente da una mostra di paleoarte curata da Filippo Bertozzo e organizzata con il patrocini del Comune di Trissino e della Provincia di Vicenza, assieme all'Associazione Paleontologica Parmense Italiana, intitolata Tempo profondo. Incontro tra arte e scienza (20 novembre-11 dicembre 2011; l'esposizione si fregiava dei lavori di Davide Bonadonna, Fabio Pastori, Troco, Lukas Panzarin, Loana Riboli, Sante Mazzei, Fabio Manucci e Marzio Mereggia, mentre la locandina è opera di Troco e A. Pirondini). Una rapida ricerca in Internet mi ha rivelato che un'altra mostra, risalente al 2006, ha utilizzato la combinazione Tempi profondi. Si tratta di Tempi profondi. Frammenti del Pliocene in Umbria, promossa dall’associazione culturale L’Upupa e dall’associazione paleontologica orvietana.

Illustrazione

La mia bozza originaria per il template del blog era miserrima (la potete osservare all'inizio del post). Ho contattato Fabio Manucci, blogger presente in Rete con Agathaumas, paleoartista entusiasta e studente all'Accademia di Belle Arti, e gli ho chiesto se poteva dedicare un po' di tempo e pazienza per elaborare quella mia prima, e un po' scolastica, idea. L'ultimo giorno dell'anno ho ricevuto il suo lavoro (sarà un Capodanno che ricorderò a lungo), che per me è stato motivo di vero stupore. La sua elaborazione non ha fatto che confermare la sua meticolosità e perizia; Fabio ha saputo cogliere nel segno interpretando e valorizzando il mio schizzo veloce, e lo ringrazio per avermi citato come ideatore della composizione sulla sua pagina di DeviantArt.
Una volta destatomi dall'ammirazione per il risultato di Fabio, la questione dell'armonizzazione grafica di titolo e sottotitolo si imponeva come nuovo ordine del giorno. Dopo una serie di tentativi personali abbastanza deludenti ho deciso, su consiglio di Fabio, di rivolgermi ad Andrea Pirondini perché mi desse una mano nel compito. Andrea è blogger (suo Go go dinosaurs), grafico di professione, una delle menti dietro il progetto Prehistoric Minds, ed è stato di recente insignito del 1° Premio assegnato dall'Associazione Paleontologica Parmense Italiana per la sua infaticabile attività in qualità di collaboratore, tra gli altri impegni paleoillustrativi, di Dinosauri in carne e ossa. Il risultato del suo intervento sull'illustrazione di Fabio lo potete vedere in alto: la grafica elegante, pulita che contraddistingue il template è opera di Andrea.
Senza di loro il mio blog sarebbe non solo meno accattivante, ma anche meno ricercato e accurato: un grazie di cuore ad entrambi.

Dove l'autore si congeda

Da ultimo, vorrei ricordare alcuni eventi particolari che hanno segnato la storia della mia recente avventura on line. Per Historia Religionum vorrei menzionare almeno la serie delle tre interviste a studiosi e ricercatori della generazione più giovane, che hanno riscosso un grande successo in termini di contatti, anche e soprattutto per merito della competenza degli intervistati (V.S. Severino, R. Nanini e S. Botta). Queste interviste hanno rappresentato un’occasione eccezionale di confronto diretto tra differenti punti di vista, e un’opportunità insperata (per me) di crescita professionale. Per Geomythologica non posso esimermi dal ringraziare Andrea Cau, paleontologo, blogger del celebre Theropoda nonché autore del romanzo L'età della figlia. Ho seguito il suo blog fin dai primissimi tempi, quando ancora facevo parte della maggioranza silenziosa dei lettori invisibili, e mi ha ripagato con confronto aperto su temi di grande interesse e con una sincera amicizia. Quando lanciai Geomythologica ero un perfetto sconosciuto, e Andrea si è dato la pena di seguirmi con pazienza, talvolta correggendomi nel campo di sua pertinenza, più spesso scambiandoci spunti interessanti e realmente interdisciplinari.
Infine, un ringraziamento particolare va ai paleontologi Simone Maganuco e Stefania Nosotti per la loro paziente disponibilità nella revisione di un testo che, incrociando le dita, spero di poter presentare prossimamente su queste pagine.
Penso di avere esaurito per il momento i debiti contratti e le radici intellettuali che mi hanno condotto a questo punto e, ringraziando tutto l'universo che gravita intorno all'Associazione Paleontologica Parmense Italiana, vi darei appuntamento al prossimo post!

[1] Telmo Pievani, Charles R. Darwin e il corallo della vita: una chiave di lettura per il futuro, in Giacomo Giacobini (a cura di), Darwin e l’evoluzione dell’uomo, Bollati Boringhieri, Torino 2010, pp. 132-154; p. 136.
[2] Charles R. Darwin, Taccuini 1836-1844 (Taccuino Rosso, Taccuino B, Taccuino E), ed. it. a cura di Telmo Pievani, Prefazione di Niles Eldredge, Laterza, Roma-Bari 2008, p. 131 per la nota sull'uso del corallo al posto dell'albero nella grafica della filogenesi, p. 137 per il diagramma [ed. or. integrale Paul H. Barrett, Peter J. Gautrey, Sandra Herbert, David Kohn e Sydney Smith (eds.), Charles Darwin’s Notebooks, 1836-1844: Geology, Transmutation of Species, Metaphysical Enquiries, Cornell University Press, Ithaca 1987].
[3] James Lovelock, Gaia. Nuove idee sull'ecologia, Bollati Boringhieri, Torino 2011, p. 112 (1a ed. 1981; ed. or. Gaia: A New Look at Life on Earth, Oxford University Press, 1979).
[4] Henry Gee, Tempo profondo. Antenati, fossili, pietre, Einaudi, Torino 2006 (ed. or. Deep Time: Cladistics, the Revolution in Evolution, The Free Press. A Division of Simon & Schuster Inc., New York 1999).
[5] Stephen Jay Gould, La freccia del tempo, il ciclo del tempo. Mito e metafora nella scoperta del tempo geologico, Feltrinelli, 1989, p. 15 (ed. or. Time's Arrow, Time's Cycle: Myth and Metaphor in the Discovery of Geological Time, Harvard University Press, Cambridge 1987).
[6] Jared Diamond e James A. Robinson, Prologo a iid. (a cura di), Esperimenti naturali di storia, Codice edizioni, Torino 2011, pp. 3-14; p. 6 (ed. or. Natural Experiments of History, Belknap Press of Harvard University Press, Cambridge-London 2010).
[7] Paolo Rossi, I segni del tempo. Storia delle Terra e storia delle nazioni da Hooke a Vico, Feltrinelli, Milano 2003 (1a ed. 1979).
[8] Adrienne Mayor, The First Fossil Hunters: Dinosaurs, Mammoths, and Myth In Greek and Roman Times. With a New Introduction by the Author, Princeton University Press, Princeton-Oxford 20102 (pubbl. or. presso lo stesso editore come The First Fossil Hunters: Paleontology In Greek and Roman Times, 20001); ead., Fossil Legends of the First Americans, Princeton University Press, Princeton-Oxford 2005.