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mercoledì 24 giugno 2015

Jurassic World: il monster movie che ci meritiamo, tra iperrealtà postmoderna e nostalgia riciclata

Jurassic World, pre-release poster. © Universal, 2014-2015. Fonte: Wired.co.uk.

ResearchBlogging.org 1993, ovvero il successo dei «dinosauri color verde-cacca»

Quando uno studente del paleontologo e storico della scienza Stephen Jay Gould andò a vedere Jurassic Park nel 1993, questi commentò che gli animali raffigurati nel film – e in particolare i Velociraptor – erano stati rappresentati con il «solito vecchio, scadente, color dinosauro verde-cacca» [1]. Nel riportare la notizia per la dotta recensione-fiume pubblicata sulla New York Review of Books, Gould notò che Spielberg aveva provato a sperimentare con manti e colorazioni più simili a quelle che ci aspetterebbe da dinosauri strettamente imparentati con gli uccelli, ma che la decisione alla fine era stata cassata a favore delle solite, antiquate colorazioni da rettili monocromatici [2]. Evidentemente, nonostante l’eliminazione della lingua sibilante da serpente che era stata donata ai Velociraptor, e che faceva bella mostra di sé nella prove girate per la nota scena dell’attacco in cucina [3], non si era disposti a fare un ulteriore passo in avanti per sbarazzarsi della cinematograficamente comoda ma del tutto fuorviante ofidiofobia, evidente nella pelle lucida e rettiliana dei famelici carnivori. Questo perché Spielberg aveva tracciato una linea di demarcazione tra la scienza e lo schermo, preferendo in caso di dubbio il secondo alla prima e pensando che dinosauri troppo colorati non sarebbero stati adatti per spaventare la gente [4].

Lo stesso è capitato con tutta una serie di licenze anatomiche – paleontologicamente disastrose – che hanno premiato lo spettacolo a discapito del contenuto scientifico: le star carnivore del film si sono viste variamente afflitte da mancato tegumento aviano, gorgiere e veleni, dimensioni e forme alterate, labbra e smorfie mammaliane, bizzarre inferenze neuroftalmologiche (“Non ci vede se non ci muoviamo”, dice un sicurissimo paleontologo Alan Grant al trafelato dinosaurofilo Tim Murphy di fronte al Tyrannosaurus rex [5]), pronazioni del polso impossibili da realizzare in vita ma utilissime per aprire le porte, e quant’altro. Il cinema ha le sue regole, e Spielberg ha adattato la realtà per venire incontro alle esigenze strutturali della sceneggiatura, sfruttando abilmente la nuova immagine dinamica dei dinosauri che proveniva dalla Dinosaur Renaissance, il movimento paleontologico che mirava a svecchiare ed aggiornare l’immagine stereotipata dei dinosauri come animali a sangue freddo. Contestualizzando le esigenze di copione, si comprende anche che all’epoca la fauna carismatica di dinosauri era effettivamente ridotta all’osso e arcinota da decenni (l’olotipo di Tyrannosaurus rex era stato descritto nel 1905), cosa che ha contribuito a rendere un pugno di dinosauri icone leggendarie, ma che ha anche spinto le menti dietro al progetto di Jurassic Park verso la spettacolarizzazione effettistica per impressionare lo spettatore di fronte ad animali ormai comuni e già noti.

Ma nessuna delle stravaganti migliorie di trucco, parrucco e belletto ha impedito al film di Spielberg di diventare quella pietra miliare nella storia del cinema che è diventata. Perché c’era un secondo, forte messaggio dietro alle potenti e dinamiche immagini rappresentate sullo schermo: Jurassic Park ha rappresentato un salto di qualità senza pari per i dinosauri del grande schermo, promossi da mero supporto per monster movie a personaggi carismatici, dinamici, con schemi cognitivi propri (specialmente per il Tyrannosaurus rex) e al centro di una complessa metariflessione filosofica sui rapporti tra scienza, industria e spettacolo [6]. Senza considerare che era pur sempre il 1993 e, se aggiungiamo al mix degli ingredienti la realizzazione degli strabilianti effetti speciali digitali, tutto poteva essere compreso e scusato dal punto di vista filmografico, persino il colore «verde-cacca».

Dal parrucchino alla politica del “niente piume”

Flash forward. Nel 2004, tre anni dopo l’uscita del capitolo artisticamente meno riuscito della trilogia di Jurassic Park, orfano di Crichton e realizzato da Joe Johnston, il paleontologo Robert T. Bakker lamentava l’aggiunta posticcia di un «parrucchino da roadrunner» nei nuovi e colorati Velociraptor presentati da Johnston (il roadrunner è il cuculide Geococcyx californianus, reso immortale da Beep Beep dei cartoni animati di Wile E. Coyote). Bakker aveva compreso però le difficoltà nel realizzare in modo efficace il piumaggio aviano secondo la tecnologia digitale disponibile all’epoca, e preconizzava che eventuale compito del quarto episodio sarebbe stato quello di mettere in mostra un convincente – e scientificamente più corretto – tegumento aviano [7]. Una previsione che, purtroppo, si è rivelata assai infelice. Undici anni dopo, con un laconico tweet, il regista Colin Trevorrow – ricevuta l’investitura e il nulla osta da Spielberg in veste di produttore – annuncia che non ci sarebbero state piume nel nuovo episodio del franchise, intitolato Jurassic World (2015).

Pare che Trevorrow abbia ritenuto essenziale la fedeltà morfologica degli animali ai modelli del primo film, sancendo nel contempo il ritorno al «solito vecchio, scadente, color dinosauro verde-cacca» e sconfessando le pur minime innovazioni del lungometraggio di Johnston [8]. Il successo imprevisto del quarto episodio lascia intendere che la coloratissima guida bakkeriana ai dinosauri di Jurassic Park di cui parlavamo a queste coordinate, sia destinata a restare chiusa nel cassetto ancora per lungo tempo. E il problema dell’assenza di piume è solamente l’ultimo di una lunga lista di errori anatomici, in parte ereditati dai primi film, che hanno sollevato le critiche di molti paleontologi e specialisti che hanno visto il nuovo film [9].

Anteponendo la continuità morfologica dei dinosauri con quelli del primo film al problema dell’aggiornamento scientifico, Trevorrow ha di fatto avallato l’ambiguità di uno zoo preistorico aperto appositamente per vedere degli animali percepiti – e venduti – come reali, ma popolato da ricostruzioni che sono tutto fuorché reali o plausibili. Certo, l’escamotage lo offre il personaggio del genetista Henry Wu nle film stesso, quando dice chiaramente che nel parco nulla è mai stato reale ed è tutto ricostruito ad uso e consumo dello spettacolo, cogliendo uno spunto caro a Crichton e già presente nel primo romanzo (anche se nel romanzo si spingeva per animali più docili e mansueti). Come ha notato con sagacia Brandon Kempner, qui si consuma il paradosso dell’iperrealtà, ipotizzata dal filosofo Jean Baudrillard (1929-2007) e incarnata appieno dai dinosauri del franchise di Jurassic Park, a partire dai romanzi stessi:
«[…] Crichton ci consegna animali che non sono mai esistiti. Per dirla nei termini di Baudrillard: il raptor ricoperto di scaglie è un esempio dell’iperreale. Non è nient’altro che un’immagine, un’invenzione degli esseri umani. A dispetto delle sue intenzioni, Crichton ha creato qualcosa di assolutamente irreale. Che cos’altro avrebbe potuto fare? A meno di non andare indietro nel tempo fino a 65 milioni di anni fa, dobbiamo accontentarci di ricreare i dinosauri in modo creativo e inaccurato. La crisi, tuttavia, risiede nel modo in cui crediamo a quelle immagini. Che cos’è che la gente ama veramente, la realtà – i fossili – o le immagini spettacolari? Penso che la risposta sia abbastanza chiara: amiamo le immagini» [10].
Peraltro, esattamente come la prosa di Baudrillard abbonda di riferimenti pseudoscientifici che non hanno alcun valore [11] se non quello, peraltro discutibile, di sfruttamento del gergo scientifico per ammantarsi di prestigio letterario [12], ci si può domandare cosa resti di un parco popolato da simili animali, una volta decostruito e spogliato della postmoderna iperrealtà delle sue attrazioni.

La grande paura degli OGM assassini

Ad un certo punto nel film, Trevorrow propone un’interessante benché fugace riflessione sull’esplosione della cultura dei social network dominata dal selfie e dalla condivisione spasmodica che inghiotte tutto per dimenticare immediatamente, immortalata nella scena metacinematografica del mosasauro che divora uno squalo bianco (no, il mosasauro non era un dinosauro). Ecco che, dopo un decennio di apertura, il parco ha perso la sua portata spettacolare, e la gente assuefatta all’incredibile quotidiano della Rete (poco importa quanto reale possa essere), pare essersi disaffezionata alle attrazioni offerte dallo zoo preistorico. Per ovviare alla diminuzione dei visitatori e rialzare il fattore “wow!” del parco viene quindi deciso di produrre ibridi genetici miscelando DNA di diversi animali potenzialmente letali. Segue la solita fuga infernale del mostro assassino, cui si è giunti sfruttando il frusto luogo comune degli scienziati incoscienti, manipolati dal potere finanziario o “pazzi”, pronti a vendersi per denaro in nome di una ricerca alla Frankenstein. Poco importa se, come hanno catturato in modo brillante Dario Bressanini e Beatrice Mautino nel loro recentissimo Contro natura, è dai tempi della conferenza tenutasi nel febbraio del 1975 ad Asilomar (California) che una serie di accordi e misure preventive sono in atto proprio per evitare simili exploit, rivelando nel contempo la “coscienza sociale” di genetisti e biotecnologi sensibili alle «possibili implicazioni ambientali, sociali e sanitarie delle proprie ricerche. Emergeva così un’immagine del ricercatore lontana mille miglia dallo stereotipo caro a molti romanzi di fantascienza […]» [13]. Nulla di tutto ciò nel franchise dedicato al parco preistorico più famoso del mondo. Una volta intrapresa la strada della produzione di soggetti iperreali, la creazione di mostri potenzialmente assassini è il passo più naturale – e il più stupido – da compiere: la strage del primo parco, esplicitamente citata nel film, non pare aver insegnato nulla agli investitori. Altro che fare affidamento sulle elucubrazioni reazionarie del caosologo Ian Malcolm (alter ego di Crichton), che infiorettano le pagine dei due romanzi e delle rispettive trasposizioni cinematografiche; durante la visita al parco sarebbe stato meglio avere a portata di mano il libretto sulle tre leggi della stupidità umana di Carlo M. Cipolla [14].

Scherzi a parte, ci si può domandare quale senso abbia dover re-immaginare forzosamente dinosauri “geneticamente modificati” dopo le mirabolanti scoperte paleontologiche provenienti dal Liaoning cinese, con i suoi teropodi maniraptori piumati splendidamente conservati, dopo che i melanosomi che ci hanno restituito una traccia per quanto flebile del colore esibito dal piumaggio di alcuni dinosauri in vita, o dopo la scoperta delle tipologie differenti di tegumento piumato che ricoprivano anche dinosauri lontani dalla linea filogenetica che avrebbe portato agli uccelli [15]. Non c’era forse abbastanza materiale per offrire al pubblico del parco e agli spettatori in sala qualche nuova meraviglia paleontologica un filo meno iperreale?

... purtroppo no, i dinosauri di Jurassic World restano ancorati ai desueti canoni risalenti a decenni fa. Persino Dinopigliatutto, versione italiana di Swap It! in allegato a Dinosauri!, aveva dalla sua dinosauri piumati (qui, Syntarsus in versione meme bakkeriano e Avimimus). Ed era il 1992.
©1992 Orbis Publishing;  © 1993 Istituto Geografico DeAgostini.
E allora, quale successo potrebbe avere il reale Jurassic World oggi, con questi mostri desueti, falsificati dall’incremento delle conoscenze paleontologiche (che nel film vengono svilite a favore di una mitizzazione della genetica), quando tutti i paleontofili avvezzi alla letteratura scientifica recente saprebbero indicarne a menadito palesi errori (ad eccezione del ragazzino protagonista del film, che a Dinopigliatutto verrebe probabilmente sonoramente battuto da Tim e Alexis Murphy)? Il bauplan degli animali di Jurassic World è vecchio di quarant’anni, quando non meramente ricalcato sui modelli cinematografici di venti anni prima, con tutte le loro licenze artistiche, o quando è talmente strampalato da non avere alcuna possibile giustificazione, come nel caso dello pterosauro Dimorphodon (no, nemmeno il Dimorphodon è un dinosauro) [16]. Come ha suggerito Victoria Arbour sul suo blog Pseudoplocephalus, Jurassic World è un monster movie che odia i dinosauri [17], sia nella vesti della finzione della sala cinematografica (ossia, gli animali sono un bene nel quale si è investito e dal quale ci si aspetta una cospicua resa finanziaria), sia nella realtà della cabina di regia (cioè, i dinosauri sono gli animali di Jurassic Park e non gli oggetti definiti dallo studio paleontologico, in quanto tali sottoposti al progressivo accumulo di maggiori conoscenze). Ma se nella realtà il successo clamoroso e inaspettato del lungometraggio ha senz’altro premiato l’operazione nostalgica di Trevorrow, nel mondo della finzione una simile de-estinzione retrograda e non aggiornata, accompagnata da invenzioni iperreali, sarebbe finanziariamente controproducente e non avrebbe molto senso. E allora, nella finzione che sto immaginando, altre società proporrebbero animali dalle fattezze più simili a quelle che avrebbe dovuto avere e dinosauri piumati, e forse, dico forse, avrebbero più successo commerciale, surclassando Jurassic World (se sono riusciti a clonare un mosasauro acquatico, allora non ditemi che non c’è la possibilità di evitare obbrobri dragoneschi come il Dimorphodon).

In entrambi i luoghi esplorati da Jurassic World, il mondo immaginato del parco e la sua controparte reale fatta di pagine di sceneggiatura, c’è un vulnus che mina alle fondamenta l’impalcatura epistemologica dello zoo preistorico, laddove la divulgazione scientifica ha fallito. Il peccato originale, ovviamente, risale alla visione reazionaria che Crichton aveva della scienza e che trapelava dai suoi romanzi dedicati al parco dei dinosauri. Per quanto io stesso li abbia amati, letti e riletti, e nonostante le interessanti verniciature di paleontologia, teoria del caos, genetica e speculazioni finanziarie, queste opere non si discostano più di tanto dal cliché della ribellione del mostro creato dalla spavalderia gagliarda di un Frankenstein che ha giocato con le forze della natura, e che pertanto deve essere punito. Ed Henry Wu, il genetista che lega Jurassic World a Jurassic Park, è solo l’ultimo esponente di una sequela di personaggi che non fanno certo onore all’immagine popolare della ricerca scientifica. Ma se nell’opera di Mary Shelley c’era la visione prometeica di una sfida romantica, sigillata dalla caduta dell’antieroe, qui c’è solo una vago disprezzo per la ricerca scientifica. D’altra parte Crichton era stato molto chiaro quando, invitato nel gennaio 1999 a tenere una lectio magistralis presso l’American Association for the Advancement of Science, disse chiaramente che Jurassic Park era una finzione e che pertanto non aveva alcun senso documentarsi andando a visitare un laboratorio di genetica – perché tanto nessuno sa come creare un dinosauro [18]. Crichton sconfessava così il principio basilare della migliore fantascienza per cui è la verosimiglianza a garantire la sospensione dell’incredulità.

A.A.A. cercasi disperatamente divulgazione scientifica, o di camaleonti e altri scempi

Il re degli ibridi genetici di Jurassic World è il camaleontico Indominus rex, frutto di una manipolazione dei geni di Carnotaurus, Tyrannosaurus, Velociraptor, seppia e quant’altro (anche se il sito virale del film, supervisionato con maggiore attenzione ai dettagli, fornisce una ricetta differente). L’idea di dotare l’animale della capacità di mimetizzarsi alla Predator è nata ripescando un’idea già sfruttata da Crichton nel seguito romanzesco di Jurassic Park, con i cromatofori del cefalopode a rivestire il carnivoro Carnotaurus, probabilmente basata su una peregrina suggestione del dilettante dinosaurofilo Stephen Czerkas [19]. Ma la lingua batte dove il dente duole, e allora se l’inclusione di un ibrido genetico con capacità mimetiche non solleva problemi di sorta, perché non donare ai dinosauri colori brillanti? [20] E poi, vale la pena di ripeterlo, davvero non si poteva trovare qualcosa di più scientificamente onesto, con tutti i reperti fossili in condizioni eccezionali scoperti dopo il 1993? Non era bastata la cocente disillusione del telefilm Terra Nova (2011), prodotto da Spielberg e con il paleontologo John Horner in veste di consulente scientifico ad avallare l’invenzione di dinosauri piuttosto imbarazzanti? Dopo l’uscita del film di Trevorrow, sui social network è impazzato l’hashtag #buildabetterfaketheropod, che ha raccolto decine di esempi di paleoarte scientificamente informata tra il serio e il faceto per dimostrare che, dopo tutto, era davvero possibile fare di meglio [21]. Come abbiamo visto nel fascicolo dedicato ai dinosauri protagonisti del primo lungometraggio, anche Bakker aveva davvero speculato senza posa, ma lo aveva fatto con stile e senza rinunciare al minimo consentito di una sottotraccia naturalisticamente accettabile. Per il 1993, beninteso.
... e poi mi dicono di non chiamarlo monster movie.
Indominus rex, © Hasbro 2015. Fonte: ScreenRant
Ora, uno degli obiettivi che questo blog persegue fin dal suo inizio è una maggiore conoscenza e implementazione divulgativa e accademica della paleontologia e delle altre scienze storiche per comprendere meglio la storia umana. In questo quadro, i dinosauri forniscono un inaspettato bagaglio di fama e immediatezza per riflettere su temi di importanza basilare come le interazioni ecologiche sulla lunga durata e l’estinzione come risultato multicausale di fattori contingenti e vincolanti. La questione è stata trattata in modo elegante nell’ultimo libro del paleontologo Scott D. Sampson, al quale l’autore ha consegnato importanti riflessioni sulla Big History e sulla sua capacità di fornire a tutti gli strumenti più congeniali per collocare la storia umana all’interno dei tempi profondi del cosmo, del pianeta Terra e dell’evoluzione, senza scomodare alcuna lettura teleologicamente disonesta (anche se il paleontologo perora una maggiore alfabetizzazione scientifica della teologia). Sampson propone inoltre il seguente pentalogo, che vale la pena di riportare di seguito per intero, sulle ragioni per cui i dinosauri rappresentano tessere chiave nel mosaico divulgativo, e che fa da contraltare quasi perfetto alla lista crichtoniana ricordata in un post precedente:
«Primo, a differenza di molti argomenti scientifici, i dinosauri ispirano l’immaginazione invece di incutere paura. Secondo, in quanto rappresentanti esemplari della Terra preistorica, i dinosauri costituiscono guide ideali per esplorare il passato profondo. Terzo, i discendenti viventi dei dinosauri, gli uccelli, sono animali benvoluti e appassionatamente osservati, creando un robusto legame tra passato e presente […] Quarto, […] la natura interdisciplinare della paleontologia implica che i dinosauri possono fornire punti di accesso privilegiato a temi differenti quali clonazione genetica e tettonica a placche. Per fornire due esempi puntuali, il mondo del Mesozoico mette a disposizione un modo sorprendentemente istruttivo per discutere del contemporaneo cambiamento climatico mentre l’improvvisa scomparsa dei dinosauri costituisce un punto di partenza naturale per affrontare le estinzioni in corso oggi. Infine, i dinosauri possiedono un potenziale eccezionale per aiutare a descrivere la Grande Storia [ossia, la Big History. NdT] e, così facendo, a promuovere l’alfabetizzazione evoluzionistica» [22].
Un film è solamente una rappresentazione della realtà solo se si ha un bagaglio tale da poter fare reverse engineering cognitivo e rappresentarsi la rappresentazione come artefatta (cosa che la maggioranza silenziosa tende a dimenticare, soprattutto se in precedenza è mancata una sufficiente alfabetizzazione ontologica). Un film, per quanto positiva o negativa sia la rappresentazione che intende veicolare, può avere effetti considerevoli sulla vita reale. Per questo, a nome del manifesto divulgativo che anima questo stesso blog, non posso fare a meno di chiedermi quale possa essere l’effetto di Jurassic World sul pubblico e sulla lunga distanza. Sono d’accordo sul fatto che nonostante tutto, i dinosauri del franchise di Jurassic Park forniscano spunti interessantissimi di biologia evoluzionistica, epistemologia, filosofia e bioetica, ma resto assai dubbioso riguardo all’effettivo contributo dell’ultimo episodio alla paleontologia in quanto tale. Nonostante le critiche che in questi giorni molti studiosi hanno segnalato per mezzo delle loro recensioni, continuo comunque a sperare che Jurassic World abbia un positivo effetto di ritorno sulla paleontologia dei dinosauri (purtroppo a discapito di altre branche dell’albero della vita non ritenute altrettanto “carismatiche”), ma non so davvero quanto possa essere vincente pianificare strategie divulgative a lungo termine partendo dai presupposti errati di un film che – paradossalmente – dovrebbe potenziare quella stessa attività divulgativa. Chi non ricorda il Dilophosaurus di Jurassic Park con la sua gorgiera e il suo veleno? Quanti hanno pensato che l’animale esibisse proprio quelle caratteristiche in vita? Ma davvero era così? Niente affatto: si trattava di una licenza artistica che però si è imposta come persistente meme iperreale e, in quanto tale, difficile da contrastare. Forse che non si possa speculare nella scienza? Certo che sì. Possono quindi alcune speculazioni rivelarsi poi giuste alla luce di nuovi probabili resti fossili? Sicuramente. Tutte le speculazioni sono pertanto giustificate? No, perché le ipotesi scientifiche devono essere basate su dati fattuali, non sui desideri e su ciò che ci piacerebbe vedere. Il resto, per quanto stimolante possa essere in sede scientifica, è fantasia.

Ma se il Dilophosaurus strizzava l’occhio ad un minimo di (discutibile) plausibilità, con gli ibridi geneticamente modificati di Jurassic World la posta in gioco si fa pericolosamente più alta. Dell’Indominus abbiamo già detto, ma i più attenti in sala si saranno accorti che nella scena in cui il personaggio interpretato da Vincent D’Onofrio, alias Vic Hoskins, si palesava come antagonista della vicenda, gli schermi del laboratorio alle sue spalle trasmettevano a mo’ di salvaschermo varie immagini di “ibridi genetici”, tra cui l’Indominus e lo Stegoceratops, un ibrido tra uno stegosauride e un Nasutoceratops completamente inventato, previsto in una scena tagliata prima di essere girata (grazie al consiglio del figlio del regista per dare più spazio al camaleontico villain), ma approdata in tempo alla Hasbro perché ne realizzasse prontamente il corrispettivo materiale ludico.

Ceci n’est pas un dinosaure.
Stegoceratops. © Hasbro 2015. Fonte: Empire.
Come può un tale giocattolo essere utile per la divulgazione scientifica presso il grande pubblico e aiutare a infondere una passione paleontologica presso la fascia più giovane degli spettatori? Quanti, ignari spettatori o acquirenti, avranno inconsciamente avallato quella rappresentazione, ammaliati dal suono beffardamente scientifico dei nomi dei nuovi ibridi, magari pensando di comprare un “dinosauro” per il/la proprio/a figlio/figlia? Quanti, magari consapevoli, sviliranno in toto la paleontologia dicendo che tanto son tutti draghi? Domande forse retoriche, poiché sicuramente un modo per sfruttare in modo intelligente l’onda d’urto preistorica provocata dal film si può trovare: il fine della divulgazione corretta giustifica i mezzi, e da giocattoli osceni per il loro implicito messaggio antiscientifico come Indominus e Stegoceratops si possono imbastire lezioni importanti di biologia evoluzionistica. Ma, date le premesse del potere dell’immagine cinematografica, questa volta la vedo dura tanto quanto provare a spiegare le basi di genetica a partire dalle Tartarughe Ninja.

Certo, di dinosauri reali non ce sono mai stati, né nei romanzi né nei lungometraggi: tutti sono sempre stati ibridi ricostruiti a posteriori, la cui conoscenza lacunosa veniva colmata alla buona tramite copia e incolla genetico vincolato alle conoscenze dell’epoca. Tra l’altro, va detto, davvero dei pessimi genetisti alla InGen, perché se questi avessero letto qualche testo di paleontologia dei dinosauri in più si sarebbero accorti che con il materiale genetico degli uccelli avrebbero evitato un mare di guai: l’uso del DNA di rospo per tappare i buchi nell’ipotetica sequenza genetica rinvenuta nelle protozanzare mesozoiche sarà anche funzionale alla trama, legittimando il plot twist del cambiamento di sesso nella popolazione animale unisessuale dell’isola e la sua conseguente riproduzione al di fuori del controllo umano, ma è qualcosa che esula insindacabilmente da qualunque giustificazione scientifica [23]: esiste maggiore distanza filogenetica tra i rospi e i dinosauri che tra il primate Homo sapiens e i dinosauri stessi [24]. E questo basterebbe a licenziare una volta per tutte il dottor Wu.

Quando paleoarte e nostalgia non vanno d’accordo

È facile dire che si tratta solo di un film, che può essere apprezzato anche senza prestare troppa attenzione a simili quisquilie scientifiche. Sono il primo ad ammettere che, pur mancando di originalità e nonostante i molti problemi del plot ipercitazionistico, il film non è girato per niente male, soprattutto considerando che il regista è alla sua seconda prova dietro la macchina da presa. E, sulla scorta di quanto detto nei primi paragrafi, è altrettanto facile minimizzare nostalgicamente i problemi che affliggono i dinosauri rappresentanti nel film. Eppure, come ha chiarito in modo eloquente il paleontologo Donald Prothero,
«In quanto insegnante che ha impartito lezioni di geologia e paleontologia all’università per trentasette anni, so quanto sia falso [definire Jurassic World come un semplice film senza conseguenze]. Ogni lezione nella quale tratto di terremoti o tsunami devo sprecare un sacco di tempo per sfatare miti hollywoodiani. Ogni qualvolta tratto dei dinosauri, spreco un sacco di tempo a decostruire i danni dei film di Hollywood – e ora lo sciatto e scadente approccio scientifico di Jurassic World mi darà altri miti da demistificare. Molti film sono immaginari, ma non è poca la gente che riceve nozioni scientifiche e naturalistiche attraverso il cinema, perché di sicuro non ne hanno ricevute abbastanza a scuola o perché non guardano documentari» [25].
Credo sia ora evidente che non si tratta solamente di dietrologie sulle sceneggiature. E non è nemmeno questione generazionale di nostalgie puerili per il primo film. In Jurassic World emerge un palese disinteresse scientifico che ha dello sconcertante e che rappresenta un reale disservizio per qualunque attività divulgativa che faccia della scienza il punto focale. E che tradisce il modello paleoartistico al quale dovrebbe riferirsi, ossia la Dinosaur Renaissance che ispirò il romanzo e il film del 1993. Tanto per dare un’idea: oltre agli innumerevoli errori anatomici sui quali non mi dilungo, la comunità di paleontologi e paleoartisti in rete ha notato sia lo scarsissimo valore delle immagini postate tra le pagine del sito virale del parco, sia i vari plagi di silhouette ed illustrazioni rilasciate online da altri artisti secondo la CC Licence [26]. Poco tempo dopo, un artista dell’eccezionale calibro di Julius Csotonyi e il paleoblogger Brian Switek sono stati assoldati solo per sistemare ex post alcuni dei danni fatti e aggiustare in parte un sito denso di errori e sviste. Questo la dice lunga sulla limitata considerazione che i produttori del film hanno avuto della paleoarte più seria dal punto di vista scientifico, forse vittime del falso dilemma per cui occorre scegliere tra scienza e arte. Ancora, dopo l’uscita del film, i primi bozzetti preparativi per il film di Trevorrow approdati sul web hanno lasciato di stucco per il loro atteggiamento (francamente paradossale) di incuria nei confronti della morfologia dei dinosauri [27]. E il giocattolo dello Stegoceratops ne è il degno epigono.

Come se non bastassero i vieti tropi sessisti e vagamente misogini che differenziano il nuovo episodio dai suoi precursori spielberghiani [28], e il luogo comune già ricordato dello scienziato-pazzo come antagonista, il vulnus della divulgazione scientifica nel mondo di Jurassic World, coerentemente ereditata dall’atteggiamento antiscientista di Crichton, ha fatto regredire i dinosauri a quel semplice accessorio funzionale per la devastazione da monster movie che erano prima di Jurassic Park, cancellando l’innovativo tentativo di Spielberg. Sul Guardian, Phil Hode si è recentemente domandato se l’ipercitazionismo anni Novanta che permea Jurassic World, inteso come fan service indirizzato al pubblico di coloro i quali nel 1993 erano ragazzini/e, sia sufficiente a sostenere il progetto revivalistico dietro all’opera di Trevorrow (una nuova trilogia è già in cantiere). Constatando il successo deflagrante del nuovo episodio, balzato fino a diventare il maggiore incasso di sempre nel fine settimana d’apertura con 511,8 milioni di dollari [29], Hode conclude laconico che «d’altro canto, se la nostra [attuale] cultura è incurabilmente nostalgica, allora [Jurassic World] è davvero un evento, dopo tutto» [30]. Nostalgia al ribasso, però, selezionando gli elementi di più facile presa, calando il tutto in un contesto da monster movie pre-spielberghiano, e cancellando i temi potenzialmente più innovativi del modello originale. Per dirla nuovamente con le parole di Prothero, «I produttori e il regista hanno avuto l’opportunità di essere [scientificamente] rivoluzionari e pionieristici ancora una volta [dopo il primo Jurassic Park] – ma hanno scelto di andare prudentemente sul sicuro, riciclando stancamente uno stanco franchise» [31].

Nostalgia canaglia.
Illustrazione di Mark “Crash” McCreery da una maglietta del merchandise statunitense originale di Jurassic Park, 1993.
Fotografia dell'autore.
Parafrasando in chiave iperreale le parole che sigillano il secondo episodio della trilogia di Christopher Nolan dedicata a Batman (Il cavaliere oscuro, 2008), quello di Trevorrow non è il parco di cui avremmo bisogno, ma il parco che ci meritiamo.
– «Senta, è previsto che si vedano dei dinosauri nel suo “Parco dei Dinosauri”?»
– «Quanto odio quest’uomo»
(Jurassic Park, 1993)


[1] Gould, S.J. (1995). Dinomania Dinosaur in a Haystack: Reflections in Natural History. Cambridge, MA and London: Harvard University Press, 221-237 DOI: 10.4159/harvard.9780674063426.c26. Recensione pubblicata originariamente nel 1993 come Dinomania. Jurassic Park, directed by Steven Spielberg, screenplay by Michael Crichton, by David Koepp . Universal city studios; The Making of Jurassic Park by Don Shay, by Jody Duncan, Ballantine, 195 pp., $18.00 (paper); Jurassic Park, by Michael Crichton, Ballantine, 399 pp., $6.99 (paper). New York Review of Books, August, 12: http://www.nybooks.com/articles/archives/1993/aug/12/dinomania/?pagination=false.

[2] Ibidem.

[3] The Making of Jurassic Park. DVD documentary. Cfr. la seguente intervista a John Horner: Jurassic World's Dinosaur Expert Talks Facts vs. Fiction (INTERVIEW). Bio, June 12, http://www.biography.com/news/jurassic-world-jack-horner-interview.

[4] Switek, B. (2013). My Beloved brontosaurus: On the Road with Old Bones, New Science, And Our Favorite Dinosaurs. New York: Scientific American/Farrar, Straus & Giroux: 139. Detto per inciso, per i Velociraptor era stato previsto un manto a strisce come quello della tigre, e immortalato prima dell’uscita del film nei giocattoli della Kenner.

[5] Cf. DeSalle, R. & D. Lindley (1997). Come Costruire un dinosauro. La scienza di Jurassic Park e del Mondo Perduto. Milano: Cortina. p. 187. (pubbl. orig. come The Science of Jurassic Park and The lost World Or, How To Build A Dinosaur. London: Harpercollins).

[6] Baird, R. (1998). Animalizing "Jurassic Park's" Dinosaurs: Blockbuster Schemata and Cross-Cultural Cognition in the Threat Scene. Cinema Journal, 37 (4), 82-103 DOI: 10.2307/1225728. Cf. Cau, A. (2015). Cosa sono Tyrannosaurus, i raptor e Indominus? Theropoda, 23 giugno, http://theropoda.blogspot.be/2015/06/cosa-sono-tyrannosaurus-i-raptor-e.html (ultimo accesso: 24 giugno 2015).

[7] Bakker, R.T. (2004). Dinosaurs Acting Like Birds, and Vice Versa – An Homage to the Reverend Edward Hitchcock, First Director of the Massachusetts Geological Survey, in Currie, P.J. et al. (eds.). Feathered Dragons: Studies on the Transition from Dinosaurs to Birds, Bloomington & Indianapolis: Indiana University Press, pp. 1-11: 1.

[8] Daly, E. (2014). Jurassic World: What we know so far... Radio Times, October 15, http://www.radiotimes.com/news/2014-10-15/jurassic-world-what-we-know-so-far (ultimo accesso: 24 giugno 2015)

[9] Cf. ad es. Switek, B. (2013). A Velociraptor Without Feathers Isn’t a Velociraptor. Phenomena (National Geographic), March 20, http://phenomena.nationalgeographic.com/2013/03/20/a-velociraptor-without-feathers-isnt-a-velociraptor/ (ultimo accesso: 24 giugno 2014); Conway, J. (2014). Scientists disappointed Jurassic World dinosaurs don’t look like dinosaurs. The Guardian, December 4, http://www.theguardian.com/science/lost-worlds/2014/dec/04/scientists-disappointed-jurassic-world-dinosaurs-movie-film (ultimo accesso: 24 giugno 2015); St. Fleur, N. (2015). A Paleontologist Deconstructs ‘Jurassic World’. The New York Times, June 12, http://www.nytimes.com/interactive/2015/06/12/science/jurassic-world-deconstructed-by-paleontologist.html?_r=0 (ultimo accesso: 24 giugno 2015).

[10] Kempner, B. (2013). Feathering the Truth. In: Michaud, N. & Watkins, J. (eds.), Jurassic Park and Philosophy: The Truth Is Terrifying. Chicago: Open Court. pp. 111-120; 116. Sull’iperrealtà cf. Baudrillard, J. (1995). Simulation and Simulacra. Ann Arbor: University of Michigan Press. Pubbl. orig. come Simulacres et Simulation. Paris: Éditions Galilée.

[11] Sokal, A & J. Bricmont. (1998). Intellectual Impostures: Postmodern Philosophers’ Abuse of Science. London: Profile Books. pp. 137-143. Tradotto in italiano l’anno seguente come Imposture intellettuali. Quale deve essere il rapporto tra filosofia e scienza? Milano: Garzanti.

[12] Sperber, D. (2010). The Guru Effect. Review of Philosophy and Psychology, 1 (4), 583-592 DOI: 10.1007/s13164-010-0025-0.

[13] Bressanini, D. & B. Mautino. (2015). Contro Natura. Dagli OGM al “bio”, falsi allarmi e verità nascoste del cibo che portiamo in tavola. Milano: Rizzoli. pp. 126-127.

[14] Cipolla, C.M. (2011 [1976]). The Basic Laws of Human Stupidity. Bologna: il Mulino. Pubblicato originariamente in inglese e in forma private; tradotto e pubblicato in italiano nel 1988 come parte di Allegro ma non troppo. Bologna: il Mulino.

[15] Sulle faune fossili del Liaoning la bibliografia comincia ad essere sterminata; rimandiamo a livello puramente illustrativo al seguente volume: Chang, M.-M., Chen, P.-J., Wang, Y.-Q., Wang, Y., 2003. The Jehol Biota: The Emergence of Feathered Dinosaurs, Beaked Birds and Flowering Plants. Shanghai Scientific and Technical Press, Shanghai. Sui melanosomi cfr. la bibliografia e il racconto essenziale in Switek, My Beloved Brontosaurus, cit., pp. 155-160; sul tegumento come condizione ancestrale in Dinosauria, cf. la scoperta di Kulindadromeus descritta in Godefroit, P. S.M. Sinitsa, D. Dhouailly, Y.L. Bolotsky, A.V. Sizov, M. E. McNamara, M. J. Benton & P. Spagna. 2014. A Jurassic ornithischian dinosaur from Siberia with both feathers and scales. Science (345) 6195: 451-455. DOI: 10.1126/science.1253351

[16] Conway, J. (2014). Scientists disappointed Jurassic World dinosaurs don’t look like dinosaurs, cit.; Myers, P.Z. (2015). Jurassic World, David Peters, and how to rile up paleontologists. Pharyngula, June 12, http://scienceblogs.com/pharyngula/2015/06/12/jurassic-world-david-peters-and-how-to-rile-up-paleontologists/ (ultimo accesso: 23 giugno 2015); Holtz, T. Jr. (2015). Review: So What About Jurassic World?, Los Alamos Daily Post, June 17, http://www.ladailypost.com/content/review-so-what-about-jurassic-world#.VYHBWeG_FEM.twitter (ultimo accesso: 23 giugno 2015). Sul Dimorphodon cf. Witton, M. (2015). Why Dimorphodon macronyx is one of the coolest pterosaurs. mark.witton.com, June 8, http://markwitton-com.blogspot.co.uk/2015/06/why-dimorphodon-macronyx-is-one-of.html (ultimo accesso: 24 giugno 2015).

[17] Arbour, V. (2015). Why does Jurassic World hate dinosaurs? Pseudoplocephalus, June 16, http://pseudoplocephalus.blogspot.co.uk/2015/06/why-does-jurassic-world-hate-dinosaurs.html (ultimo accesso: 23 giugno 2015).

[18] Crichton, M. (1999). Why Science is Media Dumb: The Story. Address was recorded at the American Association for the Advancement of Science on January 25 1999, and broadcast on the Science Show on April 3, 1999. ABC, http://www.abc.net.au/science/slab/crichton/story.htm (ultimo accesso: 24 giugno 2015).

[19] Cfr. l’intervista di John N. Wilford al paleontologo dilettante Stephen Czerkas nella quale, dopo aver parlato della scoperta dei tubercoli dermici fossilizzati del teropode argentino Carnotaurus (alla quale Czerkas partecipò), afferma senza alcun sostegno che “[…] I dinosauri avrebbe potuto non essere scialbi, ma sfoggiare sfumature brillanti, forse erano persino capaci di mutare colore come i camaleonti”; in Discover, 1989 Jan-Jun, p. 4. Cfr. Czerkas, S.J. (1997). s.v. “Skin”. In Currie, P.J. & K. Padian (eds.). Encyclopedia of Dinosaurs. San Diego – London: Academic Press, pp. 669-675: 669, ove Czerkas nota che i tubercoli fossilizzati dei dinosauri (senza specificare quali) sembrano essere più simili a quelli dei camaleonti che a quelli delle lucertole e dei serpenti. Czerkas, ex esperto di effetti speciali cinematografici, negazionista rispetto all’ascendenza dinosauriana degli uccelli e convinto sostenitore del fallace uso di iguane per comprendere la dermatologia dei dinosauri (in particolare stegosauri e sauropodi), compare nei ringraziamenti del primo romanzo di Crichton.

[20] DeSalle & Lindley, Come Costruire un dinosauro, cit., p. 189: «Tradizionalmente, i dinosauri sono stati rappresentati con vari toni di verde e di marrone, perché – tradizionalmente- si pensava che fossero dei grossi rettili. Ma se ve li immaginate come precursori degli uccelli, si dischiude tutt’altra tavolozza di colori».

[21 ] Naish, D. (2015). Jurassic World and the Build a Better Fake Theropod Project. Tetrapod Zoology, June 12, http://blogs.scientificamerican.com/tetrapod-zoology/jurassic-world-and-the-build-a-better-fake-theropod-project/ (ultimo accesso: 23 giugno 2015).

[22] Sampson, S.D. (2009). Dinosaur Odyssey: Fossil Threads in the Web of Life. Berkeley, Los Angeles and London: University of California Press. p. 277.

[23] DeSalle & Lindley, Come Costruire un dinosauro, cit., p. 97.

[24] Bennington, J.B. (1996). Errors in the movie Jurassic Park. American Paleontologist 4(2): 4-7.

[25] Prothero, D. (2015). It Coulda Been a Contender: A Paleontologist Reviews Jurassic World. Skeptic, June 23, http://www.skeptic.com/insight/it-coulda-been-a-contender-a-paleontologist-reviews-jurassic-world/ (ultimo accesso: 24 giugno 2015).

[26] Martyniuk, M. (2014). Is Jurassic World Stealing from Independent Illustrators? Dinogoss, November 30, http://dinogoss.blogspot.co.uk/2014/11/is-jurassic-world-stealing-from.html (ultimo accesso: 23 giugno 2015); Mellow, G. (2014). Jurassic World Butting Heads with PaleoIllustrators. Symbiartic (Scientific American), November 20, http://blogs.scientificamerican.com/symbiartic/jurassic-world-butting-heads-with-paleoillustrators/ (ultimo accesso: 26 giugno 2015).

[27] Berni, A.F. (2015). Jurassic World: il parco è aperto nei nuovi concept. BadTaste, 14 giugno, http://www.badtaste.it/2015/06/14/jurassic-world-il-parco-e-aperto-nei-nuovi-concept/131600/ (ultimo accesso: 24 giugno 2014).

[28] Arbour, V. Why does Jurassic World hate dinosaurs?, cit.

[29] Lang, B. (2015). Box Office: ‘Jurassic World’ Sets Global Record With $511.8 Million Debut. Variety, June 14, http://variety.com/2015/film/news/jurassic-world-global-box-office-record-1201519430/ (ultimo accesso: 24 giugno 2015).

[30] Hode, P. (2015). Nostalgia, 3D – and June – helped Jurassic World beast all before it. The Guardian, June 17, http://www.theguardian.com/film/2015/jun/17/global-box-office-jurassic-world-spy (ultima accesso: 23 giugno 2015).

[31] Prothero, D. It Coulda Been a Contender, cit.

mercoledì 20 maggio 2015

The Holy Roman Empire, pterosaurs & palaeoart: an interview with Matt Martyniuk on Beasts of Antiquity (2014)

Welcome back to the ongoing series of palaeoart interviews! After quite a long hiatus (sorry), I am now proud to present you the first episode (fingers crossed!) of a new batch of palaeoart-related interviews. In this new installment we will explore a bit Matthew Martyniuk's latest book, Beasts of Antiquity: Stem-Birds in the Solnhofen Limestone (Vernon, NJ: PanAves Publishing. 2014), discussing with the author the deep history of palaeontology (with the neglected historiographical relationship between the Holy Roman Empire and pterosaurs... how cool is that?!), the role of competing theories in the history of pterosaur science, the current status of palaeoart as a way to improve the public understanding of science, Matthew's future editorial projects, and much more!
Martyniuk, M.P. (2014). Beasts of Antiquity. Vernon, NJ: PanAves Publishing. Reproduced with permission.
I am so happy I had the chance to interview Matthew again on such a diverse array of interesting topics. So, thank you Matthew for this opportunity, and enjoy the interview!
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1. Cristopher McGowan wrote once that Dinosaurs confound us with the enormity of their size, ichtyosaurs beguile us with their beauty of form. But pterosaurs capture our imagination and carry it aloft on flights of fancy. They are the stuff of dreams… and of nightmares (McGowan 1991 [1983]: 257). He also added how William Buckland likened pterosaurs to modern bats and vampires with a nod to Milton’s fiend (1836: 223-224). Beasts of Antiquity  [BoA henceforth] is rich in historiographical details about pterosaurs, far richer than the previous one (A Field Guide to Mesozoic Birds and Other Winged Dinosaurs; interview on this blog available here), and we gleefully read in it how the bat-form appearance of pterosaurs has been discarded after the works of Kevin Padian (1983, 218: There is nothing batlike about pterosaur anatomy; on the other hand, pterosaurs bear close structural resemblances to birds and dinosaurs, to which they are most closely related phylogenetically). This is just an example to highlight the fact that the history of modern anatomical and comparative research in palaeontology is a fascinating reminder of how science proceeds with initially tentative interpretations, continuous accumulation of data, and finally powerful postdictions referred to the distant past corroborated by evidence. History of science also fills the scientific accounts with memorable and informative storytelling.
Could you please tell our readers why did you specifically choose to focus on historiography, and on Solnhöfen’s spectacular limestone, in particular?

Matthew Martyniuk [MM]: I have long been fascinated with the history of pterosaur studies and of Pterodactylus in particular. Partly, this is due to lack of familiarity. Most paleo-enthusiasts are very familiar with the stories of Victorian era discoveries like Mantell and his Iguanodon, or Cope and Marsh’s Bone Wars, which are often repeated in popular books. I grew up reading about these early dinosaur discoveries and the characters behind them, but I had only seen fascinating glimpses of an earlier period of paleontology before the discovery of dinosaurs. It always seemed amazing and unusual to me that some of the earliest and most important discoveries, which shaped our understanding of what fossils are and the concept of extinction, took place during the late 18th century. The characters involved here were not Victorians and cowboys but members of royal families and their patrons, who housed their fossil collections in cabinets of curiosities long before the modern concept of the museum was invented. The idea that the first ever fossil of a bird-like reptile was treated as an ancient relic and kept in a palace of the Holy Roman Empire during its initial study struck me as really wonderful and a story that hasn’t been popularized, so that helped shape my idea for BoA to be as much a history book as a guide to fossil animals. Similarly, the idea that some of the earliest pterosaur researchers were already noticing things like “feathers” being present in the fossils helps smash our standard narrative that early scientists had it wrong and depicted them as leathery monsters, and we are only now discovering the “truth” that they were fluffy, active, and warm-blooded. At least some of these opinions have always been out there as competing hypotheses.

 Beasts of Antiquity, cit., p. 31. Image used with permission
2. What have you learned ex post from your previous book and how this helped you in editorially organising BoA?

[MM] Editing the Field Guide was relatively straightforward as I had a template to follow: most bird field guides have a fairly similar layout I was attempting to mimic to bring a sense of reality and naturalism to the depiction of proto-birds. BoA was different in that I had to try and juggle the historical narrative with individual sections on each featured species, without duplicating the material or telling significant stories in two places. It was quite a challenge and I ended up shifting material around until fairly late in the process. On the other hand, this book was much shorter which allowed me to do things I wasn’t really able to do or had not figured out a good way to handle in my first book, like full page illustrations for featured artwork or title pages, and the addition of a more extensive glossary and an index. Choosing a larger format for this book certainly helped a lot in that regard.

Beasts of Antiquity, cit., pp. 1-2. Image used with permission
3. Darren Naish has written an outstanding review of BoA, specifically focusing on the science behind your book. This leaves me with the possibility of exploring more the palaeoartistic side. The illustrations provided in your book are breathtaking, and they clearly show an evolution of your personal style toward a more suave touch. An old depiction of Juravenator starkii included in BoA (dating as far back as 2006) demonstrates this ongoing artistic process. What were, in your opinion, the major technical steps which led to this gradual change?

[MM] I think drawing so many restorations for the Field Guide helped me develop my style further and work towards bringing both more naturalism to the restorations but a bit of old-fashioned sensibility. Especially for such a historically-minded book, I consciously tried to evoke an older era of paleoart while still keeping the illustrations scientifically accurate by modern standards, which helped create a more unique look for many of them. One example is the illustration of Scaphognathus climbing in a tree; you hardly ever see pterosaurs depicted climbing anymore, though Mark Witton is doing his part to being that back to paleoart, and in my case the picture was a conscious homage to Burian’s tree-climbing Pterodactylus painting in an effort to add and old-school feel to it. I’ve also been adding a little more post production to my digital paintings such as a faint noise to pull parts of a piece together as a blending effect. Most of the illustrations are done completely in Photoshop using a Wacom tablet which certainly creates a contrast with graphite pieces like the Juravenator.

Beasts of Antiquity, cit., p. 78. Image used with permission
4. A recent article (Witton, Naish and Conway 2014) aptly summarises past and contemporary issues with palaeoart and ends with the following statement: We are optimistic that increasing awareness and promotion for palaeoartists could ultimately see the current, often downtrodden palaeoart industry become a much more vital, interesting and economically sustainable one.
Do you think that palaeoart, as a community and as a set of normative, professional rules, has changed since our last interview?

[MM] Witton, Naish, and Conway’s paper was excellent and I think really brings out into public light a lot of issues paleoartists have been dealing with for years. I think it was part of a larger trend where paleoartists are kind of coming out and standing up for themselves more in the face of a media industry that doesn’t seem to place much value in accurate depictions. For many online news outlets, and even scientific ones, it can seem like slapping any badly produced stock image of a dinosaur onto a paleontology story will do. But the fact is that the general public is hugely influenced by visual representations, and so any illustration needs to be just as educational and informative as the article itself, to avoid misinforming people. As a community, paleoartists are realizing there’s not much we can do about this other than get more vocal about it, comment on articles, and help inform journalists themselves, who often don’t realize how wildly inaccurate popular paleoart can be. One thing the paper you mentioned touches on, and which I blogged about recently, is the sad fact that in many cases the scientists who are experts when it comes to describing fossils are not actually experts when it comes to advising on life appearance and can be quite apathetic towards paleoart. I think the next step for paleoartists is to develop and make available our community as well informed technical consultants, and publicize the fact that scientists may not necessarily be as informed about the implications anatomical details on life appearance as good artists have to be.
Beasts of Antiquity, cit., p. 50. Image used with permission
5. Apart from the publication of Mark Witton’s magnum opus Pterosaurs (2013), which is both a palaeoartistic feast and a rigorous academic guide, what are the major editorial accomplishments in recent ornithodiran research? And what the major cutting-edge themes still absent from the shelves?

[MM] One book that has been a major influence on myself and other artists and even scientists has been Katrina van Grauw’s The Unfeathered Bird, which is a lavishly illustrated guide to bird anatomy (and, by extension, a necessary primer for understanding the life appearance of bird-like reptiles). Another great recent popular work is Dinosaurs Without Bones by Anthony J. Martin, focusing on the topic of ichnology and what kind of behaviors we can infer from it for Mesozoic dinosaurs. Dinosaurs and bird-like reptiles are probably the most written about group of prehistoric vertebrates, so other than these kinds of niche topics that are often ignored, there aren’t a lot of major topics that are crying out for more coverage. I’ll echo the opinion of a few others and just say that we are in dire need of more popular works covering Mesozoic psedosuchians and non-mammalian synapsids!

6. Last, but not least: what is your next book project? Are you going to focus on another specific fossil biota?

[MM] BoA grew out of a larger project that was to focus on various different stem-bird faunas by continent, and I had actually begun working on the North American edition even before Solnhofen, so it seems likely that will end up being finished next. Rather than focus on a single fauna, it will start at the beginning of the Mesozoic and even through the Cenozoic focusing on a few key sets of ornithodiran megafauna and giving some historical context as well as scientific description for each species. The major purpose of this book is to follow up on BoA with a sort of retro-style but still naturalistic and accurate take on some of the more classic dinosaurs. I also have some ideas for a children’s book on the back burner, and I’ve been keeping up with relevant proto-bird discoveries for the eventual second edition of the Field Guide to Mesozoic Birds, which I think I may have informally promised to have out five years after the original, so maybe I should get started drawing some more of those little birdy things…!

Refs.

Buckland, W. 1836. The Bridgewater Treatise Part 6, Geology and Mineralogy Considered with Reference to Natural Theology. London: William Pickering.

Martin, A.J. 2014. Dinosaurs Without Bones. New York and London: Pegasus Books.

McGowan, C. 1991 [1983]. Dinosaurs, Spitfires, & Sea Dragons. Cambridge, MA and London: Harvard University Press.

Naish, D. 2015. “New Books on Dinosaurs 1: Matthew P. Martyniuk's Beasts of Antiquity: Stem-Birds in the Solnhofen Limestone”. Tetrapod Zoology, February 7. http://blogs.scientificamerican.com/tetrapod-zoology/new-books-on-dinosaurs-1-matthew-p-martyniuk-s-beasts-of-antiquity-stem-birds-in-the-solnhofen-limestone/.

Padian, K. 1983.“A Functional Analysis of Flying and Walking in Pterosaurs”. Paleobiology (9) 3: 218-239. Article Stable URL: http://www.jstor.org/stable/2400656.

Witton, M.P. 2013. Pterosaurs: Natural History, Evolution, Anatomy. Princeton: Princeton University Press.

Witton, M.P., Naish, D, and Conway, J. 2014. “State of the Palaeoart”. PalaeontologiaElectronica (17) 3: 5E; http://palaeo-electronica.org/content/2014/917-commentary-state-of-the-palaeoart

van Grauw, K. 2014. The Unfeathered Bird. Princeton: Princeton University Press.

giovedì 14 marzo 2013

Reflecting upon All Yesterdays: of memes, dark sides and paths untrodden

Conway, J., Kosemen, C.M. & Naish, D. (2012). All Yesterdays: Unique and Speculative Views of Dinosaurs and Other Prehistoric Animals. With Skeletal Diagrams by Scott Hartman. http://irregularbooks.co/: Irregular Books.
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Ceci n'est pas un compte rendu

What you are about to read here was originally conceived as the questionnaire for the announced Darren Naish's interview concerning All Yesterdays. Alas, at the moment Darren is really busy so I have opted for this reworked summary, which consists of a brief overview about the book itself and includes a number of free thoughts about palaeoart in general. This way I hope to provide some interesting food for thoughts while All Yesterdays is still reasonably hot off the press. I will be happy to add Naish's answers in  the near future as the third installment of the Palaeoart Interview post series.

Meanwhile, happy reading!

Memes and dinosaurs

In 2009, Norman MacLeod ran a cladistic analysis to test the memetic patterns of Iguanodon’s images since 1824. As MacLeod stated, 
«If image-meme complexes undergo evolution in the biological sense (descent with modification), close comparison of pictures should reveal a predominant pattern of nested correspondences» [1]. 
Tetrapod Zoology, the renowned blog run by Darren Naish, featured some interesting posts about iconological patterns in the history of recent palaeoart, which fit in well with MacLeod's suggestion. The blog section about (palaeoartistic) memes is quite abundant [2]. In some cases, the memetic scheme testifies the persistence through the decades of some erroneous reconstructions (conventions are always lurking: cf. the ironic decalogue by Frederik Splinder [3]), as well as the (somehow slower) dispersal of new iconographies. Past iconographies spread like viruses, in an epidemiology of representations that honoured stability trough time more often than a critical approach.
As I have written before, although some great artistic and iconoclastic forerunners can be easily recognized in the recent past, I think that nothing more powerful and consciously iconoclastic than All Yesterdays has ever been published.

The light side: welcome to the paths untrodden

All Yesterdays is a hymn to the paths still not trodden in palaeoart, as far from conventions as the Earth is from the Moon: herbivores caught in the act of eating insects, pterosaurs eaten by centipedes, resting tyrannosaurs, and the like. What may appear as astounding is the scientific evidence for the most part of the pictures presented (accurately cited in the footnotes – which I have greatly appreciated). In my opinion, one of the most important point highlighted by Conway, Kosemen & Naish in this book was the following one:
«animals do what they do, not necessarily because their anatomy is suited to it, but simply because they can. As a result, unexpected behaviours are commonplace» [4]
Naish's blog Tetrapod Zoology (and the book which goes under the same namesake) was a true pioneer in this field, for it allowed the general audience to get acquainted to watermelon eating crocodiles, carnivorous cows and playing animals [5]. The first reviews published so far have egregiously acknowledged this iconoclastic approach of the book, and the reviewers have usually understood the effort and the creativity put into All Yesterdays [6].

The dark side: the Knight Paradox” 

What about the palaeoart of old? In All YesterdaysIntroduction, Naish wrote about the iconic palaeoart produced by Charles R. Knight (1874-1953). He was a capable artist and indisputable expert on animal physiology in art; he also drawn what could be considered, along with Znedek Burian’s & Rudolph Zallinger’s works, the first, great lively reconstruction of extinct animals. But there was a dark side:
«[Knight] understood well the link between osteology and musculature» but he usually «drew dinosaurs freehand-style, again with what looks like poor attention to the proportions and nuances of the actual skeletons» [7].
The “Knight Paradox” Naish summarized seems like the original sin of palaeoart. Why palaeoartists have so frequently felt that drawing dinosaurs was an activity for the most part free from scientific responsibility (e.g., the study of the fossil evidence)? The same does not apply for extinct and equally unusual mammals, for instance. This is an interesting topic for future iconological research.

The downside: the Trojan horse

How much important is artwork in science communication? In 2009 Naish wrote:
«The role of artwork in promoting historical ideas about dinosaurs should not be under-emphasized, and certain views about dinosaurs became enshrined because the artistic reconstructions depicting them were memorable and sometimes wonderful» [8].
In fact, correcting an erroneous idea supported by palaeoart is difficult (and more difficult in the case of amazing or popular depictions). Here lies the palaeoart’s downside: the strategy of the Trojan horse in order to pass through the gates of academic establishment (a subject Naish dealt with on his blog [9]). Stunning visual artwork can be used to spread and popularize a controversial agenda otherwise limited to academic discussions.
The magnificent illustrated book Dinosaurs: A Global View [10], for instance, featured an incredible, jaw-dropping array of illustrations by Mark Hallett, Douglas Henderson and John Sibbick. Meanwhile, text authors Stephen and Sylvia Czerkas offered a critical view of Archaeopteryx as an “aberrant theropod”, while Protoavis, a “thecodont” reptilian chimera (i.e., a collection of scattered fossils that belonged to multiple animals, thus not representing a real taxon), was highly praised as the possible ancestor of birds. This was very debatable, if not plainly wrong, already at the time the book was published (the early 90s), but it was not an isolated case, since Czerkas strategically used modern iguanas as a dermal homologous to understand Stegosaurus plates, proposed chameleon-like abilities and appearance for Carnotaurus’ tubercles [11] and successfully inspired spiky (reptilian) sauropods [12].

An open ending...

Even these bizarre ideas can contribute to the advancement of dinosaur scientific research, for they can be (hopefully) rejected and/or tested in a variety of ways. Indeed, in All Yesterdays palaeoart is suggested as an «arena to propose new hypothesis» [13], well rooted in scientific evidence. But from the point of view of the scientist engaged in science communication, isn’t a bit frustrating to ascertain the persistence of such (often bizarre) artwork and its influence on the general (mis)understanding of dinosaur science? In this sense, the persistent frill-necked Dilophosaurus (as seen in Jurassic Park and recalled by Matt Martyniuk in his interview) might be an interesting case study and provide further intriguing thoughts.

[1] MacLeod, N. (2009). Images, Totems, Types and Memes: Perspectives on an Iconological Mimetics. «Culture, Theory and Critique», 50, 2-3, 2009, 185-208; p. 197. An interesting "Iconographic Evolution of Thescelosaurus" has been previously featured on Agathaumas: Memetica, storia iconografica e paleoillustrazione 1° parte, December 26, 2011, <http://agathaumas.blogspot.it/2011/12/memetica-storia-iconografica-e.html>.
[2] Some posts deserve to be mentioned here, such as the ones devoted to Quetzalcoatlus, to the “giraffoid Barosaurus”, to bizarre ceratopsians, and to the sauropod trunk speculation. In the aforementioned order:
[3] Splinder, F. Ten Commandents for Dinosaur Artwork, available at <http://www.frederik-spindler.de/typo3temp/pics/aaae933018.jpg>.
[4] Conway, J., Kosemen, C.M. & Naish, D. (2012). All Yesterdays: Unique and Speculative Views of Dinosaurs and Other Prehistoric Animals. With Skeletal Diagrams by Scott Hartman. http://irregularbooks.co/: Irregular Books; p. 40.
[5] In no particular order:
[6] A comprehensive list of the first on line responses is available here: All Yesterdays: Unique and Speculative Views of Dinosaurs and Other Prehistoric Animals – the book and the launch event, December 11, 2012, <http://blogs.scientificamerican.com/tetrapod-zoology/2012/12/11/all-yesterdays-book-and-launch-event/>.
[7] Conway, J., Kosemen, C.M. & Naish, D., All Yesterdays, p. 9.
[8] Naish, D. (2009). The Great Dinosaur Discoveries. Berkeley-Los Angeles: University of California Press, p. 9.
[9] Naish, D. (2012). Why the world has to ignore ReptileEvolution.com, July 3, 2012, <http://blogs.scientificamerican.com/tetrapod-zoology/2012/07/03/world-must-ignore-reptileevolution-com/>.
[10] Czerkas, S.J., and S.A. Czerkas; Olson, E.C. (scientific advisor). Illustrations by Douglas Henderson, Mark Hallett, John Sibbick (1990). Dinosaurs: A Global View. Limpsfield: Dragon’s World, 1990. The artwork and the book are now featured in «Love in the Time of Chasmosaurs»:  Vincent, M. Vintage Dinosaur Art: De Oerwereld van de Dinosauriërs - Part 1, January 7, 2013, <http://chasmosaurs.blogspot.it/2013/01/vintage-dinosaur-art-de-oerwereld-van.html>; Part 2 & Part 3 available via <http://chasmosaurs.blogspot.it/search/label/steven%20czerkas>).
[11] Cf. «Discover magazine», Jan.-Jul. 1989. This speculation was exploited by M. Crichton in Jurassic Park’s sequel The Lost World, but not featured in the film of the same name released in 1997 (Czerkas’ original article devoted to Carnotaurus: Czerkas, S. A., and S. J. Czerkas. [1997]. The Integument and Life Restoration of Carnotaurus. In Wolberg, D.L. and G.D. Rosenberg (eds.), Dinofest International, Proceedings of the Symposium at Arizona State University, pp. 155-158. Philadelphia Academy of Natural Sciences: Philadelphia).
[12] In an interview released to John Noble Wilford (author of the critically acclaimed The Riddle of the Dinosaur), Czerkas stated in a quite apodictic way that
«“Now we’re seeing that at least some sauropods really looked reptilian, as people think of reptiles, with spikes that remind you of very large iguanas,” Mr. Czerkas said in an interview. “This could shift some scientific thinking”» (from Familiar Dinosaurs May Take New Shape, in «New York Times», November 3, 1992. Original article by Czerkas: Discovery of Dermal Spines Reveals a New Look for Sauropod Dinosaurs. «Geology», 20, 12, December 1992, 1068-1070).
More recently, Mike Taylor critically approached the whole "spiky sauropod" question here: <http://dml.cmnh.org/2009Oct/msg00636.html>.
These ideas were more or less featured in Czerkas’ beautiful three-dimensional reconstructions, and popularized through his artwork. From this starting point, he went very far from the general common ground and from scientific evidence: in 2000 he even proposed that the dinosaurian scaled skin proved that birds could not be descendants of dinosaurs (cf. Martin, L.D., & S.A. Czerkas. [2000]. The Fossil Record of Feather Evolution in the Mesozoic. «Amer. Zool.»  40 [4]: 687-694. doi.org/10.1093/icb/40.4.687).
Further informations available in Orr, D. Stephen Czerkas in Discover, 1989. «Love in the Time of Chasmosaurs», February 22, 2011, <http://chasmosaurs.blogspot.it/2011/02/stephen-czerkas-in-discover-1989.html>.
[13] Conway, J., Kosemen, C.M. & Naish, D., All Yesterdays, p. 16.

giovedì 14 febbraio 2013

Palaeoart interview # 2: Matt Martyniuk / A Field Guide to Mesozoic Birds and other Winged Dinosaurs

Martyniuk, M.P. (2012). A Field Guide to Mesozoic Birds and Other Winged Dinosaurs. Vernon: PanAves.
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Welcome back to the Palaeoart Interview post series!
In the previous episodes, we have explored the general historic background of palaeoart (A “Palaeoartistic Enlightenment”: Dinosaurs as (Deconstructed) Scientific Iconography), and we have enjoyed what Steve White had to tell us about Dinosaur Art: The World's Greatest Paleoart.

Today, I am delighted to present the second installment in the palaeoart series: Matthew Martyniuk of DinoGoss fame will talk about his Field Guide to Mesozoic Birds and other Winged Dinosaurs.
Many thanks to him for having accepted and happy reading!

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1. As Andrea Cau pointed out in his blog (Recensione di "A Field Guide to Mesozoic Birds and other Winged Dinosaurs" di M.P. Martyniuk), you «have fully captured the profound meaning of the “feathered Revolution”»: your book brilliantly illustrates avian dinosaurs as normal and real animals, very far from the “zombie–saurus” (a term coined by Marc Vincent), so typical of the innumerable clones of the original paulian design, or the poorly feathered monsters that are still en vogue. The animals you depicted are drawn in a way that nobody today – with your Field Guide at hand – could ever possibly detect the presence of a “dinosaur” (in the classic, Victorian sense) disguised under that fluffy integument (which is likely to be the case for the proverbial Neanderthal dressed up and waiting with us at the bus station). We visually need to go beyond old conventions, and your book is a very good achievement in that sense.
Your style seems also to have changed a lot during the years, as witnessed in a picture featured in Naish’s book Tetrapod Zoology (Naish, D. 2010. Tetrapod Zoology Book One. Bideford: CFZ Press. p. 77, fig. 38: Oviraptorine Heads Compared). In the Acknowledgements section of your Field Guide you cite John Conway, Scott Hartman, Jaime Headden and Ville Sinkkonen, whose works have inspired you the most.
Could you please tell us more about the process that guides your aesthetic and/or scientific approach during the reconstructions? What are your artistic roots and main influences?

Matt Martyniuk: I guess my artistic style has gradually gone from being heavily influenced by Gregory S. Paul to being heavily influenced by John Conway. My current art is mainly guided by a naturalistic philosophy. I grew up seeing dinosaurs and other prehistoric life depicted as these really fantastic looking, otherworldly creatures with no real analogue to the wildlife of today—that’s definitely a big part of the appeal of dinosaurs in general to many people, I think. But a few years ago I started to drift more into the influence of Conway and similar artists who have a more naturalistic take on restoring fossil animals, like Emily Willoughby and Dan Bensen, who once did a really great series of watercolour paintings depicting pterosaurs and prehistoric birds as if they were preserved museum specimens pulled out of some drawer by a researcher. I’ve steadily become more interested in showing prehistoric life as basically like modern life, things that could fit in among the kinds of animals we see today, rather than as an extinct class of dragons. In some ways this can be kind of subtle, like having dinosaur tails droop a little at the end, or using slow-walking rather than running poses. It’s not a return to the tail-dragging dinosaurs of the 1960s, but it’s also a rejection of the gravity-defying super-animals often depicted in various media. I guess the biggest shift came when I decided to start drawing a lot of prehistoric animals in a field-guide style—simple, neutral poses making identification and comparison of distinguishing features easier. Field guide style plates are, in a way, as “naturalistic” as you can get short of full-on wildlife art.

2. The taxonomic stance you adopted (i.e., the outdated nomenclature, not incorrect but quite obsolete) raised some eyebrows in the first reviews published on line (Cau and Mickey Mortimer, for instance). In the absence of the official PhyloCode, and the possible target audience for a popular book like yours notwithstanding, you have chosen to use such a taxonomy (e.g., Deinodontoidea for Tyrannosauroidea) and previously justified your decision in a post on DinoGoss, your blog.
Could you please summarize your reasons?

M.M.: I can tend to be a stickler for rules and priority, for better or worse, but the decision to use “old-school” taxon names is only partly out of a sense of fairness to the original authors who named them. It’s also something of an aesthetic choice. At its heart taxonomy has always been more an art than a science, and while I fully support the recent attempt to make naming conventions more rigorous through efforts like the PhyloCode, part of me misses the structure and predictability of old-style Linnaean classification. I use Caenagnathiformes instead of Oviraptorosauria, for example, in my book. Caenagnathiformes has never been phylogenetically defined, but it is an older name for approximately the same group, so in the absence of any rules to the contrary, why not use it? It may be unfamiliar to must people, but in context it is obvious what group of animals it is referring to. At the same time, names that have that air of early 20th century science matches my artistic style of re-imagining dinosaurs in a modern but somehow pre-dinosaur renaissance fashion.
In some cases, the names we use now are demonstrably wrong. Deinodontidae is a great example. This was the universally accepted name of the group containing Tyrannosaurus rex up until the 1970s. As Mickey Mortimer notes on his Web site, Dale Russell unilaterally declared Deinodontidae invalid in a 1970 paper because he considered the genus Deinodon a “nomen vanum”. None of this is supported by the rules of nomenclature set forth by the ICZN. Even if one considers Deinodon a nomen dubium since it’s based on fragmentary fossil material, there is no doubt that it is a close relative of T. rex, and therefore there was no reason not to keep the family name in place, especially when other names based on very fragmentary fossils are still in universal use today (Hadrosauridae, Ceratopsidae, Troodontidae, etc.). Despite all this, everyone else seems to have followed Russell’s recommendation without question. In a way I find it sad that Deinodontidae was abandoned for such an arbitrary reason, and attempting to bring it back is my way of trying to right a minor wrong perpetuated by the Dinosaur Renaissance era. Of course, I fully support the efforts to implement the PhyloCode, and hopefully it will go into effect soon. As much as I will miss the aesthetic value of the “old names”, I hope to be able to use official names in any future edition of the book, if official, PhyloCode sanctioned names exist by that time.

3. The first reviews being published (the already mentioned Cau’s and Mortimer’s critiques, as well as Alan H. Brush brief description), is there something that you think you might have add, expanded or explained in a rather different way? 

M.M.: Well, I think in hindsight it was a mistake not to include an index! My goal for the book was to make an art book with unusually detailed entries useful for comparing and contrasting Mesozoic birds, which are unfortunately often depicted rather generically. For that reason I organized the book by both family and gross similarity and basically thought navigation would be done by group rather than species. Of course as a major synthesis of data on these things, I realize it would be useful to be able to find one by name rather than flipping to its family and browsing, so this is something I will try to include in any potential second edition.

4. Is there hope for an expanded edition of your Field Guide, possibly covering different kinds of ornithodirans with feathery of fluffy integuments (if you are interested in such an endeavour, of course)?

M.M.: That is something that I would consider, but it would depend on the circumstances. Dr. Brush noted in his review that the inclusion of only dinosaurs with pennaceous feathers was completely arbitrary (i.e. why not include all feathered dinosaurs?), but it was a necessary line to draw in order to limit the scope of the project. Including all feathered dinosaurs would have at least doubled the number of original restorations, and probably added years to the book’s production time! If anything, I’d definitely consider doing additional field guides to non-aviremigian dinosaurs. Interestingly, even with my chosen scope, I may have to significantly expand the book in any future editions thanks to the discovery that even ornithomimids may have had pennaceous feathers.

5. What is your own definition of palaeoart – or what should palaeoart be?

M.M.: This is a tricky question, and lots of very strong opinions exist in the community—there was a whole series of posts on this published at a blog I (infrequently) contribute to, Art Evolved. I personally think a distinction should be drawn between pop art and scientific restoration. Many people are incredibly talented at making art involving dinosaurs that are not necessarily scientifically rigorous, but are stylized in some way, whether they reference historic depictions of scaly dinosaurs, or movie dinosaurs, or fantastical/alien looking dinosaurs. On the other hand, there are artists who insist that only rigorous, evidence-based restorations are acceptable… but then you have very “liberal” movements like the current ne being spawned by the publication of Conway et al.’s All Yesterdays, where the illustrations are consistent with the scientific evidence but contain a major dose of pure speculation.
The problem I see with paleoart is that we’re short on terms for sub-genres. If I look at a picture of a Jurassic Park style Dilophosaurus with a big expandable frill, my first reaction is that it’s not worthwhile as paleoart because I just spent two decades trying to convince amateur artists not to do that, that there’s no evidence Dilophosaurus really had a frill, etc. But then I read a blog post on Cau’s Theropoda blog talking about the avant-garde depiction of an Apatosaurus with big double dewlaps hanging off its neck and think, “Wow, isn’t that interesting, and not that implausible!”. I guess the real problem with the Dilophosaurus is that I’m reacting to the unoriginality of the myriad copies it spawned, not the implausibility of the depiction itself. I guess my central point in all this is that paleoart is a spectrum from pop art to scientific reconstruction to “paleo wildlife art.” I think much of my own art would fit into the latter—it’s very hard to depict a fossil species in a naturalistic way without obscuring scientific rigor with lots of plausible speculation. I think the paleoart community should make room for all those styles.