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sabato 28 maggio 2016

Potenziatori culturali, uccelli giardinieri e sense of beauty. Ipotesi sugli inizi della religione a quarant'anni da Il gene egoista

Copertina dell'edizione italiana del libro di Richard Dawkins intitolato Il gene egoista.
ResearchBlogging.org
Per il quarantennale della pubblicazione de Il gene egoista di Richard Dawkins, ho deciso di omaggiare l’idea di evoluzione culturale attraverso i memi in questo e nel prossimo post [1]. Tenuti a battesimo proprio in quel volume, i memi sono elementi culturali sottoposti a immagazzinamento mnemonico e diffusione attraverso modalità imitative. Nei modelli tratti della memetica dawkinsiana i “memi” vengono intesi come «atomi discreti di informazione ereditaria in competizione tra loro», sulla base di un parallelo tra cambiamento genetico e modifiche culturali nel corso del tempo [2]. Come ha scritto Luigi Luca Cavalli Sforza, da questa prospettiva l’«autoriproduzione delle idee» è resa possibile dal fatto che «le idee […] sono oggetti materiali in quanto hanno bisogno di corpi e cervelli in cui essere prodotte per la prima volta e riprodotte nel processo di trasmissione: come il DNA sono materiali, anche se di natura diversa» [3]. Nonostante l'idea di partenza non fosse originale, in quanto influenzata in origine dalle tesi che furono già di Cavalli Sforza (tra gli altri), la portata e l'appeal della proposta dawkinsiana fu semplicemente enorme [4]. Bene o male, il merito di Dawkins sta nell'aver confezionato e semplificato un potenziale modello di ricerca per renderlo fruibile a livello divulgativo. Coniando un'etichetta di grande successo.

Il battesimo dei memi.
Fonte: Dawkins, Richard. 2010. Il gene egoista. Milano: Mondadori. p. 201.
In questo e nel prossimo post, senza alcuna velleità o pretesa di esaustività, riprendo alcune interessanti pubblicazioni recenti di cui mi sono occupato nella mia tesi di dottorato e nel mio librone, tagliando, aggiornando e correggendo dove necessario. Il punto di partenza e il pretesto provengono dall’idea che tratti culturali socialmente accettati e ampiamente diffusi, come i comportamenti religiosi, siano giocoforza e in qualche modo adattativi. Iniziamo allora in medias res con un bel libro pubblicato nel 2012, scritto dal biologo evoluzionista Mark Pagel e intitolato Wired for Culture: The Natural History of Human Cooperation.
In questo libro, Pagel ritiene che all’interno dei meccanismi di co-evoluzione culturale, elementi quali religione, arte e musica abbiano agito come potenziatori culturali (cultural enhancers), volti a massimizzare il successo dei replicatori (gli esseri umani) all’interno dei veicoli di sopravvivenza culturali. Però, secondo l’interessante (e talvolta problematica) prospettiva memetica sposata da Pagel, la religione o, meglio, i vari componenti di una religione possono essere adattativamente neutrali o persino essere deleteri per i singoli o per i gruppi, indipendentemente dalla diffusione di quel potenziatore culturale:
«la proposta secondo la quale abbiamo curato le arti e la religione poiché ci sono utili deve essere confrontata con la più semplice idea che questi elementi culturali possano esistere per nessun’altra ragione al di fuori del fatto che si sono evoluti per essere capaci di manipolare, sfruttare o approfittarsi di noi al fine di diffondersi – non per aiutarci» [5].
Il concetto di potenziatore culturale non è molto lontano dall’ipotesi di Luther H. Martin per cui la religione avrebbe funzionato agli inizi come elemento di selezione sessuale, come dispiego e sfoggio di caratteristiche individuali valide per indicare la propria fitness, sulla scorta del darwiniano sense of beauty, ossia dell’estetica e delle relative capacità valutative esibite da un sesso per giudicare la fitness dell'altro. Nel suo contributo Martin descrive i meccanismi cognitivi, le strabilianti abilità architettoniche e l’esistenza di tratti culturali condivisi a livello regionale dagli uccelli giardinieri dell'Australia e Nuova Guinea (fam. Ptilonorhynchidae) per paragonarli allo storytelling umano e alla narrazione affabulatoria come display orale nella selezione sessuale umana.

«Proprio in prossimità del sentiero, mi trovai in presenza dell'opera più bella che ingegno di animale abbia mai saputo costruire. Era una capanna in mezzo a un praticello smaltato di fiori. Il tutto in miniatura. [...] Mi contentai di esaminare superficialmente per il momento quella meraviglia e proibii severamente a' miei cacciatori di scomporla». Da Beccari, Odoardo. 1877. Le capanne ed i giardini dell'Amblyornis inornata. Genova: Annali del Museo Civico di Storia Naturale di Genova, vol. IX; testo e immagine riprese da Mazzotti, Stefano. 2011. Esploratori perduti. Storie dimenticate di naturalisti italiani di fine Ottocento. Torino: Codice, risp. pp. 114 e 216. Immagine resa disponibile dall'editore qui.



Martin si basa su quanto concluso da Geoffrey Miller nel suo Uomini, donne e code di pavone: la selezione sessuale e l’evoluzione della natura, secondo cui la capacità di cooptare controintuitivamente determinati concetti all’interno delle narrazioni religiose può avere avuto effetti sulla fitness riproduttiva degli individui [6]. Secondo la prospettiva cognitiva milleriana, «molti degli adattamenti mentali che guidano i nostri comportamenti [sono] intuitivamente accurati». Però, come l'autore suggerisce, «i “fuochi d’artificio mentali che costellano lo spettacolo del corteggiamento” indeboliscono la nostra epistemologia evoluzionistica, “trasformando le nostre facoltà cognitive da seguaci della verità in pubblicità ornamentali per la propria fitness”» [7].
Per un esempio di pubblicità ornamentale come sviluppo esagerato di tratti potenzialmente inutili o addirittura nocivi alla sopravvivenza degli individui si pensi alle melodie degli uccelli canori che ne segnalano la presenza ai potenziali predatori. Ma, come la coda del pavone, si tratta di uno sfoggio di qualità che esagera la fitness dell'individuo sia per scoraggiare eventuali predatori (indicandone la salute e la prestanza) sia per incoraggiare eventuali compagne (idem). D'altra parte Mick Jagger, con il suo repertorio di abilità artistiche immortalate nel testo e nel videoclip di una canzone recente, ha avuto sette figli da quattro compagne – e non stiamo nemmeno a fare la conta delle possibili partner a livello non ufficiale.
«Gli inglesi le hanno chiamate playbing o sporting places, halls, play houses, ma più specialmente Bowers, nome che io tradurrei in italiano in quello di pergolati, gallerie o capanne; Bower birds sono chiamati gli uccelli che costruiscono».
Testo: Beccari, Le capanne ed i giardini dell'Amblyornis inornata, cit.; ripreso da Mazzotti, Esploratori perduti, cit., p. 114. Immagine: BBC Earth (Tim Laman / naturepl.com)
Ogni mezzo è lecito, dunque, e fare sfoggio di tratti esagerati diventa parte integrante di un processo a cascata (runaway effect) per cui domanda e offerta dei potenziali partner si rincorrono nel tempo profondo dell'evoluzione fino a fissare elementi potenzialmente nocivi alla fitness. In un apparentemente paradossale scarto di logica, la difficoltà di espletare funzioni normali e/o l'apprendimento di comportamenti costosi e inutili diventa essa stessa vincolo selettivo [8].

In questo senso, raccontare storie esagerate alimenta la diffusione di elementi narrativi che fanno presa cognitiva proprio a causa degli temi inaspettati che esse contengono. Non è difficile intravedere qui in filigrana l'innesco di narrazioni mitologiche vorticosamente controintuitive che diventano vincolo selettivo per nuove storie sempre più mirabolanti. D'altra parte, un'attenzione innata rivolta ai particolari contenuti che violano le nostre aspettative ontologiche nei confronti del mondo esterno è un fattore potenzialmente adattativo. Chiaramente, una storia fatta di dèi che lanciano fulmini quando sono arrabbiati non ha molto valore adattativo di per sé, ma sapere che i fulmini possono colpire gli alberi perché sacri a quella divinità – e quindi starsene ben lontani quando diluvia – non è poi tanto male. Senza contare l'effetto neuroendocrinologico di soddisfazione epistemica conseguente alla condivisione di una bella e piacevole storia. Chiaro, c'è dell'altro. Ma quello che voglio sottolineare qui è che allora lo storytelling mitologico sarebbe in nuce  una sorta di prodotto collaterale, un by-product, poi ripreso e sfruttato anche a fini adattativi [9].
Ma son tutte fole, direte voi. Eppure, dal fingere di credere al credere nella finzione il passo non è poi così incolmabile come si potrebbe pensare di primo acchito. Se si ha cura di collocarsi nella prospettiva dei tempi profondi, ovvio. In effetti, Robert Trivers ha suggerito che
«la logica dell’inganno pervade la storia della vita sulla Terra, dalla competizione all’interno dei genomi ai rapporti familiari e sociali, e che per rendere efficaci strategie di inganno e manipolazione degli altri si è evoluta a sua volta la capacità di autoingannarsi» [10].
Autoingannarsi come prerequisito per competere meglio, quindi? Questa tesi sollevi alcune interessanti e spinose questioni dal punto di vista cognitivo ed evoluzionistico (sulle quali non possiamo soffermarci in questo post), e permette di considerare in un’ottica di lungo periodo il rapporto tra competizione intra- ed inter-sessuale (ossia all'interno e tra i sessi) e uso del linguaggio.

Alcune ricerche di sociolinguistica riprese da Anne Campbell, ad esempio, hanno individuato una correlazione positiva tra questi due elementi negli adolescenti di sesso maschile del genere Homo sapiens, per i quali
«[...] il fattore importante non è il contenuto del discorso, quanto ciò che attraverso di esso si può raggiungere. Parlare equivale a reclamare, mantenere o contestare lo status sociale. Per i ragazzi mantenere l’attenzione di un pubblico è un vero talento perché, a differenza di quanto avviene con le ragazze, l’oratore non può contare su un pubblico paziente e comprensivo: “Narrare storie [storytelling], raccontare barzellette [joke telling] e altre perfomance narrative sono caratteristiche comuni dell’interazione sociale dei ragazzi… Il narratore deve affrontare di frequente la derisione, le sfide e i commenti sulla sua storia. Una delle maggiori abilità sociolinguistiche che un ragazzo deve apprendere per interagire con i suoi pari è superare questa serie di sfide, mantenere l’attenzione del pubblico e arrivare con successo alla fine della sua storia» [11].
La prossima volta che qualcuno tra i vostri amici e conoscenti si mette svergognatamente in mostra in pizzeria, raccontando storie assurde o barzellette penose pensando di essere divertente, attirando l'attenzione di tutti i commensali, non riuscirete a non pensare ad una coda di pavone. O a un pergolato degli uccelli giardinieri.
Metti un Amblyornis inornata in pizzeria... Illustrazione di John Gould.
FonteWikipedia

[continua...]

[1] Dawkins, R. (2010). Il gene egoista. Milano: Mondadori (1992 1a ed.). Ed. orig. The Selfish Gene, Oxford and New York: Oxford University Press, 1976; ristampato nel 1989 e  nel 2006).

[2] Pievani, Telmo. 2010. Introduzione alla filosofia della biologia. Roma-Bari: Laterza, p. 73 (2005 1a ed.). Si veda Dawkins, Il gene egoista, cit., pp. 198-210 (cap. Memi: i nuovi replicatori). Passaggio rielaborato da Ambasciano, L. (2014). Sciamanesimo senza sciamanesimo. Le radici intellettuali del modell osciamanico di Mircea Eliade tra evoluzionismo, psicoanalisi, te(le)ologia. Roma: Nuova cultura, p. 495.

[3] Cavalli Sforza, L.L. (2010). L’evoluzione della cultura. Torino: Codice edizioni, p. 131 (2004 1a ed.).

[4] Dawkins ricorda Cavalli Sforza (Il gene egoista, cit., 200), e due suoi testi: Cavalli Sforza, L.L. (1971). "Similarities and Dissimilarities of Sociocultural and Biological Evolution". In Mathematics in the Archaeological and Historical Sciences, edited by Hodson, F.R., Kendall, D.G., and Tăutu, P., 535-541. Edinburgh: Edinburgh University Press, e Cavalli Sforza, L.L. and Feldman, M.W. (1981). Cultural Transmission and Evolution: A Quantitative Approach. Princeton: Princeton University Press (cit. risp. in Dawkins, Il gene egoista, cit.,pp. 336 e 337).

[5] Pagel, M. (2013). Wired Culture: The Natural History of Human Cooperation, Penguin Books, London-New York: Penguin, p. 135 (pubbl. orig. da Allen Lane, London & New York 2012; W.W. Norton & Co., New York 2012).

[6] Miller, G. (2000). The Mating Mind: How Sexual Choice Shaped the Evolution of Human Nature. New York: Random House. Trad. in italiano nel 2002 come Uomini, donne e code di pavone: la selezione sessuale e l’evoluzione della natura. Torino: Einaudi. Si veda inoltre Bartalesi, Lorenzo (2012). Estetica evoluzionistica. Darwin e l'origine del senso estetico. Roma: Carocci.

[7] Martin, L.H. (2013). “The Origins of Religion, Cognition and Culture: The Bowerbird Syndrome”. In Origins of Religion, Cognition and Culture, edited by Geertz, A.W. 178-202; p. 197. Routledge: London and New York. Originally published by Acumen: Durham and Bristol, CT. Citazioni da Miller, G., The Mating Mind, cit., p.p. 423-424.

[8] Cf. Luzzatto, M. (2008). Preghiera darwiniana. Milano: Cortina. p. 48: «E se uno dimostra di sapere a memoria mille poesie, tre lingue, parla bene e sa inventare belle storie, non è forse più attraente agli occhi di un partner? Non potrebbe essere una coda di pavone anche quello?».

[9] Girotto, G., Pievani, T., Vallortigara, G. (2014). Supernatural beliefs: Adaptations for social life or by-products of cognitive adaptations? Evolved Morality: The Biology and Philosophy of Human Conscience, edited by Frans B.M. de Waal, Patricia Smith Churchland, Telmo Pievani, and Stefano Parmigiani. Leiden and Boston: Brill. , 249-266 DOI: 10.1163/9789004263888_019.


[10] Corbellini, G. (2011). Scienza, quindi democrazia. Torino: Einaudi, p. 136. Cfr. Trivers, R. (2011). Deceit and Self-Deception: Fooling Yourself the Better to Fool Others. London: Allen Lane. Trad. in italiano nel 2013 come La follia degli stolti. La logica dell'inganno e dell'autoinganno nella vita umana. Torino: Bollati Boringhieri.

[11] Campbell, A. (2013). A Mind of Her Own: The Evolutionary Psychology of Women. Second Edition, p. 117. Oxford and New York: Oxford University Press (2002 1a ed.). Citazione da (cit. da 208). Maltz, D. and Borker, R. (1982). "A Cultural Approach to Male-Female Miscommunication". In Language and Social Identity, edited by Gumperz, J., pp. 197-216: 208. Cambridge and New York: Cambridge University Press.

mercoledì 20 maggio 2015

The Holy Roman Empire, pterosaurs & palaeoart: an interview with Matt Martyniuk on Beasts of Antiquity (2014)

Welcome back to the ongoing series of palaeoart interviews! After quite a long hiatus (sorry), I am now proud to present you the first episode (fingers crossed!) of a new batch of palaeoart-related interviews. In this new installment we will explore a bit Matthew Martyniuk's latest book, Beasts of Antiquity: Stem-Birds in the Solnhofen Limestone (Vernon, NJ: PanAves Publishing. 2014), discussing with the author the deep history of palaeontology (with the neglected historiographical relationship between the Holy Roman Empire and pterosaurs... how cool is that?!), the role of competing theories in the history of pterosaur science, the current status of palaeoart as a way to improve the public understanding of science, Matthew's future editorial projects, and much more!
Martyniuk, M.P. (2014). Beasts of Antiquity. Vernon, NJ: PanAves Publishing. Reproduced with permission.
I am so happy I had the chance to interview Matthew again on such a diverse array of interesting topics. So, thank you Matthew for this opportunity, and enjoy the interview!
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1. Cristopher McGowan wrote once that Dinosaurs confound us with the enormity of their size, ichtyosaurs beguile us with their beauty of form. But pterosaurs capture our imagination and carry it aloft on flights of fancy. They are the stuff of dreams… and of nightmares (McGowan 1991 [1983]: 257). He also added how William Buckland likened pterosaurs to modern bats and vampires with a nod to Milton’s fiend (1836: 223-224). Beasts of Antiquity  [BoA henceforth] is rich in historiographical details about pterosaurs, far richer than the previous one (A Field Guide to Mesozoic Birds and Other Winged Dinosaurs; interview on this blog available here), and we gleefully read in it how the bat-form appearance of pterosaurs has been discarded after the works of Kevin Padian (1983, 218: There is nothing batlike about pterosaur anatomy; on the other hand, pterosaurs bear close structural resemblances to birds and dinosaurs, to which they are most closely related phylogenetically). This is just an example to highlight the fact that the history of modern anatomical and comparative research in palaeontology is a fascinating reminder of how science proceeds with initially tentative interpretations, continuous accumulation of data, and finally powerful postdictions referred to the distant past corroborated by evidence. History of science also fills the scientific accounts with memorable and informative storytelling.
Could you please tell our readers why did you specifically choose to focus on historiography, and on Solnhöfen’s spectacular limestone, in particular?

Matthew Martyniuk [MM]: I have long been fascinated with the history of pterosaur studies and of Pterodactylus in particular. Partly, this is due to lack of familiarity. Most paleo-enthusiasts are very familiar with the stories of Victorian era discoveries like Mantell and his Iguanodon, or Cope and Marsh’s Bone Wars, which are often repeated in popular books. I grew up reading about these early dinosaur discoveries and the characters behind them, but I had only seen fascinating glimpses of an earlier period of paleontology before the discovery of dinosaurs. It always seemed amazing and unusual to me that some of the earliest and most important discoveries, which shaped our understanding of what fossils are and the concept of extinction, took place during the late 18th century. The characters involved here were not Victorians and cowboys but members of royal families and their patrons, who housed their fossil collections in cabinets of curiosities long before the modern concept of the museum was invented. The idea that the first ever fossil of a bird-like reptile was treated as an ancient relic and kept in a palace of the Holy Roman Empire during its initial study struck me as really wonderful and a story that hasn’t been popularized, so that helped shape my idea for BoA to be as much a history book as a guide to fossil animals. Similarly, the idea that some of the earliest pterosaur researchers were already noticing things like “feathers” being present in the fossils helps smash our standard narrative that early scientists had it wrong and depicted them as leathery monsters, and we are only now discovering the “truth” that they were fluffy, active, and warm-blooded. At least some of these opinions have always been out there as competing hypotheses.

 Beasts of Antiquity, cit., p. 31. Image used with permission
2. What have you learned ex post from your previous book and how this helped you in editorially organising BoA?

[MM] Editing the Field Guide was relatively straightforward as I had a template to follow: most bird field guides have a fairly similar layout I was attempting to mimic to bring a sense of reality and naturalism to the depiction of proto-birds. BoA was different in that I had to try and juggle the historical narrative with individual sections on each featured species, without duplicating the material or telling significant stories in two places. It was quite a challenge and I ended up shifting material around until fairly late in the process. On the other hand, this book was much shorter which allowed me to do things I wasn’t really able to do or had not figured out a good way to handle in my first book, like full page illustrations for featured artwork or title pages, and the addition of a more extensive glossary and an index. Choosing a larger format for this book certainly helped a lot in that regard.

Beasts of Antiquity, cit., pp. 1-2. Image used with permission
3. Darren Naish has written an outstanding review of BoA, specifically focusing on the science behind your book. This leaves me with the possibility of exploring more the palaeoartistic side. The illustrations provided in your book are breathtaking, and they clearly show an evolution of your personal style toward a more suave touch. An old depiction of Juravenator starkii included in BoA (dating as far back as 2006) demonstrates this ongoing artistic process. What were, in your opinion, the major technical steps which led to this gradual change?

[MM] I think drawing so many restorations for the Field Guide helped me develop my style further and work towards bringing both more naturalism to the restorations but a bit of old-fashioned sensibility. Especially for such a historically-minded book, I consciously tried to evoke an older era of paleoart while still keeping the illustrations scientifically accurate by modern standards, which helped create a more unique look for many of them. One example is the illustration of Scaphognathus climbing in a tree; you hardly ever see pterosaurs depicted climbing anymore, though Mark Witton is doing his part to being that back to paleoart, and in my case the picture was a conscious homage to Burian’s tree-climbing Pterodactylus painting in an effort to add and old-school feel to it. I’ve also been adding a little more post production to my digital paintings such as a faint noise to pull parts of a piece together as a blending effect. Most of the illustrations are done completely in Photoshop using a Wacom tablet which certainly creates a contrast with graphite pieces like the Juravenator.

Beasts of Antiquity, cit., p. 78. Image used with permission
4. A recent article (Witton, Naish and Conway 2014) aptly summarises past and contemporary issues with palaeoart and ends with the following statement: We are optimistic that increasing awareness and promotion for palaeoartists could ultimately see the current, often downtrodden palaeoart industry become a much more vital, interesting and economically sustainable one.
Do you think that palaeoart, as a community and as a set of normative, professional rules, has changed since our last interview?

[MM] Witton, Naish, and Conway’s paper was excellent and I think really brings out into public light a lot of issues paleoartists have been dealing with for years. I think it was part of a larger trend where paleoartists are kind of coming out and standing up for themselves more in the face of a media industry that doesn’t seem to place much value in accurate depictions. For many online news outlets, and even scientific ones, it can seem like slapping any badly produced stock image of a dinosaur onto a paleontology story will do. But the fact is that the general public is hugely influenced by visual representations, and so any illustration needs to be just as educational and informative as the article itself, to avoid misinforming people. As a community, paleoartists are realizing there’s not much we can do about this other than get more vocal about it, comment on articles, and help inform journalists themselves, who often don’t realize how wildly inaccurate popular paleoart can be. One thing the paper you mentioned touches on, and which I blogged about recently, is the sad fact that in many cases the scientists who are experts when it comes to describing fossils are not actually experts when it comes to advising on life appearance and can be quite apathetic towards paleoart. I think the next step for paleoartists is to develop and make available our community as well informed technical consultants, and publicize the fact that scientists may not necessarily be as informed about the implications anatomical details on life appearance as good artists have to be.
Beasts of Antiquity, cit., p. 50. Image used with permission
5. Apart from the publication of Mark Witton’s magnum opus Pterosaurs (2013), which is both a palaeoartistic feast and a rigorous academic guide, what are the major editorial accomplishments in recent ornithodiran research? And what the major cutting-edge themes still absent from the shelves?

[MM] One book that has been a major influence on myself and other artists and even scientists has been Katrina van Grauw’s The Unfeathered Bird, which is a lavishly illustrated guide to bird anatomy (and, by extension, a necessary primer for understanding the life appearance of bird-like reptiles). Another great recent popular work is Dinosaurs Without Bones by Anthony J. Martin, focusing on the topic of ichnology and what kind of behaviors we can infer from it for Mesozoic dinosaurs. Dinosaurs and bird-like reptiles are probably the most written about group of prehistoric vertebrates, so other than these kinds of niche topics that are often ignored, there aren’t a lot of major topics that are crying out for more coverage. I’ll echo the opinion of a few others and just say that we are in dire need of more popular works covering Mesozoic psedosuchians and non-mammalian synapsids!

6. Last, but not least: what is your next book project? Are you going to focus on another specific fossil biota?

[MM] BoA grew out of a larger project that was to focus on various different stem-bird faunas by continent, and I had actually begun working on the North American edition even before Solnhofen, so it seems likely that will end up being finished next. Rather than focus on a single fauna, it will start at the beginning of the Mesozoic and even through the Cenozoic focusing on a few key sets of ornithodiran megafauna and giving some historical context as well as scientific description for each species. The major purpose of this book is to follow up on BoA with a sort of retro-style but still naturalistic and accurate take on some of the more classic dinosaurs. I also have some ideas for a children’s book on the back burner, and I’ve been keeping up with relevant proto-bird discoveries for the eventual second edition of the Field Guide to Mesozoic Birds, which I think I may have informally promised to have out five years after the original, so maybe I should get started drawing some more of those little birdy things…!

Refs.

Buckland, W. 1836. The Bridgewater Treatise Part 6, Geology and Mineralogy Considered with Reference to Natural Theology. London: William Pickering.

Martin, A.J. 2014. Dinosaurs Without Bones. New York and London: Pegasus Books.

McGowan, C. 1991 [1983]. Dinosaurs, Spitfires, & Sea Dragons. Cambridge, MA and London: Harvard University Press.

Naish, D. 2015. “New Books on Dinosaurs 1: Matthew P. Martyniuk's Beasts of Antiquity: Stem-Birds in the Solnhofen Limestone”. Tetrapod Zoology, February 7. http://blogs.scientificamerican.com/tetrapod-zoology/new-books-on-dinosaurs-1-matthew-p-martyniuk-s-beasts-of-antiquity-stem-birds-in-the-solnhofen-limestone/.

Padian, K. 1983.“A Functional Analysis of Flying and Walking in Pterosaurs”. Paleobiology (9) 3: 218-239. Article Stable URL: http://www.jstor.org/stable/2400656.

Witton, M.P. 2013. Pterosaurs: Natural History, Evolution, Anatomy. Princeton: Princeton University Press.

Witton, M.P., Naish, D, and Conway, J. 2014. “State of the Palaeoart”. PalaeontologiaElectronica (17) 3: 5E; http://palaeo-electronica.org/content/2014/917-commentary-state-of-the-palaeoart

van Grauw, K. 2014. The Unfeathered Bird. Princeton: Princeton University Press.

mercoledì 12 marzo 2014

Siamo tutti piccioni di Skinner, ovvero di becchime, gabbiette (mentali) e magia

Sua Maestà, il piccione (Columba livia). Dopo aver letto questo post «scommetto che non guarderete più gli uccelli con gli stessi occhi» (cit. - vid.). Fotografia dell'utente Alpsdake, da Wikipedia.
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Immaginiamo la seguente scena, sopperendo alle lacune documentarie con una buona dose cinematografica di licenze interpretative.
Interno giorno. Laboratorio. Anni Quaranta del secolo scorso.
Piano americano, uno studioso che guarda una gabbietta. Lo studioso è Burrhus Frederic Skinner (1904-1990). Nella gabbietta, un piccione. Lo studioso (o un meccanismo a tempo) ha la possibilità di rilasciare delle granaglie nella gabbietta, a intervalli specifici ma slegati dal contesto o dalle azioni del piccione. Passato un certo periodo di tempo, e una determinata quantità di mangime beccato, lo studioso nota che il piccione ha assunto comportamenti bizzarri, quali «saltellare da una parte all’altra o volteggiare in senso antiorario» (Skinner 1947; Shermer 2012: 74). Perché d’un tratto il piccione sembra sotto effetto di sostanze stupefacenti? Perché lo studioso non ha controllato il mangime prima della somministrazione? Cosa diamine è capitato?
Niente paura: nessuna somministrazione di droghe aviane al malcapitato pennuto. Nessun riferimento agli esperimenti sci-fi di Walter Bishop, il coprotagonista del telefilm Fringe interpretato magistralmente da John Noble dal 2008 al 2013. Nulla di tutto ciò. Il piccione ha solamente messo in relazione l’ultima azione compiuta prima dell’introduzione del cibo con la fuoriuscita delle granaglie, associandole in una relazione di causa-effetto. O, per dirla altrimenti, il piccione ha assunto comportamenti stereotipati diventando superstizioso, ossia stabilendo un rapporto scorretto di causa ed effetto (Vallortigara 2008: 63. Cfr. Foster & Kokko 2009).
Ciò ha avuto luogo grazie a un condizionamento operante attraverso le contingenze di rinforzo, secondo cui «le conseguenze di un comportamento che vengono rinforzate sono le cause determinanti del comportamento che segue» (Buss 2012: 16); il condizionamento probabilmente non avrebbe avuto luogo se il piccione fosse stato punito o se si fosse drasticamente intervenuti su modi e tempi relativi alla somministrazione del cibo. Semplicemente, il rilevatore mentale di causalità del piccione ha agito mettendo in relazione un’azione specifica, ossia quella che il piccione stava compiendo prima che gli venisse somministrato il cibo, con la fuoriuscita del cibo. Data la sequenza degli intervalli, accade nuovamente e abbastanza presto che le due azioni si trovino ad essere ravvicinate: viene così creata una patternicity stabile, ossia una serie di pattern ritenuti in rapporto causale diretto, e ciò avrà l’effetto di rinforzare man mano il comportamento (Vallortigara 2008: 66.). Ragion per cui, secondo quanto stabilito implicitamente dal piccione, ripetendo quel gesto dovrebbe ripetersi la somministrazione del cibo.
Non vi ricorda nulla questo comportamento? Non richiama qualcosa di straordinariamente umano? 
Come ha notato in modo brillante Michael Shermer,
«se dubitate della potenza [della patternicity] nel comportamento umano, fate una visita a Las Vegas e osservate le persone che giocano alle slot machine e i loro svariati tentativi di trovare un pattern tra (a) l’azione di tirare la leva della slot machine e (b) il premio. I piccioni possono avere un cervello da gallina [in inglese la locuzione è più generale: bird brain. N.d.A.], ma quando si tratta delle patternicity basilari i nostri cervelli non sono molto diversi» (Shermer 2012: 75).
In effetti l’esperimento delle slot machine (modificate) è stato condotto da Koichi Ono sugli esseri umani nelle seguenti condizioni: un contatore dispensava punti da accumulare, in media ogni trenta o sessanta secondi, in modo del tutto slegato dai modi e dai tempi dell’azione sulla leva. In modo sorprendentemente simile al piccione di Skinner, i partecipanti all’esperimento che pure avevano compreso la non consequenzialità causale tra la ricompensa e l’azione sulla leva assunsero altri e ancor più bizzarri comportamenti (ibidem).
Esattamente come il piccione di Skinner, taluni atleti mettono in relazione una vittoria nella loro disciplina con un comportamento contingente avvenuto in contemporanea o poco prima prima dell’evento, e ripetono quel gesto all’entrata in campo; così gli studenti assumono determinati comportamenti, o indossano certi indumenti, poiché questi erano stati casualmente assunti o indossati in concomitanza con il loro exploit di successo. Da qui la coazione a ripetere quel gesto, a indossare quel capo di vestiario, nella convinzione che vi sia un implicito nesso causale ed efficace tra i due eventi, e da cui è dipeso il successo finale. Grazie a un ulteriore bias di conferma si tenderà a scartare i casi successivi che ledono la validità dell’assunto generalizzatore (ossia gli insuccessi), e ci si concentrerà solo sugli eventuali successi, un po’ come fa lo scaramantico tifoso Patrizio Solitano Sr. con la sua squadra di football americano (un personaggio interpretato da Robert De Niro ne Il lato positivoSilver Linings Playbook, U.S.A. 2012)
Eppure tutto ciò ha un risvolto evolutivamente adattativo, a patto che il costo della credenza in un pattern falso sia minore del costo del non credere in un pattern reale (Shermer 2012: 72; Foster & Kokko 2009). Stante questa premessa, la selezione operante nel tempo profondo avrebbe favorito le associazioni del primo tipo, fintantoché queste hanno anche sostenuto strategie di successo per la sopravvivenza e la riproduzione.
Lo stesso avviene nella magia che, come ha efficacemente analizzato István Czachesz basandosi su precedenti indagini cognitiviste di Jesper Sørensen e Illkka Pyysiäinen (Sørensen 2002, 2007; Pyysiäinen 2004, 2009), non è altro che «lo sviluppo spontaneo di un comportamento ritualizzato come risposta a un rinforzo positivo e indipendente dal responso» (Czachesz 2011: 149), secondo il condizionamento operativo. Questo pattern viene poi rafforzato dal bias di conferma, sostenuto dalle prospettive probabilistiche che quell’evento voluto capiti indipendentemente dalle azioni compiute (si pensi alle danze per ottenere la pioggia, dove la pioggia gioca lo stesso ruolo del becchime nella gabbietta di Skinner), e diffuso grazie al fatto che spesso le operazioni magiche hanno a che fare con racconti che sollecitano i nostri meccanismi cognitivi di empatia e di disgusto, rendendoli più memorizzabili e trasmissibili. La magia quindi è un caso di perfetto ragionamento circolare: è irrefutabile in quanto «funziona solo quando tutte le condizioni vengono soddisfatte, e sappiamo che tutte le condizioni sono state soddisfatte solo se la magia funziona» (ibi: 159).
Tra l’altro, la magia è una forma di pseudoscienza e, in quanto tale, non ha alcun interesse a individuare, elaborare o adottare metodi di disamina scientifica: nella pseudoscienza, come ci ricorda un celebre passaggio di Carl Sagan,
«le ipotesi vengono spesso formulate in modo tale da non poter essere confutate da alcun esperimento, cosicché non le si può invalidare neppure in linea di principio. Coloro che la praticano hanno invariabilmente un atteggiamento difensivo e sospettoso e si oppongono a ogni esame critico. Quando un’ipotesi pseudoscientifica non riesce a suscitare l’interesse degli studiosi, si tirano in ballo cospirazioni miranti a sopprimerla» (Sagan 2001: 61).
In quanto pseudoscienza, però, come delinea Gilberto Corbellini, la magia «non è che lo stato di default del modo di funzionare della nostra mente, in assenza di un’istruzione che la guidi a confrontarsi con i fatti». Da una prospettiva cognitivista,
«Il pensiero magico si sviluppa come un modo spontaneo di categorizzare i cambiamenti nell’ambiente sulla base dell’imprinting cognitivo che ci induce ad attribuire, in assenza di esperienze correttive, cause invisibili e animate nello scenario circostante. Il nostro cervello è facilmente ingannabile, funziona sulla base di illusioni e autoinganni» (Corbellini 2013: 48-49).
Si tratta in fin dei conti del surplus di capacità computazionale che è frutto dell’evoluzione, in quanto riserva di continui e possibili adattamenti, e che pur sbagliando profondamente sulla qualità e sulla quantità di pattern individuati nel mondo (dai fatti insignificanti che sarebbero legati a un destino ultramondano, fino alle inesistenti cospirazioni globali più o meno occulte), ha permesso nonostante tutto di cercare «cause non direttamente percepibili attraverso processi di astrazione e manipolazione dell’esperienza» (ibi: 49), grazie all’esercizio del «pensiero astratto stabilendo collegamenti tra diversi domini e sottodomini cognitivi» (ibi: 51) e facendo appello alla metacognizione, ossia «operazioni mentali su processi che sono essi stessi operazioni mentali» (ibi: 57).
La prossima volta che acquisterete un biglietto della lotteria aspettando trepidanti i risultati con il vostro maglione fortunato preferito addosso, o che guarderete la partita di calcio avvolti nella sciarpa da tifosi che avevate comprato l’anno in cui la vostra squadra del cuore vinse il campionato, pensate al piccione di Skinner. E sentitevi pure liberi di saltellare e di volteggiare in senso antiorario.

Buss, D.M. (2012). Psicologia evoluzionistica. Milano-Torino: Pearson Italia (ed. orig. 2012. Evolutionary Psychology: The New Science of the Mind. Boston: Pearson. 4a ed.)

Corbellini, G. (2013). Scienza. Torino: Bollati Boringhieri.

Czachesz, I. (2011). Explaining Magic: Earliest Christianity as a Test Case, in Martin, L. H. & Sørensen, J. (Eds.). Past Minds: Studies in Cognitive Historiography, (pp. 141-166). London-Oakville, Equinox

Foster KR, & Kokko H (2009). The evolution of superstitious and superstition-like behaviour. Proceedings. Biological sciences / The Royal Society, 276 (1654), 31-7 PMID: 18782752

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Pyysiäinen, I. (2009). Supernatural Agents: Cognitive Science of Supernatural Agency. Oxford-New York: Oxford University Press

Sagan, C. (2001). Il mondo infestato dai demoni. La scienza e il nuovo oscurantismo. Milano: Baldini e Castoldi,  (1997 1a ed.; ed. orig. 1996. The Demon-Haunted World: Science as a Candle in the Dark. New York: Ballantine Books)

Shermer, M. (2012). The Believing Brain: From Spiritual Faiths to Political Convictions. How We Construct Beliefs and Reinforce Them as Truths. London: Robinson. (Times Books - Henry Holt, New York 2011)

Sørensen, J. (2002). ‘The Morphology and Function of Magic’ Revisited. In Pyysiäinen, I. & Anttonen, V. (Eds.). Current Approaches in the Cognitive Science of Religion, (pp. 177-202). Continuum, London-New York: Continuum

Sørensen, J. (2007). A Cognitive Theory of Magic. Walnut Creek: AltaMira Press

SKINNER BF (1948). Superstition in the pigeon. Journal of experimental psychology, 38 (2), 168-72 PMID: 18913665

Vallortigara, G. (2008). La causa prima? In Girotto, V., Pievani, T., &  Vallortigara, G. Nati per credere. Perché il nostro cervello sembra predisposto a fraintendere la teoria di Darwin, (pp. 63-82). Torino: Codice edizioni

mercoledì 12 febbraio 2014

Darwin Day 2014. L’appetito vien mangiando: le tesi di Richard Wrangham tra cibo, cognizione ed evoluzione

Wrangham; Richard. (2011a). L’intelligenza del fuoco. l’invenzione della cottura e l’evoluzione dell’uomo. Torino: Bollati Boringhieri (2009. Catching Fire: How Cooking Made Us Human. Profile Books: London / New York: Basic books)
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«[Le persone] non hanno bisogno di cuocere il cibo: lo fanno per ragioni simboliche, per dimostrare che sono uomini, non bestie» (Leach 1970: 92; cit. in Wrangham 2011: 17).
Così l’antropologo Edmund Leach, ricapitolando una posizione già esposta da Claude Lévi-Strauss nel celebre Il crudo e il cotto (1966), ha sintetizzato il ruolo della cucina nell’ambito della cultura umana. Insomma, cucinare, preparare e cuocere gli alimenti sono attività prettamente culturali la cui analisi biologico-evolutiva non avrebbe molto senso dal punto di vista antropologico. L’ambito è quello del modello umanistico che vuole l’uomo completamente avulso e libero dal contesto naturale poiché, come hanno scritto Maurice Bloch e Dan Sperber, «gli esseri umani possono trasmettere informazioni tra gli individui attraverso qualsiasi comunicazione simbolica», e quindi sarebbero «liberi da qualunque vincolo naturale […] differenziandosi essenzialmente dagli altri animali, i quali trasmettono l’informazione perlopiù, se non completamente, in modo genetico» (Bloch e Sperber 2002: 725).
Nulla di più sbagliato. «Noi esseri umani siamo le scimmie che sanno cucinare, le creature del fuoco». Queste sono invece le parole di Richard Wrangham (2011a: 20), antropologo a Harvard e studioso dei primati non umani presso il Peabody Museum, che introducono il tema della monografia intitolata L’intelligenza del fuoco, dedicata interamente al ruolo della preparazione e della cottura del cibo dal punto di vista dell’evoluzione e della cognizione umana.

La tesi di Wrangham è che la dieta alimentare, attraverso le innovazioni legate alla manipolazione e alla cottura degli alimenti, abbia profondamente influenzato la storia profonda del taxon Homo. I nostri antenati ominini, mangiando prima cibi più morbidi, lavorati a freddo, e più ricchi dal punto di vista dell’apporto energetico, avrebbero imposto un vincolo per la selezione di denti più piccoli e di un intestino meno elaborato perché non era più necessario masticare e digerire vegetali o carne cruda (alimenti più duri e fibrosi). In secondo luogo, la cottura avrebbe «aumentato la quantità di energia che il nostro corpo ricava dal cibo» (Wrangham 2011a: 19; cfr. Carmody et al. 2011), con conseguenze decisive sull’organizzazione sociale e infine, in una serie di ricadute a cascata, sulla cognizione.
Wrangham si spinge ancora più in là. Secondo la sua ricostruzione, i metodi e le tecniche per cucinare non solo sarebbero i principali responsabili dell’aumento delle dimensione del cervello nel genere Homo, ma sarebbero da retrodatare significativamente. La cottura pertanto ricoprirebbe un ruolo evolutivo strategico pari a quello della manipolazione degli utensili e dell’interazione sociale, e questa rappresenterebbe solamente uno stadio all’interno di un più complesso e risalente processo di innovazione culturale. Innanzitutto, Wrangham riprende una tesi avanzata da Leslie C. Aiello e Peter Wheeler (1995) definita expensive tissue hypothesis (ossia l’«ipotesi del tessuto costoso»; Wrangham 2011a: 129), per cui esisterebbe una relazione inversamente proporzionale tra dimensioni dell’apparato digerente e quelle cerebrali nei primati. Questo perché il cervello è un organo che consuma molta energia, come l’apparato digerente, e la cui espansione nel tempo profondo può avere luogo solo a scapito delle dimensioni del secondo e solo stante l’adozione di abitudini alimentari comprendenti cibo energeticamente molto ricco. Insomma, più semplicemente, il corpo è un sistema composto dalla relazione tra gli elementi che lo compongono e gli organi sono parti correlate che vanno studiate in rapporto le une con le altre, specialmente dal punto di vista della scala temporale evolutiva.
Rispetto alla tesi di Aiello e Wheleer, però, Wrangham ritiene che per quanto concerne la situazione di Homo l’expensive tissue hypothesis vada posta in relazione con le tecniche di preparazione del cibo e con l’esistenza di contesti sociali particolarmente competitivi e basati sulla cooperazione. Pertanto, l’antropologo sostiene una decisa retrodatazione degli eventi evolutivi.
La prima soglia evolutiva all’interno del panorama ricostruito da Wrangham (2011a: 9 ss.) è incentrata su un gruppo chiave dell’evoluzione umana, le habilines (ca. 2,3 milioni di anni fa), che precedono H. erectus (ca. 1,9 milioni di anni fa) e seguono alle australopitecine (ca. 3 milioni di anni fa). Le habilines testimoniano un aumento del volume cerebrale del 36% rispetto alle precedenti australopitecine e a parità di peso corporeo (rispettivamente 612 cc. vs. 450 cc.; Wrangham 2011: 130). Sulla base dell’analisi di dati paleoantropologici, fisiologici, primatologico-comparativi e morfologici, Wrangham ritiene che con questo gruppo abbia avuto inizio una significativa riduzione dei costi di digestione attraverso l’implementazione e il continuo miglioramento di tecniche di lavorazione a freddo, come la macinazione, la miscelazione, o battere la carne per renderla più morbida (ibid.: 133).
Il passo successivo è rappresentato dalla cottura del cibo attraverso il controllo del fuoco, che Aiello e Wheeler riservavano a H. heidelbergensis (ca. 800.000/600.000 anni fa) mentre Wrangham retrodata di un milione di anni ca., attribuendolo a H. erectus. In termini di volume cerebrale siamo a ca. 950 cc. contro 1200 cc. rispettivamente per H. erectus e H. heidelbergensis (Wrangham 2011a: 130, 133). Rispetto ai taxa precedenti, H. erectus avrebbe quindi subito un aumento del volume cerebrale del 55% se paragonato alle habilines (e del 111% rispetto alle australopitecine), mentre H. heidelbergensis un 96% rispetto a H. erectus (e addirittura un 166% rispetto alle australopitecine).

Wrangham lega la expensive tissue hypothesis alla tesi secondo la quale il cervello dei primati non umani si sia evoluto innanzitutto per fronteggiare la complessità dei rapporti sociali. Il tempo impiegato nella gestione delle interazioni sociali dei primati è sempre una delle costanti basilari di cui tenere conto durante le speculazioni e le ricostruzioni paleoantropologiche. Proprio sulla base della valutazione dei tempi da dedicare alle attività di gruppo, l’antropologo Robin Dunbar ha sostenuto che il linguaggio, tra le altre possibili concause, abbia assolto alla funzione socialmente essenziale della toelettatura (grooming) in gruppi man mano più numerosi:
«c’è un limite […] alla quantità di tempo che un individuo può passare a spulciare la pelliccia dei suoi amici; bisogna anche andare in cerca di cibo, accoppiarsi e fare attenzione ai predatori […] Quindi, questa pratica può tenere insieme solo gruppi relativamente piccoli»  (Ehrlich 2005: 193. Cfr. Dunbar 1998; Wrangham 2011a: 119-123).
Il linguaggio avrebbe pertanto funzionato come surrogato neurofisiologico della medesima attività sociale riuscendo a coinvolgere più individui contemporaneamente e nello stesso intervallo di tempo. Come scrive Wrangham,
«il risultato è una soap opera di affetti, alleanze, inimicizie in perenne trasformazione e una spinta costante a battere in astuzia gli altri» (2011a: 132).
Sulla scia di questa tesi Wrangham aggiunge il contributo delle valutazioni dei tempi di masticazione, delle calorie introdotte e del consumo energetico: una madre scimpanzé consuma ca. 1800 calorie al giorno, e mastica per sei ore ca. In pratica, sono 300 calorie all’ora. Un individuo adulto di H. sapiens (stante attività fisica e possibilità di approvvigionamento) dovrebbe consumare ca. 2000 calorie, ma mastica per una sola ora al giorno in totale. Significa aver liberato circa cinque ore al giorno dalla masticazione (ibid.: 156). Nel 2012 Karina Fonseca-Azevedo e Suzana Herculano-Houzel hanno dimostrato che per sostenere il consumo metabolico di un organo come il cervello di H. sapiens sulla base di soli alimenti crudi sarebbe necessario disporre di un numero spropositato di ore da dedicare alla ricerca del cibo e alla masticazione. L’evoluzione lineare del volume cerebrale e del numero di neuroni nei nostri antenati avrebbe quindi beneficiato anche, o soprattutto, dal passaggio a un’alimentazione composta da cibi cotti già dai tempi di H. erectus (Fonseca-Azevedo & Herculano-Houzel 2012). Ovviamente, questo è il punto d’arrivo di un risalente processo graduale di lavorazione del cibo – e poi di cottura – cominciato con le habilines.

Secondo Wrangham, inoltre, la cucina avrebbe anche vincolato i rapporti tra i sessi contribuendo a fissare la subordinazione degli individui di sesso femminile all’interno dei rapporti di coppia di H. sapiens:
«La cottura comportò incredibili benefici dal punto di vista nutritivo, ma per le donne l’avvento della cottura si tradusse in maggior vulnerabilità all’autorità maschile. […] La cottura creò e perpetuò un nuovo sistema di superiorità culturale del maschio» (Wrangham 2011a: 194).
Come ha potuto aver luogo tutto ciò? A seguito di una rassegna antropologico-culturale, Wrangham descrive quello che avrebbe potuto essere un «primitivo racket di protezione» (ibid.: 170), per cui i maschi avrebbero offerto protezione alle donne impegnate nei processi di preparazione del cibo e di cottura da altri maschi, interessati al furto degli alimenti. In quest’ottica, la cooperazione e il controllo dei free-rider si uniscono nel tempo profondo alla vulnerabilità di chi è impegnato a cucinare.
Ancora, l’uso del fuoco come strumento di illuminazione notturna e mezzo di dissuasione contro gli animali può aver vincolato anche la selezione di arti posteriori più lunghi e la perdita della capacità di arrampicarsi e di dormire sugli alberi (come riparo da competitori e da altri animali), sempre a partire da H. erectus (ibid.: 114).

 Indicator "albirostris" (Indicator indicator).
Temminck, C.J. (1838). Nouveau recueil de planches coloriées d'oiseaux: pour servir de suite et de complément aux planches enluminées de Buffon, édition in-folio et in-4⁰ de l'Imprimerie royale. Paris & Strasbourg: F.G. Levrault/Amsterdam: Chez Legras Imbert et Comp. P. 526. Fonte: Wikipedia
Una delle prove più recenti che Wrangham ha aggiunto al novero delle tesi già presentato nella sua monografia verte su un peculiare rapporto ecologico tra un uccello africano, l’indicatore dalla gola nera (Indicator indicator), e H. sapiens. Questo uccello è attratto dai rumori e dalle attività umane, e attira l’attenzione degli abitanti locali per condurli, tramite richiami, fino agli alveari ricchi di miele che ha già individuato in precedenza. Le persone coinvolte fanno poi solitamente evacuare l’alveare attraverso il fumo, e lo aprono per raggiungere il miele e le larve. L’indicatore dalla gola nera può così raggiunge la cera e le api per cibarsene. Ora, si pensa che questo interessante rapporto di coevoluzione abbia interessato l’indicatore e il tasso del miele (Mellivora capensis), e che l’uomo abbia solamente approfittato di questo interazione ecologica stabilitasi nel tempo profondo tra gli altri due taxa.
Wrangham invece sostiene che il partner evolutivo dell’antenato dell’indicatore dalla gola nera sia stato un ominine. Per affermare ciò, l’antropologo si appoggia a recenti studi genetici che, calibrando il tasso di mutazione sulla base del DNA mitocondriale, hanno stabilito che la divergenza tra due specie attuali di indicatore (la prima che nidifica sugli alberi, la seconda a terra) abbia come termine a quo 3 milioni di anni fa ca. (Wrangham 2011b; cfr. Wong 2013). Si tratta ovviamente di una stima e quel peculiare comportamento può essersi fissato anche successivamente, ma nondimeno ciò offre lo spunto a Wrangham per confortare provvisoriamente la sua ipotesi sull’uso del fuoco: anche le antropomorfe sanno che il fuoco si spegne e gli esemplari che sono stati a contatto con l’uomo o in cattività sanno come servirsene e come tenerlo acceso (Wrangham 2011a: 207-208). Inoltre, le antropomorfe preferiscono cibi cotti (ibid.: 105). Non dovrebbe stupire quindi che il fuoco (e il suo prodotto collaterale, il fumo) sia stato sfruttato pur in assenza di una conoscenza diretta della sua produzione, magari già al tempo delle australopitecine, ossia a partire da ca. 3 milioni di anni fa (ibid.: 208-209). D’altra parte, la produzione del fuoco può essere stata attivata proprio a seguito della fabbricazione e l’uso di utensili litici, beneficiando di un processo di trial and error e di implementazione evolutivo-culturale a partire dalla constatazione dei risultati dello sfregamento di pirite (minerale composto da ferro e zolfo) contro selce (ibid.: 209).

Video dal sito ufficiale del documentario The Hadza: Last of the First (2012)

Mancano ancora prove genetiche per sostenere l’adattamento alla cottura alla base dell’ipotesi della relazione evolutiva tra manipolazione del cibo, cottura ed evoluzione della cognizione in Homo. Tuttavia, come ha affermato Wrangham in una recente intervista,
«una questione di grandissimo interesse sarà vedere se riusciremo o meno a trovare nel genoma umano prove di una selezione per geni legati all’uso di cibi cotti. Potrebbero riguardare il metabolismo o il sistema immunitario. O potrebbero riguardare le risposte ai composti di Meillard [la cui presenza è “facilmente riconoscibile nel colore bruno della cotenna di maiale arrostita o nella crosta di pane”; da Wrangham 2011a: 63], che sono sostanze potenzialmente pericolose prodotte durante la cottura» (Wong 2013: 51).
Perdere abitudini parzialmente arboricole per dormire la notte, tenere lontano i competitori e gli altri animali non-umani, influire sulla conformazione di denti e intestini, influenzare il rapporto culturale di subordinazione sessuale e sociale, sfruttare un by-product del fuoco come il fumo per raggiungere cibi altamente energetici come il miele, ottenere cibi più digeribili e più calorici, riduzione dei tempi di masticazione. Secondo Wrangham tutto questo, e altro ancora, avrebbe permesso ai nostri antenati di intraprendere fortuitamente la strada che avrebbe condotto alle attuali capacità cognitive del genere Homo.
Darwin aveva scritto che «La scoperta del fuoco, probabilmente la maggiore mai compiuta dall’uomo, tranne il linguaggio, precede l’alba della storia», e la sua importanza fondamentale starebbe proprio nella capacità di rendere digeribili «radici dure e fibrose» e di far diventare «innocue» erbe velenose (Darwin 1990: 75; cfr. Wrangham 2011a: 140). Secondo Wrangham il legame tra cibo, evoluzione e cognizione sembra essere ancora più profondo e significativo di quanto Darwin abbia immaginato. E questo, a Darwin, sarebbe probabilmente piaciuto moltissimo.
Buon Darwin Day 2014!

Aiello, L.C. & P. Wheeler (1995). The Expensive-Tissue Hypothesis: The Brain and the Digestive System in Human and Primate Evolution. Current Anthropology, 36 (2), 199-221 DOI: 10.1086/204350

Bloch, M. & D. Sperber (2002). Kinship and Evolved Psychological Dispositions. Current Anthropology, 43 (5), 723-748 DOI: 10.1086/341654

Carmody RN, Weintraub GS, & Wrangham RW (2011). Energetic consequences of thermal and nonthermal food processing. Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America, 108 (48), 19199-19203 PMID: 22065771

Darwin, Charles Robert (1990). L’origine dell’uomo. Roma: Newton Compton (ed. orig. 1871. The Descent of Man, and Selection in Relation to Sex. London: Murray)

Dunbar, Robin. (1998). Dalla nascita del linguaggio alla Babele delle lingue. Milano:  Longanesi, (ed. orig. 1996. Grooming, Gossip and the Evolution of Language. Cambridge-MA: Harvard University Press)


Ehrlich, Paul. (2005). Le nature umane. Geni, Culture e prospettive. Ed. it. a cura di Telmo Pievani, Torino: Codice edizioni (ed. orig. 2000. Human Natures: Genes, Cultures, and the Human Prospect. Washington: Island Press)

Fonseca-Azevedo K, & Herculano-Houzel S (2012). Metabolic constraint imposes tradeoff between body size and number of brain neurons in human evolution. Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America, 109 (45), 18571-18576 PMID: 23090991

Leach, Edmund. (1970). Lévi-Strauss. London: Fontana

Lévi-Strauss, Claude. (1966). Mitologica I. Il crudo e il cotto. Milano: il Saggiatore (ed. orig. 1964. Mythologiques I. Le cru et le cuit.  Paris: Librairie Plon)

Wong, Kate (2013). Il primo barbecue. [Intervista a Richard Wrangham]. Le Scienze. Edizione italiana di Scientific American 543: 48-51 (The First Cookout. Scientific American (309) 3: 66-69)

Wrangham; Richard. (2011a). L’intelligenza del fuoco. l’invenzione della cottura e l’evoluzione dell’uomo. Torino: Bollati Boringhieri (2009. Catching Fire: How Cooking Made Us Human. Profile Books: London / New York: Basic books)

Wrangham, Richard (2011b). Honey and Fire in Human Evolution. In Casting the Net Wide: Papers in Honor of Glynn Isaac and His Approach to Human Origins, edited by Jeanne Sept, Jeanne & David Pilbeam. 149-169. Oxford: Oxbow Books

giovedì 18 aprile 2013

Omaggio di uno storico all’Uomo Ragno

Fig. 1. Una selezione di maschere dell’Uomo Ragno dal 1963 al 2011. La riproduzione delle immagini lascia purtroppo a desiderare poiché è stata affidata alla penna a china dello scrivente, motivo per cui le maschere non rispecchiano la ricchezza dei particolari esibita dagli originali. La lista dei riferimenti numerici è reperibile in calce al post.
Disclaimer: though the image is subject to copyright, its use is covered by fair use laws because the image is used as the irreplaceable source of data discussed in the article. All Marvel characters and the distinctive likeness(es) thereof are Trademarks & Copyright (c) Marvel Characters, Inc. All rights reserved.
«Quando guardate qualcuno negli occhi, dimenticatevi del romanticismo, della creazione e delle finestre spalancate sull’anima. Con le sue molecole, geni e tessuti derivati da microbi, meduse, vermi e moscerini, vi trovate di fronte ad un’intera orda di mostri» 

Neil Shubin [1]

In principio fu Topolino

ResearchBlogging.org Nel 1979 viene pubblicato su «Natural History» uno dei testi più accattivanti prodotti da Stephen Jay Gould, intitolato Mickey Mouse Meets Konrad Lorenz, e ristampato poi nella raccolta Il pollice del Panda con il titolo di Omaggio di un biologo a Topolino [2]. Tale contributo spicca per originalità all’interno della multiforme produzione del paleontologo e rappresenta, con ogni probabilità, una delle più eclettiche spiegazioni del fenomeno biologico della neotenia e dell’evoluzione culturale allora prodotta nell’ambito della divulgazione scientifica [3]. L’occasione per affrontare l’argomento era stata suggerita dal concomitante cinquantenario di Topolino; per tale motivo Gould aveva deciso di analizzare l’icona della Disney sia sotto il profilo biologico, come se si trattasse di un organismo vero e proprio, sia come risultato di un’evoluzione culturale, ovvero come artefatto prodotto intenzionalmente. Nel primo caso Gould passava in rassegna il rapporto direttamente proporzionale tra la modificazione del comportamento di Topolino e la tendenza di quest’ultimo ad accumulare nel corso del tempo modificazioni dell’aspetto in chiave neotenica. Nel secondo caso, il paleontologo accennava ai vincoli biologici e comportamentali dei creatori dell’immagine di Topolino, per cui le modificazioni in chiave neotenica subite dalla figura del personaggio venivano ricondotte a vincoli comportamentali (nello specifico, la risposta evolutiva ed emotiva degli adulti di fronte ad organismi, siano essi cuccioli o adulti, che esibiscono caratteristiche proprie dei neonati). Si tratta di modifiche artistiche che esprimono senza soluzione di continuità sia intenzionalità (ossia, sono volutamente indirizzate al target commerciale, ad un certo pubblico), sia il vincolo con le caratteristiche cognitive di Homo sapiens:
«[…] le caratteristiche astratte dell’infanzia umana suscitano in noi potenti reazioni emotive anche quando le riscontriamo nell’animale. Io ritengo che l’evoluzione verso una progressiva infantilizzazione di Topolino rifletta la scoperta inconscia di questo principio biologico da parte di Disney e dei suoi disegnatori. Infatti, il tono emotivo di molti altri personaggi di Disney si basa sullo stesso principio» [4].
Ma che cos’è la neotenia, e quali caratteristiche neoteniche vengono riscontrate nell’evoluzione iconografica della mascotte della Disney?

La creatività evoluzionistica dei vincoli biologici e l’“effetto Bambi”


Come tutti gli esseri viventi del pianeta Terra, anche noi siamo vincolati fisicamente, geneticamente, strutturalmente, meccanicamente e ontogeneticamente. Siamo cioè legati a doppio filo alle interrelazioni stabilite e fissate storicamente nel tempo profondo dell’evoluzione; siamo quindi incatenati alle proprietà esibite dalle molecole, dai geni, dalle leggi fisiche e dal processo dello sviluppo degli individui. Eppure sarebbe un errore pensare che tali vincoli rappresentino un limite  evolutivo assoluto [5]. Tutt’altro; nel tempo profondo anche i vincoli possono essere fonte di varietà adattativa. Lo sviluppo dell’individuo, ad esempio, può costituire una riserva ottimale di soluzioni composta da «una serie di stadi ben adattati» (poiché se non lo fossero l’individuo non potrebbe sopravvivere)  [6]. Si pensi ad organismi che attraversano fasi ben distinte fino a giungere alla maturità, come avviene per gli anfibi: ciascuno di questi stadi può costituire un fenotipo differente, e in quanto tale può essere cooptato e sfruttato evolutivamente nel caso riuscisse ad arrecare un qualche vantaggio per l’organismo in una data situazione. Tale cooptazione è di fatto una canalizzazione, come la definisce Gould, che modula il materiale a disposizione lungo un determinato percorso per produrre diversità e adattamento, a volte «rimescola[ndo] e combina[ndo] le caratteristiche di stadi diversi» [7].
L’eterocronia, ossia i cambiamenti espressi dalle variazioni nei tempi e/o nei tassi di sviluppo ontogenetico, rappresenta di fatto uno dei principali modi per aggirare, per così dire, le imposizioni fisiche del fenotipo. Dalla mosca all’uomo i geni che controllano lo sviluppo restano in buona parte gli stessi, ciò che cambia in modo sostanziale sono i rapporti dell’interazione tra moduli autonomi di geni: gli edifici cambiano, ma i mattoni restano gli stessi [8]. L’alterazione dei percorsi dello sviluppo che si ottiene attraverso la neotenia rientra nei processi eterocronici di pedomorfosi: gli esemplari adulti ripropongono caratteri tipici della condizione giovanile degli antenati. La neotenia, in particolare, ha come esito il raggiungimento della maturità sessuale pur mantenendo caratteristiche tipiche dello stadio giovanile [9]. Tra i casi da manuale di neotenia ricordo alcuni anfibi urodeli (per cui le branchie, carattere giovanile, sono presenti nelle forme adulte), il rallentamento dei ritmi di crescita di Homo sapiens (causa della lunga gestazione, della lunga infanzia, dell’apprendimento continuo che non termina con la giovinezza e dei mutamenti facciali ontogenetici comparativamente più contenuti rispetto alle antropomorfe) e i crani dei dinosauri aviani attuali, i quali esibiscono caratteristiche tipiche degli stadi giovanili degli antenati non-Eumaniraptora: tra le peculiarità neoteniche citiamo la forma del muso, più corta rispetto alle forme adulte, e le grandi orbite oculari [10]. Queste ultime caratteristiche citate, assieme alla grandezza della testa relativamente al corpo, rappresentano inoltre le caratteristiche facciali principali dei neonati.
Per traslazione, la ricognizione visiva di tali caratteri allometrici causa in H. sapiens il seguente corto-circuito interpretativo: la preferenza accordata nei confronti degli animali (anche adulti) che esibiscono tali caratteristiche fa sì che determinate qualità emotive o affettive umane vengano fallacemente proiettate sui possessori di tali peculiarità. Come chiosa Gould, facendo riferimento all’etologo Konrad Lorenz, 
«[…] veniamo ingannati da una risposta evolutasi per il vantaggio dei nostri piccoli e trasferiamo le nostre reazioni a quegli animali che presentano lo stesso tipo di caratteristiche» [11].
Lisa Signorile ha definito questo atteggiamento come «l’effetto Bambi», ovvero la singolare forma di «neotenia culturale» per cui una sorta di «scala naturae mentale», rafforzata dall’ambiente sociale, accorderebbe un primato assoluto a quegli animali, già apprezzati da bambini, dotati di particolari caratteristiche infantili, come ad esempio gli occhi grandi e il viso relativamente più piccolo [12]. 
Ora, l’evoluzione della figura di Topolino presa in considerazione da Gould corrisponde ai criteri dell’effetto Bambi. Se pensiamo ai vari Topolino come ad individui appartenenti ad un taxon disneyano di partenza, la modificazione del fenotipo topoliniano dagli anni Trenta al 1980 riproduce grosso modo i passaggi attesi in una pedomorfosi neotenica: non a caso, le proporzioni del 1980 sono assai più vicine a quelle esibite dalla coppia dei giovani nipotini Tip e Tap. Nella finestra temporale analizzata da Gould, Topolino stava evolvendo verso una «sempre maggiore somiglianza con i rappresentati più giovani della sua genia […]». Caso emblematico, la grandezza degli occhi relativamente alla testa, passata in un cinquantennio dal 27% al 42% [13] (qui trovate le immagini che accompagnano l’articolo originale).
Nel suo articolo, Gould nota acutamente l’intreccio tra intenzionalità dei disegnatori (i cui sforzi, per ovvie ragioni di mercato, erano rivolti a rendere più «graziose e accettabili», ossia vendibili, le caratteristiche di Topolino) [14] e i vincoli biologici che fanno sì che il pubblico risponda in un certo modo all’illusione visiva rappresentata da determinati caratteri morfologici tipicamente infantili, traslati in un contesto antropomorfico fittizio. Considerati i vincoli biologici che sostengono l’effetto Bambi, sarebbe interessante vedere quanto si possa generalizzare questo principio enunciato da Gould. Ovvero, per dirla altrimenti, l’effetto Bambi trova conferma in altre icone culturali?

Da un grande potere derivano grandi occhi, ovvero di maschere e di supereroi

Per testare l’effetto Bambi ho deciso di prendere in considerazione un personaggio del vastissimo universo fittizio della Marvel Comics, scegliendo uno dei tipici e più datati “supereroi con superproblemi” della “Casa delle Idee”. Chi meglio dell’Uomo Ragno incarna l’ideale della casa editrice statunitense, per cui
«l’acquisizione di grandi poteri dà […] all’eroe grandi responsabilità (come recita uno dei tormentoni ricorrenti di Spider-Man), ma non gli toglie l’umanità, intesa come la capacità di soffrire, di avere affetti e persino problemi assai poco epici come il guadagnarsi da vivere tutti i giorni?» [15]. 
Consideriamo quindi l’Uomo Ragno come un taxon e, sulle orme di Gould, per dare il «marchio della scienza quantitativa» [16] alle osservazioni che seguono utilizzo come fattore di riferimento preliminare ed indicativo il rapporto tra la dimensione degli occhi in relazione alla grandezza della testa [17]. Il campione iconografico di esemplari analizzati consta rappresentativamente di ventidue maschere scelte nel periodo compreso tra 1963 e 2011. Quattro, le più recenti, sono state selezionate dalla collana «Ultimate Spider-Man», lanciata con successo nel 2000 e nata con il duplice ed esplicito intento di modernizzare le storie delle origini, riprendendo l’ambientazione liceale, e di snellire le storie dal fardello rappresentato da quarant’anni di intrecci stratificati [18]. La serie aveva affiancato parallelamente e autonomamente le collane classiche dedicate al Tessiragnatele, che hanno continuato, e continuano, a proporre invece le storie di un Peter Parker e del suo alter ego mascherato cresciuti e ormai adulti.
I risultati confermano sostanzialmente il processo pedomorfico: nel periodo di tempo considerato l’aumento del rapporto occhi/testa (considerando la “pupilla” bianca, ossia la lente della maschera) è stato del 325%; se togliamo i valori dei campioni «Ultimate» l’aumento tra 1963 e 1997 si attesta sul 275%. Ora, negli individui giovani gli occhi sono in genere più grandi rispetto alla grandezza complessiva della testa; anche questo parametro trova conferma nei campioni analizzati, per cui la media del rapporto tra gli esemplari classici (ad eccezione di quelli giovanili da «Ultimate Spider-Man»), è 25,6%; nei giovani Uomo Ragno di «USM», la media è invece 48,5%. Aggiungiamo che il comportamento dell’Uomo Ragno è contraddistinto da reazioni immature e battute infantili (ad eccezione di alcuni periodi “dark”), accentuate nel corso degli anni dagli sceneggiatori, talvolta fino al parossismo; il parallelismo neotenico con il «progressivo addolcirsi della personalità» di Topolino notato da Gould sembra trovare un’ulteriore conferma [19]. Se però credete che sia difficile pensare alle lenti della maschera dell’Uomo Ragno come a degli occhi, passate in rassegna tutte le volte in cui i disegnatori hanno dotato di espressività emotiva le lenti: vi troverete di fronte ad un tripudio di lenti ammiccanti, sorprese, arrabbiate, corrucciate e felici (un eloquente esempio su tutti: le tavole di Erik Larsen).
Fig. 2. La distribuzione dei dati (ricavati dalle immagini presenti nella Fig. 1) mostra una discreta correlazione tra anno e rapporto (rho=0.72, statisticamente significativa con p<0.0001). Elaborazione del grafico ad opera di Andrea Cau, che ringrazio per la cortese disponibilità.
Osservando il grafico, si può persino individuare un evento che ha marcato in modo significativo la storia evoluzionistica del taxon Uomo Ragno: si tratta di uno di quegli «eventi di speciazione rapidi ed episodici» che perturbano una precedente situazione di sostanziale equilibrio omeostatico, codificati da Gould e Niles Eldredge [20]. L’avvento del black costume indossato dall’Uomo Ragno a seguito dell’evento noto come Secret Wars, miniserie in dodici numeri pubblicata tra 1984 e 1985, si può intendere biologicamente come la contingente deriva genetica che ha causato la perdita di variabilità (qui iconografica) , incanalando una tenue tendenza all’aumento delle dimensioni degli occhi verso una sostanziale accelerazione. Nella Fig. 1 il costume è rappresentato con il numero 10; nel grafico soprastante è presente nella decima posizione a partire da sinistra.
In termini evoluzionistici, quell’Uomo Ragno ha rappresentato un isolato periferico (Peter Parker si trovava su un altro pianeta: più periferico di così…), ossia si è trovato ad essere il rappresentante o il capostipite di una piccola popolazione isolata, destinata a colonizzare con successo l’ambiente della carta stampata (una volta tornato sulla Terra…) [21]. Fuor di metafora, il successo della rappresentazione (nata per accompagnare e promuovere il lancio di una linea di giocattoli – l’effetto Bambi è un affascinante intreccio di cause culturali e di vincoli biologici) ha decretato la diffusione epidemiologica dell’immagine e delle relative proporzioni, modificando successivamente anche le proporzioni del volto del tradizionale costume blu/rosso. Anche quando John Romita Sr., uno dei decani tra gli illustratori della Marvel, è tornato a disegnare l’Uomo Ragno per una storia pubblicata nel 1997 non si è rifatto alle proporzioni da lui stesso adottate nel 1968, ma si è invece inserito in una consolidata linea di tendenza (cfr. rispettivamente i numeri 18 e 3 nella Fig. 1).
In un contesto di competizione iconografica intraspecifica (dettata anche dal successo commerciale), gli individui dotati di occhi più grandi hanno surclassato i contendenti sul finire del secolo scorso, diffondendosi maggiormente. Insomma, queste illustrazioni si sono trovate ad interagire in un contesto lato sensu biologico: secondo un’ottica memetica, difatti, le immagini
«rappresentano sia il prodotto dei set di istruzioni sia il veicolo in cui tale set viene immagazzinato. I set di istruzioni utilizzano questo veicolo per spostarsi nell’ambiente (ossia la cultura umana), interagiscono direttamente con tale ambiente ed entrano in competizione tra di loro per ottenere le risorse necessarie al raggiungimento del loro obiettivo: replicarsi» [22].
La diffusione delle immagini nelle menti dei disegnatori e sulla carta stampata e leventuale successo decretato dal pubblico al quale questi prodotti sono destinati, coronano quindi questo processo di competizione iconografica.

Sul nastro di Möbius, andata e ritorno

Per il momento l’analisi presentata non è niente di più di un semplice suggerimento, un test preliminare per saggiare il tema e un pretesto per spiegare qualche rudimento di biologia evoluzionistica dello sviluppo. Pur nell’attesa di smentite o conferme basate su un corpus di dati ben più consistente di quello qui presentato, l’effetto Bambi (che ha guidato l’evoluzione iconografica di Topolino e, presumibilmente, dell’Uomo Ragno) testimonia l’incessante interazione tra biologia e cultura. Passiamo così senza soluzione di continuità da un lato all’altro di un complesso e affascinante nastro di Möbius, all’interno del quale trovano posto anche quei simboli ormai internazionali della cultura mainstream come Topolino e l’Uomo Ragno.

[1] N. Shubin, Il pesce che è in noi. La scoperta del fossile che ha cambiato la storia dell’evoluzione, Rizzoli, Milano 2008, p. 186 (ed. orig. Your Inner Fish: A Journey into the 3.5-Billion-Year History of the Human Body, Pantheon Books, New York 2008)
[2] Stephen Jay Gould, Mickey Mouse Meets Konrad Lorenz, in «Natural History», 88, 5, 1979, pp. 30-36 (ristamp. come A Biological Homage to Mickey Mouse in The Panda’s Thumb, W.W. Norton, New York 1980, pp. 125-133; trad. it. Omaggio di un biologo a Topolino, ne Il pollice del panda, il Saggiatore, Milano 2009, pp. 89-98 [ed. orig. 1983]).
[3] Il testo è stato recentemente votato tra i cinque saggi divulgativi gouldiani preferiti dai lettori in un sondaggio indetto da «Pikaia. Il portale dell’evoluzione». Secondo le preferenze accordate dai visitatori del sito, l’articolo si è classificato quarto, a pari merito con La frode di Piltdown. Informazioni presso http://www.pikaia.eu/EasyNe2/Notizie/Stephen_Jay_Gould_10_anni_dopo.aspx; per approfondimenti cfr. Emanuele Serrelli, The Best of Stephen Jay Gould, in «Scienzainrete», 17 luglio 2012, http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/best-stephen-jay-gould?page=show; http://www.epistemologia.eu/index.php?option=com_content&view=article&id=155:the-best-of-gould-paper&catid=23&Itemid=153.
[4] S.J. Gould, Omaggio di un biologo a Topolino, cit., p. 96.
[5] Marco Ferraguti e Carla Castellacci (a cura di), Evoluzione. Modelli e processi, Pearson, Milano 2011, pp. 156-160.
[6] S.J. Gould, La struttura della teoria dell’evoluzione, ed. it. a cura di Telmo Pievani, Codice edizioni, Torino 2003, p. 1292 (ed. orig. The Structure of Evolutionary Theory, The Belknap Press of Harvard University Press, Cambridge-London 2002).
[7] Ivi, p. 1293.
[8] Cfr. Alessandro Minelli, Forme del divenire. Evo-devo: la biologia evoluzionistica dello sviluppo, Einaudi, Torino, pp. 201-202.
[9] Cfr. Aldo Fasolo, Metamorfosi, in id. (a cura di), Dizionario di biologia, UTET, Torino 2004, pp. 610-612; p. 612. Caratteristiche fenotipiche pedomorfiche possono essere raggiunte anche attraverso progenesi (il corpo matura più lentamente rispetto allo sviluppo delle gonadi; è l’opposto della neotenia) o sviluppo diretto (se vengono saltate fasi intermedie di sviluppo ontogenetico).
[10] Per approfondimenti su questi temi è fondamentale S.J. Gould, Ontogenesi e filogenesi, Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2013, in particolare la sezione finale sulla neotenia nei primati e nell’uomo, pp. 317-362 (ed. orig. Ontogeny and Phylogeny, The Belknap Press of Harvard University Press, Cambridge-London, 2003 [1977 1a ed.]). Per la neotenia negli anfibi cfr. Lisa Signorile, L’orologiaio miope, Codice edizioni, Torino 2012, pp. 141-145. Per i dinosauri e gli uccelli cfr. John A. Long e Kenneth J. MacNamara, Heterochrony, in Philip J. Currie e Kevin Padian (eds.), Encyclopedia of Dinosaurs, Academic Press, San Diego-London 1997, pp. 311-317; Bhart-Anjan S. Bhullar, Jesús Marugán-Lobó, Fernando Racimo,Gabe S. Bever, Timothy B. Rowe, Mark A. Norell e Arhat Abzhanov, Birds Have Paedomorphic Dinosaur Skulls, in «Nature» 487, 12 July 2012, pp. 223–226. doi:10.1038/nature11146; Andrea Cau, Pollosauri, giovani dinosauri e uccelli adulti, in «Theropoda», 28 maggio 2012,http://theropoda.blogspot.it/2012/05/pollosauri-giovani-dinosauri-e-uccelli.html
[11] S.J. Gould, Omaggio di un biologo a Topolino, cit., p. 95.
[12] L. Signorile, L’orologiaio miope, cit., p. 195.
[13] S.J. Gould, Omaggio di un biologo a Topolino, cit., p. 93.
[14] Ivi, p. 94.
[15] Daniele Barbieri, Breve storia della letteratura a fumetti, Carocci, Roma 2009, p. 43. La rivoluzione operata dalla Marvel nei primissimi anni Sessanta del secolo scorso fu quella di puntare sulla dimensione comune dei protagonisti, per cui «l’eroe non è un alieno, per nascita o per scelta, che scende tra noi per aiutarci […]; l’eroe è uno di noi, cui un caso del destino […] ha donato poteri straordinari» (ibidem); da qui all’apertura nei confronti di pressanti tematiche sociali la strada fu breve (la discriminazione razziale e l’emarginazione sociale con gli X-Men, la contestazione dei campus statunitensi con l’Uomo Ragno, l’alcolismo con Iron Man, ecc.). Il modello dell’eroe come “alieno” era stato precedentemente sfruttato con successo dalla Dc Comics (si pensi a Superman o Batman); su tali questioni, e in particolare per i differenti meccanismi di identificazione del lettore con il protagonista, si rimanda al noto saggio di Umberto Eco intitolato Il mito di Superman, in Apocalittici e integrati. Comunicazioni di massa e teorie della cultura di massa, Bompiani, Milano 1974, pp. 219-261 (1964 1a ed.).
[16] S.J. Gould, Omaggio di un biologo a Topolino, cit., p. 92.
[17] Alternativamente si può immaginare l’Uomo ragno come genotipo e le sue immagini come fenotipo; cfr. Norman MacLeod, Images, Totems, Types and Memes: Perspectives on an Iconological Mimetics, in «Culture, Theory and Critique», 50, 2-3, 2009, 185-208; p. 189.
[18] Si è trattato del secondo recente reboot dell’Uomo Ragno, dopo il sostanziale fallimento del rilancio modernizzatore tentato da John Byrne con il suo Spider-Man: Chapter One del dicembre 1998. Tali iniziative sono motivate dal fatto che la cosiddetta continuity, ossia il legame di una storia e dei suoi riferimenti con l’intera catena storica di vicende precedenti, viene talvolta considerata dagli addetti ai lavori come un ostacolo alla fruibilità per i lettori più giovani.
[19] Cfr. S.J. Gould, Omaggio di un biologo a Topolino, cit., p. 90.
[20] Cfr. N. Eldredge e S.J. Gould, Gli equilibri punteggiati: un’alternativa al gradualismo filetico, in N. Eldredge, Strutture del tempo, Hopefulmonster, Firenze 1991, pp. 219-268; p. 221 (ed. orig. Punctuated Equilibria: An Alternative to Phyletic Gradualism, in Thomas J.M. Schopf [ed.], Models in Paleobiology, Freeman, Cooper & Co, San Francisco 1972, pp 82-115).
[21] Cfr. Marco Ferraguti, Gli equilibri punteggiati messi alla prova, in Francesca Civile, Brunella Danesi, Anna Maria Rossi (a cura di), Grazie Brontosauro! Per Stephen Jay Gould, Edizioni ETS-Naturalmente Scienza, Pisa 2012, pp. 65-77.
[22] N. MacLeod, Images, Totems, Types and Memes, cit., p. 206.

Artt. indicizzati in Research Blogging:
Gould, S.J. (2008). A Biological Homage to Mickey Mouse Ecotone, 4 (1-2), 333-340 DOI: 10.1353/ect.2008.0045
Bhullar BA, Marugán-Lobón J, Racimo F, Bever GS, Rowe TB, Norell MA, & Abzhanov A (2012). Birds have paedomorphic dinosaur skulls. Nature, 487 (7406), 223-6 PMID: 22722850
MacLeod, N. (2009). Images, Totems, Types and Memes: Perspectives on an Iconological Mimetics Culture, Theory and Critique, 50 (2-3), 185-208 DOI: 10.1080/14735780903240125

Riferimenti Figg. 1, 2:
Legenda:
D, disegnatore
ASM, «
Amazing Spider-Man»
SSM, «Spectacular Spider-Man» / PPSSM, «Peter Parker, The Spectacular Spider-Man»
SMC, «Spider-Man Collection»
SMSI, «Spider-Man. Le storie indimenticabili»
URC, «Uomo Ragno Classic»
URSC, «Uomo Ragno» edizioni Star Comics
SM, «Spider-Man»
MO, «Marvel Oro»
URMI, «Uomo Ragno» edizioni Marvel Italia
WSM, «Web of Spider-Man»
URSE, «Uomo Ragno Speciale Estate»
USM, «Ultimate Spider-Man»
USMC, «Ultimate Spider-man Collection»

  1. Spider-Man, ASM 1, marzo 1963; fonte SMC 1, sett. 2004. D: Steve Ditko
  2. The Molten Man regrets...!, ASM 35, apr. 1966; fonte SMC 9, giugno 2005. D: S. Ditko
  3. Goblin Lives!, SSM 2, nov. 1968; fonte SMC 17, agosto 2006. D: John Romita Sr.
  4. The Punisher strikes twice!, ASM 129, feb. 1974; fonte SMSI 12, 2007. D: Ross Andru
  5. Ashes to Ashes, SSM 28, marzo 1979; fonte URC 62, marzo 1996. D: Frank Miller
  6. The spider and the burglar... a sequel, ASM 200, gen. 1980; fonte URC 67, agosto 1996. D: Jim Mooney
  7. Look out there’s a monster coming!, ASM 235, dic. 1982; fonte URSC 23, apr. 1989. D: John Romita Jr.
  8. Mistaken identities, SSM 87, feb. 1984; fonte, URSC, 15 nov. 1989. D: Al Milgrom
  9. Homecoming, ASM 252, maggio 1984; fonte URSC 39, 30 dic. 1989. D: Ron Frenz
  10. Copertina da PPSSM 107, ott. 1985; fonte URSC 64, 15 genn. 1991. D: Rich Buckler 
  11. Mysteries of the dead, ASM 311, genn. 1989; fonte URSC 100, 30 luglio 1992. D: Todd McFarlane
  12. Slugfest, SM 15, feb. 1992; fonte MO 4, giugno 1995. D: Erik Larsen
  13. Copertina da ASM 382, ott. 1993; URMI 164, 30 marzo 1995. D: Mark Bagley
  14. Time is on no side, SSM 216, sett. 1993; fonte URMI 177, 15 ott. 1995. D: Sal Buscema
  15. Pursuit – part one: The dream before, SM 45, apr. 1994; fonte URMI 171, 15 luglio 1995. D: Tom Lyle
  16. Shadow Rising, WSM 117, ott. 1994; fonte URMI 178, 30 ott. 1995. D: Steve Butler
  17. Copertina da Funeral for an Octopus 3, maggio 1995; fonte URMI 183, 15 gen. 1996. D: Ron Lim
  18. Spider-Man/Kingpin: To the death, nov. 1997; fonte URSE 2002. D: J. Romita Sr.
  19. Life Lessons, 6 apr. 2001; fonte USMC 1. D: M. Bagley
  20. USM Annual 3, dic. 2008; fonte USMC 25. D: David Lafuente
  21. Ultimatum – part 4, USM 132, luglio 2009; fonte USMC 24. D: Stuart Immonen
  22. Copertina variant da USM 153; fonte USMC 29. D: Sara Pichelli